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	<title>Scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini &#187; Daniela Barazzoni</title>
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	<description>Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.</description>
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		<title>Pregiudizio e malattia. Funzione e Ruolo dei Pregiudizi nella Tossicodipendenza</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 09:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Barazzoni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;E&#8217; più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.&#8221; A. Einstein Premessa Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato. &#8220;La tossicodipendenza è un vizio, il &#8230; <a href="https://bleger.org/pregiudizio-e-malattia-funzione-e-ruolo-dei-pregiudizi-nella-tossicodipendenza/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 10pt;"><em>&#8220;E&#8217; più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.&#8221; A. Einstein</em></span></p>
<h3>Premessa</h3>
<p>Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato.</p>
<p>&#8220;La tossicodipendenza è un vizio, il tossicodipendente è un delinquente, è una vittima del sistema, è un individuo pericoloso, rappresenta la feccia della società, la tossicodipendenza è inguaribile, è la nuova marginalità sociale, la comunità terapeutica è l&#8217;unico sistema di cura , il metadone è la droga di stato, etc&#8230;&#8221;. Questi e tanti altri sono i luoghi comuni, i pregiudizi che circolano nella società occidentale intorno alla tossicodipendenza informando la cultura ed il pensiero comune.</p>
<p>Da questi pregiudizi derivano le condotte e i comportamenti dell&#8217;uomo della strada e non solo; anche gli operatori dei servizi specialistici deputatati alla cura e al trattamento delle dipendenze patologiche sono condizionati dal sentire collettivo.<br />
In generale il pensiero comune oscilla tra il versante risolutivo &#8211; terapeutico a quello difensivo – stigmatizzante, in una sorta di altalena spinta dalle istanze socio-culturali ed economiche dominanti del momento.</p>
<p><span id="more-57"></span>Il senso comune si identifica con la cultura di un popolo e, in quanto tale, contribuisce a determinare le modalità di comportamento e gli atteggiamenti che adottiamo nelle relazioni. Anche i comportamenti nei confronti delle persone affette da dipendenza patologica sono dunque il riflesso della cultura di appartenenza. Di fatto succede poi che le diverse modalità di approccio, diventate teorie, costituiscono il substrato ideologico ed il terreno di cultura su cui si organizzano le risposte espulsive e segregative.</p>
<p>Spesso si pensa che la scienza condizioni la cultura ma questo è un pensiero unidirezionale; è un&#8217;ottica grossolana e parziale che non tiene conto della teoria della &#8216;circolarità dei sistemi'; poco si riflette su quanto la cultura condizioni la scienza. Nella cultura di appartenenza, nel corso del tempo e attraverso modalità su cui per ora non ci soffermiamo, si istituiscono i comportamenti compresi quelli che caratterizzano la relazione tra il tossicodipendente e l&#8217;altro. Molti fattori contribuiscono a strutturare i processi istituenti dei comportamenti che, a volte, possono diventare stereotipie culturali. Dall&#8217;altro, in considerazione della teoria secondo la quale l&#8217;interiorizzazione delle istanze istituzionali partecipa alla strutturazione della personalità, noi stessi diventiamo l&#8217;espressione ed il veicolo dei comportamenti adottati nella società.</p>
<p>E&#8217; lecito e conseguente chiederci allora quale è la implicazione individuale e collettiva rispetto al ruolo e alla funzione dei pregiudizi istituiti nella cultura di appartenenza.</p>
<p>Date queste premesse, nel momento in cui ci si accinge ad una riflessione sulla rappresentazione e sul significato simbolico dei pregiudizi a livello culturale, comunitario e sociale è imprescindibile rimandare al rapporto che intercorre tra il senso comune e la scienza per scoprire correlazioni e interdipendenze davvero interessanti. A tal fine è significativo lo studio del linguaggio inteso nella sua funzione performativa e organizzativa dei comportamenti.</p>
<p>Ma analizziamo un problema alla volta.</p>
<p>Il primo punto è come e se la cultura e l&#8217;ideologia benpensante si insinuino nella cultura scientifica, nelle discipline di settore fino ad inficiare gli atteggiamenti ed i comportamenti degli stessi operatori socio sanitari senza che questi ne siano affatto consapevoli posto che nelle scienze sociali fino a quelle medico-psicologiche si ritrovano gli stessi contenuti stigmatizzanti e le stesse stereotipie espresse a livello sociale.</p>
<p>Sul piano manifesto ciò non è così evidente. Le istanze paradigmatiche sono camuffate, mascherate dai valori buonisti e perbenisti della cura tipici della società neo-liberale i quali, a loro volta, rimandano ai meccanismi di controllo biopolitico in senso foucaultiano del termine. Sia le stereotipie comportamentali sia quelle ideologiche contribuiscono a strutturare i fondamenti di base di teorie scientifiche spesso anche molto complesse, e possono costituire il presupposto fondante e il terreno di coltura su cui imperano le ideologie e le politiche di gestione e di controllo. E&#8217; difficile accettare, riconoscere, smascherare gli intricati meccanismi di interdipendenza tra scienza e senso comune ma un lavoro in tal senso ci potrebbe aiutare per diventare consapevoli che anche le buone pratiche e la prassi nei servizi e nelle istituzioni di cura sono derivate da pregiudizi e intrise di moralismo .</p>
<p>Esiste tutta una ampia e copiosa letteratura sulle pratiche relative all&#8217;assistenzialismo e alla sicurezza, oggi più che mai diffuse e adottate nei contesti di cura, che legittimano e riconfermano approcci formalmente corretti. Se analizziamo questo materiale in un&#8217;ottica di disindentificazione e decostruzione dell&#8217;apparato concettuale di riferimento è interessante ritrovare i luoghi comuni e le espressioni verbali che rimandano allo schema di riferimento proprio a ciascuno di noi.</p>
<p>La dinamica della circolarità tra scienza, istituzioni e senso comune ci fa vedere come questi aspetti si condizionino reciprocamente tanto che i comportamenti e, in maniera retroattiva, i costrutti di alcune teorie scientifiche costituiscono l&#8217;uno il rinforzo dell&#8217;altro. Difficile è discriminare come e quale sia la componente che sostanzi e condizioni l&#8217;altra essendo questo processo una questione di punteggiatura e quindi arbitrario perchè relativo al punto in cui si inizia ad osservare il fenomeno oggetto di interesse.</p>
<p>Se siamo attenti ad analizzare i nostri comportamenti con questa lente diventa facile ritrovare dentro i servizi di cura, siano essi pubblici o privati, Ospedali, Dipartimenti di Salute Mentale, Dipartimenti di Dipendenze Patologiche o Comunità Terapeutiche, molti stereotipie stigmatizzanti che inquinano il processo terapeutico e nulla hanno a che fare con la &#8216;cura&#8217;.<br />
Ma come riconoscere tutto questo? Una strada percorribile, come abbiamo già detto, potrebbe essere la decodifica del linguaggio e la decostruzione dei paradigmi comportamentali degli operatori laddove si ritrovano le istanze espulsive e pregiudiziali, troppo spesso negate o rimosse.</p>
<p>Molto ci sarebbe da dire sui giudizi che circolano in modo copioso nei servizi. Durante tutta la nostra formazione ci è stato insegnato che il giudizio è estraneo al lavoro terapeutico. Esso dovrebbe essere temuto da tutti coloro che si occupano dei processi di cura, soprattutto se la professionalità è definita dal termine &#8216;psichè&#8217;. Mi riferisco in particolare allo psicologo, allo psichiatra, allo psicoterapeuta, allo psicoanalista e a tutte le altre figure affini che operano nel privato sociale o nel terzo settore. Ma torniamo al nostro ragionamento.</p>
<p>Si è detto che per confermare l&#8217;ipotesi sulla eventuale presenza di pregiudizi nelle condotte dei sanitari si devono individuare i dispositivi atti a rilevarli. In questo senso si intende utilizzare il concetto dell&#8217;emergente , derivato dalla concezione operativa . Sono emergenti gli enunciati verbali significativi utilizzati nelle pratiche di cura che, interpretati secondo il modello della concezione operativa, rimandano ai contenuti latenti e impliciti che costituiscono lo schema di riferimento individuale e collettivo<br />
( Ecro, secondo il modello della concezione operativa). In quanto tali le istanze latenti non sono coscienti agli operatori ma presumibilmente sono rimosse con meccanismi di scissione e di negazione.</p>
<p>&#8220;Tutti a lavorare. Ci vogliono le maniere forti. Saprei io come fare. Non è possibile trattare con quella gente. Non guariranno mai. etc&#8230;&#8221; sono le frasi più comunemente in uso anche tra tutti coloro che svolgono un ruolo di cura. Possiamo considerarli l&#8217;emergente dell&#8217;implicito che sottende agli atteggiamenti formalmente corretti del dell&#8217;operatore i quali, al contrario, rimandano a contenuti di rifiuto e di stigma del tossicodipendente di cui si è ampiamente detto a proposito dei pregiudizi.</p>
<p>Tutto ciò ha una ricaduta sui pregiudizi interiorizzati dai soggetti affetti da dipendenza patologica. La autopercezione si modifica al punto che lo stesso pregiudizio, espresso a livello sociale, partecipa prepotentemente alla strutturazione e alla rappresentazione della immagine e, in ultima analisi, alla costruzione del Sé dello stesso tossicodipendente .</p>
<p>Egli si identifica con gli stereotipi della collettività e del senso comune tanto da non percepirsi come persona malata e bisognosa di trattamento sanitario bensì come criminale. Anche qui se analizziamo il linguaggio appare curioso con quanta frequenza il tossicodipendente, rivolgendosi all&#8217;operatore sanitario o di comunità all&#8217;interno di un trattamento, usi frasi del tipo &#8220;mi spiace, anche questa volta mi sono comportato male o non ho fatto il bravo&#8221; intendendo in tal modo giustificarsi per l&#8217;uso recente di sostanze stupefacenti. Adotta lo stesso linguaggio e lo stesso percepito che detta il senso comune, che utilizza il benpensante così come è diffuso dall&#8217;ideologia dominante. L&#8217;istanza di base permane di fatto di stampo moralistico.</p>
<p>E&#8217; pertanto difficile credere che non ci sia una stretta interdipendenza tra questi fenomeni. Se li osserviamo in relazione al costrutto concettuale della concezione operativa e della teoria sistemica, questi fenomeni ci rimandano all&#8217;ipotesi già espressa all&#8217;inizio per cui il tutto si configura come un processo governato e determinato da un meccanismo di circolarità che si autoconferma e si riproduce.</p>
<h3>I pregiudizi negli operatori, nella famiglia e nel tossicodipendenteinformano la nostra idea di malattia.</h3>
<h4>Funzione e ruolo</h4>
<p>Si è visto come i pregiudizi e gli stereotipi si cristallizzano nelle strutture linguistiche; ora è doveroso analizzare come a poco a poco si attribuisce loro una valenza scientifica ed una coerenza logico-formale invadendo i vari contesti di vita e di cura per chiederci quale sia il senso di tutto ciò. In questo caso analizziamo il rapporto tra lo psichismo individuale e il sistema sociale nell&#8217;ottica di una psicologia sociale che si interroga anche sui complessi rapporti tra ideologia dominante e i processi psichici, sul concetto di malattia e di cura in quanto derivato storico e sociale .</p>
<p>Si è detto che i pregiudizi esistono in tutti noi e in parte contribuiscono a strutturare la nostra soggettività; ne deriva che anche la nostra idea di malattia ne è in gran parte condizionata così come le modalità di trattamento e di cura conseguentemente messe in atto.</p>
<p>La rappresentazione della dipendenza patologica da sostanze tossiche è derivata da rappresentazioni simboliche, in parte di derivazione moralistica e in parte scientifica, e sostenuta da teorie di stampo organicista e psicologista. Queste stesse rappresentazioni, che includiamo nella categoria degli stereotipi, si riversano sull&#8217;immaginario collettivo fino ad interessare gli stessi soggetti, le famiglie, gli operatori e perfino gli studiosi e gli scienziati del settore.</p>
<p>Sappiamo che questo fenomeno è ricorrente nella storia; basta ripensare alle teorie lombrosiane che hanno sostenuto &#8220;scientificamente&#8221; la tesi per cui esiste una correlazione tra il &#8216;cafone brigante&#8217; e certe conformazioni antropo-morfologiche, oppure alle teorie sulla &#8216;purezza della razza ariana&#8217; per ritrovare quale e quanta interdipendenza esista tra scienza e politica e verificarne poi gli effetti tragicamente nefasti che ne sono scaturiti .</p>
<p>Ma torniamo ai pregiudizi per valutare quanto incidono sulla nostra vita oggi. Facendo parte strutturalmente del nostro linguaggio dobbiamo, per la natura performativa dello stesso, comprenderne la struttura, la cristallizzazione e la istituzionalizzazione all&#8217;interno dei nostri comportamenti. E dall&#8217;altro studiare come si realizza il processo, inconsapevole, attraverso cui trasformiamo i pregiudizi in principi teorico-scientifici attribuendo loro il carattere feticistico della razionalità e della scientificità. Ed il gioco è fatto.<br />
A ben vedere però le teorie così dette &#8221; scientifiche &#8221; sul consumo, abuso di droghe sono spesso decontestualizzate e totalmente prive di una cultura storicizzante. Si assiste infatti nella scienza ufficiale ad una sorta di generalizzazione di stampo riduzionistico ed omologante, in una sorta di conformismo globalizzante, dove si perdono le specificità culturali di comunità e di culture con approcci religiosi, magici e simbolici diversi .</p>
<p>Si pensi ad esempio ai rituali della transe e a molte liturgie sciamaniche dove la peculiarità ed il senso di taluni comportamenti, sono spesso legati all&#8217;assunzione di droghe. Ma ciò ha un senso ed un valore all&#8217;interno di quelle stesse culture, diverse dalla nostra, su cui non è lecito alcuna interpretazione né giudizio pena l&#8217;assunzione di un atteggiamento etnocentrico-eurocentrico veramente imbarazzante. Va infatti sottolineato come il rapporto tra cultura e sostanze psicotrope, nei contesti &#8220;altri&#8221;, è perfettamente integrato ed integrante e non è lecita alcuna interferenza di stampo neocoloniale che legittimi interpretazioni ed interventi di tipo repressivo.</p>
<p>Al contrario, nella cultura occidentale, si sono create nuove credenze e nuovi miti scientifici, del tutto astorici e acontestuali, che hanno selezionato e strutturato un linguaggio congruo e adeguato per sostenere in modo assoluto e acritico solo la condanna all&#8217;uso di psicotropi con poca attenzione al ruolo che questo comportamento gioca all&#8217;interno della cultura occidentale in questo periodo storico e alle nostre latitudini. Questa mancanza o meglio questo evitamento di comprensione è l&#8217;altra faccia del pregiudizio che, nel divieto e nella condanna, diventa paradossalmente elemento di rinforzo alla condotta tossicomanica contro cui il potere istituito dichiara di voler &#8220;combattere&#8221;. ( Interessante il linguaggio mutuato dal gergo militarista, machista e guerrafondaio)<br />
Come meta del nuovo pellegrino laico, che assume un atteggiamento di sudditanza e di acritica acquiescenza rispetto a tutto ciò che viene mistificato sotto l&#8217;egida della scienza, nasce così la &#8216;teoria scientifica&#8217; a cui fa seguito tutta una abbondante produzione di articoli scientifici, libri, convegni, protocolli di cura, farmaci, trattamenti e formazione di personale specifico con tutto il relativo business. Accade per la tossicodipendenza, così come per la malattia mentale e la malattia in genere: il concetto di malattia è strutturalmente implicato e inficiato dall&#8217;ideologia corrente o, come si diceva una volta, dominante.</p>
<p>La scienza e la religione si mettono al servizio dell&#8217;ideologia e ricercano un linguaggio, dei modelli esplicativi per giustificarla. Non esiste una scienza neutra e non implicata da qualcosa altro da sé.</p>
<p>Confusi e distratti da tutto ciò si perdono di vista gli elementi estremamente importanti che sottostanno all&#8217;ideologia stessa. Ad esempio i processi economico-produttivi che regolano la società e la comunità globale i quali, a loro volta, determinano e guidano le scelte in tema di politica sanitaria. Non si può infatti tralasciare né dimenticare che esistono processi economici, finanziari e commerciali che fanno della droga un mercato che, in quanto tale, è regolato dalla dinamica della domanda e dell&#8217;offerta.<br />
E&#8217; talmente ovvio e banale ma vale la pena ricordare che la droga si vende e si acquista; c&#8217;è un utile e un interesse economico non solo nell&#8217;ambito dell&#8217;illegalità ma anche in quello legale che troppo spesso si evita di prendere in considerazione.<br />
Le istituzioni di cura e di ricerca scientifica, le case farmaceutiche, i servizi sanitari con tutto l&#8217;organico di persone che vi operano, gli organi di polizia, le commissioni parlamentari, gli studiosi del settore sono tutti coinvolti in un circuito economico che, a prescindere dal mandato istituzionale, rappresenta un sistema di interesse speculativo a sé stante e autoalimentatesi.<br />
Si deve assolutamente conoscere e pensare a ciò con serenità&#8230; ma anche con spirito critico. Noi, operatori dei servizi addetti alla cura, dobbiamo contribuire a smascherare queste dinamiche e i falsi miti per non diventare gli sciamani o i sacerdoti di questa ideologia che ci ripugna.</p>
<p>Affrontare queste tematiche significa porre una serie di problemi che debbono essere inquadrati nell&#8217;ambito della psicologia sociale, al fine di dare una risposta al quesito sulla funzione ed il ruolo del pregiudizio. Quale è il rapporto di circolarità esistente tra il sentire comune e la cultura istituita all&#8217;interno del sistema?</p>
<p>Pensiamo che la funzione svolta dal pregiudizio sia quella di evitamento e copertura del conflitto, in ambito sociale ed individuale, con la conseguente incapacità a gestire l&#8217;ansia che ne consegue. Il conflitto assume diverse valenze, si manifesta con diverse sembianze e si colloca in diversi ambiti.</p>
<p>Implica questioni di potere e di dominio non risolto che un certo tipo di società ha tutto l&#8217;interesse a mantenere tale senza determinarsi in una risoluzione di cambiamento.</p>
<p>Facciamo riferimento al conflitto intrapsichico per ciò che attiene alla dinamica tra la pulsione di vita e la pulsione di morte che l&#8217;individuo non riesce più ad elaborare o, ancora peggio, con cui non riesce neanche a confrontarsi.</p>
<p>Facciamo riferimento al conflitto generazionale tra i padri (assenti, evaporati nel loro ruolo classico ma tuttavia ancora presenti in qualche modo) e i figli, in cui l&#8217;assenza di una elaborazione costante sul limite e sulla castrazione produce confusione e incapacità nell&#8217;espressione del desiderio, con tutti i conseguenti problemi nello strutturare legami e vincoli tra sé e l&#8217;altro.</p>
<p>Facciamo riferimento al conflitto sociale tra una maggioranza della popolazione sempre più impoverita e sfruttata e la sua controparte che gode di un aumento esponenziale della concentrazione della ricchezza nelle proprie mani.</p>
<p>Facciamo infine riferimento all&#8217;appiattimento del conflitto di genere dove tutto tende a ricomporsi in una sorta di recupero della mitologia del maschio padrone, sultano, che si circonda di belle odalische beate della sua presenza.</p>
<p>E&#8217; lecito pertanto ipotizzare che la condizione di dipendenza da sostanze tossiche possa essere un sintomo, un indicatore, che segnala tutte queste difficoltà e sofferenze laddove una società non è più in grado di gestire le esigenze dei singoli e delle comunità né di corrispondere ai bisogni di base. Allo stesso modo può costituire anche, in quanto emergente, il punto di partenza di analisi socio-istituzionali sulla complessità e sulle contraddizioni all&#8217;interno del nostro vivere quotidiano. Questa incapacità d&#8217;altronde non è una conseguenza casuale bensì organizzata e pianificata rispetto al sistema di valori che la società persegue. Attraverso il processo di codificazione, di reificazione e di mercificazione essa lascia intravedere e sviluppare i nuovi miti che sono il consumo e la produzione, funzionali al sistema capitalista post-moderno.</p>
<p>L&#8217; indicatore di benessere sociale, cui si tende attualmente a fare riferimento per rilevare l&#8217;andamento e lo stato di salute del singolo e della collettività, è la capacità di acquisto di beni di consumo. L&#8217;equazione è semplice: più compri e più sei felice. Essa diventa assioma e quindi unità di misura dello status sociale e della felicità.</p>
<p>Ne consegue l&#8217;effetto paradosso per cui lo stesso schema indica sia il percorso di guarigione sia il percorso che fa ammalare. &#8216;Comprare la droga&#8217; e &#8216;comprare le cose&#8217; è giusto perché fa stare bene, dà felicità.</p>
<p>Queste frasi che diventano poi comportamenti hanno un comune denominatore nell&#8217;acquisto; cambia l&#8217;oggetto ma permane l&#8217;identificazione tra acquistare ed essere felici. Non importa se nel caso degli stupefacenti ciò che acquista è una felicità chimica. D&#8217;altronde l&#8217;ipotesi che la teoria consumistica sia alla base di un processo di autodistruzione e di trasformazione antropologico-sociale è da molti autori già da tempo sostenuta ed elaborata seppure poco accolta e condivisa ( cfr. P. P Pasolini).<br />
Questa complessità ed ambiguità è funzionale alla società dei consumi capitalistica postmoderna che, essendo determinata da istanze economiche e produttive, deve soprattutto rispondere a logiche di mercato.</p>
<p>Le droghe sono innanzitutto oggetto di consumo, merce da immettere nel mercato, anche e soprattutto quando assumono forme e sembianze riparatrici, di cura, come nel caso dei farmaci sostitutivi o agonisti degli oppiacei. La società occidentale ne fa un largo uso nei servizi specialistici, fino a celebrarne le qualità terapeutiche forse in modo esagerato seppure non è lecito misconoscerne la indubbia utilità. E questo con grande piacere e riconoscenza da parte delle case farmaceutiche produttrici. Poi il mercato si affina, assume altre forme e si insinua dentro ciò che di primo acchito potrebbe sembrare lontano da una logica produttivista e mercantile, fino a corrompere il trattamento psicoterapeutico che d&#8217;altro canto continua a proliferare in una molteplicità di approcci, troppo spesso approssimativi e selvaggi.</p>
<p>E&#8217; lecito chiedersi se l&#8217;operatore sanitario, che prescrive farmaci o fa psicoterapia, sia consapevole del giro d&#8217;affari in cui è implicato o, se ingenuamente, sia preso in un circuito di cui spesso ignora la portata in termini di volume di capitale economico-finanziario coinvolto.</p>
<p>Se invece si osserva il fenomeno della dipendenza patologica dal punto di vista comunitario e ci si avvale anche delle conoscenze di discipline antropologico-sociali si può ipotizzare che la dipendenza da sostanze tossiche sia una risposta al malessere di chi non si riconosce in meccanismi sempre più alienati e alienanti.</p>
<p>Il piacere, o meglio il divertimento, si trasforma in una industria e si assiste al proliferare di aziende deputate ad organizzare la grande mistificazione per cui esistono addetti alla realizzazione della grande orgia pianificata del divertimentificio. Questi non-luoghi del divertimentificio diventano il rifugio-cuccia di chi non ha molte prospettive per il futuro in termini di pienezza dell&#8217;essere, di chi non sa cosa è il piacere profondo, di chi ha perso la capacità di stare in relazione perché vive in una società sempre più individualista dove è facile perdere il contatto con se stesso e con l&#8217;altro.</p>
<p>D&#8217;altra parte però l&#8217;inganno, o meglio l&#8217;ambiguità insita nelle sostanze psicotrope, sta nel fatto che la droga può assopire o eccitare facendo perdere il contatto con le proprie emozioni di scontento e di ribellione. Si determina così un effetto paradosso: il sistema dichiara su un piano manifesto di voler cambiare le cose, poi di fatto mantiene il proprio equilibrio proprio grazie agli effetti determinati dalle sostanze psicoattive sulla popolazione giovanile, addormentandola o distraendola.</p>
<p>Il fine dichiarato nelle politiche sanitarie o preventive è di modificare un certo modo di vivere e di stare al mondo, nei fatti questa politica in genere e l&#8217;approccio sanitario lo favorisce o addirittura lo incrementa. Vanno letti e interpretati in tal senso i processi e le economie di alcuni zone del mondo che si reggono sulla produzione e sulla lavorazione delle sostanze primarie di base, le guerre, comprese quelle umanitarie che rispondono sempre a logiche di mercato e di produzione, per poi arrivare al business delle politiche repressive e di cura.</p>
<h3>I soggetti, i gruppi , le istituzioni e le comunità sono lo specchio di un sistema produttivo.</h3>
<p>Rompere l&#8217;adattamento ad un dogma, dare spazio alla critica del pregiudizio e aprire una riflessione ampia su tale complessità diventa disfunzionale al sistema vigente e viene perciò censurata ed evitata. Il sistema pianifica la riproduzione ideologica di istanze e di contenuti ritenuti funzionali per mantenere incontaminata la logica economica ed efficientista su cui si fonda e si perpetra il sistema capitalistico post moderno, su cui poi si instaura la ripetizione, la stereotipia dei pregiudizi.</p>
<p>Riteniamo che l&#8217;unico modo per contrastare e arginare questo meccanismo sia cooperare e pensare assieme. Le situazioni conflittuali e i certi meccanismi debbono essere pensati al fine di &#8216;trasformare in dialettiche le situazioni dilemmatiche&#8217;, come diceva Pichòn Rivere. La distruzione degli stereotipi ci potrà permettere di uscire dal pensiero conformista e dalla prigione che blocca i sentimenti e la creatività e, in quanto operatori, intacca il nostro ruolo di promotori di un cambiamento sia sul versante individuale che su quello comunitario e istituzionale.</p>
<p>In tal modo si può recuperare quella soggettività e quella funzione etica che, a nostro parere, costituiscono parte integrante e indissolubile della funzione di un operatore delle dipendenze patologiche e dei servizi sanitari in generale. Sappiamo che questa posizione potrebbe non essere condivisa da molti e potrebbe essere avversata con l&#8217;affermazione per cui tale approccio rappresenta un atteggiamento e un modo spurio di pensare al proprio lavoro.</p>
<p>Noi però rivendichiamo proprio questa specificità, la nostra prospettiva partigiana e l&#8217;implicazione etica di tutti coloro che svolgono lavori di cura, in particolare nel settore della salute mentale e delle dipendenze patologiche. Questo campo di intervento comporta di necessità competenze e contaminazioni di tante discipline quali quelle sociali, antropologiche, mediche, tossicologiche, culturali e filosofiche tra cui valutazioni e scelte di carattere etico.</p>
<p>Ma in ultima analisi esiste una professione o un ruolo che si possa esimere dal considerare anche le questioni etiche? Pensiamo decisamente di no.</p>
<p>Se accettiamo e affermiamo che la prevenzione è la scienza del &#8216;progettare, comprendere ed analizzare le cause multifattoriali della malattia e della salute&#8217;, allora dobbiamo assolutamente ribadire la necessità di una riflessione continua sui sintomi della salute come punto di forza per provocare il cambiamento, quel cambiamento che rappresenta il fine ultimo verso cui tende proprio la prevenzione stessa.</p>
<p>Noi operatori, assunti coscientemente il ruolo e il compito che siamo chiamati a svolgere dalla società, dobbiamo senza timore schierarci. O si va nella direzione radicale e vera di un agire per il cambiamento, quindi prevenzione e produzione di salute o si implode nella gestione della malattia che equivale a essere produttori di morte.</p>
<h2>Bibliografia</h2>
<p>Bauleo J. Armando, Ideologia , gruppo e famiglia, Feltrinelli;<br />
Curcio R, Razzismo ed indifferenza, Sensibili alle foglie;<br />
Deleuze G. e Guattari F., L&#8217;Anti &#8211; Edipo, Einaudi ;<br />
Fouacault M. , Le parole e le cose, Rizzoli;<br />
Boumard P, Lapassade G, La normalità della dissociazione, Sensibili alle foglie;<br />
Bateson J , Ruesch J, La matrice sociale della psichiatria, Il Mulino;<br />
Bleger J, Psicoigiene e psicologia istituzionale, Lauretana ;<br />
Freud S, Psicologia delle masse e analisi dell&#8217;Io, Feltrinelli;<br />
Lourau R, La chiave dei campi, Sensibili alle foglie;<br />
Pasolini P.P, Lettere luterane,Einaudi;<br />
Recalcati M., L&#8217;uomo senza inconscio, Cortina;</p>
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		<title>Tra identità e soggettività. Analisi di un processo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Barazzoni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[L’intento di questo lavoro è quello di analizzare e riflettere sul processo che si è sviluppato durante la realizzazione del progetto di prevenzione promosso dal DDP ( Dipartimento Dipendenze Patologiche) di Senigallia in un CSOA (Centro Sociale Autogestito) della stessa &#8230; <a href="https://bleger.org/tra-identita-e-soggettivita-analisi-di-un-processo/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’intento di questo lavoro è quello di analizzare e riflettere sul processo che si è sviluppato durante la realizzazione del progetto di prevenzione promosso dal DDP ( Dipartimento Dipendenze Patologiche) di Senigallia in un CSOA (Centro Sociale Autogestito) della stessa città nel periodo compreso tra il 2008 e il 2009, nel corso di 8 mesi di lavoro.</p>
<p>Il progetto, nella sua elaborazione e realizzazione, ha utilizzato l’approccio teorico concettuale e le metodologie della concezione operativa ; per la riflessione e la elaborazione si farà riferimento ai contributi delle teorie elaborate da M .Foucault e dal movimento femminista fino a J. Butler.</p>
<p><span id="more-6"></span></p>
<p>I concetti che ci aiuteranno nello sviluppo del discorso saranno dunque gli assunti di base della concezione operativa quali emergente, vincolo, ecro e i concetti di potere, sapere e soggettivizzazione sviluppati da M. F così come quelli della differenza di genere da L Irigaray, della disfatta di genere e di critica della concezione etica di J. Butler.<br />
Queste teorie convergono su alcuni punti mentre si differenziano sostanzialmente in molti altri;</p>
<p>M. Foucault , L. Irigaray e J. Butler oppongono una forte critica alla psicoanalisi come strumento e tecnica di controllo, di potere e di pensiero unico ma è altrettanto evidente , nelle loro teorie, il riconoscimento al valore svolto dalla parola , dalla relazione , dalla sessualità nel processo di costruzione del Sé che richiamano e riprendono i costrutti di base della psicoanalisi a cui tutti gli autori citati , in qualche modo e loro malgrado, fanno riferimento.</p>
<p>Sarà soprattutto recuperato il concetto hegeliano del Sé non per arrivare, come conclude Hegel, ad un pensiero unico, totalizzante e assoluto ma ad una condizione di apertura “non definita” che presuppone un costante atteggiamento “critico”, come sostiene J. Butler.</p>
<h3>Inquadramento ed Emergenti del progetto di Prevenzione</h3>
<p>Il progetto è stato realizzato nel periodo compreso tra il 2008 e il 2009, all’interno dei programmi di prevenzione elaborati dal DDP di Senigallia con finanziamenti ministeriali. L’obiettivo dichiarato era di conoscere e stabilire un legame tra servizi e istituzioni con mandati e compiti diversi.</p>
<p>Il DDP ha un mandato istituzionale di cura e prevenzione rispetto all’uso di sostanze stupefacenti , il Centro Sociale Autogestito ha un compito politico culturale e quindi con presupposti fondativi diversi dalla cura ma, proprio per i processi che si sviluppano al suo interno, promuove di fatto la “cura del Sé “come direbbe M. Foucault.<br />
Il CSOA aveva già , al suo interno, un laboratorio-gruppo di lavoro sulle droghe a chiaro orientamento antiproibizionista.</p>
<p>Gli obiettivi da perseguire nel progetto erano pertanto così sintetizzabili:</p>
<ul>
<li>A ) conoscenza reciproca di istituzioni e realtà diverse,</li>
<li>B) costruzione di un vincolo tra le due istituzioni,</li>
<li>C) elaborazione comune e condivisa di un eventuale successivo progetto rivolto alla popolazione giovanile così detta “ a rischio” frequentatrice dei Centri Sociali e, se possibile, a tutta la popolazione giovanile di Senigallia.</li>
</ul>
<p>La specificità ed il presupposto del progetto , nella elaborazione degli operatori del DDP, era di non essere un prodotto preconfezionato ed elaborato da una istituzione del settore . Ciò avrebbe consentito di contenere ed arginare i rischi di esportare una cultura definita, adultizzata e standardizzata in materia di tossicodipendenza per ridurre al minimo una fisiologica tendenza ad effettuare una operazione di manipolazione, adattamento , controllo ed omologazione a norme e a codici istituiti e stereotipati.</p>
<p>Si sono realizzati nove incontri tra gli operatori del DDP e i frequentatoti del CSOA nelle sedi del DDP stesso e presso i locali del CSOA . Il DDP e il CSOA si sono posti in modo diverso in relazione al compito. Il DDP, in quanto servizio di cura e prevenzione, ha proposto e raccontato le proprie istanze scientifiche sulle sostanze psicotrope , sui trattamenti e sulla legislazione in materia; il CSOA , come istituzione politica e culturale , ha proposto e narrato la sua cultura rispetto all’uso di sostanze , ai comportamenti ed ai vissuti.</p>
<p>A questo punto , in termini faucoltiani , si potrebbe porre un primo quesito: le due istituzioni sono paritetiche rispetto al potere, ai mandati, alle risorse economiche, all’organizzazione e se esiste una asimmetria come questa ha giocato un ruolo nella dinamica interistituzionale; a favore di chi, per quali scopi e a quale prezzo?</p>
<p>In altri termini, secondo il modello della concezione operativa, si trattava di fare incontrare un ecro ( DDP) con un altra ecro (CSOA), in una condizione di totale apertura e permeabilità con il fine di promuovere la costruzione di una nuova ecro ricombinata, come direbbe L Montecchi.</p>
<p>Le finalità di massima erano dichiarate ma si apriva un processo il cui esito poteva e doveva, per i presupposti, non essere definibile.</p>
<p>Altro problema interessante è se una istituzione sanitaria può essere profondamente aperta ad un lavoro di de-costruzione e di de-istituzionalizzazione come effettivamente dichiara negli intenti.<br />
Ma ritorniamo alla descrizione del progetto e accenniamo ai dispositivi attivati e alle scelte metodologiche.</p>
<p>Dal punto di vista metodologico il DDP aveva deciso di utilizzare il metodo etnografico con la registrazione , tramite un diario tenuto da un operatore del DDP , di tutti gli accadimenti avvenuti negli incontri. Nella fase preliminare c’era stata una negoziazione attivata dagli operatori del DDP con i leaders del CSOA ( due giovani donne di circa 20 anni) che hanno promosso e permesso gli incontri. Si sottolinea che , in maggioranza, l’identità di tutti gli attori promotori del progetto è di sesso femminile; il diarista e i “ragazzini” di sesso maschile.</p>
<p>L’appellativo di “ragazzini” , utilizzato nelle comunicazioni tra i vari integranti e dalle leaders del Centro Sociale, è stato nettamente rifiutato dagli stessi allorché usato dagli operatori per riferirsi a loro. Si può considerarlo un emergente della disparità di ruolo che veniva nettamente rifiutata dai frequentatori del CSOA nell’intento di recuperare una posizione di parità che avrebbe altrimenti avrebbe potuto “giocare” negativamente nella dinamica di potere?</p>
<p>Negli incontri c’erano quattro operatori del DDP e circa 10/12 “ragazzini”del CSOA , già operativi nel Laboratorio Antiproibizionista del Centro Sociale.</p>
<p>Ci pare interessante sottolineare altri elementi di disparità tra le due istituzioni rispetto ai ruoli , alle identità e all’età anagrafica dei soggetti che costituiscono senza dubbio un elemento di ricchezza per la eterogeneità rispetto al compito ( J.Bleger).</p>
<p>Gli operatori hanno tutti una età superiore ai 40 anni, un ruolo sociale e professionale definito ed autorevole; i giovani del CSOA hanno meno di 20 anni , sono in maggioranza studenti e, per dirla come i più recenti antropologi analisti istituzionali che hanno studiato realtà marginali ed il fenomeno della dissociazione, una identità plurima e frammentata. Le stesse variabili possono svolgere una funzione diversa, al limite della perversione , se riferite alla categoria sopra indicata del potere; come hanno funzionato, chi ha esercitato l ‘autorità, chi si è assoggettato e come ha giocato, nel suo complesso, l’asimmetria ?</p>
<p>In questo caso , a differenza di un setting psicoterapico, l’asimmetria non era intenzionalmente voluta e pensata.</p>
<p>M .F. afferma che non ha senso porre la convenzionale domanda teorica “cosa è il potere?”</p>
<p>Possiamo solo chiederci come lavora il potere, che forma assume in questa e in questa altra pratica, cosa fa?</p>
<h3>Emergenti</h3>
<p>In particolare si vuole fare riferimento agli emergenti dell’ultimo incontro, seppure il processo risulta ancora aperto e non concluso.</p>
<p>Pichon Riviere(1985) parla di epistemologia convergente quando le differenze di realtà , istituzioni e soggetti eterogenei convergono su un unico compito , riescono a produrre un “pensiero” superando gli ostacoli epistemici, cognitivi ed affettivi e determinano così un clima operativo produttivo. In questi gruppi si può abbattere il pregiudizio , moltiplicando i processi di autogestione ed autoorganizzazione (L. Montecchi).</p>
<h3>Incontro conclusivo (maggio 2009)</h3>
<p>1° emergente “Nel centro c’è un po’ di chiusura mentale, anche tra i compagni (quello delle droghe) è un terreno scivoloso. Il confronto non è sempre semplice, ci vuole un periodo di preparazione, confronto interno preludio a quello esterno.”</p>
<p>2°Emergente “Se lo avessimo fatto subito la discussione sarebbe morta perché non eravamo costruiti come gruppo, che richiede molta rielaborazione personale. Qui si chiede di cambiare modo di pensare. L’antiproibizionismo richiede un cammino più lungo, combattere i nostri pregiudizi, è come la sessualità , tematiche che ti coinvolgono a livello personale.”</p>
<p>3° emergente “C’è una certa schizofrenia anche all’interno del CSOA, contenitori di teorie e pratiche,”</p>
<p>Negli emergenti c’è la consapevolezza che le problematicità non sono solo fuori ma anche dentro il CSOA e dentro ogni integrante; diventa necessario il confronto con gli altri e con gli stereotipi interiorizzati. Nel tempo si è rafforzata l’appartenenza come gruppo di lavoro , la coscienza della necessità di un lavoro per la crescita personale e collettiva. Si parla di cambiamento.</p>
<p>L’istanza resistenziale la si può cogliere nel rifiuto di parlare del personale, dei propri comportamenti legati all’uso di sostanze e nella tutela della sfera privata . Si potrebbe pensare che c’era la paura del giudizio e dello stigma da parte degli “esterni” e qui si aprirebbe tutta quella complessità del “dire vrai” elaborata da Foucault negli ultimi anni della sua vita. A chi? Che uso ne farà delle mie parole ? Quale è il prezzo?</p>
<p>Nell’ultimo emergente affiorano le difficoltà ad integrare la teoria con la pratica , infatti parlano dei meccanismi di scissione utilizzati all’interno del CSOA.<br />
Soggettività e Assoggettamento</p>
<p>Nel progetto sopra descritto si è realizzato un processo interessante secondo lo schema di riferimento della concezione operativa ma tutta l’attenzione è centrata sull’oggetto , inteso come CSOA. In termini psicodinamici ci si potrebbe chiedere come ha agito il controtransfert istituzionale . Di fatto non c’è ancora stato una parallela analisi e riflessione all’interno del DDP. Cosa è successo all’interno della istituzione di cura , come questa esperienza ha modificato, se ha modificato, gli stereotipi degli addetti ai lavori sui frequentatori dei centri sociali , sul loro rapporto con le sostanze stupefacenti?</p>
<p>Per pensare a questa esperienza con un’altra ottica e per introdurre la categoria dell’etica mi interessa utilizzare uno dei concetti centrali elaborati da J Butler nel suo libro “Critica alla violenza etica” e cioè il concetto della “scena interlocutoria”.</p>
<blockquote><p>“Se mi racconto e do conto di me in risposta a questa domanda , sono implicitamente implicata in una relazione con l’altro di fronte al quale e con il quale parlo. In altre parole , io arrivo a essere soggetto riflessivo nel contesto specifico in cui elaboro un resoconto di me, perché “convocata “ da qualcuno e spinta a mia volta a interpellare chi mi ha chiamato in causa.” (pag 25 J . Butler)</p></blockquote>
<blockquote><p>“…Il sé deve apparire per poter costituire se stesso e può farlo solo nel quadro di una scena interlocutoria e cioè all’interno di una relazione specifica e socialmente costituita.” (pag151 J. Butler ).</p></blockquote>
<p>Negli incontri gruppali si è determinata una condizione di interrogazione , un esterno che interroga l’altro e gli chiede ragione dei suoi comportamenti. Secondo la filosofa americana solo l’attivazione di una situazione di questo tipo permette di capire e di comprendere la propria e l’altrui posizione ; interrogarsi interrogando l’altro produce e determina coscienza di Sé: dove sono , cosa sto facendo , cosa mi spinge e mi motiva ad agire in un certo modo.</p>
<p>Inoltre se applichiamo alla relazione tra questi due soggetti istituzionali le categorie concettuali del pensiero femminista della differenza di genere questa relazione potrebbe configurarsi come una relazione intersoggettiva , per dirla con le parole di L. Irigaray. La relazione intersoggettiva impone una situazione di orizzontalità tra due soggetti (Io e Tu), tipica della cultura femminile e diversa dalla relazione che attiene alla cultura maschile tra Io (soggetto) e Tu (oggetto). Nell’ipotesi di una relazione intersoggettiva si producono cambiamenti in entrambi i termini della relazione, se ciò non accadesse sarebbe di nuovo il reiterarsi di una pratica di sopruso e di omologazione .</p>
<p>La cultura maschile comporta, a detta della pensatrice femminista francese , una differenza di genere sostanziale rispetto a quella femminile; come abbiamo già detto prevede una relazione tra un Io e un Tu oggetto , spesso di sottomissione e dominio, tesa all’appropriazione e integrazione dell’altro.</p>
<p>Tutte le istituzioni sono di genere maschile caratterizzate da sottomissione, fortemente gerarchizzate e luoghi di espressione di dominio. Nell’ottica del pensiero femminista condividiamo e accogliamo l’istanza che solo l’intersoggettività può permettere di rispettare l’altro per acquisire consapevolezza “ dei miei atti e della mia azione e diventare eticamente significativa” . Sono parole di J Butler la quale sostiene che solo attraverso la narrazione del nostro agire e delle nostre azioni morali si può conquistare una tensione etica.</p>
<p>Poste queste premesse ci sembra di poter rilevare che il “ governo” e l’esito del processo avviato dal progetto rappresenti l’elemento di inquietudine . Si ha timore che prevalga uno specifico maschile dell’istituzione sanitaria affossando una intenzionalità tutta femminile tesa allo sviluppo di una orizzontalità fra le istituzioni in gioco. Ci preoccupa la differenza di potere e sapere socialmente riconosciuti fra le due istituzioni ; si attribuisce una credibilità e un ruolo sicuramente più forte ad una istituzione accreditata e depositaria di conoscenze quale è un servizio sanitario rispetto ad un centro sociale percepito e vissuto, dai più, come luogo di concentrazione di marginalità, ribellione , caos e inoltre ci chiediamo se questo stereotipo sia interiorizzato e agisca anche dentro gli operatori.</p>
<h3>La responsabilità e l’etica</h3>
<p>Ad un certo punto M. Foucault , ponendosi il problema della verità e della riflessività , introduce la questione etica in quanto il tema del potere e della verità sono intimamente legati . Sostiene che non si può dare conto di sé e delle proprie azioni senza chiamare in causa il potere . In questa direzione si inserisce J . Butler affermando che la richiesta etica è anche una questione politica e l’etica finisce per compromettere la propria credibilità quando non diviene critica.</p>
<p>Noi pensiamo che ogni nostro agire sia un problema etico, come persona e come operatore; la sfera professionale non può prescindere da considerazioni etiche e politiche .</p>
<p>Abbiamo già ampiamente detto che la condizione interlocutoria è la condizione che sollecita la riflessività perché è solo attraverso il discorso di qualcun altro si è indotti a riflettere su di sé. Se non c’è una condizione interlocutoria si determina confusione che annulla la mia e altrui tensione etica , si assiste ad una accettazione a-critica e ad un moralismo perbenista , conformista ed omologante . In molte situazioni di incontro sembra piuttosto di assistere ad una lezione di “bon ton” salottiero o a una riproposizione volgare ed oscena di una evangelismo di bassa lega.</p>
<p>L’ accettazione formale e buonista , di fatto, non produce tensione verso il cambiamento .</p>
<p>Il cambiamento va inteso in senso etico, evolutivo e invece troppo spesso si inscena una farsa tra i soggetti attori; nelle relazioni interpersonali, affettive, amorose e lavorative impera questa attenzione epidermica ad un “sapere stare in relazione” indipendente da una vera tensione relazionale in cui si è disposti a farsi “toccare” dall’esterno. Questa espressione viene usata nel senso della corporeità , per dare maggior valore ad un avvicinamento profondo, intimo. Tutto questo accade anche nelle operatività di servizi di cura e sociali dove ci si conforma ai dettami in voga facendo riferimento alla “ integrazioni di istituzioni”mentre troppo spesso si ha a che fare invece con realtà istituzionali prive di” tensione etica” che, di fatto, sostengono e rafforzano l’esistente.</p>
<p>Il tentativo e la costante tensione di “lavorare in rete “per “ integrare i servizi”, come è in uso dire tra gli addetti ai lavori e nella cultura più avanzata dei servizi sanitari, potrebbe sottendere un meccanismo di potere e manipolazione che mira al controllo “su e di un altro soggetto”, a volte anche inconsapevole. Spesso questa manipolazione viene mascherata e mistificata con un “discorso” evoluto all’interno del quale ci sono parole come scambio e integrazione, vocaboli molto evocati in questo particolare periodo storico per ciò che attiene a fenomeni quali il multiculturalismo, l’immigrazione, la differenza di genere, le disabilità e le differenze generazionali. Ci viene in mente il “potere seduttivo”, l’attrazione suscitata da certi azioni non solo individuali ma anche collettivi ed istituzionali promosse dalle “macchine” post moderne che continuano a condizionare i comportamenti e la cultura.</p>
<p>Michel Foucault ci ha indicato come la “ scientia sexualis” , a partire dal XVII secolo, abbia operato una trasposizione del sesso in un “discorso sulla sessualità” attraverso la medicina, la pedagogia e la psichiatria conseguendo , in tal modo, un controllo sui corpi , sul piacere e sul desiderio. Qualcosa di analogo si potrebbe ipotizzare stia avvenendo con la trasposizione in discorso sulle droghe che, come il sesso, fa riferimento alla dimensione del piacere e , in quanto tale, ha una forza destruente ed eversiva rispetto al sistema. Il sistema vuole controllare, ordinare ed omologare ottenendo , in tal modo, un controllo sui corpi, sulle persone e , in ultima analisi, sulla soggettività.</p>
<p>Sul piano esplicito l’intenzione della scienza medica è l’analisi , lo studio rigoroso e scientifico dei comportamenti di abuso delle sostanze psicotrope e della dipendenza da sostanze tossiche. Facendo una operazione molto audace e un po’ provocatoria si potrebbe parafrasare M. Foucault e ipotizzare che potrebbe essere in atto un altro tentativo di controllo sulla vita , sui comportamenti , sui corpi e sui desideri delle persone, sul loro modo di vivere il piacere contribuendo paradossalmente e perversamente a incrementare l’uso degli stupefacenti tanto avversato. ( cfr Saggi sulla teoria sessuale). Non potrebbe essersi verificato uno spostamento dei meccanismi di potere e controllo dalla sessualità alle droghe? Perchè e da quali istanze nasce questa costante e forte sollecitazione e attenzione delle discipline umane, dalla pedagogia alla sociologia fino alla psicologia e alla psichiatria, a parlare e a fare parlare di droghe così da produrre tanto materiale scientifico sulla materia? Si può pensare che nasconde istanze di controllo sul piacere da parte del potere o , proprio in quanto trattasi di piacere, è temuto e va bloccato e gestito? E’ lecito fare questa analogia tra sessualità e uso delle droghe? C’è una tendenza a patologizzare e stigmatizzare comportamenti non riconoscendo la istanza ludico –ricreativa -creativa nell’uso di stupefacenti?</p>
<p>Gli operatori del DDP sono in grado di mantenere la distinzione tra ciò che è patologico da ciò che è ricerca di uno stato di alterazione della coscienza o ricerca di una situazione dissociativa all’interno di un processo di crescita o di una condizione esistenziale ? Che cosa ne facciamo allora dei contributi di studiosi come G Lapassade, R. Curcio ed altri istituzionalisti che ci hanno parlato della dissociazione come risorsa?</p>
<p>I giovani del CSOA hanno trovato il collegamento fra sessualità e uso di droghe non del tutto improprio . Anzi dicono, per difendersi da possibili abusi e manipolazioni di potere, che non è facile parlare di droghe così come non è facile parlare di sessualità perché attiene” al privato”. Per noi operatori del settore è conseguente “interpretare” questa difficoltà secondo i parametri della psicoanalisi , sono istanze di resistenza e quindi are di problematicità . Ma se così non fosse ? Se questa atteggiamento dei frequentatori del CSOA fosse una forma di difesa ad un mancato ascolto libero e scevro da pregiudizi o da stereotipi . Noi operatori abbiamo appreso a leggere i comportamenti secondo schemi di riferimento . Siamo disposti a modificarli? (Ecro delle Istituzioni di cura).</p>
<p>Analoga riflessione si potrebbe fare rispetto ai meccanismi di scissione cui i frequentatori del CSOA fanno riferimento; siamo in grado di cogliere nella dissociazione una valenza positiva intesa come risorsa identitataria che , di fatto, viene attivata nel processo di costruzione dell’identità per fare fronte ad un fuori istituito percepito come ostile, avverso e stigmatizzante? E , ancora, esiste oggi una identità unica?</p>
<p>L’interrogativo che ci dobbiamo porre è dunque se c’era un vero ascolto nei presupposti del progetto? Si è realizzata una situazione veramente interlocutoria che può contribuire a sviluppare il processo di costruzione della soggettività? Quella soggettività che, per altro, sembrano cercare i giovani proprio anche e soprattutto nei centri sociali che, a nostro parere, svolgono per gli stessi quella funzione di “cura del se” che altre agenzie educative ed istituzioni non riescono più ad assolvere .</p>
<p>I centri sociali autogestiti divengono luogo di crescita etica e assumono una valenza pedagogica perché, a dirla con J. Butler, promuovono e sono all’interno di una costante scena interlocutoria . Nella relazione con l’altro il giovane si espone, si conosce e prende coscienza di se; i dispositivi dell’assemblea , del confronto e dell’antagonismo politico promuovono condizioni per lo sviluppo della soggettività cosi che il giovane si cerca e si individua attraverso una riflessività costante.</p>
<blockquote><p>“Agli occhi di Foucault, infatti, si tratta di un compito infinito,che non potrà mai assumere una forma ultima e definitiva ; per questo prende di mira ogni idea di progresso e di sviluppo razionale che dovrebbe ipotecare il rapporto riflessivo e condurlo verso una destinazione conclusiva. Il sé è entità che si forma nella storia , ma la storia del sé individuale , la storia dell’individuazione , non è mai qualcosa di dato :qui non c’è spazio per nessuna infanzia , per nessun primato dell’impronta dell’Altro, per nessun racconto o interpretazione della specifica relazionalità per cui un sé allo stadio neonatale dovrebbe sviluppare la sua separatezza , e del prezzo che tutto ciò imporrebbe”  (pag171 J. Butler)</p></blockquote>
<p>Le criticità rilevate non annullano gli aspetti positivi avviati da questo processo. I dispositivi gruppali , come abbiamo già detto, hanno costituto occasioni di interrogazione e sviluppo di atteggiamenti critici all’interno del gruppo antibroibizionista, come hanno detto gli stessi giovani. Ma , dall’altro, sapremo utilizzare veramente in questo senso le sollecitazioni emerse sul versante del DDP? In altre parole ciò che è emerso è riconosciuto come un patrimonio? Ed è tale per entrambe le istituzioni? Il CSOA riconosce di avere avuto e di avere una occasione importante per sviluppare una riflessione al proprio interno così come abbiamo verificato negli emergenti dell’ultimo incontro; l’istituzione sanitaria riuscirà a fare una riflessione al suo interno in relazione a quanto emerso? Il CSOA riuscirà a portare avanti una relazione proficua con l’istituzione sanitaria o ne sarà schiacciata?</p>
<p>La riflessione e l’attenzione non può essere solo sull’oggetto CSOA , cosa in cui gli operatori sono ampiamente competenti ed addestrati. L’istituzione del DDP deve promuovere una autoriflessione al suo interno affinchè non si stereotipizzi e sclerotizzi così da sviluppare anche negli operatori una soggettività critica e pensante.</p>
<p>E inoltre c’è stata la costruzione del vincolo fra le due istituzioni ? Che tipo di vincolo? Che non sia di dominio o assoggettamento dell’una nei confronti dell’altra? Questa deve essere la nostra tensione etica.  Se riteniamo che l’assunzione responsabile di un ruolo sanitario teso al cambiamento non deve prescindere da una definizione etico politica e da una apertura al cambiamento , ciò deve avvenire non solo verso l’esterno ma anche verso l’interno. Pensiamo che la prevalenza di figure femminili nei “ lavori di cura” e la consapevolezza di questa specificità al femminile possa tutelare da un rischio di assoggettamento e inglobazione . Non ci pare un caso che questo progetto sia stato attivato e promosso da un servizio a forte prevalenza femminile e che le due leaders del CSOA , che parallelamente hanno portato avanti il progetto all’interno del Centro Sociale, siano anch’esse giovani donne seppure ci chiediamo quale sia il loro ruolo , lo spazio ed il potere all’interno del centro sociale.</p>
<p>Dunque se utilizziamo la categoria della Butler sappiamo che l’incontro tra le due istituzioni , tra due soggetti diventa una occasione unica ed irripetibile , è il rapporto tra ombra e luce per costituzione del Sé . La filosofa americana , riprendendo F. Nietzsche, afferma che all’inizio siamo determinati da leggi , regole, norme e consuetudini entro cui siamo nati e cresciuti e, in seguito, ci individuiamo e determiniamo nelle relazioni. Se la pre- condizione per la costruzione di un processo di soggettivizzazione è dunque la scena interlocutoria laddove non c’è interrogazione e non c’è relazione si rimane in una situazione di infantilismo ontologico e sociale.</p>
<p>La produzione di un’identità , di un Sé individuale e collettivo passa attraverso la costituzione si situazioni di interrogazioni che sviluppano la riflessività e la critica come genesi creativa.</p>
<blockquote><p>“Il fatto è che io divento questo Sé solo attraverso un movimento e-statico che mi sposta fuori di me, in una sfera in cui sono espropriata di me stessa e contemporaneamente costituita come soggetto” pag 153 J Butler.</p></blockquote>
<p>M Foucault critica la psicoanalisi come discendente storica del “confessionale” , parla di potere pastorale allorché una determinata classe di persone si prende cura delle anime altrui e il cui compito è coltivare moralmente , conoscere e guidare la coscienza degli altri, rappresenta uno strumento di aiuto ma anche di controllo.<br />
Ad un certo punto la J. Butler, riprendendo Foucault, afferma che “ci si espone al discorso autoritario di colui che detiene il potere pastorale “quasi in una sorta di accettazione e rinforzo ad una logica di sudditanza rispetto ad un potere e ad un sapere riconosciuto come superiore.</p>
<p>Nel caso del progetto chi deteneva questo potere ? Se lo deteneva , ne aveva coscienza?</p>
<p>Eravamo e siamo noi operatrici identificabili in nuove sacerdotesse della cura deputate a svolgere il ruolo di controllo oppure possiamo e vogliamo scegliere una posizione di interrogazione e di critica?</p>
<h3>Quesiti a cui dare risposte.</h3>
<p>D’altra parte se pensiamo che il Sé non deve essere svelato, rivelato , decodificato ma bensì “ si costruisce” mediante l’atto stesso della verbalizzazione , mediante la forza della verità , del “dire vrai” tutto allora assume un altro significato.</p>
<p>Secondo gli autori citati nella psicoanalisi c’è sottesa una ipotesi repressiva allorché c’è una imposizione da parte del potere ma tutti riconoscono, seppure in modo diverso, che c’è una tensione evolutiva allorché si tratta di creare una propria verità attraverso l’atto della verbalizzazione in tal modo sottolineando la forma performativa dell’enunciato stesso.</p>
<p>A nostro parere si colloca in questo punto l’incontro tra le loro teorie e la psicoanalisi nei cui confronti spesso gli stessi sono in opposizione critica e in contrasto.</p>
<p>La sintesi e la “ricombinazione “ tra i diversi contributi teorici ci fanno riflettere sulle motivazioni che sostengono il nostro agire , sia come psicoterapeuti che come agenti di cambiamento all’interno di progetti di prevenzione, nella comunità e nel sociale.</p>
<p>Il processo di promozione di una soggettività all’interno delle istituzioni di cura può avvenire solo quando saremo liberi di accettare la possibilità di farci contaminare e destrutturate per avviare nuovi processi istituenti.</p>
<blockquote><p>“Il momento relazionale viene a strutturare la narrazione , in maniera che uno parla a , in presenza di, a volte malgrado un altro. Inoltre , il sé non viene rivelato in un momento come questo ma elaborato attraverso il linguaggio in modo nuovo durante la conversazione. In questo scenario del linguaggio , entrambi gli interlocutori scoprono che ciò che dicono eccede , in certa misura, il loro controllo, ma non questo è totalmente fuori controllo. Se il parlare è una forma di agire , e parte di ciò che sta per essere formato è il Sé, allora la conversazione è un modo per costruire qualcosa insieme e diventare diversi ; durante questo scambio si realizzerà qualcosa , ma nessuno saprà cosa o chi si starà formando sino ad opera compiuta.” ( J. Butler pag 205)</p></blockquote>
<p>In questo momento , essendo un processo aperto , non possiamo trarre conclusioni ma ci auguriamo che questa “tensione”, che ci piace definire “etica” , accompagni i servizi sanitari in ogni loro atto , in ogni loro azione poiché si sviluppi un processo di soggettivazione anche dentro le istituzioni.</p>
<p>Siamo certe che per realizzare ciò diventa imprescindibile un costante atteggiamento critico , dinamico e creativo.</p>
<p><strong>Daniela Barazzoni</strong></p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>Bauleo A.,”Ideologia ,gruppo e famiglia”,Feltrinelli Milano ,1978<br />
Butler J.,”Critica della violenza etica”Feltrinelli Milano, 2006<br />
Butler J.,” La disfatta di genere” Meltemi Roma 2006<br />
Butler J., “ La critica della violenza etica “ Feltrinelli Milano 2006<br />
Cavarero A.,”Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione” Feltrinelli Milano 2003<br />
Foucault M., “La volontà di sapere . Storia della sessualità 1”, Feltrinelli Milano 1978<br />
Foucault M.,” L’uso dei piaceri . Storia della Sessualità 2 “ Feltrinelli Milano 1984<br />
Foucault M. ,“La cura dì sé. Storia della sessualità 3.”Feltrinelli Milano 1985<br />
Foucault M., “Sorvegliare e punire “<br />
Irigaray L. ,“Oltre i propri confini “ Baldini Castaldi milano 2006<br />
Lapassade G e D’Armento V. A cura,” Decostruire l’identità “Franco Angeli Milano 2007<br />
Montecchi L.,”Gruppi operativi ricombinanti” su http: www.giardini.sm/bleger</p>
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