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	<title>Scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini &#187; Leonardo Montecchi</title>
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	<description>Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.</description>
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		<title>L&#8217;emergente nella scienza o la scienza dell&#8217;emergente</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 09:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s&#8217;è dritto: da la cintola in sù tutto &#8216;l vedrai». Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s&#8217;ergea col petto e con la fronte com&#8217; &#8230; <a href="https://bleger.org/emergente-nella-scienza-o-la-scienza-dell-emergente/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?<br />
Vedi là Farinata che s&#8217;è dritto:<br />
da la cintola in sù tutto &#8216;l vedrai».</em></p>
<p>Io avea già il mio viso nel suo fitto;<br />
ed el s&#8217;ergea col petto e con la fronte<br />
com&#8217; avesse l&#8217;inferno a gran dispitto.<br />
(La divina commedia, Inferno, Canto X, 31-36)</p>
<p>Venti anni fa Armando Bauleo scriveva nella prefazione del testo “Cambiare : il modello operativo del Sert di Rimini”:<br />
<em>&#8220;Fu creata una Scuola di Prevenzione per formare operatori nel difficile ambito della prevenzione e della psicoigene. Emergente dell&#8217;esperienza, la scuola simbolizza la necessità di organizzare un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione, affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti&#8221;</em></p>
<p>Cercherò di affrontare l&#8217;argomento dell&#8217;emergente dal punto di vista della scuola, cioè come una elaborazione dell&#8217;esperienza che non sia il semplice racconto aneddotico ma nemmeno una evidenza basata su studi controllati o una metanalisi. È un altro metodo.<br />
Al centro di questa comunicazione sta il concetto di emergente che non nasce prima del fenomeno o meglio del fatto.<br />
Ci sono fatti, accadimenti, eventi che non sono emergenti e altri che lo sono, dunque possiamo considerare emergente un tipo particolare di fatto o di accadimento.<br />
In questo modo di procedere seguo le prime due proposizioni del Tractatus di Wittgenstein, filosofo che Armando Bauleo studiava anche per la sua amicizia intellettuale con Aldo Gargani che è stato più&#8217; volte invitato a tenere seminari all&#8217;Istituto Internazionale di Psicologia Sociale di Venezia.<br />
Dice Wittgenstein:<br />
<em>1. il mondo è ciò che accade<br />
1.1 il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose</em><br />
<span id="more-388"></span><br />
Dunque la <em>&#8220;totalità&#8221;</em> dei fatti, degli accadimenti, costituisce il mondo e per tornare a noi l&#8217;emergente è prima di tutto un fatto, un accadimento, un evento.<br />
Dico accadimento perché l&#8217;emergente accade, o è accaduto nel mondo, appartiene dunque alla dimensione dell&#8217;esperienza, non è un <em>&#8220;flatus vocis&#8221;</em>, una emissione di fiato un segno privo di referente. Ha una sua realtà che è indipendente dal nome come<br />
dice Giustiniano <em>&#8220;nomina sunt consequentia rerum&#8221;</em> cioè prima viene il fatto, poi il concetto.<br />
Se l&#8217;emergente è un fatto non è una cosa ma, sempre per citare Wittgenstein <em>&#8220;il sussistere di uno stato di cose&#8221;</em>, perché per la cosa è essenziale la relazione in uno stato di cose.<br />
Dunque perché sussiste un certo stato di cose e non un altro? Cioè: che cosa fa si che ad un certo punto, in un mondo accada un evento e non un altro?<br />
Questa domanda ci pone nella dimensione della causalità cioè della concatenazione di eventi, ora, tralasciando tre delle quattro cause della concezione aristotelica, ci concentreremo sulla quarta e cioè la causa efficiente.<br />
Per causa efficiente si intende ciò che ha prodotto l&#8217;evento.<br />
In questo caso dobbiamo isolare due eventi, il primo che chiameremo causa ed il secondo che chiameremo effetto, i due eventi sarebbero vincolati da un <em>&#8220;nesso causale&#8221;</em> tale per cui il primo sarebbe antecedente e il secondo conseguente.<br />
Questa relazione vincolare è una implicazione necessaria.<br />
Massimo Bonfantini nel suo apologo sulle tre inferenze di Peirce mette in scena un uomo del neolitico che chiama Petrus Petrosus che è fermo a pensare mentre fuori dalla sua caverna piove. <em>&#8220;Piove&#8221;</em> &#8211; osserva &#8211; <em>&#8220;e il terreno si bagna&#8221;</em>.<br />
Questi due eventi sono connessi in una legge che li collega necessariamente un &#8216;se &#8211; allora':<br />
<em>&#8220;se piove allora il terreno si bagna&#8221;.<br />
</em>Ossia la pioggia produce il terreno bagnato.<br />
Un evento ( la pioggia) causa un altro evento (il terreno bagnato).<br />
Ma questi eventi sembrano implicarsi reciprocamente per questo quando Petrus vede che inizia a piovere capisce che il terreno si bagnerà cioè è in grado di formulare una previsione per via della legge della causalità.<br />
Tuttavia, come ci racconta argutamente Bonfantini una mattina il Petrosus vede il terreno bagnato e consapevole della legge causale scommette le pelli che ha conservato  che durante la notte c&#8217;è stata la pioggia ma purtroppo per lui, perde tutto perché l&#8217;evento antecedente non è stata la pioggia ma un branco di elefanti che dopo avere bevuto nel fiume hanno scaricato l&#8217;acqua sul terreno bagnandolo.<br />
Ossia, ci dice Peirce, non sempre un evento conseguente è legato ad un solo altro evento antecedente, quello più frequentemente osservato e ne diventa necessariamente l&#8217;unica causa efficiente, ma l&#8217;evento può essere prodotto da una serie di cause di cui è possibile ipotizzarne una.<br />
Ma questa ipotesi non è sufficiente, per stabilire il vero nesso causale è necessaria una ricerca perché l&#8217;ipotesi sia confermata o smentita.<br />
Dunque un evento si manifesta nel mondo in un certo tempo ed in un certo punto dello spazio, può trattarsi di un vaso che cade o il sorgere del sole.<br />
Nello spazio-tempo ogni punto si può indicare con quattro coordinate, tre definiscono la posizione nello spazio e la quarta indica un preciso momento temporale.<br />
Dunque un evento è un fatto accaduto in un preciso luogo in un preciso tempo.<br />
Dunque se un evento compare: il vaso che cade, ci deve essere un altro evento antecedente che lo causa, nel senso di produrlo: un urto .<br />
Il vaso si muove perché è stata applicata una forza che l&#8217;ha mosso e fatto cadere. Questo è il famoso principio di inerzia della meccanica galileiana<br />
Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso.</p>
<p>Tuttavia questo principio, che è alla base del determinismo e del meccanicismo, il nesso necessario causa-effetto che per Isaac Newton è una legge naturale è negato da David Hume che contesta radicalmente che fra due eventi A e B di cui l&#8217;uno precede e l&#8217;altro segue si possa instaurare un nesso causale necessario. Per lui la frequenza della associazione non ne definisce la necessità, come abbiamo visto nelle inferenze di Peirce , che il terreno si bagni quando piove non significa necessariamente che tutte le volte che troviamo il terreno bagnato precedentemente sia piovuto, perché possono essere passati gli elefanti ecc., ecc.</p>
<p>Per Hume i nessi fra gli eventi si costituiscono sulla base di abitudini.<br />
Non esiste un principio di uniformità in natura che si faccia carico di considerare immutabili certi nessi associativi molto frequenti.</p>
<p>Così Hume decostruisce Il nesso di causa effetto come fatto reale  e ne mostra l&#8217;aspetto abitudinario, immaginario. Così  anticipa Peirce quando sostiene che l&#8217;abitudine associativa è uno dei modi in cui si fissa la credenza.<br />
Come ha svegliato Kant dal sonno dogmatico così il pensiero scettico di Hume ci può servire per uscire dal materialismo meccanicista che considera gli eventi separatamente e li inserisce in una concatenazione determinista di causa effetto che sembra un elemento della realtà ed invece non riesce a comprendere la complessità dell&#8217;evento.<br />
La causalità lineare, meccanica, non prende in considerazione il contesto perché isola gli eventi e li concatena come antecedente e conseguente secondo una idea cronologica del tempo che prevede una successione di istanti lungo una linea.<br />
La complicazione ha inizio quando si prendono in considerazione eventi che non appartengono al piano fisico o meglio l&#8217;ambito dell&#8217;evento si amplia alle reazioni chimiche.<br />
Stuart Mill nel 1843 scrive nel suo “System of  logic” che un insieme di cause fisiche si sommano nell&#8217; effetto che si ottiene.<br />
Per questo lui parla di  effetto omopatico.<br />
Ma se prendiamo in considerazione i reagenti chimici come la causa di un effetto, cioè il prodotto della reazione chimica, ci accorgiamo che il risultato non è dato dalla somma delle parti che compongono la reazione. C&#8217;è un <em>plus</em> che non si ritrova nei reagenti di partenza. Mill parla, a questo proposito, di effetto eteropatico che modifica qualitativamente le leggi che governano il corpo in questione.<br />
Ma le leggi della dialettica dell&#8217; idealismo tedesco avevano già affrontato questa questione con il concetto di totalità.<br />
La totalità è di più&#8217; o qualche volta anche di meno della somma delle parti.<br />
L&#8217;introduzione del concetto di totalità ci permette di uscire dalla idea della causalità lineare e di entrare nella dimensione della retroazione degli effetti sulle cause che li hanno prodotti.<br />
Dobbiamo distinguere due grandi correnti che attraversano il pensiero attorno al tema dell&#8217;evento: il materialismo e l&#8217;idealismo.<br />
Per il materialismo l&#8217;evento è esterno al soggetto, appartiene alla dimensione della realtà, ed è sottoposto alle leggi della causalità, ma non per Hume.</p>
<p>Per l&#8217;idealismo invece l&#8217;evento è puramente mentale è un peculiare modo di manifestazione dello spirito nel suo processo di sviluppo. La causalità è circolare nel senso che gli effetti possono retroagire sulle cause.<br />
Queste due linee di pensiero trovano il proprio limite nell&#8217;analisi dell&#8217;emergente.<br />
Cosa intendiamo per emergente?<br />
Se passiamo dai fatti chimici, di cui abbiamo parlato, alla biologia la complessità si impadronisce di noi.<br />
Charles Darwin ha dimostrato che la natura non è statica ma che subisce nel corso del tempo dei processi di cambiamento da lui chiamati evoluzione.<br />
Durante questa evoluzione naturale sono comparsi i vegetali, poi gli animali, che a loro volta hanno subito processi evolutivi e così via.<br />
Sembrerebbe la scoperta della evoluzione dalla materia, però in questo materialismo è impossibile applicare la causalità lineare. Ad esempio la comparsa dell&#8217;uomo non si spiega con un nesso causa effetto, così come la comparsa della mente, della coscienza e della coscienza della coscienza o autocoscienza. Di questi processi evolutivi intesi come <em>&#8220;salti di qualità&#8221;</em> si può parlare solo se si esce dalla logica formale aristotelica basata sul principi di identità di non contraddizione e di terzo escluso.<br />
All&#8217;interno della logica formale non è possibile comprendere come <em>&#8220;emerga&#8221;</em> l&#8217;essere umano da una natura che non lo contiene in nessuna delle sue parti. Per questo ci sono ipotesi di interventi esterni, dal Creatore, fino al monolito alieno di 2001 odissea nello spazio.</p>
<p>Emergente è dunque un evento la cui causalità non è lineare e che compare in un preciso momento in una certa situazione i cui elementi, presi separatamente e sommati non rendono conto di questo emergente che ridefinisce la situazione totale con un l&#8217;aggiunta di un plus che non c&#8217;era.</p>
<p>Dunque l&#8217; emergente non può essere capito partendo dagli elementi che compongono la situazione da cui emerge, ma è partendo dall&#8217;emergente che si capiscono gli elementi della situazione.</p>
<p>Scrive Marx nella “Introduzione alla critica dell&#8217;economia politica” del 1857:</p>
<p><em>“L’anatomia dell’uomo ci dà una chiave per l’anatomia della scimmia. Gli accenni ad una forma superiore che vi sono nelle specie animali inferiori possono essere compresi solo se quella forma superiore è già conosciuta”</em></p>
<p>Marx ed Engels introducono la dialettica nel materialismo e soprattutto chiariscono la legge della trasformazione della quantità in qualità attribuendo un valore positivo alla contraddizione.</p>
<p>Scrive Engels nell&#8217;“AntiDuring”:</p>
<p><em>“(&#8230;) quasi dappertutto nella chimica e già nei diversi ossidi dell&#8217;azoto, nei diversi acidi ossigenati del fosforo e dello zolfo si può vedere come ‘la quantità si converta in qualità’ e come questa pretesa idea confusa e nebulosa di Hegel si possa, per così dire, toccar con mano nelle cose e nei fenomeni, senza che tuttavia nessuno resti confuso e annebbiato tranne During”<br />
</em><br />
Questo testo del 1878 riprende il principio di causalità eteropatica, come diceva Mill ma lo inserisce all&#8217;interno di una visione dialettica<br />
che rende conto di come possa emergere qualcosa di nuovo e di imprevisto da una serie di elementi in una certa situazione.<br />
Il materialismo dialettico cominciò il suo sviluppo indipendentemente da altre visioni del mondo perché i suoi fondatori l&#8217;hanno elaborato come risultato della lotta di classe all&#8217;interno della teoria, come diceva Althusser, per questo il pensiero accademico l&#8217;ha costantemente osteggiato.</p>
<p>Il dibattito su come emerge il nuovo si sposta, alla fine del secolo dalla biologia alla sociologia e da questa alla politica.<br />
Ad esempio: la società attuale capitalistica è la forma definitiva che ha assunto la vita dell&#8217;uomo, per cui la storia è finita o e prevedibile un’altra forma  che dovrebbe realizzarsi?<br />
E questa nuova società emergerà dalla vecchia naturalmente o sarà necessaria una <em>&#8220;forzatura soggettiva&#8221;</em> per farla nascere?<br />
A questo proposito Gramsci scriveva:</p>
<p><em>&#8220;È necessario impostare esattamente il problema della prevedibilità degli accadimenti storici per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del causalismo meccanico, per svuotarla di ogni prestigio scientifico e ridurla a puro mito che fu forse utile nel passato, in un periodo arretrato di sviluppo di certi gruppi sociali subalterni&#8221;<br />
</em>(“Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”)</p>
<p>Dunque il tema di cosa sia un emergente, ritorna nella fisica,  con la scoperta del campo elettromagnetico , le equazioni di Maxwell e la forza di Lorenz. In questo caso i fenomeni emergono da un campo di forze.<br />
Georg Cantor introduce nella matematica ,il concetto di insieme che altri come S. Lesniwski preciseranno che non è semplicemente la somma delle parti che lo compongono.</p>
<p>In questo quadro, negli anni 20 in Inghilterra nasce il primo emergentismo con il libro di Charles Lloyd Morgan l&#8217;evoluzione emergente.<br />
In questo testo Morgan mostra come durante l&#8217;evoluzione compaiano<br />
fenomeni nuovi ed imprevedibili in base alla conoscenza degli stati evolutivi precedenti questi fenomeni come la vita e la mente non hanno nulla di soprannaturale ma non possono essere dedotti dai componenti degli insiemi a cui sono associati.<br />
Morgan si riferisce all&#8217;effetto eteropatico di Mills e non fa alcun riferimento alla dialettica ed alla legge della &#8221; quantità che si trasforma in qualità&#8221;.<br />
Anche Henri Bergson si era occupato di evoluzione, prima degli emergentisti, e a proposto della comparsa della vita, dell&#8217;essere umano e della mente, e di tutti gli altri elementi che emergono improvvisamente da uno stadio evolutivo parla di evoluzione creatrice<br />
Dice Bergson:<br />
<em>&#8220;Ogni giorno sotto i nostri occhi, le forme più&#8217; elevate della vita sorgono da una forma molto elementare. L&#8217;esperienza dimostra dunque che il più&#8217; complesso è potuto nascere dal più&#8217; semplice per via evolutiva&#8221;<br />
</em>(“L&#8217;evoluzione creatrice”, cap. I)</p>
<p>Ma per spiegare l&#8217;emergenza della complessità dal semplice postula l&#8217;esistenza di un <em>&#8220;elan vital&#8221;</em>  che sembra possedere un proprio statuto ontologico al di là della materia.</p>
<p>Comunque, l&#8217;emergentismo britannico applicato alla evoluzione si accompagna alla idea di <em>&#8220;campo psicologico&#8221;</em> che Kurt Lewin  riprende dal campo elettromagnetico ed alla  idea  della psicologia della gestalt che un comportamento emerga da un campo così come una figura emerge dallo sfondo.<br />
Arriviamo così agli anni 50, quando Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia e definisce il paziente come emergente del suo gruppo famigliare.<br />
Che cosa significa questa affermazione?<br />
Significa che ciò che emerge come sintomo nel campo individuale è il risultato di una serie di interazioni di un campo più vasto  come quello famigliare. L&#8217;emergere di allucinazioni uditive e visive in una persona ad esempio non si può comprendere con un meccanicismo a causalità lineare, n&#8217;è è spiegabile con le situazioni famigliari precedenti. Compare improvvisamente. Emerge e definisce una nuova situazione per il campo cui appartiene.<br />
Il filosofo Charles Broad nel 1925 aveva precisato il pensiero di Morgan dicendo che i fenomeni emergenti non sono deducibili a partire dalla conoscenza dei componenti dei sistemi naturali da cui emergono e che questi fenomeni retroagiscono causalmente sui sistemi cui sono associati.<br />
Questa indeducibilità e imprevedibilità sono caratteristiche dei fenomeni con proprietà emergenti.<br />
Gli studi sulla non linearità dei fenomeni che porteranno alla teoria del caos stanno alla base del concetto di comportamento emergente.<br />
Percy Bridgam, il fisico nord americano famoso per il suo operazionismo scrive nel 1927:</p>
<p><em>&#8220;Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.&#8221;<br />
</em>(P. Bridgman, “The Logic of Modern Physics”, The MacMillan Company, New York 1927)</p>
<p>Come si vede Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia ed alla teoria dei gruppi. Questa applicazione implica un mutamento della concezione deterministica della scienza che si ritrova nella psicanalisi. Infatti Pichon non fonda una scuola di psicanalisi ma di psicologia sociale.</p>
<p>Per questo cita gli autori nord americani come Cooley e soprattutto George Mead che intitola un capitolo del suo “Mente sé e società”: la creatività sociale del se emergente. Così un&#8217;altra corrente confluisce nel concetto di emergente elaborato da Pichon-Riviere è quella dell&#8217;interazionismo simbolico che concepisce la mente come un fenomeno emergente.<br />
Ma nella concezione di Pichon-Riviere l&#8217;emergente è anche <em>&#8220;la quantità che si converte in qualità&#8221;</em> del materialismo dialettico.<br />
Su questo tema ha lavorato soprattutto Josè Bleger. Armando Bauleo mi ha raccontato più volte di come Bleger e lui abbiano tradotto Georges Politzer e, nella bella prefazione alla prima edizione italiana di &#8220;Simbiosi e ambiguità&#8221;, Bauleo ricordava la luce che filtrava nello studio mentre lavoravano assieme.</p>
<p>Un altro autore  che è confluito nella sintesi pichoniana dell&#8217;emergente è Henri Lefebvre ed il suo materialismo dialettico antidogmatico.<br />
Bauleo nel suo approfondimento del concetto  di emergente in Ideologia gruppo e famiglia cita  Stephen Pepper e il suo testo “World hypotheses: a study in evidence”, Berkeley (CA) 1942, in cui il filosofo nordamericano precisa le quattro &#8220;ipotesi mondo&#8221;:1) il formismo, per cui esistono entità mentali che maturano senza il contributo determinante dell&#8217;ambiente; 2) il meccanicismo, che vede gli stimoli esterni come causa della crescita individuale; 3) l&#8217;organicismo, per cui l&#8217;individuo costruisce da sé il proprio sviluppo nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente; 4) il contestualismo che considera organismo e ambiente come elementi inseparabili di un&#8217;unica totalità.<br />
L&#8217;emergente nella concezione operativa di gruppo è evidentemente nell&#8217;ipotesi contestualista. In quel testo Bauleo cita anche gli apporti della antropologia da parte di Nadel:</p>
<p><em>&#8220;l&#8217;emergenza, dunque è il risultato di una sintesi: è creatrice di reale novità, di un attualità o di una nuova proprietà di un genere inesistente prima dell&#8217;emergenza; e questa qualità o proprietà nuova ha efficacia causale e modifica l&#8217;ulteriore corso degli avvenimenti&#8221;<br />
</em>(“Lineamenti di antropologia sociale”)</p>
<p>Dunque Bauleo  apporta novità al concetto di emergente, in primo luogo chiarisce che emergente non si confonde con portavoce e quindi indica una serie di interrogativi che si riferiscono al metodo clinico e di ricerca ed allo statuto epistemologico della concezione operativa di gruppo.<br />
Il tema diventa centrale per l&#8217;attività del Centro di Ricerca Internazionale in psicologia sociale e di gruppo.</p>
<p>Il CIR ha sviluppato le sue ricerche negli anni 80 ed ha elaborato il concetto di emergente per raccogliere il materiale, i dati delle ricerche. Si è prodotta una scheda in cui veniva precisato come raccogliere gli emergenti di un gruppo, in un primo emergente, uno centrale ed uno finale.<br />
Un bell&#8217;articolo di Horacio Foladori comparso nel n. 3 della rivista “Illusion grupal”, mette a punto la problematica attorno all&#8217;emergente citando anche la posizione di Gear e Liendo che nel loro psicoterapia della coppia e del gruppo famigliare considerano l&#8217;emergente nel gruppo come la risultante di 5 pressioni o forze: 1) la pressione laterale sintattica dei membri del gruppo,2) la pressione verticale della storia individuale, 3) la pressione che proviene dal compito 4) la pressione del coordinatore, 5) la pressione del fuori, ciò degli ambiti istituzionale e comunitario, io aggiungerei anche globale in cui il gruppo è inserito.<br />
Come si vede torna il tema dell&#8217;emergere in un campo di un evento non routinario, che appare, come dice Bauleo e può dare un senso alla situazione.<br />
Questa elaborazione, avviene quando l&#8217;emergentismo britannico viene dimenticato ed il concetto di emergente è abbandonato nel dibattito filosofico ed epistemologico.<br />
Tuttavia gli studi sui processi non lineari aumentano così come aumenta l&#8217;interesse per l&#8217;auto organizzazione e la comparsa improvvisa ed imprevedibile di nuove forme. La meteorologia è un esempio molto interessante di questi studi, è in questa disciplina che cercando di prevedere l&#8217;andamento del tempo si è scoperto che piccole variazioni possono alterare il clima in modo imprevedibile.<br />
Edward Lorenz parlò di questo effetto in un articolo del 1963 che poi divenne proverbiale con il titolo di una sua conferenza del 1972: <em>&#8220;può, il batter d&#8217;ali di un farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?&#8221;</em>. Si tratta del famoso effetto farfalla che ci trasporta dal determinismo alla teoria del caos.<br />
Gli oggetti di studio oltre al clima diventano i fenomeni auto-organizzati ad esempio il volo di stormi di uccelli e le forme conseguenti, o la direzione che prende uno sciame di api.<br />
Questi studi rimandano tutti all&#8217;idea di totalità ed alla causalità non lineare.<br />
Nasce così il secondo emergentismo legato alla cibernetica ed alla teoria dei sistemi<br />
In particolare voglio parlare della Intelligenza artificiale<br />
Negli anni 90 ho coordinato un gruppo di ricerca nel campo della intelligenza artificiale, abbiamo lavorato per costruire un sistema esperto per diagnosi tipologica della tossicodipendenza partendo da quella che abbiamo chiamato logica della diagnosi operativa  del Sert di Rimini.</p>
<p>Il lavoro è contenuto  nel volume “Cambiare: il modello operativo del Sert di Rimini” dalla cui prefazione ho iniziato questa riflessione.<br />
Il sistema si concentra sulla diagnosi attraverso un procedimento inferenziale che nel testo viene descritto da Giampaolo Proni .<br />
Ci siamo concentrati soprattutto su quel procedimento che Peirce chiama abduzione o ipotesi. Cioè il caso o l&#8217;evento che si presenta alla osservazione non soggiace ad una casualità lineare per cui se è presente ‘questo’ allora ,applicando la regola che si è formata nelle osservazioni precedenti ed ha costituito una base di dati, sarà necessariamente ‘quello’ perché il nesso causale costruito con la casistica è abitudinario e soprattutto non coglie l&#8217;imprevedibilità.<br />
L&#8217; ipotesi può riferirsi ad una causa improbabile ma non impossibile, come il fatto che il terreno sia bagnato dagli elefanti e non dalla pioggia e necessita di una strategia operativa per confermarla o smentirla.<br />
Ma questa logica del se/allora appartiene ad una dimensione cognitivi sta o simbolista dell&#8217;intelligenza artificiale, per questa teoria la mente funziona come una macchina di Turing cioè con un calcolo simbolico di algoritmi la cui forma è data dall&#8217;albero di Porfirio, nella nostra esperienza questa concezione si arresta di fronte alla contraddizione.<br />
Per la logica formale l&#8217;elemento di novità deve per forza rientrare all&#8217;interno di una categorizzazione preesistente, un repertorio che tuttavia, per quanto vasto sia non può assolutamente esaurire la complessità. A questo proposito è indicativo lo studio di Umberto Eco sull&#8217;ornitorinco l&#8217;animaletto che emerge, è proprio il caso di dirlo, come una novità che contraddice tutte le classificazioni precedenti.</p>
<p>Per questo la logica della diagnosi operativa applicando il materialismo dialettico attribuisce come dice Ludovico Geymonat:</p>
<p><em>&#8221; (&#8230;) una nuova e singolarissima funzione alla contraddizione esistente fra momenti diversi del divenire; nel considerala cioè come un nesso che, da due momenti tra loro contraddittori, fa scaturire un nuovo momento il quale, collocandosi su un piano più elevato, elimina gli aspetti contraddittori dei due momenti precedenti&#8221;</em><br />
(L. Geymonat, “Attualità del materialismo dialettico”)</p>
<p>Con questa logica abbiamo incontrato le reti neurali e il connessionismo.<br />
Le reti non formano connessioni gerarchiche, i neuroni o nodi della rete hanno tutti la possibilità di comunicare con tutti, non esistono relè o centri che controllano la periferia, ogni centro è una periferia ed ogni periferia è un centro.</p>
<p>Non vi sono livelli gerarchici che filtrano le informazioni, le conoscenze sono immagazzinate in una serie di nodi in connessione fra loro che possono mutare.<br />
Non c&#8217;è una corrispondenza anatomica con i centri della rete.<br />
Se un centro viene distrutto, la conoscenza distribuita ne crea un&#8217; altro. Così un caso o una situazione che contraddice la conoscenza accumulata, un evento imprevisto non manda la rete in loop cioè in una ripetizione automatica di tutte le combinazioni che non riescono a classificare l&#8217;evento, ma registra l&#8217;evento come un nuovo elemento di base per allargare l&#8217;area della conoscenza.<br />
Esattamente come fa l&#8217;equipe che utilizza una epistemologia convergente per applicare diverse conoscenze disciplinari al caso emergente e sconosciuto.<br />
Questa ricerca ci ha collocato nel nuovo emergentismo che ha messo a punto il concetto di emergente all&#8217;interno di un tipo di epistemologia della complessità .<br />
A questo proposito Edgar Morin nel libro primo de il metodo pubblicato nel 1977 riprende il tema dell&#8217;emergenza e dell&#8217;emergente e scrive:<br />
<em>&#8220;L&#8217;emergenza è una nuova qualità rispetto ai costituenti del sistema. Ha dunque lo statuto di evento, poiché sorge in maniera discontinua una volta che il sistema si sia costituito, ha naturalmente il carattere di irriducibilità; è una qualità che non si lascia scomporre, e che non si può dedurre dagli elementi anteriori.&#8221;</em><br />
(Cap. 2, L&#8217;organizzazione, III L&#8217;unità complessa organizzata. Il tutto e le parti. Le emergenze ed i vincoli.)</p>
<p>Torniamo dunque all&#8217; emergente ed alla sua scienza si tratta di capire qual è la connessione fra gli eventi per organizzare come ci ha detto Bauleo <em>&#8220;un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti&#8221;</em></p>
<p>Immagino ora un gruppo di ricerca: ci riuniamo da diverso tempo con una certa frequenza. Inizia una persona a parlare del concetto  di emergente, qualche domanda di qualcuno poi un po&#8217; di silenzio.<br />
In seguito brevi discorsi, precisazioni o divagazioni, racconti senza un tema preciso, associazioni.<br />
Si sente che fuori sta per iniziare a piovere, si alza un po&#8217; di vento, nessuno accenna al clima esterno.<br />
Si continua a parlare.<br />
Improvvisamente un evento: la finestra della stanza, che forse non era stata chiusa bene, si spalanca ed entra nel gruppo una folata di vento.</p>
<p>La conversazione si ferma e cade un silenzio inquieto qualcuno, dopo un po&#8217; dice: <em>&#8220;sembra che sia entrato un fantasma!&#8221;</em> e di nuovo tutti tacciono poi una dice: <em>&#8220;sai che stavo pensando a *** &#8220;</em> e fa il nome del loro maestro morto da qualche tempo che era stato nominato nella informazione.<br />
Tutti si guardano, qualcuno è commosso fino alle lacrime, un altro sfoglia nervosamente le pagine di un libro, un’altra guarda la finestra aperta, uno dice: <em>&#8220;non era lui che diceva che emergente era qualsiasi elemento a partire dal quale la situazione prende senso?&#8221;</em><br />
Interviene un altro: <em>&#8220;parlavamo fra di noi poi si è aperta la finestra ad un colpo di vento&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Un emergente!&#8221;<br />
&#8220;Ma è stato lui a dire che era entrato un fantasma&#8221;<br />
&#8220;Già ma tutti lo pensavate non è vero? &#8220;</em><br />
Qualcuno annuisce.<br />
<em>&#8220;Ma la causa della finestra che si apre è stato il vento e il vento non è certo un fantasma. Il vento è il movimento d&#8217;aria atmosferica…&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Alt, tu stai parlando di meccanica il vento soffia è la causa; la finestra si apre ecco l&#8217;effetto&#8221;.<br />
&#8220;Ma non ci spiega perché siamo stati colpiti dalla parola fantasma che non c&#8217;entra niente con la meccanica&#8221;.<br />
&#8220;Già c&#8217;entra più con la ‘onirica’. Ah che simpaticone! &#8221;<br />
&#8220;Fatto sta che l&#8217;evento apertura della finestra è risuonato in un altro piano non solo in quello meccanico, per lo meno a me, ma mi pare anche ad altri il senso della apertura della finestra non è stato solamente un affare di corpi c&#8217;era sicuramente dell&#8217;altro&#8221;.<br />
&#8220;È vero l&#8217;apertura della finestra è una apertura di una finestra, ma questa finestra che si apre in quel particolare momento ha un effetto incorporeo. Già non è una sola questione di corpi&#8221;.<br />
&#8220;Vorresti forse dire che se c&#8217;è un effetto incorporeo c&#8217;è anche una causa incorporea&#8221;.<br />
&#8220;Già sembra che Deleuze avesse ragione quando parlava di doppia causalità e di quasi causa&#8221;.<br />
&#8220;Si ma lui ci fa tornare non solo a Hume ma addirittura agli stoici&#8221;.<br />
&#8220;E allora? Che fate, cominciate con i Millepiani e il corpo senza organi?&#8221;<br />
&#8220;E perché no! &#8221;<br />
&#8220;Ma io mi chiedo è evidente che la finestra che si è aperta ci ha colpito. Quindi il suo effetto non è stato solamente fisico in quello che Bleger chiama </em>&#8220;campo ambientale&#8221;<em> ma anche nel </em>&#8220;campo psicologico&#8221;<em> e poi quando tu hai detto </em>&#8220;sembra che sia entrato un fantasma&#8221;<em> l&#8217;effetto si è manifestato anche nel </em>&#8220;campo di coscienza&#8221;<em> ci è apparso evidente a chi stavamo pensando e tu hai dato parola a questo fantasia comune quando hai detto </em>&#8220;sai che stavo pensando a ***&#8221;<em> hai assunto il ruolo di portavoce, come dice Pichon. Ma allora emergente e portavoce non sono la stessa cosa?&#8221;<br />
&#8220;Certo che no. Il portavoce è un caso particolare di emergente&#8221;.<br />
&#8220;Ma con tutta questa dialettica e questo materialismo blegeriano mi stai confondendo&#8221;.<br />
</em>Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1) M. Ferrari, L. Montecchi, S. Semprini Cesari, &#8220;Cambiare. Il modello operativo del Sert di Rimini&#8221;, Pitagora<br />
2) Ludwig Wittgenstein, &#8220;Tractatus Logicus-philosophicus&#8221;, Einaudi<br />
3) A. Gargani, &#8220;Wittgenstein. Musica, parola e gesto&#8221;, Cortina Editore<br />
4) Giustiniano, &#8220;Istituzioni II 7,3&#8243;, Edizioni Simone<br />
5) Aristotele, &#8220;Metafisica&#8221;, Utet<br />
6) M. Bonfantini, R. Brunetti, A. Ponzio, &#8220;Freud, l&#8217;analisi, la scrittura&#8221;, Edizioni B. A Graphis<br />
7) C. S. Peirce, &#8220;Opere&#8221;, Bompiani<br />
8) L. Geymonat, E. Bellone, G. Giorello, S. Tagliagambe, &#8220;Attualità del materialismo dialettico&#8221;, Editori Riuniti<br />
9) I. Newton, &#8220;Philosophiae Naturalis Principia Mathematica&#8221;, Newton Compton<br />
10) S. Mill. &#8220;Un sistema di logica&#8221;, Laterza<br />
11) C.Darwin, &#8220;L&#8217;evoluzione della specie&#8221;, Newton Compton<br />
12) L. Althusser, &#8220;Leggere il capitale&#8221;, Feltrinelli<br />
13) K. Marx, F. Engels, &#8220;Opere&#8221;, Editori Riuniti<br />
14) A. Gramsci, &#8220;Quaderni dal carcere&#8221;, Einaudi<br />
15) C. L. Morgan, &#8220;Emergent Evolution&#8221;, Williams &amp; Norgate<br />
16) H. Bergson, &#8220;L&#8217;evoluzione creatrice&#8221;, Bompiani<br />
17) K. Lewin, &#8220;Teoria dinamica della personalità&#8221;, Giunti<br />
18) E. Pichon-Riviere, &#8220;El proceso grupal&#8221;, Nueva vision<br />
19) Charles Broad, &#8220;The Mind and Its Place in Nature&#8221;, free download<br />
20) U. Eco, &#8220;Kant e l&#8217;ornitorinco&#8221;, Bompiani<br />
21) Percy Bridgam, &#8220;The Logic of Modern Physics&#8221;, MacMillan Company<br />
22) G. Mead, &#8220;Mente, se e società&#8221;, Giunti<br />
23) K. Cooley. La comunicazione.  Armando<br />
24) J. Bleger, &#8220;Psicologia della conducta&#8221;, Paidos<br />
25) J. Bleger, &#8220;Psicoanálisis y dialéctica materialista&#8221;, Paidós<br />
26) G. Politzer, &#8220;I fondamenti della psicologia&#8221;, Mazzotta<br />
27) H. Lefevre, &#8220;La somme et le reste&#8221;, Antropos<br />
28) Stephen Pepper, &#8220;World hypotheses: a study in evidence&#8221;, University of California press<br />
29) S. Nadel, &#8220;Fundamentos de antropología social&#8221;, Fondo de Cultura Económica<br />
30)H. Foladori, &#8220;Hacia una teoría de lo emergente en grupo operativo, &#8216;Ilusión Grupal&#8217;, N° 3&#8243;, UAEM,<br />
31) M. Gear e E. Liendo, &#8220;Psicoterapia della coppia e del gruppo familiare&#8221;, Edizioni Del Riccio<br />
32) E. Lorenz, &#8220;Deterministic nonperiodic flow. Journal of Atmospheric Sciences. Vol.20&#8243;, 130—141<br />
33) D. Hume, &#8220;Saggio sulla natura umana&#8221;, Laterza<br />
34) E. Morin, &#8220;Il metodo&#8221;, Cortina Editore<br />
35) A. Bauleo, &#8220;Ideologia gruppo e famiglia&#8221;, Feltrinelli<br />
36) A. Bauleo, &#8220;Psicanalisi e gruppalità&#8221;, Borla</p>
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		<title>Comunità ricombinanti. Fenomenologia della riminizzazione</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jun 2007 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Alle compagne e ai compagni del Paz e alla loro passione attiva per la composizione della comunità ricombinante Solo praticando una deriva metropolitana e percorrendo Rimini come un flaneur si può immaginare un paesaggio mentale come effetto di questa macchina &#8230; <a href="https://bleger.org/comunita-ricombinanti-fenomenologia-della-riminizzazione/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Alle compagne e ai compagni del Paz e alla loro passione attiva per la composizione della comunità ricombinante</p></blockquote>
<p>Solo praticando una deriva metropolitana e percorrendo Rimini come un flaneur si può immaginare un paesaggio mentale come effetto di questa macchina urbana che fabbrica le soggettività. La macchina è il risultato di un concatenamento di parti diverse, dalle rovine romane di un illustre passato, a pezzi di medio evo ad oggetti biologici a sguardi ed odori che compongono l’immaginario di un borgo provinciale in cui si vivono gli affetti e le passioni nel ciclo delle stagioni.</p>
<p>La comunità raccontata da Fellini è diventata un prototipo di comunità, una gemeineschaft alla Tonnies, in cui convivono diverse generazioni e le soggettività si conformano alla tirannia di un codice che aggiudica i ruoli della commedia umana che si ripete con poche varianti: qualcuno assume il ruolo che gli viene aggiudicato ma, tal’ora qualcuno ne vuole un altro così si decodifica e si delocalizza e viene segregato,lontano dal borgo a raccogliere sassi significativi solo per lui ed a gridare con disperazione sulla cima di un albero: “a voi una dona!!”</p>
<p><span id="more-44"></span></p>
<p>Quella macchina si è estesa con la proliferazione di una città lineare, la città turistica, divisa dalla comunità dalla linea ferroviaria. Un sopra ed un sotto. The Town or the City direbbe J. Kerouac.</p>
<p>Al di sotto della ferrovia emerge un altro paesaggio che si assembla disordinatamente al borgo, una specie di periferia fatta di alberghi,villette in serie, una molteplicità di negozi e spazi vendita, bar, pensioni, capanni affastellati, pinne, fucili ed occhiali, ombrelloni e cabine che si ripetono come se fossero una immensa scultura di Andy Warhol. Una urbanistica pop: la riminizzazione di Rimini.</p>
<p>Gli abitanti di questo luogo non vivono in comunità, interagiscono come individui, anche i legami familiari si indeboliscono e diventano volatili.</p>
<p>Pensioni familiari e turismo familiare sono solo paraventi che nascondono la dura realtà della moltitudine che popola questa metropoli effimera.</p>
<p>I legami solidi della comunità sono scomparsi al posto di identità fortemente strutturate compaiono identità liquide, come dice Z. Baumann, basate su vincoli altamente mutevoli.</p>
<p>Il paesaggio urbano della metropoli transitoria si concatena con la città chiusa nelle sue mura e la ingloba in una macchina più grande provocando una mutazione antropologica, un cambiamento nel paesaggio mentale e l’emergere di nuove soggettività.</p>
<p>Questo processo globale assume a Rimini la forma del già avvenuto.</p>
<p>Qui accanto al popolo dei riminesi che si raccolgono idealmente nelle mura malatestiane e nei borghi esiste la moltitudine dei riminizzati che si pensano transitori in questo luogo,un po’ di passaggio, per il lavoro, per il turismo, per curiosità, per piacere.</p>
<p>Questa moltitudine è fatta di individui che hanno deboli legami fra loro e si sentono e sono differenti l’uno dall’altro.</p>
<p>Sono individui che entrano in relazione per calcolo ma anche per passioni transitorie ed intense, attimi, affetti di passo.</p>
<p>Mentre nel borgo c’è ancora una qualche narrazione di fatti e di memorie, un racconto analogico con un prima ed un poi, con un popolo che si raccoglie attorno a dei simboli identitari, nella metropoli c’è intensità puntiforme, una forma di vita digitale, molto precisa, reale, troppo reale, una iperrealtà che non ammette narrazione. E’ una moltitudine di solitudini che si intrecciano secondo la curva dei desideri producendo figure frattali.</p>
<p>Questa macchina produce un paesaggio mentale dissociato: il tempio Malatestiano e il Cocoricò, Castelsismondo e il grattacielo, l’inverno e l’estate, il giorno e la notte, la mente e il corpo ma vorrei poter dire l’apollineo e il dionisiaco.</p>
<p>La città sopra la ferrovia non ama la città del turismo, come un piccolo borghese si vergogna della sessualità ,degli “ istinti bassi” della plebe, della suburra, della moltitudine incontrollata ed incontrollabile, della prostituzione, del gioco, della droga, dei viados e di tutto ciò che circola nelle pieghe multiformi di una città immaginaria che assomiglia alla metropoli allucinata di Blade Rummer.</p>
<p>Dunque,per tornare a noi, la riminizzazione è un effetto anticipato di quel fenomeno che ora si chiama globalizzazione.</p>
<p>Questo fenomeno, che qui è cominciato nel dopoguerra, è stato la conseguenza di una scelta progettuale che è stata erroneamente chiamata turismo di massa. Ma quale massa? I treni le automobili, i pullman e gli innumerevoli charter dell’aeroporto di Miramare non portavano masse, cioè persone che si identificavano in un leader o in un simbolo come una squadra di calcio o una bandiera nazionale. Non c’erano masse popolari. Non c’era popolo. Qui non è venuto il popolo tedesco, né la massa operaia di Dussendorf né la comunità di Stoccolma. Sono venuti singoli individui, forse organizzati in gruppi, gruppi famigliari, gruppi di amici, compagnie e tutti assieme si sono percepiti e sono stati percepiti come una moltitudine di turisti che arrivavano in una città ed entravano in una relazione di mercato e non solo, con i locali e fra di loro. Un vincolo debole, senza storia, effimero e volatile. Tuttavia questa moltitudine di passo ha anche consolidato dei vincoli, ha prodotto un cantiere per fabbricare soggettività, che è ancora aperto.</p>
<p>Dagli anni 60 si sono solidificati alcuni legami della moltitudine turistica. Alcuni affetti di passo si sono fermati e sono precipitati nel territorio sotto forma di coppie miste: un riminese ed una berlinese o viennese o parigina o zurighese e così via. Così sono nati dei gruppi famigliari ibridi che hanno dato origine a stili di vita ricombinanti nella vita quotidiana, dall’alimentazione al gusto estetico, alla richiesta di beni di consumo ed ai bisogni tipici di uno spazio globale non territorializzato, tipici di una metropoli cosmopolita e non di un borgo provinciale.</p>
<p>La moltitudine è emersa nella vita quotidiana di questa città. Il paesaggio mentale non è più quello del borgo di Fellini e di Titta. La riminizzazione ha prodotto una potente deterritorializzazione che ha decodificato Rimini ed i suoi abitanti. La riminizzazione ci ha spaesato,ora siamo un po’ tutti come lo zio di Titta, chi in cerca di una donna,chi in cerca di un uomo, chi in cerca di oggetti parziali. Qui, ormai, la comunità originaria è,come direbbe Spinoza, una “passione triste” che pervade la città. Un specie di nostalgia per un paradiso perduto da cui si sarebbe caduti nella moltitudine attuale.</p>
<p>Per coltivare questa passione triste si organizza il folklore di feste mai esistite tipo Festa de Borg, c’è un movimento che vuole ripristinare tutto “come era e dov’era” a partire dal teatro comunale bombardato durante la guerra, si cercano vincoli comunitari originari immaginari per escludere anziché includere i riminizzati. Voglio dire che le moltitudini, uso il plurale in questo caso, vengono ricodificate per appartenenze identitarie parziali.</p>
<p>Così ad esempio le comunità di provenienza che conservano gli “usi e costumi”. Interessante a questo proposito è il documentario di Marco Bertozzi sulla comunità dei lampedusani a Rimini e sulla loro festa della Madonna di Lampedusa. Questa conservazione è la ricostruzione di un passato in un “altrove”, è un modo per sfuggire alla moltitudine, per ricostruire un popolo, una massa con una identità regressiva, un ghetto in cui chiudere un passato idealizzato e che domina il presente.</p>
<p>In queste comunità regressive si ricodifica una narrazione che assume la forma del rifatto e del rivisto. Viene bloccata la creatività e la produzione di stili di vita si cristallizza in forme precostituite da una specie di canone di cui sono detentori i capi bastone o i ministri o qualsiasi altra forma gerarchica che possa esprimere quella comunità.</p>
<p>Particolarmente odiose sono, a mio parere,le comunità cosiddette etniche che vogliono imporre norme di comportamento e forme di soggettività a chi ha cercato volutamente una via di fuga nella moltitudine. Queste comunità regressive non riconoscono l’alterità al proprio interno,proprio perché sono identitarie,e vivono in una dimensione paranoidea in cui: “ci siamo noi che apparteniamo a questa comunità che condividiamo questa e quella caratteristica poi ci sono loro che ci minacciano che non vogliono farci esprimere che ci odiano ecc”.Queste comunità, di solito, conquistano dei territori nelle metropoli e li segnano con i loro simboli di appartenenza. Si possono trovare nelle periferie delle grandi città. Non qui a Rimini.</p>
<p>Qui però, ci sono comunità che rispondono al bisogno di ricodificare una appartenenza ad una cultura patriarcale, ormai scomparsa, come San Patrignano, o di ripristinare un antico o mai vissuto, sentimento religioso. Come la Comunità Papa Giovanni XXII. Così le comunità aggregano per passioni tristi ed i loro adepti indossano stili di vita abbandonati da altri e rattoppati per la bisogna.</p>
<p>Ma accanto a questa risposta regressiva all’emergere della moltitudine ne esiste un&#8217;altra che non si basa sulla nostalgia di una inesistente comunità originaria ma sulla passione attiva per una “comunità che viene” come la chiama Giorgio Agamben. Questo significa che si compongono in situazioni particolari, che possiamo definire calde, delle piccole comunità convocate da elementi naturali: la gravidanza, la nascita, i primi periodi di vita, gli asili, le scuole,il lavoro, le malattie, il dolore la morte ma anche i momenti di divertimento il piacere e il tempo liberato dal lavoro e così via in un processo di socializzazione.</p>
<p>Questi eventi vitali hanno la forza di un magnete e attirano naturalmente delle piccole comunità che sviluppano vincoli di solidarietà che producono sostegno ed auto-aiuto tramite lo scambio di affetti e sentimenti al di la di qualsiasi altra appartenenza etnica o religiosa o sessuale.</p>
<p>Queste comunità creano cittadinanza e crescendo e concatenando fra loro diversi codici producono una ricombinazione creativa da cui emergono nuovi gruppi culturali.</p>
<p>Questi gruppi,che possono anche essere comunità di rete, comunità di un centro sociale, come ad esempio il P.A.Z, elaborano in totale autonomia ed autogestione nuove forme e nuovi stili di vita che si diffondono nella moltitudine secondo un percorso rizomatico imprevedibile. Sono delle comunità ricombinanti che sperimentano le forme di vita, ed i legami sociali di una realtà a venire.</p>
<p>Questa città ha l’estrema necessità di favorire questo processo spontaneo, accompagnandolo senza ostacolarlo o peggio ancora tentare di condurlo verso schemi e forme precostituiti altrove. La moltitudine dei riminizzati percorre le strade di queste comunità ricombinanti che appaiono come un non essere ancora, come direbbe Bloch, sono crogiuoli della fusione calda, strumenti di una ricerca che non va mai ostacolata, come ci ha ricordato Peirce.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>G.Agamben, La comunità che viene, Einaudi</p>
<p>Bloch, E., Ateismo nel Cristianesimo, Feltrinelli</p>
<p>W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi</p>
<p>Bauman, Z., Modernità Liquida, Laterza</p>
<p>A. Bauleo, Psicoanalisi e Gruppalità, Borla</p>
<p>Hardt, M., Negri, A., Moltitudine, Rizzoli</p>
<p>B. Spinoza, Etica, Editori Riuniti</p>
<p>G.Deleuze; F. Guattari, Millepiani, Castelvecchi</p>
<p>L. Montecchi, Varchi, Pitagora</p>
<p>C.S. Peirce, Opere, Bompiani</p>
<h3>Filmografia</h3>
<p>F. Fellini, Amarcod</p>
<p>R. Scott, Blade Runner</p>
<p>M. Bertozzi, Rimini Lampedusa Italia</p>
<h3>Webgrafia</h3>
<p><a href="http://www.rekombinant.org">http://www.rekombinant.org</a></p>
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		<title>La Transe metropolitana</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jan 2007 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Affronterò questo tema partendo dalla realtà della provincia di Rimini. Si tratta di un osservatorio interessante da un duplice punto di vista. Il primo, il più evidente, è costituito dalla migrazione turistica. Infatti Rimini città ha 130.000 abitanti nella stagione &#8230; <a href="https://bleger.org/la-transe-metropolitana/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Affronterò questo tema partendo dalla realtà della provincia di Rimini. Si tratta di un osservatorio interessante da un duplice punto di vista. Il primo, il più evidente, è costituito dalla migrazione turistica. Infatti Rimini città ha 130.000 abitanti nella stagione invernale e circa 1.000.000 in quella estiva. Naturalmente durante l&#8217;estate, gli ospiti che transitano sono molto di più di un milione perchè vi è un continuo ricambio di presenze.</p>
<p>Questa vocazione turistica della città ha avuto un impulso molto forte negli anni sessanta con la teoria del &#8220;Turismo di massa&#8221;.</p>
<p>Con questa idea l&#8217;amministrazione di sinistra della città intendeva offrire la possibilità di una vacanza al mare anche a classi sociali che non avevano avuto, sino a quel momento, un margine economico per potersi permettere la &#8220;vacanza&#8221;.</p>
<p>Così, allora, arrivarono in riviera le famiglie operaie di Dortmund o di Milano e gli impiegati di Vigevano o di Goteborg. Parallelamente, il governo della sinistra, impedì l&#8217;ingresso delle grosse concentrazioni di capitale finanziario e permise la crescita di un turismo basato sulle piccole pensioni a conduzione famigliare. Molte di queste pensioni sono nate dalle case che accoglievano i bagnanti, questi tornavano, perché si erano trovati bene e portavano altri clienti. I proprietari, spesso muratori, costruivano un altra camera, poi un altra ancora, spesso in spregio alle norme urbanistiche ed alla fine si ritrovavano con un piccolo albergo o una pensione familiare.</p>
<p><span id="more-42"></span></p>
<p>Durante questa crescita di tipo &#8220;americano&#8221; era facile accumulare danaro con qualsiasi tipo di attività che attirasse l&#8217;interesse turistico. Naturalmente questa fama di ricchezza attirò a Rimini numerose persone in cerca di lavoro e nuove opportunità di vita.</p>
<p>Così la città passò in poco tempo &#8211; più o meno 10 anni anni da 80.000 abitanti a 130.000 con un aumento di circa 50.000 abitanti. Cambia il volto della città, ma non solo quello. Cambia la composizione della popolazione. Cambia la struttura del nucleo famigliare.</p>
<p>Si produce un interessante fenomeno: si creano due città, una estiva, trasgressiva, sudaticcia, proletaria e carica di sessualità, una invernale, piccolo borghese, tradizionalista e provinciale un po&#8217; ipocrita. La linea di frattura fra le due città è la linea della ferrovia che taglia il corpo urbano: a monte &#8220;Ariminum&#8221;, città antica di tradizioni umbre e galle romane, bizantine, sede dei Malatesta e capitale della Signoria di quel personaggio nicciano che fu Sigismondo Malatesta. A valle Rimini, la marina, il Grand Hotel, il lungomare, gli ombrelloni, i turisti, le turiste, le svedesi, le francesi, il sesso, i cargadour, i birri, i bagnini, la birra, le patatine,il ketchup.</p>
<p>Le due città si odiano, non si rispettano non si integrano. La prima città, provinciale, si vergogna un po&#8217; della seconda ma la sfrutta e l&#8217;ammira. Ammira e forse invidia una certa dose di libertà dei costumi, una sfrenatezza popolaresca contadino/marinara, una circolazione libidica assolutamente vietata dalla coscienza piccolo borghese. Ma questa città &#8220;estiva&#8221; non rimane confinata solo nella marina ma si estende con l&#8217;immaginazione anche a ridosso della città vecchia e comincia a circondare il borgo ristretto ancora nelle mura malatestiane.</p>
<p>Nascono nuovi quartieri cresce un&#8217;altra città anche a monte,una città che non condivide la mentalità di Ariminum, per esempio non ne condivide il dialetto romagnolo, vi sono altri linguaggi e il dialetto rimane confinato ai &#8220;veri riminesi&#8221;: di nuovo problemi con l&#8217;identità.</p>
<p>Qual è dunque l&#8217;identità di questa città che muta i suoi cittadini e che accoglie per periodi di tempo ristretti migrazioni di cittadini di altre città e di altre nazioni?</p>
<p>Se consideriamo,anche in questo campo la psicologia degli ambiti di J.Bleger,potremmo partire da un&#8217;analisi dell&#8217;ambito comunitario.</p>
<p>Possiamo subito pensare a quale forma di comunicazione si instaura nella città turistica: una forma elementare, si tratta di una comunicazione economica,dove per economia si intende l&#8217;economia libidica: attrazione e repulsione,incorporazione,espulsione. Tutto si basa sul corpo: il corpo da esibire in spiaggia o da addestrare e curare un corpo da nutrire,un corpo da cercare.</p>
<p>Flussi libidici organizzati in corpi,macchine desideranti che si connettono con altre macchine, sguardi improvvisi e diminuzione del controllo sui propri atti come se in quello spazio si potesse realizzare il desiderio.</p>
<p>Come un &#8220;indigeno&#8221; il turista &#8220;perde per periodi più o meno lunghi,e in grado variabile, l&#8217;unità della propria presenza e l&#8217;autonomia dell&#8217;io.&#8221; La comunità turistica prevede altri corpi o macchine, una altra economia monetaria quella di chi suda, serve, sorride pensando ad altro, organizza balli per lavoro, aspetta i clienti nella pensione, guida l&#8217;autobus, porta via i rifiuti, controlla i depuratori ma, spesso nel tempo libero, si mischia alla massa e spende, consuma ciò che produce immediatamente senza accumulare.</p>
<p>Altri accumulano e sudano e maledicono il giorno in cui sono venuti a faticare ma dormono poco in preda ad una frenesia che li porta a spendere energie senza riposare. Sono l&#8217;esercito dei lavoratori, degli stagionali che migrano in cerca di fortuna, di danaro, di folla.</p>
<p>Questa comunità effimera e transitoria, possiamo definirla una comunità stagionale, si confronta con una comunità stabile e se vogliamo con una struttura di potere: la città vecchia con le sue tradizioni e le sue istituzioni.</p>
<p>Il paradosso che qui si evidenzia è che la città vecchia ha &#8220;pensato&#8221; permesso ed in qualche modo prodotto la comunità stagionale, di fatto questa è la grande industria della città, l&#8217;attività produttiva che prevede anche un indotto con attività economiche e commerciali legate al turismo: eppure questa vecchia città si vergogna dell&#8217;estate, le due città non riescono ad integrarsi e questo provoca effetti in diversi ambiti come quello istituzionale, quello gruppale famigliare e quello individuale.</p>
<h3 class="western">L&#8217;ambito famigliare</h3>
<p>Possiamo osservare, a titolo esemplificativo, una mutazione avvenuta nell&#8217;ambito familiare. L&#8217;analisi di questo ambito che si colloca a cavallo fra l&#8217;istituzione: l&#8217;istituzione familiare, e il gruppo, ci permetterà di comprendere a questo livello i fenomeni della migrazione,dell&#8217;identità e se vogliamo della psicopatologia.</p>
<p>Il modello famigliare, la struttura di questo particolare gruppo è molto ben descritta da una scena del film &#8220;Amarcord&#8221; di Fellini. Quella famiglia, con il padre sanguigno e la mamma &#8220;azdora&#8221; ossia reggitrice è già una famiglia piccolo borghese inurbata nella Rimini degli anni 30. Ma lo sviluppo degli anni 60 ha esteso l&#8217;esogamia per cui i matrimoni popolari non sono più con una ragazza di &#8220;un paese di fuori&#8221; ma con svedesi, tedesche, francesi, svizzere. Insomma si è prodotta una nuova identità familiare che non era prevista in quel borgo di Fellini. Rimini non era preparata ad una cultura metropolitana.</p>
<p>Per questo le nuove famiglie hanno portato una differenza anche nella città vecchia. Non più solo d&#8217;estate ma anche in inverno c&#8217;erano luterani e non solo cattolici o comunisti/anarchici. C&#8217;erano soprattutto, in queste famiglie codici diversi che ancora non sono riusciti ad emergere. Possiamo rappresentare la situazione con uno schema.</p>
<p>Si instaura un conflitto sulle regole della nuova famiglia ad esempio sulla educazione dei figli. L&#8217;antica soluzione di questo conflitto prevedeva la prevalenza di uno schema, di solito quello patermo mentre quello materno diventava latente per riemergere solamente durante i conflitti educativi. Ora questa soluzione non è più praticabile. Risulta impossibile per una ragazza di Berlino o di Parigi adeguarsi al modello di &#8220;Azdora&#8221; che sta in casa e la governa, fa le tagliatelle e la piadina.</p>
<p>Del resto la mentalità della città vecchia non aiuta queste famiglie a fondare una loro identità. Le famiglie si sentono quasi sempre lacerate nella loro differenza e riportano al loro interno il conflitto di identità che abbiamo analizzati nell&#8217;ambito comunitario (estate/inverno).</p>
<p>Sembra che non si riesca a trovare una nuova identità e che ci si debba riferire sempre a schemi famigliari tradizionali per essere integrati nella città vecchia e quindi definirsi &#8220;riminesi&#8221;.</p>
<p>Le macchine desideranti che si sono concatenate nel flusso estivo stentano a trovare una coscienza della loro identità e spesso vagano in una &#8220;falsa coscienza&#8221; come se ci si dovesse per forza adeguare ad uno schema famigliare dominante che non esiste più e non corrisponde alla realtà&#8230;</p>
<p>Non so, dunque se questa linea di frattura che stiamo descrivendo non sia una linea che corre fra le istituzioni della endogamia e quelle della esogamia. Sta di fatto che questi nuclei famigliari esogamici non possono definirsi direttamente romagnoli o italiani ma devono rifarsi, quanto meno, ad una identità europea, ad una realtà ideale, forse ad una comunità utopica.</p>
<p>Ma è certo che esistono e ciò che succede nell&#8217;altra sponda del mare Adriatico ci fa riflettere sulla esplosione delle differenze e sulla ricerca di identità etniche che negano l&#8217;esogamia e lacerano tutti coloro che provengono da nuclei famigliari esogamici. Vi sono oltre 3 milioni di yugoslavi nella ex yugoslavia, yugoslavi perchè figli di un croato e una serba o di una bosniaco musulmano e un bosniaco ortodosso e così via.</p>
<p>Queste persone sono costrette a scegliere negando una parte della loro identità che si riferisce ad una comunità esogamica che abbraccia tutto il mondo. La frantumazione della ideale comunità esogamica multirazziale e multiculturale porta alla psicopatologia della comunità etnica, del &#8220;moglie e buoi dei paesi tuoi&#8221;, della purezza del sangue e di altri delirii endogamici tristemente conosciuti.</p>
<p>Anche per questo motivo abbiamo cercato un programma di prevenzione che lavori per la presa di coscienza di una nuova realtà e che porti alla produzione,di una diversa identità culturale nella nostra città e provincia. Questo programma si focalizza su di un periodo particolare di formazione dell&#8217;identità:l&#8217;adolescenza.</p>
<h3 class="western">L&#8217;Adolescenza</h3>
<p>Su questo fondamentale periodo è importante lo studio di G. Lapassade: &#8220;Il mito dell&#8217;adulto&#8221;, in questo lavoro, dei primi anni 60, Lapassade sostiene che l&#8217;adolescenza ha uno statuto a se, non è semplicemente un periodo di passaggio ma è la metafora dell&#8217;identità dell&#8217;essere unano, una identità incompiuta perché in continuo cambiamento.</p>
<p>Attraverso l&#8217;adolescenza vista come momento in cui tutti i destini dell&#8217;adulto sono possibili Lapassade ci propone una identità fortemente ancorata all&#8217;immaginazione, che accetta le forma simboliche della comunicazione solo come strumenti e non come feticci cui uniformare un comportamento, feticci a cui l&#8217;adolescente dovrebbe soggiacere entrando nel mondo adulto.</p>
<p>Questo mondo adultus, divenuto, questo stato è storicamente, socialmente e geograficamente determinato e l&#8217;adulescens colui che diventa produce un mondo di simboli, crea sempre un mondo nuovo se non è costretto a non essere.</p>
<p>Dunque in questa prospettiva l&#8217;adolescente o meglio gli adolescenti sono un punto di confluenza della molteplicità, l&#8217;emergenza del nomadismo in una identità famigliare territorializzata. Sono un punto di catastrofe di una mutazione che può portare a diversi esiti.</p>
<p>La nostra attività preventiva si rivolge dunque a questi soggetti ed in particolare seguendo gli studi di T. K. Cohen: &#8220;I ragazzi delinquenti&#8221; abbiamo diviso gli adolescenti in coloro che hanno un atteggiamento &#8220;proscolare&#8221; e chi ha un atteggiamento &#8220;antiscolare&#8221;.</p>
<p>E&#8217; soprattutto in questa seconda categoria che si svolge il nostro intervento, qui infatti si trovano soprattutto gli adolescenti che per problematiche famigliari, di cui abbiamo parlato precedentemente, vengono respinti ai margini dell&#8217;identità culturale locale, non hanno nessun tipo di ormeggio ne possibilità di identificarsi con la cultura dei padri perché la loro famiglie presentano un alto grado di differenziazione rispetto al modello ideale dominante nella quotidianità della città.</p>
<p>Per questo motivo producono sottoculture che si riallacciano ai filoni presenti in tutto il mondo che riguardano il mondo degli adolescenti. In questo campo la città e la provincia di Rimini, vivono una realtà che è importante precisare.</p>
<p>Negli anni 70 &#8211; 80 per aumentare le potenzialità di accoglienza si sono diffuse molte iniziative che tendevano ad aumentare la stagione turistica oltre l&#8217;estate. Per questo si è sviluppato un turismo congressuale ma anche, ed è il punto che qui ci interessa, un turismo giovanile interessato al ballo e alla vita da discoteca Nella Provincia di Rimini sono concentrate circa 200 discoteche, la concentrazione più alta d&#8217;Italia. Sono discoteche di tutti i tipi, compreso le discoteche che come si dice &#8220;fanno tendenza&#8221;.</p>
<p>Questi locali richiamano nei fine settimana di tutto l&#8217;anno una folla numerosissima di giovani che vengono da tutta la pianura padana ed anche ed anche dal Centro Italia. Vi sono ormai fenomeni particolari come treni dedicati al ballo e campagne promozionali contro l&#8217;alcol, e le compresse di estasi al fine di prevenire i decessi da incidenti automobilistici del sabato sera.</p>
<p>Tuttavia questa situazione, a nostro avviso, va ulteriormente analizzata, considerando per l&#8217;appunto l&#8217;adolescenza ed anche la tendenza a comportamenti ORDALICI come ad esempio sfidarsi nell&#8217;attraversare con l&#8217;auto a tutta velocità un incrocio della via nazionale con il semaforo rosso.</p>
<p>Ma l&#8217;analisi ha portato, e qui tocchiamo l&#8217;argomento di cui mi interessa parlare, sul piano di un fenomeno che incominciamo a definire come &#8220;Transe Metropolitana&#8221;. Che cosa significa? E perché ne parliamo qui?</p>
<p>Torniamo per un momento all&#8217;identità e proviamo per un momento a definirla come: coscienza dell&#8217;unità della propria presenza come unità numerica e non di specie e cioè: Io sono io e non un altro, sono nato il tal giorno del tal anno nel tal luogo ho fatto questo e quello ecc. Secondo L. Prieto solo l&#8217;essere umano ha coscienza della propria identità numerica mentre gli altri esseri. possono avere, coscienza dell&#8217;identità di specie e di generare (maschile, femminile ecc.).</p>
<p>Questa coscienza dell&#8217;identità numerica ha qualche cosa a che fare con il concetto di &#8220;presenza&#8221; che utilizza Ernesto De Martino, un antropologo italiano.</p>
<p>De Martino parla, nel suo testo &#8220;Il Mondo Magico&#8221; di crisi della presenza che si scatenerebbe in determinati momenti di cui il paradigma sarebbe il lutto. In un altro suo testo, &#8220;Morte e pianto rituale&#8221; descrive questo crisi che si presenta maggiormente la dove, come dice lui il contenuto della presenza manca di ogni interna discriminazione. E cioè, per dirla in altro modo, riprendendo un concetto fondamentale anche nell&#8217;opera di J. Bleger la discriminazione è funzione dell&#8217;identità.</p>
<p>Certamente, se la discriminazione è carente, la &#8220;presenza&#8221;, ossia &#8220;l&#8217;essere per se&#8221; come dice Sartre sconfina facilmente nell'&#8221;essere in se&#8221; delle cose, basta dunque un momento critico della esistenza: &#8220;nascita, pubertà, matrimonio, paura e morte, potremmo includere migrazione&#8221; perchÈ si possa parlare per periodi più o meno lunghi e in grado variabile l&#8217;unità della propria persona e l&#8217;autonomia dell&#8217;io e quindi il controllo degli atti. In poche parole perché si possa perdere l&#8217;identità e la coscienza di una identità numerica.</p>
<p>Ed è proprio in queste situazioni critiche in cui il singolo si sente minacciato nel proprio &#8220;essere nel mondo&#8221; che emerge il rito che fornendo stereotipi ossia modelli di comportamento oggettivi codificati ricollega con una supposta tradizione.</p>
<p>Ma è come ci ha insegnato Pichon Riviere lo stereotipo è il nemico dl pensiero perché impedisce di elaborare una situazione attuale riproponendo vecchi modelli rassicuranti, lo stereotipo è anche pericoloso perché può fornire basi pseudo teoriche all&#8217;aggressività perché l&#8217;ansietà depressiva, ossia la paura di perdere la tradizione, si può trasformare un&#8217;ansietà paranoide per cui si individua un &#8220;nemico&#8221; responsabile della situazione critica in cui ci troviamo. Anche Franco Fornari aveva descritto la guerra come l&#8217;elaborazione paranoica del lutto.</p>
<p>È in queste situazione critiche che gli stereotipi prescrivendo certi comportamenti a chi occupa una certa posizione attribuiscono ruoli che vengono assunti dagli attori e se non sono elaborati nel compito presente provocano una ripetizione astorica che si riferisce ad una &#8220;tradizione&#8221; che può definire la situazione attuale, il contesto, solo attraverso l&#8217;imposizione violenta e tramite il consenso dell&#8217;atto comunicativo (Habermas).</p>
<p>Questi stereotipi che definiscono le condotte dei ruoli come il padre, la madre, il figlio, il fratello ecc. sono effetto di una cultura stancamente determinata ed entrano fortemente in crisi in situazioni di cambiamento come le migrazioni ma anche in situazioni come quelle che abbiamo descritto in una città come Rimini.</p>
<p>Quando questi ruoli diventano fissi, simulacri di una cultura tradizionale che appartiene ad un altro paese ed un altro tempo, ad un altrove, possono essere vissuti come &#8220;altri&#8221; che si calano nell&#8217;identità e la modificano a seconda di ciò che il ruolo prescrive. Tu devi comportarti così dice il ruolo che possiede il soggetto in una situazione critica. Ossia in questa situazione il figlio, il padre, la madre, il fratello si devono comportare così per evitare di perdere l&#8217;identità. Ma l&#8217;interpretazione del ruolo in questo dramma è, secondo noi, in funzione del compito reale che convoca gli attori o se volete i membri di un gruppo.</p>
<h3 class="western">La transe metropolitana</h3>
<p>Bisogna distinguere fra rito, cerimonia, ed elaborazione creativa della situazione attuale. Infatti vi è differenza fra il pensare ed il decide su di un pensiero cosciente e la decisione frutto dell&#8217;applicazione di stereotipi.</p>
<p>La differenza sta nella funzione di discriminazione, nella capacità di contenere l&#8217;ansia prodotta da una situazione di crisi. Ma come è evidente ogni situazione è una situazione nuova anche se il gioco di un processo a spirale può presentare elementi analoghi. Sono elementi che si ripresentano in un altro giro di spirale.</p>
<p>Ma torniamo a Rimini e alla transe metropolitana. Da numerosi studi possiamo definire la transe come un comportamento del corpo o meglio un corpo che si dissocia da una coscienza ordinaria che trapassa (trans-ire) in una coscienza marginale in cui l&#8217;identità è mutevole e la discriminazione molto bassa.</p>
<p>Lapassade descrive delle figure della transe che secondo lui costituiscono una genealogia del fenomeno: ci sarebbero</p>
<p>una transe sciamanica o estasi</p>
<p>una transe dispotica</p>
<p>una transe profetica</p>
<p>una transe drammatica o catartica</p>
<p>una transe satanica DIONISO = DIAVOLO</p>
<p>una transe isterica</p>
<p>Il fenomeno sarebbe sempre lo stesso la differenza sarebbe la lettura che il potere effettua sul fenomeno. La lettura costruisce anche una definizione e quindi anche un controllo.</p>
<p>Per Lapassade: &#8220;pressoché in ogni fase della sua storia, la transe è legata alla lotta di classe. Essa appare così come un analizzatore naturale della contraddizione sociale&#8221;. Ora , senza approfondire ulteriormente il concetto di analizzatore basti dire che per Lapassade e per l&#8217;analisi istituzionale analizzatore &#8220;è un comportamento che obbliga alla manifestazione di una verità sociale, di una situazione fino a quel momento tenuta nascosta o insufficientemente conosciuta dagli individui.&#8221;</p>
<p>Bene, si diceva che la transe può essere un analizzatore, un emergente clinico di una determinata situazione storico sociale.</p>
<p>Ad esempio la transe sciamanica ci indica una società senza stato dove lo sciamano può educare ad un modo di accesso a stati modificati di coscienza in funzione di una situazione che richiede costantemente l&#8217;elaborazione di strumenti per affrontare i cambiamenti della vita quotidiana.</p>
<p>Diversa invece è la transe dispotica dove lo stato in mano al despota organizza il controllo &#8220;perinde ac cadaver&#8221; dei corpi dei sudditi.</p>
<p>Naturalmente la possibilità di uscire dai ruoli predeterminati e dai comportamenti prescritti o dagli stereotipi è una figura di transe. Così, in questo senso l&#8217;organizzazione sociale e l&#8217;elaborazione sempre più definita dei ruoli in rapporti economici ad esempio di schiavitù, o feudali o capitalistici vengono evidenziati dalla forma della transe ossia da come la transe viene spiegata.</p>
<p>In questo senso stiamo cercando di interpretare il fenomeno della transe legata all&#8217;uso di droghe. In particolare il desiderio di &#8220;sballo&#8221; ossia di uscita dal perimetro di una coscienza di se vista come limitante è da mettere in relazione con codici di rapporti sociali che prescrivono ruoli rigidi stereotipati che non lasciano nessun margine alla creatività e che vengono vissuti come imposti da un ordine simbolico predeterminato, da una ideologia potremmo dire.</p>
<p>Se dunque una ideologia dominante esercita la propria egemonia prescrivendo dei ruoli sociali che gli attori devono assumere necessariamente al fine di mantenere quei rapporti sociali determinati che costituiscono la forma di produzione del periodo allora il desiderio di fuga da quei ruoli o da quella coscienza ordinaria che prescrive quei ruoli è la manifestazione di un desiderio di un nuovo ordine sociale e di nuovi rapporti sociali.</p>
<p>Tradizionalmente la transe è legata alla perdita dei confini dell&#8217;identità e dunque porta a quella situazione che può essere anche definita di gruppo in fusione (Sartre) o di fenomeno di massa come ci dice Freud, a questo punto vi può essere un controllo dispotico tramite un medium che ipnotizza la massa vi può essere un effetto catartico per cui le masse si possono liberare delle tensioni per poi ricaricarsi durante il corso della coscienza ordinaria. In questo caso il fenomeno di transe è funzionale all&#8217;ordine sociale prestabilito.</p>
<p>Oppure vi può essere un cambiamento in funzione di una presa di coscienza non verso una distruzione della coscienza ma verso un suo allargamento.</p>
<p>Si evidenzia che in questo modo noi riteniamo la coscienza come ordinatrice dei ruoli sociali e quindi come morale dominante.</p>
<p>E&#8217; questo super io o Altro generalizzato come dice G. H. Mead a porsi come DOVERE, obbligo, divieto; cioè come prescrittore di norme comportamentali che definiscono i ruoli sociali. Ma noi sappiamo che questa etica non è &#8220;naturale&#8221; ma socialmente e geograficamente determinata.</p>
<p>Del resto ai fenomeni della transe è sempre stato collegata un&#8217;idea di immoralità, di violazione dei tabù sessuali ecc.. Stiamo pensando a questo fenomeno della frequentazione massiccia delle discoteche ed alla sottocultura che si collega come ad un fenomeno di transe metropolitana non ritualizzata, anche se esistono aspetti sempre più coscienti di cosa si sta facendo ma senza che ci si immerga nel fenomeno infatti possiamo avere:</p>
<p>Quindi se pensiamo a questo fenomeno come una transe metropolitana lo possiamo pensare come desiderio di uscita dalla coscienza ordinaria intesa anche come morale dominante, possiamo dire con Reich morale sessuale dominante. A questo punto questa coscienza direbbe Lucaks : -ci si presenta come &#8220;coscienza giusta&#8221; cioè come qualcosa che, soggettivamente, deve e può essere compresa e giustificata sulla base della situazione storico sociale, ed al tempo stesso come qualcosa che oggettivamente passa accanto all&#8217;essenza dello sviluppo sociale senza riuscire a coglierlo e a dare ad esso espressione adeguata quindi come &#8220;falsa coscienza&#8221;-.</p>
<p>La coscienza giusta di questo fenomeno che abbiamo inteso come transe metropolitana ci riporta all&#8217;adolescenza come potenzialità di crescita e di creatività ed ai movimenti sottoculturali internazionali legati alla prospettiva di una nuova fruizione sociale.</p>
<p>Evidente infatti che se vi sono movimenti che spingono coscientemente per una forma multirazziale e multiculturale questi sono movimenti che prefigurano una comunità esogamica mondiale e si oppongono al nazionalismo e alla definizione di identità basata sul territorio sull&#8217;etos, sul sangue di una comunità endogamica regressiva e tradizionalista.</p>
<p>Per noi quindi la promozione dei fenomeni di transe metropolitana va di pari passo con la ricerca di una coscienza multi etnica e antinazionalista che è tipica dei nuclei familiari che si sono formati nel crogiolo della migrazione, sia pure una migrazione turistica.</p>
<p>In questo senso movimenti come l&#8217;Hip Hop ed anche la &#8220;tecnotranse&#8221; con i rave ripropongono forme di creatività slegate dalla ripetizione e prefigurano forme di vita basate sullo scambio di conoscenze pratiche dove il ruolo è in funzione dello stile di vita che non è prescritto a priori ma prodotto nella prassi.</p>
<p>Promuovere sviluppare queste forme di transe metropolitana significa anche favorire una presa di coscienza della necessità del cambiamento degli schemi di riferimento per misurarli con il compito attuale e non con le norme dettate dalla tradizione.</p>
<p>In questo senso la transe è il metodo giusto per fondere i ruoli predeterminati che si sono impossessati dell&#8217;identità ma il gruppo il piccolo gruppo che lavora sul compito è la condizione necessaria perché si possa accedere alla coscienza di una nuova identità che è una identità in cambiamento continuo.</p>
<p>Quindi, come scuola di prevenzione siamo impegnati nella formazione di operatori che intervengono in centri sociali giovanili per favorire l&#8217;aggregazione di adolescenti con un atteggiamento antiscolare. Queste aggregazioni propongono la festa, il ballo, la musica come modalità di aggregazione e dunque interferiscono nella &#8220;transe metropolitana&#8221; però dal punto di vista di un allargamento della coscienza e non verso una sua distruzione ed un assoggettamento delle volontà a forme di controllo dispotiche.</p>
<p>Ma non promuoviamo momenti di scarico emozionale puramente catartici che poi servono a mantenere le identità preformate e rigide dei rapporti sociali predeterminati. Cerchiamo invece di sviluppare e favorire tutte quelle forme di liberazione da ruoli tradizionali ormai ridotti a simulacri perché i desideri possano realizzare i legami sociali di nuove comunità fondate sul rispetto delle differenze e sulla valorizzazione della creatività.</p>
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		<title>Gruppi operativi nell&#8217;adolescenza</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Nov 2006 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[L’adolescenza è un insieme di storie intrecciate, un grumo di possibilità che si dischiude passando attraverso la mutazione del corpo. Con slittamenti progressivi, senza un preavviso, la voce cambia, spuntano peli ovunque e dai genitali escono liquidi sconosciuti o troppo &#8230; <a href="https://bleger.org/gruppi-operativi-adolescenza/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’adolescenza è un insieme di storie intrecciate, un grumo di possibilità che si dischiude passando attraverso la mutazione del corpo.</p>
<p>Con slittamenti progressivi, senza un preavviso, la voce cambia, spuntano peli ovunque e dai genitali escono liquidi sconosciuti o troppo conosciuti, come il sangue.</p>
<p>Nella vita quotidiana transitano desideri sconfinati, si agitano pulsioni prepotenti, emergono nuove emozioni.</p>
<p>E ad un risveglio mattutino dopo sogni inquieti ci si sente come Gregor Samsa, trasformati in un enorme insetto.</p>
<p>Ma questa metamorfosi kafkiana non è individuale, anche gli amici, le amiche stanno cambiando.</p>
<p>C’è però un ingresso individuale, un percorso corporale, una singolarità che immette in quello stato modificato di coscienza che chiamiamo adolescenza.</p>
<p>L’adolescenza è singolarità, è la mia adolescenza, ma nello stesso tempo pluralità: le tante adolescenze dei miei amici, o le adolescenze di chi mi ha preceduto, ad esempio i miei genitori.</p>
<p>Che cosa sta avvenendo?</p>
<p><span id="more-41"></span></p>
<p>Il corpo del bambino è abbandonato. Il vecchio involucro non c’è più. Inutile cercarlo. Rimangono solo ricordi, nostalgie di un odore, il terrore di un suono, immagini che attirano o che ripugnano, sorrisi e ghigni, pugni e carezze.</p>
<p>Eppure conserviamo dei simulacri nelle fotografie, nei video, nei supporti magnetici o cartacei per aiutare la memoria che può solo accedere alle emozioni collegate agli oggetti familiari: una bambola, un soldatino, il vaso della mamma che ho rotto e che il babbo ha riparato, l’orso di peluche che non parla più e così via, nella serie che può comprendere errori ed orrori, violenze, seduzioni,</p>
<p>non fare così che mi fai male, mi hai fatto male, mi ricordo, non ti devi ricordare questo…</p>
<p>Ma non c’è tempo per piangere il piccolo che fu e che ricresce in qualche fantasia familiare regressiva. Bisogna diventare adulti.</p>
<p>Si, ma quale adultus? Chi è il diventato, l’essere compiuto?</p>
<p>Quale è il modello di cui l’adolescente diventerà copia?</p>
<p>Questa “adultità” è un’idea platonica, è evidentemente un mito, come ha dimostrato negli anni 60 del novecento Georges Lapassade.</p>
<p>Noi nasciamo prematuri, necessitiamo di cure per un tempo enormemente superiore a qualsiasi altro animale. Siamo esseri incompiuti, neotenici, che solo un gruppo è in grado di completare.</p>
<p>Ed è in un gruppo primario: la famiglia, che si organizza uno schema concettuale di riferimento e operativo, la matrice gruppale della soggettività.</p>
<p>E’ questo schema che cambia, durante l’adolescenza, senza un modello precostituito perché il vecchio gruppo familiare non è più sufficiente a contenere le pressioni pulsionali.</p>
<p>La mente infantile si apre, i confini scompaiono ed appare il mondo nel suo splendore e nella sua miseria. L’adolescente, come Siddharta, vuole vedere il mondo, vuole uscire dal palazzo dorato o peggio, vuole fuggire oltre le mura dell’inferno del suo gruppo primario.</p>
<p>Spalancate le porte di casa esce dalla famiglia, per accedere ad un altro stato di coscienza.</p>
<p>Ma come non esiste “l’adulto assoluto” se non all’interno delle determinazioni storico-sociali, così non esiste “l’adolescente assoluto”.</p>
<p>Il giovane Werther, o il giovane Holden, ripetono la stessa storia della ribellione e della delusione dell’immersione nel mondo e della fuga dal mondo.</p>
<p>L’adolescenza era uno stato critico nelle società tradizionali, e veniva protetto da specifici riti di passaggio che avevano la funzione di evitare le “ crisi della presenza”, come le chiamava Ernesto De Martino, e cioè, riprendendo la nostra terminologia da Pichòn Riviere, quando lo schema di riferimento concettuale e operativo, la forma in movimento, la “gestalt gestaltung “in cui viene riposta l’esperienza della vita quotidiana, è sottoposta ad un cambiamento per permettere l’elaborazione di nostre esperienze, allora avviene la “crisi della presenza”, emergono le ansie di base.</p>
<p>Ansia depressiva, in primo luogo, ed ansie persecutorie e confusionali.</p>
<p>In questa fase di cambiamento c’è la ricerca di un gruppo che possa permettere l’elaborazione di un nuovo schema concettuale. Il gruppo degli amici.</p>
<p>Ma, come si diceva, nelle società tradizionali, l’adolescenza era un immaginario sociale che significava passaggio dall’infanzia ad una certa età adulta, e si celebrava con riti collettivi di iniziazione.</p>
<p>Per esempio, fra gli indios Guaranì del Sud America l’iniziazione all’età adulta si caratterizzava con l’assunzione di una bevanda composta dalla Ayahuasca, una sostanza che produce potenti allucinazioni zoomorfe.</p>
<p>I giovani dovevano scoprire il loro “animale guida” che li avrebbe transitati nell’altra età senza perdere l’anima.</p>
<p>Simili sono altri rituali che prevedono l’allontanamento dalla tribù, il digiuno fino a provocarsi delle allucinazioni uditive e visive o con l’assunzione di sostanze o con prove di sopportazione del dolore, ferite rituali, escoriazioni ecc.</p>
<p>Questa protezione rituale è scomparsa ed oggi assistiamo al suo ritorno sotto forma di pratiche metropolitane inconsapevoli, che non rispondono più al significato immaginario sociale condiviso, ma significano il dilatarsi nel tempo e nello spazio della condizione sociale di una perenne adolescenza che non è più il passaggio per un&#8217;altra condizione, ma è condizione in se.</p>
<p>Stato mentale di perenne ricerca, incompiutezza, essere che diventa, come i “prigioni” di Michelangelo, incompleti che lottano per uscire dal marmo, che cerca di ridurli a una forma informe, ad una materia prima dove ancora tutto è possibile.</p>
<p>L’adolescenza, così pensata e percepita, è come il tempio Jaina di Adinath a Rankapur ci sono 1444 colonne, ma una è storta, perché la perfezione non è dell’uomo.</p>
<p>L’adolescenza è così la coscienza dell’incompiutezza, l’apertura all’altro e alle possibilità, la ricerca continua di un orizzonte.</p>
<p>Tuttavia la progressiva scomparsa dei contenitori gruppali e delle forme rituali che organizzano l’adolescenza ha portato all’emergere di comportamenti distruttivi e alla presenza di forme di violenza senza scopo che caratterizzano il mondo della vita di chi ha un modello sociale individualista chiuso in una sola dimensione temporale: il presente.</p>
<p>Questa forma di vita che prospera nella nostra contemporaneità è puntiforme, digitale, piena di passato e di futuro, si aggira nella notte o nel giorno senza una traiettoria prevedibile, come una particella elementare viene attratta dai campi di forze, da attrattori strani che possono trasformare in un attimo il percorso di una vita. Da ciclista a cocainomane, da rapinatore a rapper, da studente ad assassino seriale, come ci mostra il film Elephant.</p>
<p>La polverizzazione dei percorsi vitali è la conseguenza dell’instaurarsi di significati immaginari sociali che esaltano l’individuo assoluto, cioè sciolto da ogni legame con l’altro.</p>
<p>L’individuo assoluto è il nuovo modello, un modello che richiama altre costruzioni immaginarie, altre risposte identitarie che ripropongono narrazioni mitiche basate su ideologie regressive e fondamentaliste.</p>
<p>Si sente riproporre, contro l’individuo assoluto, la comunità di sangue di cui parlava Tonnies: la Gemeineschaft come se si potesse tornare ad una mitica terra madre alla urkultur, la cultura di origine.</p>
<p>Non c’è nessuna origine, questo è solo un mito regressivo e pericoloso, non c’è nessuna civiltà di appartenenza originaria, il fondamento che bisognerebbe difendere e a cui bisognerebbe tornare.</p>
<p>Ma quale fondamento? Siamo tutti senza fondamenti, siamo noi a produrre la nostra cultura, non c’è nessun adulto. Né nel futuro né nel passato.</p>
<p>Siamo noi a produrre i nostri adulti storicamente determinati.</p>
<p>Ma in questa situazione, con la dissoluzione progressiva dei gruppi primari e secondari, e con l’emergere dell’individuo assoluto, entriamo in balia di risposte violente ed aggressive senza alcun motivo.</p>
<p>Queste aggressioni dimostrano la prevalenza della psicopatia, cioè la dominanza dell’azione senza pensiero.</p>
<p>Questo è l’effetto della digitalizzazione della vita, della scomparsa dei progetti che hanno forma analogica e non digitale, e della frantumazione e colpevolizzazione di qualsiasi gruppo operativo.</p>
<p>Che cosa è allora un gruppo operativo nell’adolescenza?</p>
<p>E’ una delle forme di resistenza al dominio del significato immaginario sociale individualista, è un modo per produrre legami e vincoli laterali e per produrre scopi.</p>
<p>Solo scopi o compiti chiari possono convocare i gruppi operativi, sono questi scopi che producono un nuovo significato immaginario sociale.</p>
<p>Porterò come esempio un vecchio gruppo operativo che si è svolto in una scuola professionale 15 anni fa. Si trattava di un gruppo di 16 ragazzi dai 14 ai 16 anni.</p>
<p>La consegna o compito manifesto del gruppo era di scegliere i corsi che avrebbero dovuto fare al termine del periodo di orientamento, che prevedeva una rotazione tra quattro attività professionali.</p>
<p>Il gruppo doveva discutere di queste esperienze e poi scegliere.</p>
<p>Immediatamente il setting del gruppo, un ora e mezza, con un coordinatore e con le sedie a circolo viene avvertito come un corpo estraneo dalla istituzione scolastica.</p>
<p>Lo spazio senza banchi è avvertito come un qualcosa che non si sa bene cosa sia.</p>
<p>Non è la lezione, ma neanche la ricreazione.</p>
<p>In mezzo ad una agitazione, un movimento continuo, un brusio di sottofondo che serve a diminuire l’ansia per la novità, cominciano ad apparire interrogativi su cosa sia quello strano spazio in cui “il prof” non parla, ma sta seduto ed ascolta senza mettere note.</p>
<p>Qualcuno dice:</p>
<p>“Io non vado quasi mai in discoteca”,</p>
<p>come se quello spazio potesse essere lo spazio di una discoteca immaginaria, un gruppo per divertirsi.</p>
<p>Accanto a questo c’è la richiesta che il coordinatore del gruppo organizzi e definisca lo spazio, c’è la ricerca di un capo, di un qualcosa che riporti tutto alla dimensione istituita della scuola, in cui non c’è baccano, si sente sul coordinatore il deposito del ruolo del professore “che non fa volare una mosca”.</p>
<p>Qualcuno dice che c’è baccano perché il professore non parla perché:</p>
<p>“Per forza, parlano gli altri”.</p>
<p>Se parlano gli altri non c’è l’ordine della lezione in cui parla solo uno, ma il parlare in molti è il cambiamento, il passaggio allo spazio del gruppo, alla moltitudine che permette la compresenza di molti altri alla discussione.</p>
<p>Questo cambiamento dello schema di riferimento concettuale ed operativo crea sconcerto, ansia, che viene espressa con il comportamento.</p>
<p>Mano a mano che si susseguono le sedute ed avanza il processo gruppale si può notare che l’ansia nel gruppo non è prodotta dalla situazione gruppale ma dalla consegna: il gruppo, discutendo, prende coscienza che la scelta tra un corso professionalizzante ed un altro è doppiamente frustrante.</p>
<p>Qualcuno dice:</p>
<p>“Io l’operaio d’estate non lo faccio.”</p>
<p>Questo futuro che collassa sul presente diventa molto ansiogeno, e cercano di depositare su di un integrante del gruppo la scelta del profilo professionale che nessuno vuole fare.</p>
<p>Qualcuno dice:</p>
<p>“E’ la legge del più forte”,</p>
<p>segnalando in questo modo il conflitto centrale del gruppo.</p>
<p>Loro non hanno futuro e sono emarginati perché non sono forti ed a loro volta emargineranno tra loro qualcuno che sarà il capro espiatorio.</p>
<p>Sembra che il codice del gruppo sia la legge del più forte.</p>
<p>Nelle altre sedute continua questo modo di affrontare il compito, cioè quello di costringere un “più debole” a scegliere il corso che nessuno vuole fare.</p>
<p>Tuttavia, ad un certo punto, emerge la consapevolezza che scaricare su di un membro del gruppo tutta la tensione e sacrificarlo non fa parte del loro modo di pensare, anche se continuano a ragionare per linee individuali:</p>
<p>“L’importante è che mi qualifichi”, dice uno.</p>
<p>Comincia anche ad emergere la consapevolezza che non si può costringere una persona contro la sua volontà, esistono le scelte diverse, esiste la libertà:</p>
<p>”Lei professore ha mai visto tutta la gente che guarda un solo canale alla televisione?”</p>
<p>Questa consapevolezza genera un ansia fortissima. Non sanno cosa fare, non sanno cosa scegliere e come scegliere assieme. Si sentono in una trappola. Tutta la rabbia blocca il pensiero e si trasforma in un agito:</p>
<p>viene rotto un vetro della porta.</p>
<p>Come se volessero uscire dall’aula, ma anche dalla situazione angosciosa.</p>
<p>L’acting, come sempre è un ostacolo al lavoro del gruppo: trasforma la parola, il pensiero, in azione; produce uno scarico di tensione, ma senza che a questo segua una presa di coscienza.</p>
<p>Anche il coordinatore viene accusato di essere la causa della divisione dei membri del gruppo. Domina l’ansia paranoide.</p>
<p>Tuttavia nelle ultime sedute il gruppo, lavorando sul compito, prende coscienza che il coordinatore non tiene l’ordine nel gruppo, ma che non è neanche un manipolatore che tende subdolamente a dividere gli integrati.</p>
<p>“Guarda che non è lui che ci divide”.</p>
<p>Vi è una presa di coscienza che un profilo professionale non interessa a nessuno, e che nessuno deve essere costretto a farlo per forza.</p>
<p>“E’ un lavoro che non mi interessa”.</p>
<p>Dopo di che sono usciti prima dell’ora istituzionale e non hanno voluto scegliere loro per l’istituzione.</p>
<p>Infatti anche io ho capito alla fine del gruppo che il compito istituzionale divergeva dal compito del gruppo.</p>
<p>L’istituzione voleva che gli adolescenti decidessero fra loro chi doveva andare ai corsi ben sapendo che, per lo meno, un corso non interessava a nessuno, ma si doveva fare per sostenere l’istituzione stessa.</p>
<p>Il gruppo invece aveva come compito la produzione del proprio futuro e la costruzione di un progetto collettivo.</p>
<p>Questo gruppo ha costruito il proprio futuro creandosi un esperienza in cui non si è diviso, e non ha accettato di scegliere come l’istituzione o il mondo degli adulti diceva di scegliere.</p>
<p>Questo è l’esempio della produzione di un significato immaginario sociale gruppale.</p>
<p>Il nostro compito è costruire una collezione di esempi che mostrino come si produce un significato immaginario sociale gruppale, è questo il nostro paradigma, che, come dice Khun, nella “Struttura delle rivoluzioni scientifiche”, si contrappone alla collezione di esempi che ci viene costantemente presentata dal paradigma basato sul significato immaginario sociale individuale.</p>
<p>I gruppi operativi sono piccoli, non sono molti, ma scavano le loro gallerie, e ci sarà un giorno in cui faranno cadere l’intera impalcatura sovrastante, e certamente, come un tempo, qualcuno dirà: “Ben scavato, vecchia talpa! ”</p>
<h3>Bibliografia:</h3>
<p>Cornelius Castoriadis L’istituzione Immaginaria della società Boringhieri</p>
<p>Deleuze Guattari Millepiani Castelvecchi</p>
<p>Antonio Negri Michael Hardt Moltitudine Rizzoli</p>
<p>Zigfrid Bauman Modernità Liquida laterza</p>
<p>Enrique Pichon Riviere Il Processo Gruppale lauretana</p>
<p>Armando Bauleo Psicoanalisi e gruppalità Borla</p>
<p>Georges Lapassade Il mito dell’adulto Ed Guaraldi</p>
<p>Leonardo Montecchi Introduzione alla concezione operativa di gruppo <a href="http://www.Psycomedia.it">http://www.Psycomedia.it</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tesi di prevenzione I</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2006 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Va-t’en,qui que tu sois; ne me prends pas par les épaules Isidore Ducasse conte di Lautreamont I canti di Maldoror &#160; Queste tesi sulla prevenzione si sono trasformate in uno scritto grazie ad un processo di catalizzazione e precipitazione d’immagini, &#8230; <a href="https://bleger.org/tesi-di-prevenzione-i/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Va-t’en,qui que tu sois;</em></p>
<p><em>ne me prends pas par les épaules</em></p></blockquote>
<p>Isidore Ducasse conte di Lautreamont</p>
<p>I canti di Maldoror</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste tesi sulla prevenzione si sono trasformate in uno scritto grazie ad un processo di catalizzazione e precipitazione d’immagini, emozioni, storie vissute, attraversamenti e contaminazioni multiple. E’, come sempre, l’immaginario ad essere in questione: l’immagine del liceo di Colombine che troviamo in Elefant di Gus Van Sant. Quelle traiettorie in un acceleratore di particelle vitali ci mostrano, nella microfisica elementare, la mutazione antropologica caratterizzata dai significati immaginari sociali della società che si sta istituendo nella contemporaneità. Una società in cui la dimensione individuale assoluta è un significato immaginario sociale centrale. Proviamo dunque a chiarire questo primo passaggio.</p>
<p><span id="more-39"></span></p>
<h2 class="western">La vita quotidiana</h2>
<p>La nostra vita quotidiana ci si presenta come naturale e tendenzialmente separata dal piano storico sociale dei “grandi avvenimenti”. Nella vita quotidiana tutto scorre secondo un ritmo lento, ripetitivo o routinario, funzioni elementari, abitudini, credenze. Per la vita quotidiana c’è anche un abito mentale, uno stato di coscienza ordinario.</p>
<p>Anche questo stato di coscienza ha le sue colonne d’Ercole: la sera prima di addormentarsi quando il mondo che ci circonda si sfarina in una molteplicità di istanti totalmente incompatibili fra loro quando, come ci dice Proust, siamo sulla poltrona di casa e contemporaneamente nella casa della zia di fronte a quel vecchio quadro che ci fa tanta paura per questo fuggiamo accalorati dal cane nero che ci insegue mentre la nostra mano è toccata dalla fiamma del camino in cui stiamo mettendo un pezzo di legno perché il fuoco va alimentato.</p>
<p>Ma, queste dissociazioni, queste nuance dell’io, non sono solamente crepuscolari, appartengono ad una quantità di istanti in cui il piano di coscienza ordinario incontra dei varchi inattesi dove si rende evidente un’alterità. Alcuni di questi varchi: lapsus, dimenticanze, sbadataggini, atti mancati sono stati studiati da Sigmund Freud che li ha definiti come “piccole perturbazioni funzionali della vita quotidiana”, crepe da cui emerge l’inconscio.</p>
<p>Lasciamo per ora questa alterità e ritorniamo alla vita quotidiana e alla sua coscienza, pensiamo a quella coscienza o questa, se volete, e dunque anche ai significati che la sorreggono. Questa coscienza, un po’ come un edificio, si fonda su significati condivisi. Qui sorge un primo problema che sarà oggetto della nostra discussione. Se dobbiamo parlare di significati condivisi dobbiamo mettere in questione la naturalità della coscienza “ordinaria” perché, se i significati fossero evidenti, non sarebbe necessario introdurre la condivisione invece, aimè, un significato non è evidente, ha una relazione con una cosa e questa cosa non è immediatamente significativa per tutti e ovunque. Dunque la cosa può avere o non avere un significato o meglio può avere un significato ma anche un altro.</p>
<p>Ricordate lo zio matto in Amarcord? Per lui i sassi erano significativi e li teneva in tasca, per gli altri non avevano alcun significato anzi lo zio, con quella sua mania di dare significato a cose che non l’avevano diventava pure lui una “cosa significativa” diventava “il matto”. Cioè chi non condivide il significato delle cose, di alcune o molte. Il matto, così, è chi per un motivo o per l’altro non condividendo il significato delle cose fuoriesce dallo stato di coscienza quotidiano.</p>
<h2 class="western">Il logocentrismo</h2>
<p>Torniamo ancora a questo punto di analisi per cominciare a distinguere fra cose e parole e dunque anche fra il mondo delle cose, la dove le cose hanno significato in se e per se, e il mondo delle parole che si riferiscono alle cose. Questo mondo, il mondo delle parole, è stato spesso identificato come il mondo specifico dell’essere umano, come se l’essere umano si riducesse al mondo delle parole, come se la parola fosse l’essenziale dell’umano. Di qui la critica al logocentrismo che fa Jaques Derrida. Non sono le parole a fare gli uomini ma gli uomini a fare le parole. Il linguaggio parlato è solamente una delle innumerevoli forme della comunicazione, non c’è nessuna struttura originaria della lingua, il linguaggio parlato non è il codice dei codici di qualsiasi comunicazione. Smettiamo di attardarci su questa illusione.</p>
<p>Eppure la coscienza quotidiana è dominata da questo significato immaginario sociale: il linguaggio, la parola è l’essenza dell’essere umano l’uomo è l’animale parlante. E il muto? E’ un uomo difettoso, un minorato. Ma se ci fosse una mutazione e la comunicazione avvenisse con gli odori? Non ci sarebbero più uomini? Questa concezione logocentrica provoca problemi nella vita quotidiana, non si può più sostenere un’antropologia che ha come significato immaginario sociale centrale la parola, la coscienza che si basa su questo pilastro è circoscritta e limitata ed il suo dominio impedisce l’accesso ad altri stati di coscienza che comunicano con forme differenti dalla parola. Insomma, da questo punto di vista il logocentrismo è un handicap, un ostacolo all’allargamento dell’area della coscienza.</p>
<p>Ma torniamo per un momento al mondo logocentrico: questo mondo ci si presenta come l’universo tolemaico, un mondo che ha il suo centro nella terra e non nel sole. Come i pianeti giravano attorno alla terra costituendo i diversi cieli fino al cielo delle stelle fisse e tutti questi cieli si muovevano ed erano mossi</p>
<blockquote><p>Sì come rota ch’egualmente è mossa</p></blockquote>
<p>(Dante Paradiso canto XXXIII)</p>
<p>Nel mondo della parola tutti i significati girano attorno alla centralità del logos come se il logos avesse un fondamento metafisico a priori, a prescindere dalle condizioni di esistenza nel mondo. Il logos è il linguaggio parlato, non è il monolite di 2001 Odissea nello spazio di Kubrik. E’ una forma di comunicazione, non La comunicazione per eccellenza. Quanta comunicazione c’è in uno sguardo, in una carezza,in un odore,in un sapore? Questo non significa che non si comunichi con le parole ma che le parole sono un caso, un aspetto particolare, della comunicazione non il centro.</p>
<h2 class="western">I significali sociali immaginari</h2>
<p>Se spingiamo la nostra analisi in questa direzione possiamo scoprire che le diverse società umane, non so per le società che siamo abituati a definire animali,si istituiscono come sostiene Cornelius Castoriadis instaurando significati sociali immaginari. Non con il logos ma con il mytos. Perché immaginari? Perché la relazione che si instaura con una cosa ed una parola non è data, non è a priori “in mente dei”. Questa relazione è un atto creativo è una produzione: una poiesis. Anche Giovan Battista Vico parlava di momento poetico per l’istituzione di significati sociali e ci diceva che “La sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità,dovette incominciare da una metafisica,non ragionata ed astratta qual è questa or degli addottrinati,ma sentita ed immaginata quale dovett’essere di tali primi uomini,siccome quelli ch’erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie…”(G. B. Vico Della Metafisica Poetica paragrafo 1)</p>
<p>La citazione di Vico ci permette di introdurre l’immaginazione cioè la facoltà di creare cose, facoltà che gli antichi chiamavano anche fantasia. Questa facoltà produce immagini anche senza nessun riferimento a cose, non è legata alla raffigurazione o alla rappresentazione della realtà può utilizzare elementi provenienti dalla sensazione e dalla percezione ma e qui è il punto importante può produrre immagini attingendo esclusivamente a se : “alla stessa materia di cui sono fatti i sogni”. (Shakespeare: La tempesta)</p>
<p>L’immaginario è una continua produzione desiderante e non ha nulla a che fare con l’immagine speculare di cui parla Jaques Lacan quando si riferisce allo stadio dello specchio, cioè al momento in cui il bambino si riconosce nella propria immagine riflessa.</p>
<p>L’immaginario non è quell’io colto nello specchio, non è un’alienazione, non ha nulla a che fare con l’io, la produzione dell’immagine non ha nulla a che vedere con l’ottica, non obbedisce a nessuna legge anzi la legge è un’immagine, le matematiche sono immaginarie e l’infinito immaginario contiene qualsiasi infinito matematico. Le produzioni dell’immaginario sono “cose” che divengono mondi possibili, come l’alam al-mithal “Il mondo delle analogie” o l’alam al-kayal “il mondo dell’immaginazione” degli autori sufi. Sono molteplici e innumerevoli i mondi,che l’immaginario costituisce e pone come reali.</p>
<p>Castoriadis distingue due immaginari:</p>
<p>un immaginario radicale: il vulcano che erutta il “magma” di significati.</p>
<p>Un magma è un flusso caldo di significati non strutturati,mutevoli,è la fonte delle significazioni,da questo magma emergono le immagini, le cose che fondano significativamente l’essere sociale.</p>
<p>Forse Empedocle cercava questo magma tuffandosi nell’Etna.</p>
<blockquote><p>(..) e ti getti nelle fiamme</p>
<p>dell’Etna con un brivido di voglia</p></blockquote>
<p>(F.Holderlin: Empedocle)</p>
<p>Da questo immaginario magmatico, per precipitazione, derivano i significati immaginari sociali che istituiscono una data società. Questo è l’immaginario sociale, un’epifania dell’immaginario radicale, una cristallizzazione di alcuni significati del magma.</p>
<p>L’immaginario sociale non può spegnere il vulcano, tuttavia i significati si raffreddano ed il flusso si divide in forme stabili permettendo la costruzione di uno storico sociale caratterizzato da istituzioni del dire: i linguaggi significativi, e da istituzioni del fare:le tecniche strumentali. L’istituzione di questi storico sociali è la condizione per l’istituzione dei soggetti che abitano questi storico sociali determinati.</p>
<p>Il soggetto, i soggetti sono fabbricati, come le armi, nell’officina di Efesto che forgia le catene significati legandole ai significati immaginari sociali centrali per quello storico sociale determinato.</p>
<p>Dunque l’immaginario sociale è storicamente determinato e si definisce attorno a significati centrali. I soggetti che abitano quello storicosociale sono fabbricati dalla trama di significati immaginari centrali e si relazionano fra loro tramite un certo logos e una certa tecne.</p>
<h2 class="western">Il codice semiotico</h2>
<p>Come un brogliaccio assegna le parti nella commedia dell’arte così i significati immaginari centrali producono i ruoli e le funzioni di uno storico sociale, di quello storico sociale ma anche di questo storico sociale che stiamo vivendo.</p>
<p>I significati immaginari non sono legati a nessun referente, non c’è nessun “oggetto reale” che dovrebbe riferirsi a significati come Dio, bene,ecc. Ogni storico sociale declina questi ed altri significati immaginari secondo un proprio codice.</p>
<p>Sulla base di questo codice si realizza una certa semiotica cioè un legame sensato fra segni e significati, posto che esista fra il segno e l’<em>oggetto dinamico</em> una relazione, che C. S. Peirce definisce, di tipo indicale, iconico e simbolico.</p>
<p>L’indice indica l’oggetto cui si riferisce, l’icona ha un rapporto di somiglianza,mentre il simbolo ha una relazione arbitraria. I significanti immaginari sociali sono o meglio possono essere, interpretazioni di un interpretante in una certa semiosi. Per Peirce la semiosi è illimitata, cioè non vi è un termine certo e definitivo alla produzione di significati, l’interpretante a sua volta diventerà segno di un nuovo interpretante e così via attorno all’oggetto dinamico in una continua produzione di significati.</p>
<p>Si può dire che una certa semiosi ritaglia una modo di interpretazione di significati e che quel modo è un codice che permette il funzionamento sensato delle relazioni sociali. Esemplificando ulteriormente: un codice semiotico permette la comprensione fra i soggetti che utilizzano quel codice. In senso stretto un codice linguistico permette la comprensione degli enunciati agli utenti che lo conoscono e che sono definiti come emittenti o riceventi dei messaggi. Il codice è sempre performativo perché modella secondo i canali predefiniti l’emittente e il ricevente.</p>
<p>Cioè le funzioni di questi soggetti: il soggetto che emette enunciati ed il soggetto che riceve gli enunciati sono costruiti, fabbricati o meglio istituiti dal codice che si sta utilizzando, se questi soggetti non rispettano le condizioni di uso,cioè non si adeguano all’ordine performativo, non possono comunicare o comunicano in modo difettoso. Naturalmente secondo il codice che utilizzano o vorrebbero utilizzare: Il codice istituito della semiosi istituita.</p>
<p>Comincia ad apparire chiaro che istituire una certa semiosi è una limitazione, è una codifica circoscritta delle relazioni significative fra segni e oggetti. Le cose in se e per se possono avere una relazione arbitraria con altre cose in se e per se. Ricordiamo che per Peirce un segno è un oggetto che sta al posto di un altro, “rappresenta” un altro oggetto, questa relazione arbitraria dell’”oggetto dinamico”, della “cosa in se e per se” con un’alta “cosa in se e per se”, che Peirce definisce segno è posta dall’interpretante.</p>
<p>E’ l’interpretante che immagina il segno, cioè istituisce, per esempio, una relazione arbitraria fra un certo volo degli uccelli e un significato. Questo significato immaginario è stato istituito nella società storicamente definita etrusca e l’interprete di quel significato immaginario sociale è un soggetto fabbricato ad hoc per quella competenza e cioè l’aruspice. Non c’è aruspice al di fuori di quel significato immaginario sociale di quello storico sociale istituito.</p>
<h2 class="western">Stati di coscienza</h2>
<p>Dunque, riprendiamo il nostro discorso: lo stato di coscienza ordinario si basa sulla condivisione di significati immaginari sociali che istituiscono lo “storicosociale” in cui si svolge il “dramma” della vita quotidiana. Questi significati trascendono il soggetto, perché lo fabbricano così come fabbricano gli altri soggetti come personaggi o ruoli della “commedia umana” quotidiana.</p>
<p>Erving Goffman termina il suo studio su “La vita quotidiana come rappresentazione” con queste interessanti considerazioni:</p>
<blockquote><p>“In questo studio l’individuo è stato implicitamente diviso in due parti fondamentali: è stato considerato come un attore, un affaticato fabbricante di impressioni, immerso nel fin troppo umano compito di mettere in scena una rappresentazione, ed è stato considerato come un personaggio, una figura per definizione dotata di un carattere positivo,il cui spirito,forza ed altre qualità eccezionali debbono essere evocati dalla rappresentazione.</p>
<p>Gli attributi dell’attore e quelli di un personaggio sono di ordine diverso, e anche in modo fondamentale: comunque ambedue posseggono un significato in relazione allo spettacolo che deve continuare” (pag 288).</p></blockquote>
<p>Questi personaggi, che gli attori rappresentano portano con se i significati immaginari che istituiscono la società storica determinata in cui si svolge quello “spettacolo che deve continuare” Ma in questa commedia umana a volte è messa in scena la totale perdita di significato:</p>
<blockquote><p>“Hamm. Siamo noi che ringraziamo. (pausa. Clov si avvia alla porta). Ancora una cosa. (Clov si ferma). Un ultima grazia. (Clov esce) Nascondimi sotto il lenzuolo. (Lunga pausa) No? Pazienza (Pausa). Tocca a me (Pausa). La mossa. Giocare. (Pausa. Stancamente) Vecchio finale di partita persa, finito di perdere (Pausa. ecc.).&#8221;</p></blockquote>
<p>Samuel Bekett: Finale di partita</p>
<p>Finisce la partita, la partita è persa.</p>
<p>I significati immaginari sociali si dissolvono,crollano i pilastri del cielo, i personaggi non hanno più forza, sono mutati, il corpo degli attori deve disciplinarsi a questo copione difettoso, la comunicazione è assurda. Questo mondo in disfacimento fabbrica soggetti intermittenti che colano come i ritratti di Francis Bacon, fa emergere oggetti liquidi come gli orologi di Dalì.</p>
<p>La vita quotidiana è attraversata da varchi imponenti che immettono in dimensioni diverse dai significati immaginari sociali che hanno fondato il secolo novecento ed hanno permesso la sua rappresentazione agli attori.</p>
<p>Nelle routines si è inserita una dimensione virtuale che si è caratterizzata per la materializzazione di immagini e la diffusione planetaria della sfera interconnessa dei mezzi di comunicazione di massa. Questa infosfrera raccoglie immagini in movimento. Si tratta di una mutazione importante non solo per il piano storico sociale o piano di consistenza ma anche per l’immaginario. Infatti il magma di significati dell’immaginario radicale è per così dire raffreddato da varie molteplicità di figure mobili che non sono evocate da un supporto biologico e da una narrazione analogica ma stanno li, come nuove cose in se e per se. Come manufatti che, a differenza delle immagini dipinte su un supporto materiale o di statue “estratte” dal marmo o dal travertino o da qualsiasi altro supporto, a differenza di immagini impresse su lastre dalla luce, fotografie che sembrano giustificare l’immaginario speculare lacaniano, a differenza di tutto ciò si permettono di muoversi grazie alla tecnica che permette il loro deposito in memorie magnetiche e la loro evocazione grazie a cervelli al silicio. Gli schermi, su cui si muovono e parlano queste immagini, evidenziano un mondo immaginario,di più, visualizzano questa dimensione aprendo un varco fra il piano di consistenza ed il piano immaginario.</p>
<p>L’ingresso nel mondo della vita quotidiana di una routine che apre un canale di comunicazione con l’immaginario istituisce un’antropologia dello storico sociale contemporaneo. Questa antropologia prevede uno stato di coscienza ipnoide all’interno della vita quotidiana, cioè, lo stato modificato di coscienza caratterizzato dalla visione del televisore in poltrona non è più tipico di una situazione spettacolare esterna e separata dalla vita quotidiana come ad esempio il cinema.</p>
<p>Infatti “si va” al cinema, il cinema è un edificio che contiene una sala con un grande schermo ecc ecc.. Non è possibile avere il cinema nella quotidianità, solo i regnanti o i grandi ricchi hanno una sala cinematografica per se.</p>
<p>Il cinema favorisce le identificazioni con le star, e per questo motivo è nato un nuovo olimpo con nuovi dei. In questo Olimpo del novecento si sono prodotte per la prima volta le “immagini in movimento” della dea della bellezza, del dio della guerra ecc. Venere, soprattutto, ma anche Marte hanno assunto il volto di attori che hanno popolato un immaginario sociale che ha travalicato i confini degli stati nazionali e ha istituito una società immaginaria con i propri miti e riti. In questa società hollywoodiana, c’è la libertà di amarsi, esiste il divorzio, l’individuo si fa da se, e così via con altri significati immaginari che sono entrati in conflitto con la dimensione quotidiana dell’essere sociale delle società istituite come stati nazionali. Lo stile di vita delle star è un modello per identificazioni molteplici, ma queste identificazioni producono anche imitazioni e desiderio di modellare il proprio corpo come la star favorita.</p>
<h2 class="western">La società dello spettacolo</h2>
<p>Questo processo di imitazione è molto profondo e sotto altri aspetti può ricordare le forme di possessione teatrale analizzate da antropologi come Michel Leris presso i Gondar.</p>
<p>Infatti i personaggi, con le loro pettinature, i vestiti, gli atteggiamenti, gli abiti nel senso che è attribuito da Peirce a questa parola, cioè modi di comportamento ripetuti fino alle posture del corpo, si impadroniscono degli “attori” che li trasportano nelle “rappresentazioni” della vita quotidiana molto spesso senza rendersene conto.</p>
<p>A volte gli “abiti” delle star sono oggetto di imitazione perché riproducibili in serie illimitata: per essere un po’ Humphrey Bogart bisogna bere whisky e indossare un trench per essere un po’ “vamp” bisogna avere degli atteggiamenti svaniti, pettinarsi in un certo modo, abbigliarsi in un altro e così via.</p>
<p>Tutti questi significati immaginari fondano una società dello spettacolo che, non è limitata dalle frontiere né dai linguaggi. L’appartenenza a questa società immaginaria è in relazione alla visione di immagini in movimento proiettate su di uno schermo in un apposito edificio. Dove si è diffusa questa tecnologia allora si sono diffusi i significati immaginari che istituiscono la società dello spettacolo.</p>
<p>Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come una immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.</p>
<p>(Guy Debord “La società dello spettacolo punto 1)</p>
<p>Questa società immaginaria cola nella società reale produce modifiche nelle abitudini, nei corpi e tal volta si pone in forte conflitto con i personaggi del teatro sociale che fondano od hanno fondato la vita quotidiana di quello stato determinato, di quello storico sociale circoscritto.</p>
<p>Un conflitto di significati immaginari molto cruento che non può che terminare con l’annientamento del significato immaginario con minore sex appeal.</p>
<p>Ossia, per parlare del novecento già nei primi decenni è stato evidente chi si atteggiava ancora a stellina dell’operetta e chi seguiva Francesca Bertini.</p>
<p>Ma ancora un secolo è stato necessario per istituire una società immaginaria diffusa su tutto il pianeta.</p>
<p>A questa diffusione ha contribuito in modo determinate anche la musica, e la possibilità di trasmettere e riprodurre parole,e suoni a grande distanza così come è avvenuto con la radio.</p>
<p>La combinazione dello starsystem del cinema con quello della musica ha prodotto un allargamento dell’olimpo mediatico. Sono entrate in campo le rockstar, da Elvis ai Beatles, il processo di imitazione è diventato pervasivo ed anche segno del tentativo di istituire una “controcultura”.</p>
<p>La Controcultura degli anni sessanta ha prodotto molti significati immaginari, pensiamo ai gruppi musicali ed al loro prototipo: I Beatles.</p>
<p>E’ interessante la proposta di un gruppo, non è un dio, ma un gruppo che funziona solo collettivamente. Questo è veramente un significato immaginario eversivo.</p>
<h2 class="western">Altrove</h2>
<p>Infatti la società immaginaria fondata dai gruppi controculturali che conquistano la scena degli anni 60 e 70 è una società che istituisce una frattura con le generazioni precedenti,con le altre società.</p>
<p>La frattura è totale soprattutto con l’ordine gerarchico, non ci sono più padri, non c’è un leader, una star, c’è un gruppo ci sono i gruppi che producono, mettono in scena la molteplicità del desiderio, per questo la linea dell’imitazione e della identificazione non viaggia solo dal mondo delle star al mondo degli esseri umani ma anche fra gli esseri umani secondo una proliferazione rizomantica che genera nuovi gruppi e nuove socialità.</p>
<p>Questa società immaginaria di aggruppamenti e di gruppi ha dichiarato la propria secessione dai vecchi significati immaginari dello spettacolo. La secessione si è prodotta a Woostok nel 1969, in quei “tre giorni di pace,amore e musica” i 500.000 lì convenuti hanno istituito una società immaginaria alternativa alla società dello spettacolo dominante.</p>
<p>Quello spazio immaginario è altrove è sempre altrove. Da qui provengono queste tesi di prevenzione. Qualsiasi enunciato,come questo che state leggendo, rimanda ad un enunciante che si definisce in relazione allo spazio immaginario in cui è prodotto. Questo significa che qualsiasi segno assume un significato in una situazione definita. Non esiste un significato assoluto a priori ma ogni significato è l’effetto di un processo di significazione.</p>
<p>Il processo di significazione avviene fra cose in se,segni e interpreti in situazioni definite e porta alla produzione di significati.</p>
<p>La definizione della situazione è l’istituzione di uno spazio determinato in cui si installano specifici significati immaginari sociali.</p>
<p>Per esempio il teorema di Thomas postula che “Se si definisce una situazione come reale questa diviene reale in tutte le sue conseguenze” Ciò significa ad esempio che la situazione “uccisione di un passante sul ponte” possa essere definita come:</p>
<p>assassinio inspiegabile, o uccisione di un nemico a seconda che la situazione sia definita “pace” o “guerra”.</p>
<p>Certamente se la situazione “guerra” non è istituita con tutti i suoi significati immaginari ci si può trovare nella particolare condizione di Robert De Niro in Taxi Driver o in qualsiasi altra condizione, che altri potrebbero definire come “ideazione persecutoria”, e si può intraprendere una “azione di guerra” contro i “nemici” perché la situazione “stato di guerra” non è condivisa ma è la produzione immaginaria di un singolo processo di soggettivazione. Tuttavia se qualcuno definisce per qualche ragione una situazione come reale, questa situazione,per chi ne condivide la definizione, diviene reale in tutte le sue conseguenze. Quindi se per me c’è una invasione di alieni che si sono impadroniti dall’interno degli esseri umani e li controllano senza mostrarsi con il loro vero volto, questa situazione per me sarà reale e quindi cercherò di lottare o fuggire.</p>
<p>Questa molteplicità degli stati di realtà viene messa in evidenza dall’analisi di A. Schutz che descrive la presenza simultanea di una moltitudine di mondi della vita quotidiana in cui valgono differenti province di significato, per esempio il mondo di Don Chisciotte è un mondo in cui i mulini a vento sono giganti,così il cavaliere dalla trista figura parte,lancia in resta, contro i suoi nemici.</p>
<p>La consistenza del muro contro cui l’Hidalgo impatta sembrerebbe l’irruzione della Realtà nel suo mondo, è il senso comune che dice: “lasciargli sbattere la testa contro il muro, poi si renderà conto di qual è la realtà”.</p>
<p>Ma l’immaginazione si riprende dallo stordimento e ipotizza una spiegazione della dura evidenza sperimentale: è stato il Mago,il nemico di Don Chisciotte,a trasformare i giganti in mulini, così i significati immaginari del mondo cavalleresco rimangono intatti e la situazione riceve sempre la definizione di “avventura cavalleresca” e non di “ insanità mentale”.</p>
<p>“Nulla si sa tutto si immagina” dice un personaggio nell’ultimo film di Fellini: La voce della luna”</p>
<p>Quindi è fondamentale chiarire o definire lo spazio da cui si interviene.</p>
<p>La nozione di intervento ci immette nel campo della prassi, ma come abbiamo detto per noi la prassi non è priva di teoria, non è una azione a se stante: un “atto puro”</p>
<p>Tutt’altro, la prassi è carica di teoria che a sua volta è una forma dell’immaginazione, è dunque l’immaginazione creatrice a costruire schemi di riferimento per la prassi della vita quotidiana.</p>
<h2 class="western">Schemi di riferimento concettuali e operativi</h2>
<p>Ed è a questi schemi di riferimento che va diretto l’intervento di prevenzione: la prassi operativa.</p>
<p>In primo luogo,dunque, sta la collocazione in un altrove.</p>
<p>Questo spazio è abitato dall’immaginazione radicale che istituisce la gruppalità come significato immaginario sociale.</p>
<p>Va da se, dunque, che questa istituzione immaginaria della società è radicalmente opposta a quella da cui siamo partiti in queste tesi, che è mostrata in modo tragico nel film di Gus van Sant.</p>
<p>Qui è mostrata l’istituzione immaginaria della società dell’individuo assoluto.</p>
<p>Questo immaginario è messo in scena nel liceo di Colombine:</p>
<p>gli individui compaiono sullo schermo, preceduti da un nome,poi seguono delle traiettorie, come degli elettroni direbbe Mario Pollo, la loro “libertà” li porta, in quell’acceleratore di particelle elementari, a scontrarsi con altri individui, parcellizzati.</p>
<p>Non sono le monadi di Leibniz, senza porte né finestre, sono solo parti, particelle imprevedibili nelle loro traiettoria,accelerate da una istituzione,”Il liceo”, quella si, molto prevedibile.</p>
<p>In quella scuola i percorsi sono individuali, vi sono solo alcuni raggruppamenti: le tre ragazze che vomitano il cibo della mensa nel bagno scolastico, qualche coppia, poi la discussione guidata sulla omosessualità e finalmente l’unica lezione, di fisica atomica.</p>
<p>E proprio in quella lezione che uno degli individui viene bombardato da proiettili autoprodotti in aula.</p>
<p>E’ quello l’unico episodio che potrebbe essere considerato il “casus belli”, un evento che scatena la “guerra preventiva” di una coppia che alimenta i significati immaginari del proprio mondo con la visione di documentari sul nazismo e con l’acquisto tramite internet di armi da guerra e divise militari.</p>
<p>Ora, è evidente che i nostri individui vivono la loro condizione sotto minaccia, si sentono privati di qualcosa, forse avvertono la privazione di una qualche forma di legame sociale.</p>
<p>Sembra che la costituzione di qualsiasi legame,anche per la loro coppia con un qualche sfondo omosessuale, possa diventare una minaccia per la libertà individuale, per il percorso instabile dell’elettrone/individuo. Qualsiasi vincolo porta ad un limite che è percepito come perdita.</p>
<p>E’ questa perdita immaginaria ,prodotta da un legame debole nel mondo degli elettroni/ individui,a scatenare la definizione della situazione come “guerra”.</p>
<p>“Non sono io a cercare un vincolo, sono gli altri che mi minacciano “</p>
<p>C’è una guerra e bisogna annichilire tutti gli individui che minacciano, questi individui non sono esseri umani, non c’è nessun legame sociale con loro, non circolano affetti e sentimenti, sono birilli che vanno abbattuti, figurine di un videgames o obiettivi di una guerra tecnologica vista alla televisione in cui i morti da bombardamento si chiamano “effetti collaterali” e non si vedono. Si vede solo il video dell’operatore che colpisce l’obiettivo. “Bumm!!.</p>
<p>Michael Moore nel suo film Bowling a Colombine mostra come il giorno della “guerra del liceo” sia lo stesso giorno di un bombardamento della guerra in Serbia che ha provocato decine di “effetti collaterali. Altri birilli.</p>
<p>Questo “stato di guerra preventiva” è una istituzione immaginaria sociale che ha come significato costitutivo l’immagine dell’individuo assoluto cioè privo di qualsiasi legame.</p>
<p>Si tratta dell’immagine hobbesiana dell&#8217;<em>homo homini lupus</em> :una guerra permanente che renderebbe necessaria l’istituzione di un potere globale altrettanto assoluto in grado di governare la libertà degli elettroni individui.</p>
<h2 class="western">L’Impero</h2>
<p>E’ noto che Antonio Negri e Michael Hardt hanno chiamato Impero questo potere che viene. L’Impero è in divenire è una istituzione immaginaria che ha già i suoi significati che ci stanno pervadendo. Negri e Hardt riprendono l’analisi di Polibio che, nelle Storie, argomenta sulle varie forme di governo.</p>
<p>Polibio, nel II secolo avanti Cristo, vede avanzare una nuova forma di governo. La tradizione greca distingueva La Monarchia che si corrompeva in tirannide per dare origine alla aristocrazia che si corrompeva in oligarchia per dare origine alla democrazia che si corrompeva in demagogia per dare di nuovo origine ad un Monarchia rinnovata riprendendo così il ciclo delle forme. Questa teoria è nota come il ritorno ciclico o “anaciclosi”. Per Polibio la costituzione Romana è così ben congegnata da raccogliere in se tutte e tre le forme di governo e di armonizzarle e ci dice che:</p>
<blockquote><p>“Ne segue che i Romani sono insuperabili e la loro costituzione è perfetta sotto tutti i riguardi”</p></blockquote>
<p>Polibio Storie Libro VI 18 pag 448</p>
<p>Proprio per questo motivo: “I Romani assoggettarono quasi tutta la terra abitata ed instaurarono una supremazia irresistibile per i contemporanei, insuperabile per i posteri” ibidem Libro I par 2 pag 4</p>
<p>Cioè Polibio comprende che è in arrivo un Impero duraturo e non effimero che si estenderà su tutto il mondo antico.</p>
<p>Nella nostra contemporaneità l’Impero che viene è un Impero planetario, una forma di governo del pianeta che renderà possibile l’istituzione immaginaria della società dell’individuo assoluto.</p>
<p>Questa è una realtà che viene, non è la realtà come abbiamo cercato di dimostrare.</p>
<p>La prevenzione è un altro mondo possibile cioè l’istituzione immaginaria di una società dei gruppi operativi ricombinanti.</p>
<p>La forma che sta assumendo il potere in questa “modernità liquida” come la definisce Z. Baumann, si basa sul controllo dei comportamenti e sulla promozione di stili di vita funzionali alla società dell’individuo assoluto, cioè atti di consumo.</p>
<p>Il consumo è fondamentalmente un atto passivo, le scelte apparentemente libere sono controllate da messaggi pubblicitari sempre più individualizzati e dunque più pervasivi e convincenti.</p>
<p>Del resto anche la produzione si è spogliata totalmente dal suo aspetto materiale per assumere un significato simbolico.</p>
<p>La merce non ha solo un valore d’uso ed un valore di scambio, questa economia è declinata con il novecento, la produzione del nuovo secolo è una produzione simbolica, i prodotti non sono solo materiali ma sempre di più un prodotto è un significato simbolico.</p>
<p>L’organizzazione della produzione si basa sul marketing, cioè sulla ricerca di determinati profili sociali (della società dell’individuo assoluto), questi profili, diciamo questi modelli di consumo, appartengono al mondo dei simulacri o se volete dei manichini o dei personaggi della società immaginaria dell’individuo assoluto.</p>
<p>Così scopriamo il profilo di lusso e quindi quali sono i consumi che caratterizzano questo personaggio immaginario che a seconda della moda si mostra con un abito, un comportamento, dunque uno stile che arbitrariamente significa lusso.</p>
<p>E’ così stabilita una relazione significativa tra determinati oggetti e determinati comportamenti, di più, la produzione semiotica rende significativi dei simboli, che vengono chiamate griffe o logo.</p>
<p>Questi simboli hanno il potere di conferire significato ad un oggetto: una borsa di materiale sintetico è una borsa di materiale sintetico, ed invece no, se ha un marchio impresso porta con se una costellazione di significati che trascendono l’utilità della borsa e la sua forma come oggetto di design.</p>
<p>Fra due marchi identici uno è più identico dell’altro, cioè quello autorizzato dal proprietario del marchio, questo marchio rende un oggetto, perfettamente simile ad un altro, un&#8217;altra cosa, gli conferisce un significato immaginario nella società dell’individuo assoluto.</p>
<p>E’ un atto magico.</p>
<p>Ma c’è di più, la produzione simbolica non si interessa agli oggetti, produce e promuove il marchio. La produzione delle merci è appaltata e subappaltata nel terzo mondo dove il lavoro costa pochissimo.</p>
<blockquote><p>“Così, i quartieri generali sono liberi di concentrarsi sulla questione che più conta: creare una mitologia aziendale sufficientemente potente da infondere significato agli oggetti apponendovi semplicemente il proprio nome.”</p></blockquote>
<p>Naomi Klein, No Logo pag 42</p>
<p>Quindi queste aziende hanno un ciclo di produzione simbolica, creano immagini significative o meglio significati immaginari e dunque l’economia contemporanea è una semiosi, una produzione di significati secondo un codice che è il codice della economia capitalista.</p>
<p>Infatti le creazioni sono proprietà di multinazionali che registrano i marchi e chiedono le royalty per concederli a chi li applicherà sulle merci e le farà diventare “magicamente” significative.</p>
<p>Cristan Marazzi descrive la produzione attuale in questo modo:</p>
<blockquote><p>“nel sistema di produzione postfordista si è in presenza di una catena di produzione &lt;&gt;, comunicante, e le tecnologie utilizzate in questo sistema possono essere considerate vere e proprie macchine linguistiche, aventi per scopo principale quello di fluidificare e velocizzare l’informazione”</p></blockquote>
<p>(Il Posto dei calzini pag 16)</p>
<p>La mutazione è avvenuta quando si è passati dal modello fordista :la catena di montaggio per massimizzare meccanicamente la produzione ad un modello caratterizzato da ordini di produzione “just-in-time, che non prevedono l’accumuulazione di grossi stock in magazzini/deposito.</p>
<p>Per eliminare il magazzino è necessario che l’ordine di produzione arrivi direttamente dal cliente e per gestire una quantità di informazioni di questo tipo è inevitabile che l’accento aziendale si sposti sulla distribuzione e che dalla distribuzione si cerchi di capire ed orientare le scelte del cliente,il flusso di informazioni che arrivano sulla tipologia dei consumi tramite i pagamenti effettuati con carte di credito permettono di disegnare la produzione e di ridurre fino ad eliminare i costi di stoccaggio.</p>
<p>Questa “macchina linguistica” rende evidente l’affermazione di Karl Marx nei Grundrisse quando analizzando la produzione capitalista dice che non produce solamente un oggetto per il soggetto ma anche un soggetto per quell’oggetto di consumo.</p>
<p>Ossia è chiaro che vengono prodotte identità per essere comprate e vendute e che la fabbricazione di queste identità o meglio di questi personaggi si accompagna alla produzione di storie di “format”, per mettere in scena i personaggi.</p>
<p>Questo è il cuore del semiocapitalismo.</p>
<p>Il semiocapitalismo ha incorporato l’immaginazione come un fattore di valorizzazione del capitale e questo processo è avvenuto, sta avvenendo tramite la trasformazione in forza lavoro degli artisti dei pittori,dai poeti,dei filosofi degli scienziati e di tutti i creativi.</p>
<p>Questa irreggimentazione è molto di più dell’arruolamento nell’industria culturale durante il novecento perché configura l’incatenamento della fantasia alla dimensione del mercato, il capitalismo dopo essersi impadronito della ragione nel primo novecento ed avere attuato i processi di razionalizzazione sociale analizzati da Max Weber e dal Lukacs di Storia e Coscienza di Classe si è impadronito anche della immaginazione e sta attuando una serie di processi di immaginazione sociale.</p>
<p>Questo periodo è ancora più devastante e carico di conseguenze per la vita quotidiana degli esseri umani. Infatti nel primo novecento il processo di razionalizzazione capitalistico ha prodotto la grande fabbrica fordista come architettura emblematica della modernità, ma anche la classe operaia, cioè una moltitudine di forza lavoro concentrata nei grandi edifici, che ha avuto la possibilità materiale di formare una comunità di destino, cioè di prendere coscienza dei propri interessi, della propria identità e di riconoscersi come classe sociale cioè di attuare un cambiamento dello stato di coscienza: dalla falsa coscienza di forza lavoro alla coscienza di classe.</p>
<p>Mentre ora, il processo di immaginazione capitalistica produce il centro commerciale come architettura emblematica della post-modernità e i visitatori o clienti così come i lavoratori di questi centri della grande distribuzione pur essendo una moltitudine non sono in grado di immaginarsi una comunità di destino perché non riconoscono di avere gli stessi interessi e dunque non hanno che una coscienza frantumata e falsa, anche loro sono,individui,elettroni che circolano nella istituzione Centro Commerciale attirati dalle protesi identitarie che fanno mostra di se.</p>
<h2 class="western">I non luoghi</h2>
<p>Il transito all’interno di questi non-luoghi come li definisce Marc Augè è una esperienza estetica di notevole portata. Gli oggetti richiamano un interesse con la forma o con l’odore, talora anche il sonoro è implicato. Per destare curiosità, la merce esposta è, per così dire animata, cioè provvista di un anima, di un significato. Non stiamo gironzolando in un deposito, dove vi sono stock di merci, tutte uguali in serie. no! Qui siamo in una situazione in cui gli oggetti parlano, nel senso che la visione di un marchio fa scattare la catena associativa e provoca l’attribuzione di senso ad un oggetto secondo un codice che abbiamo appreso nella nostra vita quotidiana, da un mezzo di comunicazione di massa.</p>
<p>L’apprendimento del codice non è un processo attivo, c’è bisogno di uno stato di coscienza ipnoide perché la catena associativa totalmente arbitraria si instauri. Si tratta di un vero e proprio condizionamento operante che agisce tramite l’iterazione degli accostamenti fra un certo marchio e un certa emozione.</p>
<p>In questo caso il rinforzo positivo è dato dall’emozione piacevole che viene associata al marchio. Si tratta sempre di manipolazione dei flussi libidici che vengono concatenati al segno. Così si produce il fenomeno della erotizzazione dell’inorganico: appunto il sex appeal,questo è il segreto del feticismo della merce di cui parla Marx nel primo libro del Capitale.</p>
<p>Ma la associazione fra marchio e piacere è appresa in un uno stato di coscienza modificato, prodotto nella vita quotidiana dalla visione della televisione o dall’ascolto della radio. Si tratta di una dissociazione dalla coscienza ordinaria.</p>
<p>Come abbiamo visto varie province di significato coesistono negli stati multipli di realtà, e nella vita quotidiana con le sue routines vi sono delle fratture che lasciano emergere stati di coscienza non ordinari. In particolare l’immissione nella quotidianità dei mezzi di comunicazione di massa ha favorito l’estensione di stati di coscienza ipnoidi in una dimensione che non li prevedeva. Di qui una minore difesa alla penetrazione pervasiva del condizionamento operante che in quanto tale è performativo cioè ordina un comportamento.</p>
<p>La macchina linguistica di cui parla Marrazzi prevede la produzione di vere e proprie mitologie, le mitologie del marchio che hanno lo scopo di vendere atmosfere immateriali che animano gli oggetti.</p>
<p>Questa dimensione, molto ben descritta, nei racconti di Philip Dick è il regno della falsa coscienza, l’individuo assoluto, il protagonista di questa finzione si crede totalmente libero mentre in realtà è governato da monopoli che impongono un ordine simbolico fortemente caratterizzato dal controllo e dalla gerarchia.</p>
<p>La società dello spettacolo mette in scena la libertà dell’individuo assoluto ma nel retroscena troviamo gerarchie, autoritarismo:</p>
<p>“Quando la produzione non è più programmabile perché, diversamente dal fordismo il mercato non è più in grado di espandersi infinitamente a causa della compressione del potere d’acquisto,quando cioè domina l’occasionalità, l’imprevedibilità si fa regola e tutto si gioca nell’adattamento in tempo reale,si chiudono gli spazi delle garanzie giuridiche,dei diritti universali,cioè dei diritti indipendenti dalle persone fisiche con nome e cognome” Marazzi op. cit. pag. 36.</p>
<p>A questo proposito è illuminante una ricerca di socioanalisi condotta da Renato Curcio sui supermercati Esselunga. Da questa ricerca emerge come nelle grandi aziende della distribuzione il rapporto interno sia regolato da meccanismi tipici delle istituzioni totali e che l’insicurezza e la precarietà siano il portato del processo di individualizzazione del rapporto di lavoro. Tutto questo configura un “Dominio flessibile” per un individuo apparentemente assoluto cioè libero di gestire la propria vita ma dominato da una struttura tipica dell’istituzione totale in cui non c’è nessun diritto ma solo privilegi delle gerarchie.</p>
<p>Questo è il problema del potere nella vita quotidiana: un flusso di decodificazione dalle appartenenze famigliari. territoriali,nazionali,etniche, libera gli individui riducendoli però allo stato di “nuda vita” priva di qualsiasi diritto.</p>
<p>Giorgio Agamben assimila questa “nuda vita” alla veneranda figura dell’<em>Homo Sacer</em> così descritta da Festo :</p>
<blockquote><p>Uomo sacro è, però, colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo,ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio; infatti nella prima legge tribunizia si avverte che &lt;&gt;. Di qui viene che un uomo malvagio o impuro suole essere chiamato sacro</p></blockquote>
<p>Homo Sacer pag 79</p>
<p>Quella di “Homo sacer” è la condizione nei campi di sterminio dove la vita può essere annientata in qualsiasi momento, secondo il concetto elaborato dallo specialista di diritto penale Karl Binding e dal professore di medicina, che si occupava di bioetica Alfred Hoche..</p>
<p>Furono questi due autori, ci dice sempre Agamben, ad elaborare il concetto di “vita indegna di essere vissuta” o anche”vita senza valore” che dunque può essere soppressa in qualsiasi momento da chiunque. Questo concetto “giuridico” fonda il campo di concentramento.</p>
<p>La nuda vita è l’essenza del processo di individualizzazione,in un mondo di individui assoluti chiunque può uccidere chiunque: ognuno è sovrano non esiste nessun legame sociale, nessun diritto che limiti la forza.</p>
<p>Questa forma di vita emerge con i migranti e con i centri di detenzione temporanea ma anche con il campo di Guantanamo. Nello stato di guerra permanente il terrorista non ha diritti. Death or alive. E dunque è la forza a prendersi i suoi diritti ed a ricodificare gli individui assoluti secondo un ordine.</p>
<p>Questo è l’impero. L’impero così concepito non è “la fase suprema del capitalismo” di leniniana memoria ma l’istituzione immaginaria dello statu quo, è dunque,in primo luogo una stato di coscienza che accetta passivamente il flusso dominante delle informazioni.</p>
<p>Siamo giunti al punto centrale di queste tesi di prevenzione:</p>
<p>L’individuo assoluto liberato dai vincoli di appartenenza non ha il potere di elaborare autonomamente le informazioni mainstream ma è costretto ad accettarle nel loro potere performativo, di pragmatica della comunicazione e cioè di indicazione di modelli di comportamento. E’ questa la ricodificazione attuata dall’impero. Il codice imperiale planetario non è imposto dalle baionette dell’Empereur né dalle icone del Basileus ma sgocciola nella vita quotidiana trasportato dalle autostrade dell’informazione e veicolato dai mezzi di comunicazione di massa. Qualsiasi attività preventiva deve creare affetti, suscitare passioni, organizzare desideri,produrre stati modificati di coscienza che rendano evidente la possibilità del cambiamento.</p>
<p>(<a title="Tesi di prevenzione II" href="/tesi-di-prevenzione-ii/">segue</a>)</p>
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		<title>Tesi di prevenzione II</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Nov 2006 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[(segue da Tesi di prevenzione I) Il senso comune Il flusso dominante delle informazioni veicola un codice di leggi non scritte e non votate da nessuno, questo codice diventa “senso comune” che è, secondo Antonio Gramsci, il risultato delle varie &#8230; <a href="https://bleger.org/tesi-di-prevenzione-ii/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>(segue da <a title="Vai a Tesi di prevenzione I, di Leonardo Montecchi" href="index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=78:tesi-di-prevenzione-i&amp;catid=35&amp;Itemid=65">Tesi di prevenzione I</a>)</p>
<h2>Il senso comune</h2>
<p>Il flusso dominante delle informazioni veicola un codice di leggi non scritte e non votate da nessuno, questo codice diventa “senso comune” che è, secondo Antonio Gramsci, il risultato delle varie filosofie dominanti trasportato negli schemi operativi della vita quotidiana.</p>
<p>Nel senso comune troviamo tutti gli stereotipi che impediscono di pensare perché vengono applicati automaticamente. Ci è sempre più chiaro che gli stereotipi cristallizzano i significati immaginari, sono per così dire a valle del processo di eruzione dal magma fuso e per questo imbrigliano l’immaginazione in un ritmo di ripetizione indifferente.</p>
<p>I personaggi stereotipati recitano lo stesso copione e producono una tremenda sensazione di inautenticità che si accompagna ad una grande noia. La noia è l’emozione dominante della condizione di serialità che secondo Jean Paul Sartre ci appare così:</p>
<p><span id="more-40"></span></p>
<blockquote><p>“Ecco un gruppo di persone in piazza Saint-Germain; aspettano l’autobus alla fermata davanti alla chiesa. Prendo qui il termine gruppo in senso neutro: si tratta di un assembramento di cui non so ancora se sia, in quanto tale, il risultato interte di attività separate, o di una realtà comune che determina in quanto tale gli atti di ognuno, oppure un’organizzazione convenzionale o contrattuale. Queste persone &#8211; diverse per età, sesso, classe e ambiente &#8211; realizzano nella banalità quotidiana il rapporto di solitudine, di reciprocità e di unificazione dall’esterno (e di massificazione dall’esterno) che caratterizza ad esempio, i cittadini di una grande città, in quanto si trovano riuniti, senza essere integrati dal lavoro, dalla lotta o da ogni altra attività, in un gruppo organizzato che sia loro comune.</p>
<p>Va anzitutto rilevato, infatti, che si tratta di una pluralità di solitudini (….)</p></blockquote>
<p>Critica Della Ragione Dialettica pag 383-84 Vol I</p>
<p>In questa condizione umana navigano gli stereotipi, di più, la serialità è una forma di coscienza che accetta lo statu quo come dato, come elemento di sfondo non analizzabile, è la “coscienza ordinaria” che tende a identificarsi con la “coscienza del mondo del lavoro” e con la totale passività.</p>
<p>Questa forma di “razionalità” prevede un legame sociale basato sul calcolo: dare ed avere, scambi simbolici privi di emozioni, prevalenza della logica binaria, ma soprattutto, esalta i mezzi, gli strumenti fino a divenire una aggregazione priva di scopo in cui la crescita tecnica senza significato diviene paradossalmente l’unico fine.</p>
<p>L’uscita dalla condizione di serialità è una attività pratica di prevenzione e si basa sulla costruzione di scopi.</p>
<p>Ad esempio, le persone che aspettano l’autobus, possono scoprire che c’è uno sciopero dei mezzi pubblici. Si determinerà allora una dinamica interna alla organizzazione seriale in cui verranno posti degli scopi: come facciamo ad arrivare alla nostra meta?</p>
<p>Questo compito produrrà un gruppo che uscirà dallo sfondo seriale, ponendosi come figura, e nel gruppo inizierà una dinamica di ruoli, ci sarà un leader che spingerà verso una forma di auto organizzazione: -chi ha una auto qui vicino ecc.- ci sarà un leader che saboterà tutti gli sforzi – Ma non c’è niente da fare, lasciamo perdere ecc ecc..-.Ci saranno portavoce del gruppo, capri espiatori. Si produrranno delle ansie paranoidi contro gli scioperanti, contro l’azienda di trasporti, contro il governo, ansie depressive per la paura di perdere il posto di lavoro, l’appuntamento d’amore, il contratto con il cliente.</p>
<p>Certamente qualcuno entrerà in confusione, ma tutto sommato l’irruzione di una situazione imprevista produrrà la ricerca di risorse dissociate dalla coscienza ordinaria. E da quella serie di individui massificati e passivi potrebbe sorgere una moltitudine gruppale.</p>
<p>L’emergere di questa nuova coscienza è il cardine della attività di prevenzione e questa attività è legata alla elaborazione di scopi, di compiti, di fini.</p>
<p>Dice Zygmunt Bauman:</p>
<blockquote><p>“In un mondo ridondante di mezzi,ma assolutamente nebuloso in merito ai fini, le lezioni tratte dai talk-show rispondono ad una domanda reale ed hanno un innegabile valore pragmatico: dal momento che so già che dipende da me e da me soltanto rendere la mia vita migliore possibile; e poiché so anche che qualunque risorsa tale impresa possa richiedere può essere cercata e trovata solo nell’ambito delle mie capacità,coraggio e audacia, è d’importanza vitale sapere come si comportano altre persone alle prese con i miei stessi problemi.”</p></blockquote>
<p>Modernità Liquida pag 69-70</p>
<p>Il cardine di qualsiasi attività di prevenzione nella situazione contemporanea è dunque la possibilità di elaborare degli scopi.</p>
<p>Armando Bauleo ed Enrique Pichon Riviere a proposito degli effetti del compito sul soggetto dicono che:</p>
<blockquote><p>“Nel soggetto,appare una &lt;&gt;degli elementi in gioco, con la possibilità di manipolarli e con un contatto con la realtà in cui, da una parte gli è possibile l’aggiustamento percettivo, cioè la sua collocazione come soggetto, e dall’altra la possibilità di elaborare strategie e tecniche mediante le quali intervenire nelle situazioni (progetto di vita) provocando cambiamenti.”</p></blockquote>
<p>Il processo Gruppale pag 59</p>
<p>Vi è da dire che per la concezione operativa di gruppo è proprio il compito, o meglio la costellazione di compiti o scopi o fini che dir si voglia, a fondare il gruppo. Quindi questa nozione è centrale per la disseminazione di una attività di prevenzione che si basi sulla proliferazione di gruppi.</p>
<p>La definizione di uno o più scopi in un ambito operativo è direttamente una convocazione. Il compito agisce da catalizzatore per fare uscire dalla serialità e fare emergere un gruppo.</p>
<p>Questo processo crea una tensione tra memoria e desiderio. La memoria ha sempre lo sguardo rivolto all’indietro e come l’angelo di Benjamin seduto alla macchina da cucire rammenda le identità con il filo dell’appartenenza. Il desiderio produce incessantemente, strappa le identità cambiando le situazioni e ricombinando i soggetti.</p>
<p>I gruppi operativi, dunque, nella misura in cui riescono a lavorare sul proprio compito, distruggono gli stereotipi che impediscono all’immaginazione radicale di emergere dalla falsa coscienza della società istituita.</p>
<p>La gruppalità è dunque uno stato di coscienza modificato che è dissociato dalla coscienza della vita quotidiana, dal senso comune della individualità assoluta. Per fare emergere la gruppalità è necessario individuare uno o più scopi o fini che convocano gruppi operativi.</p>
<p>L’attività di prevenzione è l’ individuazione di scopi e non di mezzi, i mezzi seguono i fini e non ne sono giustificati. Gli scopi convocano i gruppi operativi ricombinanti capaci di liberare l’immaginazione radicale e di produrre nuovi significati.</p>
<h2 class="western">Piani e ambiti</h2>
<p>Questa tesi ci porta alla chiarificazione conclusiva di questo lavoro che prende le mosse dalla psicologia degli ambiti di Pichon Riviere e Bleger. Gli ambiti costituiscono lo sfondo della situazione che è sottoposta ad analisi. Possiamo dunque considerare un ambito biologico-individuale che corrisponde ad un piano di consistenza in cui gli effetti si traducono nel codice che rilascia o inibisce enzimi o proteine, realizza legami chimici, trasmette informazioni molecolari.</p>
<p>Questo piano è interconnesso e compreso in una dimensione gruppale, più fluida, attraversata da desideri e divieti,organizzata in codici che permettono e/o proibiscono la sessualità a seconda di significati immaginari orientati verso l’endogamia o l’esogamia:questi codici gruppali divengono famigliari nella misura in cui i gruppi prevedano fra i loro compiti non solo regole sulla sessualità ma anche l’accudimento dei piccoli.</p>
<p>Da questo ambito si sconfina senza soluzione di continuità, nell’ambito istituzionale che evidenzia le relazioni di multipli gruppi fra loro, regole linguistiche, norme comportamentali per determinate circostanze, riti e cerimonie. Contenitori e contenuti si intrecciano abbracciando gli altri ambiti e aprendosi all’ambito comunitario.</p>
<p>Questo piano comprende varie istituzioni, una moltitudine di gruppi e di individui. Secondo la nota definizione di Tonnies la comunità è il luogo di scambio degli affetti e dei sentimenti, lo spazio della appartenenza e del riconoscimento con mitologie di fondazione confini, nemici e così via. La comunità non si identifica con il territorio: esistono comunità nomadi, né con il sangue: esistono comunità multietniche.</p>
<p>Tuttavia c’è una visione regressiva della comunità originaria che sarebbe stata corrotta dai cambiamenti intervenuti nel tempo, dall’ingresso di stranieri, di diversi. Questa visione di una struttura originaria, di un tempo mitico in cui tutti gli uomini vivevano una perenne età dell’oro a patto che la comunità non fosse contaminata dall’esterno, non fa i conti con l’alterità, infatti gli uomini: sono sempre quelli di quella comunità, gli altri sono sempre barbari o selvaggi da civilizzare.</p>
<p>E’ stato Wilheim Reich nel suo studio sulla psicologia di massa del fascismo a mettere in evidenza come il mito della comunità originaria del sangue e della terra sia stato il significato immaginario sociale su cui si è costituito il terzo Reich.</p>
<p>Ho introdotto questi temi perché ho da tempo proposto un nuovo ambito da aggiungere a quello individuale, gruppale, istituzionale e comunitario. Il quinto ambito è l’ambito sociale, la geselleshaft di Tonnies, la società globalizzata in cui non ci sono legami di affetti e sentimenti ma solo relazioni di calcolo: dare ed avere.</p>
<p>Questa società globale è ormai pervasiva ed invade qualsiasi comunità, il prototipo di questo livello di analisi è il libero mercato delle merci: in qualsiasi mercato rionale si possono trovare le noci della California o i pompelmi di Jaffa, e a New York potete trovare nell’albergo l’acqua minerale Galvanina di Rimini.</p>
<p>I cinque ambiti si intrecciano e sfumano l’uno nell’altro, certamente l’uso di una logica formale binaria non ci fa capire il profondo intreccio di questi diversi ambiti. Se, ad esempio, analizziamo un fenomeno con il principio di identità, non contraddizione e terzo escluso non riusciremmo a capire quanto di individuale ci stia nel comunitario o quanto dell’istituzionale sia nel gruppale.</p>
<p>Questo perché la logica binaria ci obbliga a procedere per algoritmi e ci pone di fronte a passaggi in cui dobbiamo decidere se si tratta di una situazione individuale o gruppale, tertius non datur. Questa logica ci porta necessariamente a situazioni indecidibili a veri e propri paradossi ben evidenziati dal teorema dell’incompletezza di Godel.</p>
<p>Per questo è necessario usare un’altra logica, una logica delle sfumature che rende la logica formale un caso di quella sfumata o fuzzy.</p>
<p>Le situazioni indecidibili sono risolte dal teorema della “sottoinsiemità” di Bart Kosco, secondo questo teorema elementi di un insieme con una loro identità e con una loro definizione possono contemporaneamente essere parte di un altro insieme più piccolo o più grande, in una certa misura.</p>
<p>Per esempio una situazione può essere gruppale o individuale in una certa misura e così via, nel gruppale o nel comunitario e nel sociale è contenuto l’individuale,in una certa misura, così come nell’individuale è contenuto il comunitario il sociale ed il gruppale in una certa misura.</p>
<p>Quindi gli ambiti applicano una logica sfumata e producono concatenazioni, vere e proprie macchine che attraversano tutti i livelli producendo effetti o meglio sintomi.</p>
<h2 class="western">Macchine</h2>
<p>Per la nostra concezione non c’è una relazione lineare fra causa ed effetto, questa concatenazione non è stabilita a priori e non esiste fuori dal campo come una struttura a se stante. Per capire un certo fenomeno è necessario studiarlo attraverso i vari ambiti nella situazione concreta, in questo caso si potrà osservare una macchina in azione e eventualmente studiare contropiani per prevenire gli effetti sintomatici.</p>
<p>E’ stato Felix Guattarì ad elaborare il concetto di macchina che a differenza della struttura non è senza tempo né senza spazio.</p>
<p>Le macchine, frutto di diverse concatenazioni o legami storico sociali hanno diversi effetti nei vari ambiti ed in molti casi, nell’assemblaggio delle macchine gli effetti retroagiscono sulle cause.</p>
<p>Per questo sarà diversa la macchina “follia” o “droga” o ”Infarto” o ”Aids” o ”Cancro” e così via a seconda di come si sia concatenata nei vari ambiti e di come presenti i propri effetti in un individuo, in un gruppo famigliare, in una istituzione, in una comunità o nella società.</p>
<p>La prevenzione come intervento nei vari ambiti è sempre messa in atto da gruppi operativi, che possono essere equipe istituite o gruppi istituenti.</p>
<p>Le equipe istituite possono avere un alto grado di pertinenza rispetto al loro compito istituzionale, tuttavia la pertinenza può accompagnarsi con un grado molto basso di appartenenza, questo fa sì che questi gruppi molto difficilmente riescano ad osservare e dunque a comprendere la macchina. Si trovano nella condizione di quei ciechi che di fronte ad un elefante non riescono a capire di cosa si tratti, perché qualcuno sente la proboscide e pensa ad un serpente, chi le zampe e pensa ad un albero chi le zanne e così via senza riuscire ad avere una idea. O se volete si perdono nei dettagli, vedono l’albero ma non la foresta.</p>
<p>Un gruppo istituente può avere un alto grado di appartenenza, sono amici, vogliono “fare qualcosa” ma poca pertinenza, non hanno competenze, mancano di strumenti, non sentono di dover garantire una continuità.</p>
<p>Vi sono altre dimensioni dei gruppi, importanti per lavorare sul compito: la cooperazione, la comunicazione,l’apprendimento e il telè cioè la capacità di potersi mettere gli uni nei panni degli altri:il grado di empatia. Questi sono fattori definiti da Pichon Riviere, che ha ripreso il telè da J. Moreno. Ma c’è un altro elemento centrale per far sì che un gruppo possa intervenire nel campo della prevenzione. Si tratta della trasversalità.</p>
<p>Questo concetto, elaborato da Guattari, permette ai gruppi di lasciarsi attraversare da problematiche non strettamente pertinenti al proprio compito.</p>
<p>C’è un tasso di trasversalità che è come l’ampiezza di apertura del paraocchi per i cavalli (l’esempio è di Guattari) se l’apertura è troppa ci sono troppe impressioni che entrano ed il gruppo può emozionarsi troppo e confondersi. Un gruppo ha un buon grado di trasversalità quando riesce ad essere operativo e cioè ad analizzare una situazione ed a predisporre piani o contropiani di intervento.</p>
<p>In questo caso l’analisi della situazione porta alla descrizione di un macchinario che si articola in vari punti e si esprime con dei sintomi.</p>
<p>L’intervento di prevenzione a questo punto può anche consistere in una mobilitazione, in un tentativo di modificare il significato immaginario sociale collegato a quello specifico macchinario in quella comunità.</p>
<p>Ad esempio una comunità che produce esclusione perché pensa che non ci possa essere nessuna nuova appartenenza se non per nascita a quella specifica comunità, può essere oggetto di un intervento che mira a cambiare il senso comune tramite l’utilizzo di mezzi adeguati: teatro di strada, lavoro nelle scuole, film,dibattiti assemblee, lavoro su casi emergenti e cosi via.</p>
<p>Dunque l’intervento è un concetto portante della attività di prevenzione, prendiamo questo termine nel suo significato chirurgico di operazione.</p>
<p>La prevenzione è sempre un intervento di un gruppo operativo ricombinante a più livelli dall’ambito individuale a quello gruppale / famigliare a quello istituzionale, comunitario e sociale.</p>
<h2 class="western">Ricombinazione</h2>
<p>L’elaborazione di un intervento di prevenzione di un gruppo operativo ricombinante necessita del chiarimento di cosa sia la ricombinazione. Questo è un termine che proviene dall’ ingegneria genetica e sta ad indicare una tecnica che permette la costruzione di DNA. I geni vengono ricombinati con altri per dare origine a nuovi organismi.</p>
<p>Il paradigma della ricombinazione ha raccolto un gruppo operativo attorno a www.rekombinant.org.</p>
<p>Un gruppo convocato da un compito funziona secondo un particolare metodo che E. Pichon Riviere ha definito: “epistemologia convergente” cioè, ad esempio, se una equipe multidisciplinare è riunita per decidere il modo di affrontare una determinata situazione se le diverse discipline non convergono attorno all’oggetto ma divergono si produce una situazione indecidibile, una paralisi: l’intervento sul campo non è possibile.</p>
<p>L’epistemologia convergente è una ricombinazione di diverse discipline nel campo di intervento. E’ infatti la ricombinazione a permettere l’elaborazione di una o più strategie di specifiche per una situazione determinata.</p>
<p>Anzi,il richiamo alla appartenenza disciplinare è un ostacolo epistemologico che funziona da resistenza in un gruppo operativo, impedisce l’elaborazione di uno schema concettuale di riferimento operativo (ECRO secondo Pichon Riviere) che è specifico per quel singolo gruppo perché è il risultato del lavoro che ha fatto quel gruppo particolare, per affrontare il proprio compito.</p>
<p>Dunque per diventare un gruppo operativo non si tratta solamente di apprendere alcune nozioni di una disciplina ed applicarle ma di elaborare sul campo una ricombinazione di aspetti cognitivi delle varie discipline ed aspetti affettivi sia della relazione con gli altri integranti del gruppo, sia con i saperi di cui gli altri sono portatori.</p>
<p>L’ impasto di sentimenti emozioni, sessualità, rabbia e piacere, sguardi, rumori e sensazioni tattili si ricombinano con concetti di questa o quell’altra disciplina dando origine ad un gruppo che decide secondo la propria modalità. Il criterio di verità,in questa visione ricombinante, emerge nella prassi, è un criterio operativo che permette ai gruppi di intervenire.</p>
<p>La ricombinazione come metodo per il lavoro di gruppo si accompagna alla creatività ed alla capacità di predisporre progetti specifici per situazioni specifiche.</p>
<p>Il metodo ricombinante fa sì che le informazioni provenienti dalle diverse discipline vengano sbranate e divorate per essere digerite e trasformate in un modo di prendere decisioni, di intervenire, di agire che contiene in se quelle informazioni che si sono mescolate con altre ed hanno prodotto anche nuovi concetti che non esistevano nelle discipline di appartenenza, nelle istituzioni accademiche che conservano il loro sapere “incontaminato”.</p>
<p>Il metodo ricombinante è anche ricombinazione di corpi con saperi, di sguardi con lettere, di amore con memorie, di immagini con piaceri, di erotismo con colori, di passioni con numeri, di deliri con sogni, di ragione con immaginazione.</p>
<p>Questo è un metodo con cui un gruppo può elaborare un progetto di intervento di prevenzione. Un gruppo così costituito è già un rizoma, una macchina proliferante che si connette in una rete di progetti immaginari e costruisce uno spazio in cui ritrova il tempo perduto dalla velocità di diffusione delle informazioni nella società globalizzata.</p>
<p>Dice Florence Giust-Despreires:</p>
<blockquote><p>“Ora,il legame sociale si costruisce precisamente sull’illusione che, lo ricordiamo, è portata dal desiderio. In nome del realismo si cancellano i punti di riferimento simbolici. E’ per questo che ci sembra importante oggi ritornare su un lavoro di indagine del pensiero e della parola che produce questo appello al realismo, per ridare il suo posto all’immaginazione come creazione”.</p></blockquote>
<p>Il gruppo tra ripiegamento e creazione. Animazione sociale 6/7 2003.</p>
<p>Questo significa entrare in una dimensione di intervento preventivo che promuove una modalità di aggregazione che è uno stato di coscienza modificato.</p>
<p>La modificazione della coscienza è l’effetto di una analisi del mandato sociale che, come ci ha insegnato Franco Basaglia ci impedisce di considerare qualsiasi intervento sul campo come un intervento “neutro”.</p>
<p>Del resto come ci dice Armando Bauleo:</p>
<blockquote><p>“L’implicazione di chiunque operi in un campo di lavoro (assistenziale, preventivo, educativo, riabilitativo) è legata all’offerta che propone l’istituzione in cui si compie il lavoro. Desidero così segnalare quanto risulti difficile estraniarsi (o dissociarsi) da ciò che offre l’istituzione. Sorge quindi, la domanda su “in che modo e quanto” questa implicazione regola l’analisi che un membro della equipe effettua della richiesta”</p></blockquote>
<p>Psicoanalisi e gruppalità pag 105</p>
<p>Per questo l’offerta di nuove tesi di prevenzione può essere utile per favorire l’analisi del mandato sociale dei gruppi dentro l’istituzione facilitandone la dissociazione strumentale.</p>
<p>Questo concetto è stato proposto da J. Bleger in relazione al modo di conduzione di un primo colloquio e a come da parte dell’intervistatore sia necessaria una dissociazione dal campo in cui si trova ad operare per potere con una parte essere in relazione e con un’altra osservare e pensare quella stessa relazione senza entrare in confusione.</p>
<p>La dissociazione volontaria è uno strumento o una risorsa infatti secondo Georges Lapassade:</p>
<blockquote><p>“(…) altre culture quando affrontano stati di dissociazione, che vengono interpretati come malattia iniziatica dello sciamano o del medium, istituiscono un processo di passaggio dalla dissociazione involontaria a quella volontaria, e la dissociazione viene istituzionalizzata diventando un mestiere”</p></blockquote>
<p>Transe e Dissociazione pag 132</p>
<p>In questo stato di dissociazione strumentale è possibile comprendere che non si tratta più di prevenire, nel senso di venire prima di, un danno e di impedirlo ma di promuovere stili di vita che permettano l’espansione del desiderio e della felicità.</p>
<p>Gli stili di vita pret a porter che sono trasmessi nello spazio informativo globale,nella infosfera veicolano dei significati preconfezionati,seriali, che generano inevitabilmente massificazione e passività.</p>
<p>Ma, questa ricezione passiva è dovuta al fatto che non esiste più, il tempo per elaborare attivamente tutta l’informazione che circola.</p>
<p>Franco Berardi ha definito questo il paradosso della contemporaneità: “più si estende lo spazio informativo: il cyberspace, più si evidenzia l’assenza di un cybertime”. Cioè il tempo biologico individuale non è sufficiente per far sì che l’informazione divenga sapere cioè passi attraverso l’esperienza e l’emozione e produca stili di vita personali. Ora tutti sono informati su tutto ma non sanno nulla. Siamo entrati nel dominio della azione senza pensiero, le informazioni sono applicate senza poter essere filtrate dall’esperienza perché non c’è più il tempo di pensare.</p>
<p>Queste azioni psicopatiche caratterizzano decisioni e scelte che assumono la qualità dei riflessi condizionati di Pavlov o di azioni cui corrispondono delle reazioni uguali e contrarie.</p>
<p>Questo scenario è uno scenario di guerra, è un mondo caratterizzato dalla vendetta e dal dominio della forza è in questa realtà che la violenza diventa significativa.</p>
<p>E’ assolutamente prioritario, in questo periodo togliere alla violenza ed alla forza la capacità di significare. Ogni intervento preventivo non può che aprire la strada alla libertà di pensiero: bisogna trovare il tempo, liberare il tempo, costruire e moltiplicare il tempo con occasioni di incontro per relazioni di amicizia, diffondere le pratiche dell’ospitalità, disseminare possibilità di aggregazione di gruppi.</p>
<p>Sabotare gli ingranaggi della macchina che ha concatenato forza-violenza-dominio-guerra con una miriade di micropolitiche desideranti di coreografie catartiche di teatri della crudeltà.</p>
<p>Fare corrispondere ad ogni azione una creazione uguale e contraria: alla incessante produzione di nemici,una continua liberazione di amici, alla noiosa stupidità della forza, l’appassionante intelligenza della fantasia.</p>
<p>Perché questo sia possibile è necessaria una politica del desiderio e cioè un agire sociale che produce forme di vita alternative allo stile di vita dominante: autogestione della sessualità e degli stati di coscienza, proliferazione di moltitudini di soggetti collettivi di enunciazione, creazione di vie di fuga dalla unificazione del pensiero, immaginazione di corpi desideranti e moltiplicazioni di gruppi ricombinanti.</p>
<p>(Leonardo Montecchi, 12-2-2004)</p>
<p>Encuentro de Secciones de la WPA</p>
<p>Organizado por la Sección Massmedia y Salud Mental de la WPA</p>
<p>Cuba-Habana</p>
<h2 class="western">Bibliografia</h2>
<p>Marcel Proust Alla Ricerca del tempo perduto Einaudi</p>
<p>Jaques Derida Grammatologia Jaka Book</p>
<p>Sigmund Freud Psicopatologia della vita quotidiana Boringhieri</p>
<p>L’Interpretazione dei sogni Boringhieri</p>
<p>Cornelius Castoriadis L’istituzione Immaginaria della società Boringhieri</p>
<p>Giovan Battista Vico La Scienza Nova Mondatori</p>
<p>Jaques Lacan Scritti Einaudi</p>
<p>Friedrich Holderlin Le liriche Adelphi</p>
<p>Charles S. Peirce Opere Bompiani</p>
<p>Erving Goffman La vita quotidiana come rappresentazione Il Mulino</p>
<p>Samuel Bekett Teatro Mondatori</p>
<p>Henry Corbin L’Uomo di Luce nel Sufismo Iraniano Edizioni Mediterranee</p>
<p>Michel Leris la possessione presso i Gondar Ubu libri</p>
<p>Guy Debord la società dello spettacolo Vallecchi</p>
<p>Deleuze Guattari Millepiani Castelvecchi</p>
<p>Felix Guattari Una tomba per Edipo Bertani</p>
<p>Josè Bleger Psicologia della Conduca Paidos</p>
<p>Psicoigene e Psicologia Istituzionale Lauretana</p>
<p>Alfred Schutz Don Chisciotte e il problema della realtà La Nuova italia</p>
<p>Mario Pollo Animazione Sociale</p>
<p>Antonio Negri Michael Hardt Impero Rizzoli</p>
<p>Polibio Storie Mondatori</p>
<p>Marc Augè Dysneyland ed altri nonluoghi Boringhieri</p>
<p>Muhyi-D-Din Ibn Arabi La Sapienza dei Profeti Edizioni Mediterranee</p>
<p>Zigfrid Barman Modernità Liquida laterza</p>
<p>Naomi Klein No Logo Baldini e Castaldi</p>
<p>Cristian Marazzi Il posto dei calzini Boringhieri</p>
<p>Karl Marx Liniamenti di critica dell’economia politica La Nuova Italia</p>
<p>Il Capitale Newton Compton</p>
<p>Philip K. Dick Ubik Fanucci</p>
<p>Renato Curcio L’azienda totale Sensibili alle foglie</p>
<p>Il dominio flessibile Sensibili alle foglie</p>
<p>Giorgio Agamben Homo Sacer Einaudi</p>
<p>Antonio Gramsci Quaderni dal Carcere Einaudi</p>
<p>Jean Paul Sarte Critica Della Ragione Dialettica Il saggiatore</p>
<p>Enrique Pichon Riviere Il Processo Gruppale lauretana</p>
<p>Psicologia del la vida cotidiana Nueva Vision</p>
<p>Armando Bauleo Ideologia Gruppo e Famiglia Feltrinelli</p>
<p>Psicoanalisi e gruppalità Borla</p>
<p>Walter Benjamin Angelus Novus Einaudi</p>
<p>Wilheim Reich Psicologia di massa del fascismo Mondatori</p>
<p>Bart Kosco Il fuzzy-pensiero Baldini&amp; Castaldi</p>
<p>Franco Bifo Berardi Neuromagma Castelvecchi</p>
<p>Florence Giust-Despreires Il gruppo tra ripiegamento e creazione. Animazione sociale 6/7 2003.</p>
<p>Franco Basaglia L’Istituzione Negata Einaudi</p>
<p>Che cos’è la psichiatria Einaudi</p>
<p>Georges Lapassade Stati modificati di coscienza e transe Sensibili alle foglie</p>
<p>Transe e dissociazione Sensibili alle foglie</p>
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		<title>Una diagnosi inventata: il Disturbo da deficit d&#8217;attenzione (ADHD)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Nov 2006 23:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mondo contemporaneo, caratterizzato dalla globalizzazione, è alla ricerca di nuovi dispositivi di controllo sociale. Anche le diagnosi psichiatriche possono essere dispositivi di controllo del comportamento. Nell&#8217;articolo si analizza il caso della produzione del &#8220;Disturbo da deficit di attenzione/iperattività&#8221; (ADHD) &#8230; <a href="https://bleger.org/una-diagnosi-inventata-il-disturbo-da-deficit-dattenzione-adhd/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo contemporaneo, caratterizzato dalla globalizzazione, è alla ricerca di nuovi dispositivi di controllo sociale. Anche le diagnosi psichiatriche possono essere dispositivi di controllo del comportamento. Nell&#8217;articolo si analizza il caso della produzione del &#8220;Disturbo da deficit di attenzione/iperattività&#8221; (ADHD) e lo si relaziona alla diffusione del metilfedinato (Ritalin).</p>
<p>Inoltre viene criticato il paradigma dominante del &#8220;deficit&#8221; in favore del paradigma della &#8220;differenza&#8221;. L&#8217;articolo conclude con una disamina dei farmaci studiati per intervento nelle manifestazioni di massa.</p>
<p><span id="more-45"></span></p>
<p>Nuovi dispositivi di controllo sociale che cercano di ricondurre ad un ordine i flussi globalizzanti del mondo contemporaneo sono codificati nel mondo della vita ed entrano pervasivamente nella quotidianità contemporanea.</p>
<p>E&#8217; questo il caso della produzione del &#8220;Disturbo da deficit di attenzione/iperattività&#8221; (ADHD).</p>
<p>Questo &#8220;disturbo&#8221; si presenta come una resistenza al processo educativo e non può essere isolata dai vincoli che si instaurano nel campo fra allievi,docenti e compiti educativi.</p>
<p>Il sintomo è definito dal DSMIV come una:</p>
<p>persistente modalità di disattenzione e/o di iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osserva tipicamente in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile (&#8230;)</p>
<p>La disattenzione può manifestarsi in situazioni scolastiche, lavorative, o sociali. I soggetti con questo disturbo possono non riuscire a prestare attenzione ai particolari o possono fare errori di distrazione nel lavoro scolastico o in altri compiti.</p>
<p>Scompare,in questa definizione,la relazione ed il disturbo non assume le caratteristiche di un emergente del campo educativo, un segno che va interpretato in relazione ai legami di quel soggetto con gli altri soggetti con i docenti e con i compiti educativi.</p>
<p>Con il codice DSM invece,la disattenzione non è emergente di nulla, diviene una categoria ontologica del soggetto, una sua caratteristica essenziale.</p>
<p>Per questo i programmi di ricerca su questo disturbo non prendono in considerazione le caratteristiche sociali,o culturali, ma cercano di individuare un profilo biologico al limite genetico (una particolare conformazione del DNA).</p>
<p>Cambia di segno anche la veneranda tradizione che considerava deficit di volontà le difficoltà che i bambini incontravano a &#8220;disciplinare&#8221; il loro corpo e la loro mente.</p>
<p>Non c&#8217;è nulla di più innaturale che costringere i corpi di bambini all&#8217;immobilità per ottenere una attenzione che superi la tendenza alla dissociazione, ossia al pensarsi fuori dell&#8217;aula scolastica, in un cortile, in un campo o in un prato a giocare.</p>
<p>Quanti bambini provenienti da situazioni &#8220;selvatiche&#8221; sono costretti alla disciplina della scuola che disegna il corpo impone il linguaggio pone le condizioni dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>I Franti di oggi, i Lucignolo della nostra contemporaneità, non saranno più inviati in appositi istituti per essere &#8220;riformati&#8221; perché si è &#8220;capita&#8221; la loro differenza, il loro deficit.</p>
<p>Non è, secondo la tendenza dominante, un problema sociale e di differente cultura di provenienza, ma un difetto biologico che può e deve essere corretto.</p>
<p>A questo proposito è importante analizzare la descrizione di iperattività del DSMIV:</p>
<p>L&#8217;iperattività può essere manifestata agitandosi e dimenandosi sulla propria sedia (Criterio A2a), non restando seduti quando si dovrebbe (Criterio A2b), correndo senza freni o arrampicandosi in situazioni in cui ciò è fuori luogo (Criterio A2c) o può esprimersi con difficoltà a giocare o a dedicarsi tranquillamente ad attività da tempo libero (Criterio A2d) o con il sembrare spesso &#8220;sotto pressione&#8221; o &#8220;motorizzati&#8221; (Criterio A2e), oppure col parlare troppo (Criterio A2f). L&#8217;iperattività può variare con l&#8217;età del soggetto e col livello di sviluppo, e la diagnosi dovrebbe essere fatta con cautela nei bambini piccoli.</p>
<p>Come si può notare non c&#8217;è nessun riferimento alle situazioni contestuali né alla provenienza culturale degli &#8220;iperattivi&#8221;. Ad esempio un bambino di una favelas brasiliana adottato in Italia e inserito in una classe elementare può essere &#8220;iperattivo&#8221;.</p>
<p>La tendenza contemporanea alla patologizzazione dei comportamenti differenti si evidenzia microscopicamente anche in questo caso.</p>
<p>Non solo manca qualsiasi accenno al fatto che i comportamenti umani emergono in un campo che si presenta contemporaneamente come campo ambientale, psicologico e di coscienza e che vi possono essere dissociazioni fra questi campi.</p>
<p>Un esempio di dissociazione fra campo ambientale e campo psicologico è proprio un comportamento &#8220;iperattivo&#8221; cioè il bambino percepisce il campo ambientale in cui si trova (la classe) come un campo di gioco per questo il suo corpo non si sottopone alla disciplina richiesta, ma qual è il motivo per cui avviene questo fenomeno?</p>
<p>Vi sono ricerche che hanno prodotto le evidenze scientifiche che sono riportate nelle &#8220;Linee guida per L&#8217;ADHD, in particolare si dice che:</p>
<p>Sulla base di evidenze genetiche e neuro-radiologiche è oggi giustificata la definizione psicopatologica del disturbo(ADHD) quale disturbo neurobiologico della corteccia prefrontale e dei nuclei della base che si manifesta come alterazione nell&#8217;elaborazione delle risposte agli stimoli ambientali. (Linee-guida per la diagnosi e la terapia farmacologica del Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD) in età evolutiva. Masi, Zuddas)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si può agevolmente notare la definizione è strettamente &#8220;riduzionista&#8221;, in questo caso la ipotetica &#8220;malattia&#8221; si identifica totalmente con il &#8220;malato&#8221; avviene una reificazione del soggetto ed una sua identificazione con il &#8220;disturbo&#8221;, non esiste il campo psicologico.Figuriamoci il campo socio-ambientale!</p>
<p>Ma vediamo la procedura logica con cui si procede alla produzione di queste &#8220;evidenze&#8221;:</p>
<ol type="upper-alpha">
<li>sono osservati una serie di comportamenti di bambini nella scuola, si tratta di bambini distratti e indisciplinati</li>
<li>I comportamenti provocano problemi e non sono affrontabili con i classici metodi della scuola</li>
<li>La distrazione e la mobilità sono ipotizzati come sintomi di un disturbo specifico</li>
<li>Il disturbo così isolato viene riferito all&#8217;individuo inteso come un individuo astratto, privo di determinazioni sociali e culturali.</li>
<li>Si costruiscono programmi di ricerca per dimostrare che il &#8220;distrurbo&#8221; così prodotto è in relazione con un qualche deficit neurobiologico</li>
<li>Diversi programmi di ricerca mostrano che i raggruppamenti di bambini costruiti sulla base dell&#8217;ipotesi che certi comportamenti siano patologici, presentano aspetti in comune anche neurobiologici</li>
<li>Ma ciò non dimostra la &#8220;patologia&#8221; di certi comportamenti ma semplicemente la non adeguatezza di alcuni modi di essere per il campo ambientale in cui vengono espressi</li>
<li>Quindi non possiamo certamente parlare di deficit ma di differenza quella differenza può essere un vantaggio od un svantaggio a seconda del campo ambientale. Un comportamento può essere vantaggioso nel getto e svantaggioso nella scuola.</li>
<li>La classificazione di una differenza come deficit comporta una visione idealistica della realtà. In questa visione esisterebbe un modello ideale di essere umano, da questo modello (adamitico?) deriverebbero gli esseri collocati in una piramide per significare la vicinanza o la lontananza dalla forma originaria</li>
<li>La scala delle differenze fra gli esseri sarebbe così caratterizzata da mancanze sempre più marcate da un modello originario. Copie sempre più imperfette con deficit sempre maggiori. Dal mondo delle idee al mondo della vita quotidiana.E le idee sono sempre le idee dominanti</li>
<li>E&#8217; evidente come questa visione sia condizionata dalla forma che assume il potere,dato che in questa ideologia le differenze dalla forma dominante sono pensate come difetti da colmare con una qualche tecnologia di controllo.</li>
</ol>
<p>Dunque, ammettiamo pure che ci siano bambini caratterizzati da deficit di attenzione ed iperattività ed ammettiamo che questo comportamento sia la conseguenza di un deficit nelle capacità di inibizione delle risposte impulsive (response inhibition) mediate dalla corteccia prefrontale (Schachar &amp; Logan 1990; Barkley 1997); tale deficit appare determinato dalla ipoattività del Sistema di Inibizione comportamentale, forse associato a deficit nelle capacità di condizionamento (Quay 1988, 1997).</p>
<p>Continuando con questo tipo di considerazioni possiamo prendere atto che negli ultimi cinque anni diversi gruppi di ricerca hanno dimostrato che nei soggetti con ADHD sono maggiormente frequenti alcune specifiche varianti di geni che codificano per il trasportatore della dopamina e per il recettore D4 per la dopamina (DRD4), cui corrispondono differenze quantitative di funzione (Cook et al. 1995; LaHoste et al. 1996; Smalley et al. 1998; Waldman et al. 1998; Sunohara et al. 1999; Barr 2001</p>
<p>Questi studi porterebbero ad ipotizzare che i bambini diagnosticati con deficit di attenzione ed iperattività hanno un deficit nel sistema di inibizione delle risposte impulsive: tale sistema, situato nella corteccia prefrontale, funzionerebbe con neurotrasmettitori come la dopamina e la noradrenalina.</p>
<p>Nei casi di ADHD , per differenze genetiche, la trasmissione dpoaminergica sarebbe deficitaria.</p>
<p>Eccoci al punto chiave: il problema è la modulazione della trasmissione dopaminergica: c&#8217;è un deficit che può essere colmato con la chimica il problema così definito può avere una risposta: il metilfedinato (Ritalin)</p>
<p>L&#8217;abbandono di qualsiasi visione psicosociale delle problematiche comportamentali della adolescenza comporta l&#8217;adozione di un nuovo paradigma nel senso khuniano. Come si sa l&#8217;adozione di un nuovo paradigma comporta l&#8217;elaborazione di una costellazione di exempla che sostengono il paradigma, ecco allora la retorica delle evidenze provenienti esclusivamente da studi interni al paradigma del deficit. In oltre sarebbe importante verificare chi ha commissionato questi studi, ossia chi ha fornito le risorse monetarie indispensabili per condurre studi altamente complessi.</p>
<p>Penso che la Novartis (attuale produttrice del Ritalin) sia molto interessata alle potenzialità di mercato di questo farmaco e che,dunque, abbia più interesse a che sia confermato il paradigma deficitario e certamente non sarà disposta a finanziare ricerche con un paradigma psico sociale.</p>
<p>Risultato: le famose evidenze derivano quasi esclusivamente da studi impostati sul paradigma deficitario.</p>
<p>Tuttavia vi sono alcuni &#8220;fatti sorprendenti&#8221; come direbbe Pierce che il paradigma deficitario non spiega:</p>
<p>. Nel 1995 un&#8217;organismo dell&#8217;Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l&#8217;International Narcotics Control Board (Inbc), deplorò che &#8220;negli Usa dal 10 al 12% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni sono stati diagnosticati come ammalati di Adhd e curati con Ritalin&#8221;. La tendenza è proseguita anche dopo il 1995. In particolare, sempre per i bambini e i ragazzi, si sono ulteriormente triplicate le prescrizioni di stimolanti; si sono più che raddoppiate quelle di antidepressivi. Negli Usa si smercia circa il 90% del Ritalin venduto nel mondo dalla Novartis, il colosso farmaceutico svizzero nato nel 1997 dalla fusione tra Sandoz e Ciba-Geigy.</p>
<p>Come si può notare il numero dei ragazzi in trattamento con Ritalin è enorme, in oltre dobbiamo considerare che si tratta di un trattamento a tempo indeterminato dato che il paradigma deficitario impone una correzione permanete del difetto.</p>
<p>Ma chi sono questi ragazzi. Sono pochissimi gli studi che correlano il disturbo con la classe sociale o con la provenienza etnica. Non c&#8217;è interesse a questi studi. Sono studi del paradigma psico-sociale, paradigma tramontato da quando è prevalso il neoliberismo che ha considerato tutti i programmi di intervento dello stato nel sociale troppo dispendiosi.</p>
<p>Secondo questa teoria la spesa sociale è improduttiva dunque non può accettare un paradigma di spiegazione delle problematiche che preveda una implicazione sociale con l&#8217;impegno di risorse in programmi di ricerca, in programmi scolastici in asili,insegnanti di sostegno e così via.</p>
<p>Certamente, l&#8217;ideologia neoliberista si trova più a suo agio con un paradigma deficitario che non implica programmi di intervento e ricerca ma la somministrazione di un farmaco a tempo indeterminato. Bisognerà poi vedere quale assicurazione pagherà il farmaco per tutta la vita e gli effetti collaterali di una somministrazione così massiccia. Ma questo è un altro problema.</p>
<p>Negando l&#8217;aspetto psico-sociale ed enfatizzando il paradigma deficitario si ottiene un controllo sul comportamento che non necessita più del riconoscimento di un sistema gerarchico di autorità (L&#8217;Ordine disciplinare).</p>
<p>I corpi non sono più disciplinati da un sistema di punizioni e ricompense di tipo pavloviano. Il super io, secondo la terminologia freudiana, o l&#8217;altro generalizzato secondo Gorge Mead non è più il risultato di una interazione sociale fra spinte pulsionali ed esigenze culturali.</p>
<p>Anche la mediazione fra la produzione desiderante e le richieste sociali (le norme,le regole) non è più affidata ai gruppi come le famiglie o ai gruppi di pari. Sono i media a rosicchiare lo spazio immaginario che è da sempre lo spazio di mediazione, di invenzione di creazione che permette la soluzione dinamica della conflittualità in uno stile di vita.</p>
<p>Senza questo spazio si produce una azione senza scopo, un atto senza pensiero come effetto di una identificazione introiettiva con i personaggi dell&#8217;universo mediatico.</p>
<p>Con il paradigma del deficit non si vede questo problema, si osserva solo la necessità del controllo sociale del corpo in movimento libero, un corpo che, per effetto anche della mutazione antropologica contemporanea non può essere più assoggettato alla disciplina dal sistema delle autorità.</p>
<p>Non c&#8217;è più un sistema di autorità né famigliare,né scolastico. C&#8217;è solo un controllo individuale, psicochimico.</p>
<p>Non c&#8217;è interesse alla produzione di gruppi eterogenei di pari, alla ricombinazione di dimensioni immaginarie alla costruzione di spazi di creatività perché questi spazi, questo immaginario non può essere controllato. E&#8217; fuori controllo. Ma non c&#8217;è altra scelta se vogliamo uscire dalla prevalenza dell&#8217;azione sul pensiero.</p>
<p>E&#8217; necessario costruire una cornice, un contenitore, un apparato per pensare i pensieri (Bion) altrimenti l&#8217;azione come pura scarica motoria prevarrà..</p>
<p>Questa versione psicochimica del controllo sui corpi è confermata anche dalla mutazione delle politiche sociali. Non c&#8217;è più nessuna tendenza a programmi di sostegno sociale, come è ben mostrato nel saggio di Loic Wacquant &#8220;Parola d&#8217;ordine: Tolleranza zero&#8221; la tendenza, al contrario è verso uno stato penale, verso un maggior grado di carcerazione e di penalizzazione dei comportamenti differenti dalla ideologia dominante. La ripresa della psichiatria come disciplina della classificazione e del controllo sui comportamenti va assolutamente in questa direzione.</p>
<p>E&#8217; chiaro che il controllo sociale non può più essere effettuato dal vecchio apparato disciplinare. I corpi non si disciplinano più secondo le linee di forza degli apparati statali proprio perché gli stati nazionali sono al tramonto e la disciplina fordista della fabbrica appartiene oramai al passato.</p>
<p>Le nuove forme di controllo sociale si dispongono in uno spazio sopranazionale, le polizie, le &#8220;scienze&#8221; del controllo studiano interventi per neutralizzare i conflitti sociali e per controllare i singoli.</p>
<p>Alle forme del controllo sociale fin qui messe in atto dobbiamo aggiungere l&#8217;uso di psicofarmaci da diffondere con i gas.</p>
<p>Questa &#8220;guerra chimica&#8221; già conosciuta in passato e studiata nelle sezioni NBC (Nucleare, Batteriologica e Chimica) delle Forze armate è diventata un&#8217;arma del controllo sociale sulla base della nuova dottrina &#8220;imperiale&#8221; che prevede l&#8217;impiego e l&#8217;intervento ovunque delle forze di &#8220;sicurezza&#8221;.</p>
<p>Questo intervento, ad esempio in una manifestazione, prevede la vaporizzazione con i gas di &#8220;calmanti&#8221; come il diazepam (valium) fino ad arrivare, come abbiamo visto a Mosca al Fentanyl (un morfinico). Questi &#8220;Calmatives&#8221; come li chiamano i militari, possono essere anche l&#8217;eroina, l&#8217;LSD, si sta studiando anche l&#8217;uso del GHB naturalmente da usare in altre situazioni (L&#8217;eroina ha già distrutto il movimento antagonista nero nei ghetti).</p>
<p>Particolarmene interessante è la ricerca su di un neurotrasmetitore la colecistochinina che si è dimostrata capace di indurre attacchi di panico.</p>
<p>Dal marzo del 2002 è allo studio un farmaco non meglio identificato, da aggiungere ai gas lacrimogeni al pepe si parla del diazepam Valium) e del dexmeditomidine (Precedex) un sedativo.</p>
<p>Tutti questi studi sono effettuati dal Pentagono nella sezione di ricerca per le armi non mortali (che però&#8230;.) sono tutte ricerche per la guerra contro il terrorismo, ed attualmente è l&#8217;università di stato della Pennsylvania a condurre queste ricerche. Per chi vuole approfondire l&#8217;argomento il sito: <a href="http://www.sunshine-project.org/">http://www.sunshine-project.org/</a> è molto documentato.</p>
<p>Tutti questi studi ci portano a concludere che la nuova forma di controllo sociale è una forma psicochimica che si avvale di strumenti diagnostici messi a punto a partire dal paradigma deficitario. Questo paradigma permette di classificare le differenze come forme difettali biologiche che necessitano di essere corrette con gli opportuni interventi psicofarmacologici. Questi interventi si rendono indispensabili anche per il controllo dei comportamenti delle masse o meglio delle moltitudini.</p>
<p>Con ciò si dimostra ancora come la psicologia delle masse sia strettamente legata all&#8217;analisi dell&#8217;io come ci ha mostrato S. Freud nel 1919 e ci spinge alla moltiplicazione di gruppi operativi produttivi fuori dal controllo.</p>
<h3 class="western">Bibliografia</h3>
<p>Armando Bauleo, Psicoanalisi e gruppalità, Borla</p>
<p>Wilfred Bion, Analisi degli Schizofrenici e metodo psicoanalitico Armando</p>
<p>Renato Curcio, Nicola Valentino, Nella Città di Erech, Sensibili alle foglie</p>
<p>Gilles Deleuze, Differenze e ripetizione Cortina</p>
<p>Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell&#8217;io Boringhieri</p>
<p>Michel Foucault, Sorvegliare e punire Einaudi</p>
<p>Michael Hardt Antonio Negri Impero Rizzoli</p>
<p>Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche Einaudi</p>
<p>George Mead, Mente,se,società Giunti</p>
<p>G. S. Peirce, Le leggi dell&#8217;ipotesi Bompiani</p>
<p>Loic Wacquant Parola d&#8217;ordine: Tolleranza zero Feltrinelli</p>
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		<title>Teatroterapia in un Centro Diurno per tossicodipendenti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Oct 1996 22:45:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione Il Centro Diurno per tossicodipendenti si trova a Rimini ed è gestito dalla Cooperativa Centofiori in collaborazione con l&#8217;AUSL di Rimini. 1)Il programma terapeutico è distinto in fasi di 6 mesi e prevede delle regole da seguire. 2) I &#8230; <a href="https://bleger.org/teatroterapia-in-un-centro-diurno-per-tossicodipendenti/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Introduzione</h2>
<p>Il Centro Diurno per tossicodipendenti si trova a Rimini ed è gestito dalla Cooperativa Centofiori in collaborazione con l&#8217;AUSL di Rimini.</p>
<p>1)Il programma terapeutico è distinto in fasi di 6 mesi e prevede delle regole da seguire.<br />
2) I familiari sono coinvolti attivamente e partecipano ad una assemblea che controlla l&#8217;applicazione delle regole e programma l&#8217;attività settimanale. Questa assemblea si tiene il lunedì; separatamente si riuniscono i famigliari e gli utenti in trattamento.<br />
3) Il mercoledì vi sono tre gruppi di psicoterapia coordinati con tecnica operativa.I gruppi prevedono la parteciazione dei famigliari suddivisi in gruppi diversi.<br />
4) Il venerdì ogni 15 giorni vi è un gruppo multifamigliare sulla comunicazione coordinato con tecnica operativa.<br />
5) All&#8217;interno del centro diurno vi sono inoltre attività di tipo lavorativo che sono dirette da capi settore della cooperativa Centofiori.<br />
6) Ogni tre mesi si riunisce una assemblea genetale che prevede la partecipazione di tutte le componenti del centro diurno: utenti,famigliari, operatori terapeutici e capi settore.</p>
<p>Dall&#8217;inizio del Diurno si è avviata una attività in collaborazione con l&#8217;Enaip di formazione professionale, all&#8217;interno di questo progetto si è pensato ad una attivita teatrale che coinvolgesse tutti gli utenti del Diurno.Per lo svolgimento di questa attività abbiamo preso contatto con Alessanrdo Gentili ed in seguito con Alberto Grilli e con il teatro Due Mondi di Faenza. Questi corsi si sono svolti ogni anno a partire dal 1988.</p>
<h2>L&#8217;ipotesi di lavoro</h2>
<p>Fin dall&#8217;inizio abbiamo lavorato, nel campo di questa attività da noi poi chiamata &#8220;Teatroterapia&#8221;, con una scelta di fondo: divisione delle competenze; ossia la parte specificamente teatrale veniva gestita da Gentili e Grilli in assoluta autonomia e con criteri di tipo estetico, mentre la parte terapeutica veniva affidata ai coordinatori di gruppo che lavoravano nel centro. II coordinamento delle attività veniva effettuato tramite la partecipazione di Grilli e Gentili alle riunioni di Equipe in cui si discuteva il processo compessivo del Centro Diurno.Questa partecipazione di volta in volta ha generato progetti che si sono anche proiettati sull&#8217;esterno, ad esempio una pantomima per le strade di Rimini con Marco Cavallo come protagonista nel 1988 e numerosi interventi nella Comunità Terapeutica di Vallecchio.</p>
<p>L&#8217;ipotesi su cui abbiamo lavorato è che ci fosse una stretta analogia tra la produzione teatrale e l&#8217;attivita onirica. Non è certamente una ipotesi nuova, ma noi abbiamo pensato di renderla funzionale ad un processo terapeutico. Detto molto brevemente noi pensiamo che il processo terapeutico porti ad una presa di coscienza che prima mancava. In questo ci sentiamo all&#8217;interno del &#8216;programma&#8217; di Freud: &#8220;dove c&#8217;era l&#8217;Es ci sara l&#8217;Io&#8221;. L&#8217;uscita dalla coazione a ripetere di un qualsiasi sintomo e la possibilita di cambiare strategia di azione sono il nostro obiettivo.</p>
<p>Noi non lavoriamo per l&#8217;adattamento passivo alla realtà, ma per un adattamento attivo (come dice Picon Riviere), cioè l&#8217;aquisizione della possibilita di cambiare le realtà che ci condizionano. Naturalmente in questa prospettiva la interpretazione dei sogni diviene centrale.</p>
<p>La Traumdeutung è nella psicoanalisi strettamente legata alla seduta ed al rapporto con l&#8217;analista, infatti è nel processo analitico che &#8220;il geroglifico&#8221; del sogno acquista un significato. La nostra esperienza è un tentativo di interpretazione di un &#8220;sogno di gruppo&#8221;, effettuato all&#8217;interno di sedute gruppali, con gli strumenti della concezione operativa di gruppo.</p>
<h2>Metodi</h2>
<p>L&#8217;intervento di Teatroterapia ha utilizzato diverse tecniche, la tecnica più sperimentata è stata il &#8216;teatro delle ombre&#8217;. Questa tecnica prevede un laboratorio teatrale, che nel nostro caso è stato gestito da Alessando Gentili e Alberto Grilli. Nel laboratorio vengono forniti degli stimoli per cominciare un lavoro associativo di gruppo. Gli stimoli possono essere delle frasi, la lettura di testi, l&#8217;osservazione di gesti e qualsiasi altra cosa che possa sollecitare un lavoro associativo di tipo analogico sul modello delle associazioni libere psicoanalitiche.</p>
<p>Il gruppo, lavorando nel laboratorio ed impadronendosi della tecnica del teatro delle ombre simula il lavoro onirico trasformando gli stimoli esterni in immagini, sequenze di azioni, vere e proprie &#8220;scene&#8221;.<br />
In questa fase Alberto ed Alessandro funzionano un po&#8217; da &#8220;censura onirica&#8221;, nel senso che lo &#8220;specifico estetico&#8221; impone la sua forma alle scene che il gruppo produce, proprio come nel lavoro onirico i contenuti del pensiero vengono modificati ed ad esempio il padre può diventare un cavallo (caso del piccolo Hans), ecc.</p>
<p>Questa capacità di metaforizzare può essere cosciente o inconscia, sottesa come nel nostro caso da un inconscio di gruppo, o meglio, come dice il prof Bauleo, da un latente gruppale.</p>
<p>Le scene vengono presentate a tutto il gruppo ogni 15/20 giorni. Questa è la fase della rappresentazione onirica. La scena prende forma e le ombre assumono la realta dello spazio scenico. La rappresentazione, che non supera mai i 30 minuti, avvolge il gruppo in un enigma, le ombre si caricano delle proiezioni più arcaiche. Immagini della scena primaria, fantasmi originari si liberano in uno spazio-tempo delimitato e danzano le loro vicende.</p>
<p>Le emozioni profonde che non hanno avuto la possibilita di rappresentazione si esprimono inizialmente in queste storie di ombre. Ma tutto il nostro lavoro, come abbiamo detto, va nella direzione della presa di coscienza e del cambiamento strutturale, non nella emozione catartica, che poi non produce nessuna riflessione, ma allevia semplicemente una tensione.</p>
<p>Per questo motivo il nostro metodo prevede che al termine della scena si riunisca il gruppo con un coordinatore .Il gruppo ha come compito parlare della scena appena vista, delle emozioni vissute e di qualsiasi altra cosa si vogli parlare. Il coordinatore interpreta il latente e lo rende manifesto al gruppo così l&#8217;enigma può essere affrontato e le ombre divengono immagini e poi concetti per pensare situazioni<br />
emotive che non erano state simbolizzate.</p>
<p>Si tratta di un metodo per aprire il flusso del pensiero e permettere al desiderio di liberarsi dai lacci di emozioni fortissime che hanno apppesantito come piombo le ali della fantasia, rendendo la realtà troppo reale: iperreale, iperconcreta. La realtà dei tossici.</p>
<p>In sostanza pensiamo alle situazioni remote che si sono prodotte nella storia di un singolo individuo, situazioni traumatiche, violenze subite, ma anche momenti di confusione non ben elaborati, come ad esempio la situazione descritta da S. Ferenczi nel suo articolo sulla confusione delle lingue fra adulti e bambini. In questo fondamentale articolo Ferenczi ci dice che ad un certo punto della vita il linguaggio della passione e quello della tenerezza possono confondersi e produrre malintesi che, se non vengono chiariti, hanno la funzione di veri e propri traumi; traumi che però vengono rimossi, forse dissociati, dalla coscienza e tuttavia manifestano la loro presenza sotto forma di sintomi.</p>
<p>Nel caso di una violenza sessuale, ad esempio, si produce una dissociazione della coscienza ed a volte la formazione di una doppia personalità, che si evidenzia con l&#8217;uso di droghe dissociative; anche la confusione diviene l&#8217;emozione che esprime una modalità difensiva come la frammentazione dell&#8217;oggetto persecutorio .Tutte queste ed altre vicende vanno a costituire quello che A. Bauleo chiama il &#8220;gruppo interno&#8221; e cioè l&#8217;insieme delle emozioni, rappresentazioni legate alla storia individuale di ciascuno: ombre della mente che ci portiamo sempre con noi.</p>
<p>Questi gruppi interni si attivano in situazioni di gruppo reale, per cui i comportamenti presenti costantemente si riallacciano ad un repertorio passato, ma nello stesso tempo situazioni nuove aggiornano il repertorio cambiandone la forma. Più profonde sono le situazioni gruppali che si creano, più primitive sono le ombre che si mettono reciprocamente in gioco, dato che in un gruppo si instaura una rete di identificazioni proiettive ed introiettive incrociate fra i singoli membri. Questa rete è il latente gruppale ed è da questa rete che provengono le scene del teatro delle ombre: il sogno del gruppo.</p>
<h2>Risultati</h2>
<p>In circa quattro anni (1990-94) hanno usufruito di questa possibilita circa un centinaio di utenti; a questi bisoogna aggiungere anche i loro familiari, che sono stati coinvolti in alcune rappresentazioni con i gruppi succesivi.</p>
<p>In particolare poi, ogni anno in un paese sull&#8217;Appennino c&#8217;era una settimana dedicata esclusivamente al teatro. Alessandro ed Alberto si fermavano per tutto il periodo e i terapeuti turnavano fra loro. Al termine della settimana venivano invitati i familiari e per loro veniva rappresentato lo spettacolo. Al termini dello spettacolo che era anche un percorso nel paese e fra le ombre si svolgevano diversi gruppi terapeutici che dovevano discutere delle emozioni provate ed anche di qualsiasi altra cosa volessero parlare.</p>
<p>In un primo momento mettevamo genitori e figli marito e moglie nello stesso gruppo, ma poi abbiamo visto che questa iperealtà dei legami scatenava una forte catarsi (pianti, commozioni forti, ecc.), ma impediva l&#8217;elaborazione simbolica e quindi il cambiamento di vincoli simbiotici o ambigui. In seguito abbiamo separato le relazioni, mettendo i figli in un gruppo e i genitori in un altro, mariti in uno, mogli in un altro.</p>
<p>Questo cambiamento è stato pensato da un duplice punto di vista: per prima cosa abbiamo un piano terapeutico, che riferendosi alle elaborazioni di E. Pavlovscki ha considerato la catarsi come un effetto di una identificazione proiettiva massiccia, senza la possibilità che si formasse uno spazio per il pensiero. In questa dimensione la catarsi assume un aspetto evaquativo, senza produrre una presa di coscienza e quindi una modificazione stabile del vincolo.</p>
<p>Ad esempio una scena poteva produrre una emozione tale che i presenti non si rendevano conto che tale scena in realtà evocava un&#8217;altra scena, quella che aveva prodotto l&#8217;emozione, ma agivano come se il &#8220;litigio&#8221; fosse quello di &#8220;quella volta&#8221; senza discriminare la situazione diversa.<br />
Invece l&#8217;azione terapeutica si è avuta quando dalle scene i presenti hanno potuto pensare le emozioni ed in particolare hanno potuto chiedersi: &#8220;guarda in questa situazione mi arrabbio come se fosse quella volta&#8221;.</p>
<p>Dalla possibilita di pensare le emozioni provate &#8216;come se&#8217; fossero vere nasce anche la presa di coscienza che certe situazioni passate possono cambiare di importanza, diventare leggere. Le ombre liberate nello spazio scenico divengono innoque; qualcuno anche può dire &#8220;anche io ho il tuo stesso problema&#8221; ed allora l&#8217;indicibile diviene detto e perde la gravità.</p>
<p>Da un altro punto di vista, quello teatrale, di cui non sono esperto, abbiamo letto alcuni testi di B.Brecht ed in particolare le sue teorie sulla tragedia ed il suo proporre anche nel campo teatrale una rivoluzione anti-aristolelica. Ricordo brevemente che Aristotele nella Poetica dice che il fine della tragedia è la catarsi e che gli spettatori, identificandosi negli attori che recitano vicende terribili, si purificano da quei sentimenti che anche loro provano ed al termine dello spettacolo possono ritornare alle loro occupazioni di tranquilli cittadini.</p>
<p>E&#8217; chiaro come in questa dinamica si possa evidenziare il ruolo del teatro come sublimazione del capro espiatorio che a sua volta sublimava il sacrificio umano. Ma ci dice Bertold Brecht, in questo caso il teatro mantiene l&#8217;ordine costituito: non serve per pensare, non ha nessuna funzione pedagogica. Per ottenere questo scopo bisogna stimolare non l&#8217;identificazione, ma lo straniamento perché solo in questo modo lo spettatore è indotto a pensare alle vicende rappresentate ed a prendere coscienza della sua situazione.</p>
<p>Questi obiettivi ci sono sembrati sovrapponibili agli obiettivi terapeutici per questo abbiamo cambiato la struttura dell&#8217;intervento. Quindi, in sostanza il risultato di questa attività è stata la formazione di un pensiero critico che si rivolge più al mettere in scena i fantasmi piuttosto che a metterli in atto; e questo mettere in scena libera la produzione desiderante e produce diverse concatenazioni del desiderio, nuove aggregazioni e forme della azione comunicativa; nuovi schemi di riferimento operativi.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Purtroppo questa esperienza è ora terminata. Non c&#8217;è molto interesse per il teatro nel tempo della televisione, figuriamoci per la teatroterapia! E inoltre anche nell&#8217;ambito del coordinamento regionale si parla di più del risultato di 10 milligrammi di metadone in più che dello straniamento o della presa di coscienza. In comunità come quelle di San Patrignano si è agita la violenza, con l&#8217;omicidio di Roberto Maranzano e non c&#8217;è stato modo di rappresentarla in un teatro della crudeltà, come faceva il Living in Brasile.</p>
<p>Forse la mediatizzazione di San Patrignano o di altre comunità salvifiche, è la tragedia Aristotelica dei nostri tempi: i bravi borghesi piangono e si purificano e poi tutto ritorna come prima. Nulla cambia.</p>
<p>Cosa può fare invece il teatro? Può far pensare; può conquistare territori e piazze, aprire menti ed occhi; perché un gesto, un ballo, un racconto concitato, una sagoma di cartoncino che proietta un ombra sul muro, evocano una dimensione immaginaria in cui fluisce la vita.</p>
<p>(Pubblicato su Psychomedia)</p>
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