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	<title>Scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini &#187; Articoli</title>
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	<description>Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.</description>
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		<title>Il Limbo dell’Intercettazione Precoce</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2022 19:52:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; di Marella Tarini (Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche) Le riflessioni seguenti prendono corpo in seguito alla esecuzione di un percorso di supervisione effettuato afavore di un gruppo di psicoterapeuti appartenenti ad un’organizzazione &#8230; <a href="https://bleger.org/il-limbo-dellintercettazione-precoce/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marella Tarini</strong><br />
(Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche)</p>
<p>Le riflessioni seguenti prendono corpo in seguito alla esecuzione di un percorso di supervisione effettuato afavore di un gruppo di psicoterapeuti appartenenti ad un’organizzazione di Privato Sociale, incaricato di svolgere, per conto di un Ambito Territoriale Sociale, azioni di intercettazione precoce del disagio psico-relazionale, specialmente, ma non esclusivamente, a favore della popolazione giovanile.<br />
La creazione di strutture mobili operative alle quali è attribuito il compito di captare i bisogni emergenti nella comunità di un territorio è esperienza abbastanza recente nel panorama delle risorse sanitarie messe in campo per tentare di dare risposte alle complessità che si manifestano e che possono essere interpretate come portatrici di potenziali disfunzioni individuali e collettive.</p>
<p>Tali complessità spesso sono caratterizzate da situazioni di alterazione degli equilibri pregressi presenti nelle relazioni familiari o istituzionali, come per esempio nell’ambito della Scuola, che non si strutturano immediatamente come manifestazioni patologiche già configurate in complessi sintomatologici chiaramente identificabili, ma più spesso si presentano con aspetti sfumati e indefiniti, che ingenerano comunque preoccupazione o difficoltà gestionali a carico degli attori coinvolti.</p>
<p>L’apparato sanitario istituzionale, in maniera particolare quello pubblico, si è mostrato inadatto a farsi carico degli interventi possibili e plausibili a questo riguardo. Questa incapacità o difficoltà si è declinata ed è risultata evidente in special modo negli ultimi anni, per una serie di motivi. Uno di questi motivi è la abdicazione del settore pubblico della Sanità alle politiche attive di promozione di salute sul territorio, se si esclude, in parte, l’ambito di intervento del settore delle dipendenze patologiche, che è incaricato,<br />
con finanziamenti appositamente dedicati, della attuazione di percorsi e progetti preventivi comunitari con il mandato esplicito di ridurre l’ipotetico impatto determinato dalla estensione generalizzata dell’uso di sostanze esogene o di comportamenti definibili come “dipendenti”, come per esempio il gioco d’azzardo patologico o la dipendenza digitale.</p>
<p><span id="more-656"></span></p>
<p>Un altro motivo, complementare al precedente, è la obiettiva moltiplicazione a livello comunitario di situazioni di sofferenza relazionale, caratterizzate da una disfunzione ed un impoverimento della comunicazione intergenerazionale che ricade sul funzionamento di tutte le istituzioni sociali e che si aggancia al processo di profonda crisi nella definizione dei ruoli presenti nelle interazioni. A questa massiccia moltiplicazione di aspetti potenzialmente generatori di disagio, che potrebbe essere colto ed affrontato positivamente per aprire un processo indirizzato ad una produttiva elaborazione evolutiva, le istituzioni sanitarie hanno risposto con tutta la loro inadeguatezza quantitativa, dato l’impoverimento progressivo di risorse determinato dalle scelte politiche e finanziarie che hanno prodotto costanti tagli lineari; ma anche con una inadeguatezza qualitativa, in parte conseguente alla riduzione di investimenti appena citata ed in parte specifica in sé: la enfasi messa in campo a sostenere approcci di carattere fortemente riduzionista, meccanicista e positivista ha fatto scemare la capacità di accogliere le complessità e le forme “indefinite”, che invece si manifestano sempre più frequentemente, con il risultato che quando queste si presentino non sia possibile identificare il Servizio o la Struttura che possa iniziare a farsene carico.</p>
<p>Un esempio eclatante è quello delle problematiche che insorgono in età adolescenziale ed in special modo minorile: se la disfunzione che si comincia ad evidenziare ha delle caratteristiche che potrebbero essere potenzialmente di competenza psichiatrica, almeno per l’espletamento di una fase conoscitiva preliminare, il problema non è accolto dai Servizi preposti, perché normativamente e burocraticamente essi non sarebbero destinati ad accogliere soggetti che non abbiano compiuto la maggiore età; allora viene suggerito l’invio ai Servizi di Pediatria, che però non ritengono di essere competenti a valutare il tipo di tematiche di cui si sta parlando, perché le si ritiene aderenti ad un campo specialistico peculiare che non attiene al loro mandato; non va meglio se si ricorre all’ intervento dei Consultori, che, ridotti all’osso per ciò che riguarda l’attribuzione di personale e di operatori, dichiarano di rispondere, e tra l’altro con estrema obiettiva difficoltà, solo alle situazioni caratterizzate da implicazioni giudiziali e quindi inoltrate dal Tribunale.</p>
<p>E siamo solo al momento della apertura di un eventuale processo di valutazione diagnostica&#8230;<br />
Risultato: ciò che sta emergendo non trova il luogo dove poter essere depositato, entra in un’esperienza di rimbalzo da un campo operativo all’altro, viene lasciato di fatto a se stesso in una dimensione di moltiplicazione della ansia confusionale e la convulsa ed impropria risposta istituzionale, anziché contenere il processo, contribuisce ad acuire il disagio e la paura, favorendo di fatto un incremento degli aspetti sofferenti che sono in campo e lo scivolamento verso sintomi più organizzati e verso la costruzione di patologie.</p>
<p>Dobbiamo aggiungere gli aspetti generati dalle vicende degli ultimi due anni, caratterizzati da restrizioni relazionali e obblighi di distanziamento che hanno implicato anche i Servizi, richiamati ad assolvere solo le funzioni considerate imprescindibili e ai quali è stato impedito, per lo meno per larga parte del 2020, di accogliere di persona presso le Strutture gli utenti che non presentassero caratteristiche di urgenza: quindi, la disponibilità degli assetti sanitari si è mostrata in forma ancora più coartata, mentre le situazioni di disagio comunitario si sono acuite, anche per via della riduzione drastica della fruibilità di articolati spazi fisici di condivisione e per via del confinamento prolungato all’interno delle abitazioni: le relazioni sono state limitate per lungo tempo all’ambito strettamente familiare, con la eliminazione delle esperienze spaziali alternative che potessero permettere momenti di espressione della propria autonomia: pensiamo in questo senso alle scuole a lungo chiuse e alle lezioni svolte in didattica a distanza e ai periodi di quarantena ed isolamento che molti nuclei familiari hanno dovuto osservare anche ripetutamente, per via del contagio di alcuni dei membri, verificatosi anche a rotazione.</p>
<p>In questo contesto pre e post emergenza epidemica, caratterizzato dalla mancata o impossibile o disorganizzata risposta della sanità pubblica e dalla concomitante esacerbazione dei quadri di sofferenza della popolazione, si sono moltiplicate e radicate le esperienze di costruzione di “Sportelli” di Ascolto” in spazi extraistituzionali, presso i quali potesse essere portato e rappresentato il disturbo o il disagio, spesso complesso e sfumato, poliedrico e sfaccettato, difficilmente definibile a priori, chiamando in campo, per la esecuzione delle attività di cosiddetta intercettazione precoce, Strutture del Privato Sociale incaricate all’uopo da istituzioni Pubbliche che potevano contare su finanziamenti dedicati. Tali sportelli si sono configurati in forma telematica durante il periodo in cui l’interazione in presenza era impedita e poi di nuovo con una forma che consentisse l’incontro diretto. Tra le forme di esecuzione di questa tipologia di attività dobbiamo annoverare anche la funzione espletata presso gli Istituti Scolastici, particolarmente, ma non solo, all’interno dei Centri di Informazione e Consulenza.</p>
<p>E’ in questo quadro che, nel 2021, il gruppo di psicoterapeuti descritto in premessa e dedicato alla funzione di “intercettazione precoce del disagio” per conto di un Ambito Territoriale Sociale, ha chiesto di avviare un percorso di supervisione. La richiesta era motivata dal fatto che il gruppo si sentiva dichiaratamente lui stesso “a disagio”, incapace di trovare una serena collocazione rispetto al mandato che aveva ricevuto, stretto tra le imprevedibili richieste di intervento che gli giungevano, l’indefinitezza concreta della estensione e della qualità delle azioni che gli erano state assegnate e la difficoltà a raccordarsi con i Servizi deputati alla eventuale successiva presa in carico delle problematiche emergenti.</p>
<p>Come già detto, il gruppo faceva parte di una associazione di Privato Sociale, e l’incarico di eseguire le azioni di intercettazione precoce del disagio emergente sul territorio di competenza, assegnato dall’Ambito tramite l’espletamento di una gara d’appalto, è stato reso possibile per via dell’investimento di un finanziamento pubblico finalizzato, composto da vari canali di emissione. Nei termini della gara e del contratto conseguente era definito anche il monte ore assegnato.<br />
​</p>
<p>L’équipe era costituita inizialmente da tre partecipanti, tutte di sesso femminile. Durante lo svolgimento del processo, che è durato dal marzo 2021 al marzo 2022, una operatrice ha sospeso la sua attività per qualche mese a causa di alcune complicazioni familiari ed è stata sostituita da una collega. Al rientro in attività della operatrice che aveva dovuto effettuare il periodo di sospensione, anche la collega che l’aveva sostituita è rimasta a lavorare all’interno della équipe, che quindi ha terminato il percorso composta da quattro partecipanti.</p>
<p>Il mandato assegnato riguardava la effettuazione di un servizio di prima accoglienza di situazioni di disfunzione che potevano essere portate o dai singoli direttamente interessati presso la sede della équipe negli orari a disposizione del pubblico, o essere segnalate da attori istituzionali, prevalentemente appartenenti agli Istituti scolastici: in questo caso la richiesta di intervento giungeva da insegnanti o direttori di Istituto, che ritenevano di rilevare in alcuni studenti segnali di deviazione da presunte adeguatezze comportamentali, e riguardava l’esecuzione di azioni a questi rivolte all’interno delle istituzioni medesime, o durante gli orari di funzionamento dei CIC con modalità di incontro individuale o all’interno delle classi, con interventi di incontro collettivo.</p>
<p>La supervisione è stata effettuata utilizzando i criteri della Concezione Operativa di Gruppo, ed è stata strutturata dedicando al processo gruppale un’ora e mezza di ogni incontro, con un lavoro incentrato sulla elaborazione del compito manifesto che l’équipe è stata sollecitata a definire fin dall’inizio, e la successiva ora alla discussione di un concreto caso clinico.<br />
Il compito manifesto che l’équipe ha individuato e rispetto al quale denunciava alcune difficoltà ad aderire, era quello del mandato esplicito che le era stato assegnato, e cioè: ”Intercettare precocemente bisogni emergenti per definire invii idonei.”</p>
<p>Nella prima parte del lavoro con il gruppo – équipe, è emersa una notevole quantità di ansia confusionale che si esprimeva concretamente nella difficoltà ad agire con pertinenza. Non era chiaro, per esempio, quali fossero e se ci fossero i criteri per la definizione di congruità delle richieste di intervento che pervenivano; non era chiaro nemmeno quali fossero e se ci fossero i criteri per definire la congruità della tipologia di risposte da dare. Poco chiaro anche in che tempi l’équipe riteneva giusto dare risposte e se dovesse o meno rispondere con modalità di urgenza, così come veniva a volte richiesto dalle istituzioni che inoltravano le domande di intervento.</p>
<p>L’ansia confusionale era anche alimentata dal fattore obiettivo costituito dal fatto che era molto difficile organizzare gli invii in sicurezza, in quanto non erano state elaborate vie condivise ben definite con i Servizi che sarebbero stati deputati alla eventuale presa in carico delle situazioni che venivano considerate meritevoli di intervento clinico.</p>
<p>Un altro fattore che mostrava l’incertezza rispetto alla pertinenza al compito era rappresentato dal non aver stabilito fino a che punto dovesse estendersi l’azione professionale della équipe a fronte delle situazioni che si presentavano e fino a che punto fosse opportuno consentire la strutturazione del vincolo relazionale con gli utenti, data la prospettiva del loro invio, più o meno prossimo, ad altre Strutture.</p>
<p>Questi elementi di incertezza e di confusione erano interni al gruppo e collusivamente alimentati dall’atteggiamento dei richiedenti e delle istituzioni committenti, che implicitamente si aspettavano da questa équipe che vicariasse i ritardi o i rimandi o l’assenza operativa dei Servizi preposti alla eventuale presa in carico, fattori determinati dagli elementi di disorganizzazione e di disfunzione a carico della Sanità Pubblica che sono stati descritti precedentemente.<br />
Il clima era ansioso e sfiduciato.<br />
Il gruppo si attendeva comunque di conseguire migliori capacità di comunicazione interna ed esterna ed era disposto ad elaborare una miglior organizzazione propria per chiarificare e consolidare i livelli di cooperazione. Si notava comunque un buon livello di appartenenza di ciascun membro alla esperienza della équipe e una manifesta disposizione all’apprendimento.</p>
<p>Durante il processo sono emerse anche paure dell’attacco esterno: la fantasia circolante era che potenzialmente i richiedenti avrebbero potuto esprimere parere negativo sull’operato del gruppo se questo non avesse soddisfatto tutte le modalità con le quali venivano articolate le domande di intervento, anche se queste in diverse occasioni erano apparse francamente per qualche verso incongrue, e che la valutazione negativa sarebbe potenzialmente stata poi assunta anche dai committenti e dai livelli gerarchicamente superiori della cooperativa di appartenenza. Questo tipo di paura faceva sentire il rischio che gli incarichi non sarebbero stati rinnovati. Questa specifica ansia dimostrava come fosse mancato un livello di chiara comunicazione preliminare condivisa rispetto a ciò che l’esterno potesse o dovesse aspettarsi dal lavoro dei professionisti, mancanza che era stata alimentata da un’omissione collusiva, partecipata anche dal gruppo di operatori.</p>
<p>Queste configurazioni portavano le operatrici, come loro stesse facevano consapevolmente emergere in un dato momento, a sentire che non potevano e non sapevano dire di no quando sarebbe stato opportuno, non sapevano e non potevano definire con maggior autorevolezza il confine del proprio operato ed il valore di questo quando segnato da un adeguato limite esecutivo , valore che percepivano costantemente caratterizzato da una mancanza di riconoscimento da parte dei colleghi dei servizi pubblici di riferimento, da parte degli stessi committenti e da parte dei destinatari istituzionali dell’intervento, dai quali si sentivano trattate “ ad uso e consumo”.</p>
<p>In qualche modo il lavoro di questa équipe era quindi caratterizzato da alcune stereotipie, che la facevano permanere nella confusività e che erano perciò sentite come disfunzionali, ma che era difficile risolvere. Gli utenti “intercettati”rimanevano a contatto a lungo con le operatrici, come in attesa prolungata in un limbo, senza che potesse essere fluidamente e serenamente attivata una via di conduzione ai potenziali Servizi di arrivo.</p>
<p>Continuando lo svolgimento del lavoro, è emerso dal latente che il problema centrale del gruppo era la difficoltà ad abbandonare una fantasia sottostante e condivisa silenziosamente, secondo la quale la cooperazione di queste professioniste avrebbe potuto configurare la creazione di una sorta di Servizio Specialistico per strutturare azioni di alto valore professionale a favore delle fasce fragili della popolazione, in special modo quella giovanile, portatrici di aspetti complessi affascinanti sul piano clinico, azioni che avrebbero potuto vicariare l’assenza e la latitanza delle Strutture che sarebbero preposte ufficialmente alla presa in carico, e che avrebbero permesso di scavalcare tutte le difficoltà legate alla partecipazione al complesso lavoro di tessitura ed organizzazione di una Rete composta da tutti gli attori deputati agli interventi.</p>
<p>Ancora, è emersa la fantasia che una presenza continuativa, permanente e professionalizzata presso le Scuole, quale quella che le operatrici erano indubbiamente in grado di esprimere, avrebbe potuto contenere e migliorare le disfunzioni evidenti in quelle Istituzioni didattico-educative, presso le quali a volte si consumano inconsapevoli processi di organizzazione di quadri patologici, più che di sostegno pedagogico– evolutivo.</p>
<p>La permanenza di questa fantasia faceva agire l’équipe in un modo che impediva a se stessa per prima il riconoscimento e la definizione dei limiti del mandato assegnato, con la conseguente tendenza a rispondere a tutte le richieste che pervenivano per evitare ogni insoddisfazione o frustrazione di terzi, a far permanere gli utenti nel vincolo che si strutturava negli incontri, a dilazionare le decisioni e le operazioni relative agli invii ai Servizi preposti, considerati a priori inadeguati e inadempienti, e a pensare potenzialmente risolutivo l’intervento individuale presso le Istituzioni scolastiche.</p>
<p>Quando questa posizione è emersa dal latente è finalmente stato possibile cominciare ad elaborarne il ridimensionamento, certamente con resistenza e con sofferenza, per via dell’inevitabile passaggio verso un sentimento depressivo per la perdita di questa proiezione ideale. A questo punto, le aspirazioni, basate sulla autopercezione di un’obiettiva e fondata preparazione, esperienza e capacità professionale, hanno avuto accesso ad un percorso di adeguamento al campo reale e ai confini determinati dal compito manifesto ed assegnato: il gruppo ha potuto concepire come sia necessario un alto livello di preparazione professionale per svolgere un compito di accoglienza primaria così complesso e delicato; inoltre ha potuto obiettivamente valutare quanta capacità espressa sul campo occorra per essere protagonisti propositivi di un’azione nel contesto, quale quella che organizza la compartecipazione al processo della messa in Rete di Strutture e Servizi che inevitabilmente devono collaborare; ha poi potuto riconoscere a se stesso il possesso di queste qualità, ancorché calibrate ora all’interno dei limiti del compito manifesto e del mandato assegnato.</p>
<p>La rinuncia alla fantasia, la distruzione dell’oggetto ideale, è costata un passaggio per una fase depressiva, ma ha permesso la “ricreazione dell’oggetto per la predisposizione di un progetto&#8221;( cit. da “ Il Processo gruppale”, E. Pichon Rivière).<br />
Infatti, da quel momento, il gruppo ha cominciato a ridefinirsi nei suoi rapporti esterni ed interni.</p>
<p>Rispetto all’esterno:<br />
1) ha deciso di aprire un processo di contrattazione con la committenza e con le gerarchie della cooperativa affinché la quantità di lavoro da svolgere possa essere chiaramente calibrata rispetto alle ore assegnate;<br />
2) ha promosso incontri con la coordinazione dell’Ambito per l’esplicitazione delle complessità rilevate e per sollecitare la costanza dei lavori di un già esistente Tavolo Tecnico Territoriale, che è stato costituito al fine di mettere in rete i Servizi pubblici e di privato sociale presenti sul territorio per ottimizzare la collaborazione e il chiarimento sugli specifici mandati istituzionali, in termini di attribuzione di competenze diagnostiche e terapeutiche;<br />
3) ha partecipato attivamente e propositivamente ai lavori del Tavolo medesimo, potendo esplicitare e chiarire quale è il mandato assegnato al gruppo e quali sono le sue conseguenti necessità di raccordo;<br />
4) ha deciso di presentarsi agli Istituti scolastici per la progettazione della interazione relativa al prossimo anno scolastico con una propria proposta progettuale, che prevede il superamento del semplice sistema delle azioni garantite a chiamata e dà piuttosto l’indicazione di istituire percorsi di supporto cadenzato al gruppo dei docenti: questa idea progettuale è scaturita dalla considerazione che il disagio che può emergere all’interno di una scuola a carico di un individuo e che può essere rilevato da qualche membro del corpo docente, non è mai definitiva e sola espressione di una qualche inadeguatezza del soggetto designato, ma esprime tutta la complessità della Istituzione didattico – educativa, include l’implicazione di chi rileva e segnala il disagio medesimo, e disvela la necessità di elaborare presso il corpo docente e gli uffici direttivi l’importanza della integrazione delle funzioni e delle abilità pedagogiche con quelle didattiche.</p>
<p>Rispetto alle dinamiche interne:<br />
1) è emersa la idea di costruire una scheda di rilevazione degli interventi effettuati, con particolare riguardo a quelli individuali, con indicazione dell’esito di ogni singolo procedimento e con l’evidenziazione dei termini di esecuzione dell’invio finale.</p>
<p>2) il gruppo ha valutato l’opportunità di definire il numero massimo di incontri che possono essere destinati ad ogni utente accolto, al fine di poter avere una definizione diagnostica preliminare che permetta l’eventuale invio congruo al servizio istituzionalmente dedicato e con lo scopo di scongiurare la permanenza ad libitum presso l’équipe di situazioni che presentano evidenti risvolti clinici. E’ difatti apparsa impropria ed inopportuna la creazione di un vincolo troppo strutturato tra i singoli utenti che si avvalgono dell’intervento di intercettazione ed i componenti dell’équipe, data la necessità riconosciuta di ottemperare in tempi brevi alla parte di compito che prevede invii idonei ai Servizi che saranno deputati alla presa in carico.</p>
<p>3) Il gruppo ha inoltre valutato l’opportunità di svolgere alcune azioni di intercettazione precoce, azione che prevede la configurazione di una plausibile ipotesi diagnostica, in collaborazione fra più figure, specialmente quando si consideri utile e/o necessario coinvolgere nel processo i membri della famiglia di appartenenza, in un’ottica di cooperazione e di collaborazione.</p>
<p>4) è emerso il desiderio di approfondire le tematiche inerenti i processi di Analisi Istituzionale, per garantire un maggior apprendimento in una materia che ha suscitato curiosità , soprattutto in relazione all’adeguamento degli interventi da progettare a favore delle istituzioni scolastiche.</p>
<p>Il processo ha quindi consentito di raggiungere migliori livelli di pertinenza, di consolidare l’appartenenza dei membri al sistema della équipe, di riconoscere e di mettere in campo la capacità di collaborazione e di cooperazione. Il clima dell’ultimo incontro era frizzante e propositivo, carico di energia progettuale.<br />
Grazie al superamento delle stereotipie generate dal materiale latente che non era stato elaborato, la comunicazione ha vissuto un processo di chiarificazione e di liberazione. I membri possono dire l’un l’altro se e come se la sentono di intervenire in un determinato contesto, se ritengono di avere o meno bisogno di sostegno da parte dei colleghi e hanno deciso di definire un tempo cadenzato per effettuare periodiche riunioni di équipe al fine di condividere aspetti operativi relativi ad aspetti clinici ed organizzativi.</p>
<p>Ma il chiarimento interno rispetto al compito manifesto e la conseguente maggior sicurezza acquisita ha anche permesso al gruppo di comunicare con presenza, precisione, autorevolezza, adeguatezza e chiarezza le proprie impressioni, valutazioni, proposte e necessità ai committenti, ai livelli gerarchici superiori della cooperativa, al Tavolo Tecnico di Rete Territoriale che vede riuniti e coinvolti gli attori istituzionali demandati a dare risposte diagnostiche e cliniche alle complessità emergenti, dimostrando una più libera e creativa capacità di adattamento attivo alla realtà.</p>
<p>Concludo sottolineando la delicatezza e la complessità della operatività degli Sportelli di Ascolto: sono luoghi dove potenzialmente può essere depositata qualsiasi emergenza situazionale complessa, all’interno dei quali deve essere espletata una dimensione di accoglienza con modalità attentamente calibrate, dove non possono essere emesse risposte subitanee, perché si prevede strutturalmente il coinvolgimento successivo di altri livelli istituzionali di intervento; dove occorre lavorare di fino con le ”insidie” del vincolo con l’utenza che si presenta, dato che il contatto dovrà essere carico di senso ma contemporaneamente a rapido rilascio, dove occorre aver affinato capacità intuitive e competenze professionali significative, adatte a percepire segnali anche sottili che possano instradare i necessari interventi futuri, e dove occorre aver competenza nella costruzione di rapporti interistituzionali fluidi e funzionanti, vista la necessaria interazione con altre Strutture deputate poi alle prese in carico adeguate al problema che si presenta.</p>
<p>Inoltre, come abbiamo visto, occorre avere sufficiente consapevolezza del preciso mandato per non cadere nella trappola collusiva che si genera nel momento in cui le disfunzioni degli altri sistemi tendono a parcheggiare, consegnare o a rimandare lì la risoluzione di problemi complessi.<br />
Credo che sia uno di quei casi in cui bisogna “saper fare” molto, in cui occorrono cioè una particolare competenza ed una consolidata abilità professionale da mettere al servizio del riconoscimento del necessario limite operativo, per di di più nella relazione con situazioni sfumate e complesse: a volte questa operazione risulta più difficile da espletare di quanto non sia l’esecuzione di compiti apparentemente più complicati, che si svolgono all’interno di schemi operativi più definiti e caratterizzati da una maggior estensione temporale.<br />
E presumibilmente, le vicende degli Sportelli di Ascolto saranno situazioni sempre più rappresentate nel panorama futuro degli interventi di Comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia: </strong><br />
“ Il processo Gruppale”, E. Pichon Rivière, Ed . Pgreco, 2021<br />
“ Psicoigiene e Psicologia Istituzionale”, J. Bleger, Edizioni La Meridiana, Molfetta, 2011<br />
“Prevenzione, Psicoanalisi, Salute Mentale”, A. Bauleo, M. De Brasi ed aa., a cura di F. Benedetti e R. Folin, Casa Editrice Lauretana,  Loreto,1985</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senigallia, 10 maggio 2022</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I gruppi multifamigliari</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 13:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo De Berardinis Prima parte: da raggruppamento a gruppo Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per &#8230; <a href="https://bleger.org/i-gruppi-multifamigliari/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo De Berardinis</strong></p>
<p><strong>Prima parte: da raggruppamento a gruppo</strong></p>
<p>Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per addentrarci nella comprensione della complessa fenomenologia clinica dei gruppi multifamigliari. In premessa voglio ricordare che le trasformazioni dell’ambito istituzionale possono esercitare effetti, sugli ambiti famigliari ed individuali, di gran lunga maggiori di quelli che le trasformazioni di questi ultimi possono esercitare sull’ambito istituzionale.</p>
<p>Voglio anche ricordare come la cultura accademica ci abbia ripetutamente proposto l’idea che i soggetti nascano isolati e che solo successivamente si riuniscano a formare dei gruppi; al contrario la Concezione Operativa ci ha dimostrato che l’essere umano, prima di diventare soggetto, “appartiene” ad un gruppo, anzi, nello stato di indiscriminazione, che precede la distinzione io-non io, così come ce lo ha iconicamente descritto Bleger, egli è il gruppo! Nell’ottica blegeriana, pertanto, l’istituzione famigliare costituisce, all’inizio della vita psichica del soggetto ed in maggiore o minore misura, anche nel seguito, il ricettacolo delle parti più immature e meno discriminate dei suoi membri.</p>
<p>E’ altresì opportuno ricordarein premessa che nei gruppi primari tutti i membri tendono a funzionare da depositari per ciascuno degli altri, assumendo ed attuando, in modo complementare, i ruoli depositati. Può perciò accadere che quando questi gruppi attraversano fasi di instabilità, il membro che si è fatto maggiormente carico delle ansie e dei conflitti famigliari, possa veder crollare le proprie difese e divenire il depositario del ruolo di malato (il cosiddetto capro espiatorio).</p>
<p>I gruppi primari che ci vengono inviati per il trattamento multifamigliare presentano tutti, in misura più o meno pronunciata, questo tipo di problematiche. Ora, prima di addentrarmi in altre considerazioni, vorrei presentare brevemente qualche esempio sulle modalità di comportamento che gli integranti di questi gruppi tendono ad assumere in occasione dei primi incontri multifamigliari. Sebbene le famiglie vengano inviate con l’indicazione al trattamento di tutto il gruppo, pur tuttavia, già dal primo incontro di contrattazione, possiamo osservare come i membri, “cosiddetti sani”, tentino sempre una ridefinizione dell’invio cercando di apparire come accompagnatori dei “cosiddetti malati” e si comportino come certi genitori, con figli un po’ turbolenti, nei primi giorni di inserimento alla scuola materna!</p>
<p><span id="more-602"></span></p>
<p>Essi parlano di fronte ai loro congiunti come se non ci fossero o non capissero&#8230;strizzano l’occhio ai curanti&#8230;ammiccano e tentano, in ogni modo, di far intendere che i malati non sono loro ma “quelli lì”.E’ interessante notare come i pazienti accettino passivamente questo ruolo, lasciandosi trattare, senza reagire, come se fossero dei “bimbi un po’ tonti”.</p>
<p>Quando la situazione si presenta, sin dall’inizio, con aspetti così fortemente resistenziali, può essere opportuno evitare inutili contrapposizioni rimandando le famiglie agli invianti per una ridefinizione delle indicazioni di cura. Ma anche quando la fase contrattuale viene conclusa, almeno sul piano manifesto, con la definizione del compito di lavorare sulle difficoltà che, a vario titolo, tutti i membri delle famiglie si trovano ad affrontare in quella fase della loro vita, la situazione resistenziale tende ugualmente a riproporsi seppur con caratteristiche diverse.</p>
<p>Inizialmente le famiglie si dispongono in cerchio, senza mescolarsi, anche se poi ciascun gruppo tende rapidamente a scindersi in due sottogruppi: quello dei sani e quello dei malati.Solitamente i primi a prendere la parola sono i cosiddetti membri sani attraverso la descrizione delle “mancanze” di cui si renderebbero “colpevoli” i cosiddetti membri malati; essi parlano degli sforzi compiuti, delle terapie inutilmente tentate, del sentimento di impotenza che li attanaglia&#8230; per poi concludere con la richiesta rituale, di “fare qualcosa per guarirli”!</p>
<p>Dopo queste “presentazioni” iniziali, la“geografia”del gruppo va incontro a dei rimaneggiamenti caratterizzati dai movimenti dei membri sani che, spinti da un bisogno di “solidarietà”, si spostano per costituire piccoli sottogruppi, di due, tre persone, molto attivi nel dimostrarsi comprensione affettiva; i malati, invece, tendono arestare ancorati ai loro posti, accanto alle figure famigliari maggiormente protettive.Spesso si assiste anche al fatto che i fratelli e le sorelle dei “pazienti designati”, diano vita ad un ulteriore sottogruppo, spazialmente disperso, ma riconoscibile per la comunanza del tono polemico e rivendicativo verso il Servizio di Salute Mentale, il Servizio Sanitario, il Governo&#8230; il mondo intero&#8230; considerati “responsabili”di non aver fatto e di non fare abbastanza per i loro congiunti.</p>
<p>Per un tempo di durata variabile la dinamica del gruppo si mantiene incentrata sulla scissione tra sani e malati ed ogni momento “è buono”perchè i membri sani tornino a stigmatizzare il comportamento dei malati “&#8230; Il mio fa così Anche il suo?&#8230; Pensi che una volta&#8230; Sapesse&#8230; Ma no!&#8230; Davvero?&#8230; Proprio come il mio!&#8230; Dottore&#8230; Come si può fare?”&#8230; E via di questo passo!!</p>
<p>Il sottogruppo “depositato”, quello dei pazienti, solitamente resta silenzioso, lascia dire,al più, attraverso l’esibizione di marcati sintomi psicopatologici, provvede, paradossalmente, a confermare la divisione tra sani e malati. Quello che ho appena descritto è solo uno dei possibili esempi di come gli integranti del gruppo, del tutto inconsapevolmente, si adoperino per restare in fase di pre-compito, cioè oppongano “resistenza” all’ingresso nella fase di compito&#8230; in questo caso&#8230;. aggrappandosi ognuno ai propri “ruoli storici”!</p>
<p>In queste circostanze la funzione del coordinatore sarà essenzialmente rivolta a rinforzare il setting e a segnalare ed interpretare le ansie di base che si frappongono all’ingresso del gruppo nella fase di compito. La fase di pre-compito tenderà a ripresentarsi tutte le volte che il gruppo si troverà di fronte ad un cambiamento; se la coordinazione riuscirà a non cedere né alle lusinghe collusive dei sani né alle richieste di dipendenza dei malati, il gruppo si avvierà nel difficile percorso di cura che, si auspica, possa favorire la crescita di ciascuno dei suoi membri. Tutti i gruppi, come dice Pichon Rivière, hanno un andamento pendolare, a spirale, che li porta ad oscillare tra le fasi di pre-compito e quelle di compito. Il pre-compito è, per eccellenza, il momento nel quale emergono maggiormente le resistenze al cambiamento; è la fase nella quale il gruppo tenta di affrontare problemi nuovi con modalità vecchie.</p>
<p>L’emergere delle angoscie di base, propriamente paranoidi, depressive e confusionali, mobilitate dai timori di perdita dei vecchi riferimenti e dalla minacciosità del nuovo, determina la comparsa di tecniche di difesa che hanno lo scopo di eludere le ansie e rinviare il compito, come, per esempio, abbiamo potuto vedere nell’esempio citato, quando tutti gli integranti resistono al nuovo, attraverso il mantenimento dei loro vecchi ruoli di sani e di malati. E’ fondamentale che, in questi frangenti, il coordinatore non faccia propria la difficoltà del gruppo ricorrendo alla rassicurazione, cioè non confonda il proprio compito con quello del gruppo, perché se così facesse finirebbe col trasformare il lavoro terapeutico in lavoro di supporto. Ma che differenza c’è tra i gruppi multifamigliari e gli altri tipi di gruppo?</p>
<p>&#8211; Nella terapia, cosiddetta individuale, la relazione terapeutica è caratterizzata dall’incontro tra due corpi fisici ed dall’irrompere, nello spazio terapeutico, di molteplici “personaggi” che popolano il gruppo interno del paziente e il gruppo interno del terapeuta. In questo “particolare tipo di gruppo” l’analisi del transfert e del controtransfert costituisce l’asse portante del lavoro terapeutico.</p>
<p>&#8211; Nei gruppi operativi (gruppi secondari, dove sono i soggetti a costituire il gruppo) i corpi fisici sono numerosi ed ancor di più i personaggi dei gruppi interni che affollano le sedute. Qui l’analisi del transfert individuale è subordinato all’analisi della relazione gruppo –compito. I processi di proiezione-introiezione e di aggiudicazione-accettazione orifiuto dei ruoli costituiscono il “moltiplicatore terapeutico” grazie al quale è possibile addivenire, a livello individuale, alla ridefinizione dei modelli relazionali primari internalizzati.</p>
<p>&#8211; Nella terapia dei gruppi famigliari (cioè dei gruppi primari, dove è il gruppo a costituire i soggetti e non viceversa) occorre innanzitutto tener presente che il paziente è il portavoce, l’emergente della malattia famigliare;pertanto il trattamento sarà primariamente rivolto alla rottura dello stereotipo dell’aggiudicazione e dell’assunzione del “ruolo di malato”; quindi si procederà alla individuazione ed all’elaborazione del nucleo depressivo di base; è da questo, infatti, che discendono tutte le strutturazioni patologiche che rivelano il fallimento dei tentativi messi in atto per elaborarlo.<br />
Infine ci si occuperà della prevenzione del ripetersi dello stato di malattia famigliare, favorendo il riadattamento delle strutture individuali e gruppali.</p>
<p>&#8211; I cosiddetti gruppi multifamigliari, di cui ci occupiamo in questarelazione, sono invece costituiti da un insieme di sottogruppi strutturati (ma non qualsiasi, poiché si tratta di gruppi primari) che da vita ad una realtà molto particolare, che potrebbe essere definita di “oscillazione dinamica”tra la possibilità di trasformarsi in un gruppo di individui, discriminati e differenziati, e quella di restare un “raggruppamento di gruppi primari”.</p>
<p>Già sappiamo che la struttura istituzionale dei gruppi primari svolge la funzione di contenere, accogliere e bloccare le parti indiscriminate della personalità dei suoi membri e che ogni modifica di questa struttura può liberare l’angoscia in essa depositata; sappiamo anche che in assenza di un’idonea elaborazione l’angoscia può prendere la via del sintomo. Eppure la nostra aspettativa di cura è proprio quella di vedere modificata la stereotipia dei vincoli famigliari; che cioè il lavoro terapeutico possa determinare un allentamento della fissità degli “istituiti famigliari”a vantaggio di nuovi possibili “istituenti”.Come possiamo adoperarci, allora, affinchè l’attivazione, non occasionale, della potente macchina istituzionale produca trasformazioni senza determinare dei “terremoti catastrofici” negli integranti del gruppo?</p>
<p>Nella mia esperienza ho potuto constatare che per favorire il conseguimento di questo obiettivo occorre che si produca un “travaso”, al gruppo multifamigliare, della funzione istituzionale inizialmente assolta dai gruppi primari; perché questa operazione si realizzi è necessario che il gruppo multifamigliare assuma “carattere istituzionale”, cosa che può avvenire tramite l’adozione ed il mantenimento di un setting definito.</p>
<p>La dimostrazione dell’avvenuto travaso si renderà evidente, alla coordinazione, attraverso il rilievo di un aumento dei tentativi, operati dai singoli integranti, di prendere distanza dai gruppi primari, alla ricerca di una maggiore autonomia. Per altroverso il favorevole ingresso nella fase di compito, reso possibile dal setting e dal lavoro interpretativo della coordinazione, verrà segnalato dal manifestarsi di una posizione depressiva legata alla percezione della perdita della dipendenza dal gruppofamigliare, ma anche da un’attenuazione della posizione paranoidea di fronte alla minacciosità del nuovo. Da questo momento in avanti il compito del gruppo sarà quello di affrontare ed elaborare le ansie derivanti dalla rottura dello stereotipo, dalla trasformazione dei vincoli con i gruppi primari, dal procedere dall’indiscriminazione verso la discriminazione&#8230; in breve, dal passaggio da “raggruppamento di gruppi” a “gruppo di integranti”.</p>
<p>Nel lavoro di segnalazione e di interpretazione, che entrerà in gioco ogni qualvolta si profilerà un ostacolo sulla strada verso il conseguimento del compito, sarà posta una particolare attenzione a due aspetti fondamentali:</p>
<p>&#8211; al già ricordato va e vieni da raggruppamento a gruppo e viceversa (oscillazioni pre-compito -compito).</p>
<p>&#8211; ai fenomeni transferali che interessano la coordinazione, gli integranti, il compito e l’extragruppo.</p>
<p>Se del primo punto ho già parlato, il secondo merita ancora qualche approfondimento.</p>
<p>Partendo dalla teoria delle relazioni oggettuali vediamo come queste relazioni, una volta interiorizzate, vengano poi organizzate (a seconda delle modalità conle quali le sperimenta emozionalmente l’io del soggetto in via di sviluppo) in forma di rappresentazioni del mondo esterno. Queste rappresentazioni non riproducono mai il mondo dei rapporti reali (non sono cioè una copia fedele del mondo esterno) nonostante che nel corso degli anni, sotto l’effetto dell’evoluzione dell’io e delle successive relazioni oggettuali, esse vengano ripetutamente rimaneggiate nella direzione di una maggiore approssimazione alla realtà.</p>
<p>Diversamente dalla teoria delle relazioni oggettuali che si occupa delle vicissitudini degli oggetti internalizzati, la teoria del vincolo, elaborata da Pichon Rivière (che si fonda sull’idea il soggetto si produce in una prassi relazionale e che non c’è nulla in lui che non sia il risultato dellainterazione tra individuo, gruppo e società), si occupa sia del vincolo interno con l’immagine dell’oggetto che del vincolo esterno con l’oggetto reale.</p>
<p>Il vincolo interno, cioè la forma con la quale l’io si pone in relazione con la rappresentazione dell’oggetto internalizzato, condiziona anche l’espressività esterna; ne discende che, secondo questo modello, la terapia psicoanalitica si configura a partire dal tipo di relazione che il paziente stabilisce con il terapeuta; infatti, la natura transferenziale di questa relazione permette di indagare il vincolo che il paziente ha con i suoi oggetti interni. Pichon Rivière dice che l’esperienza terapeutica implica il “confronto”, cioè che nella misura in cui il paziente, a seconda dei vincoli internalizzati, assegnerà al terapeuta diversi ruoli, si renderà manifesta la sua “distorsione”nella lettura della realtà.</p>
<p>E’ di fondamentale importanza, sul piano terapeutico, che i ruoli assegnati non vengano agiti bensì “ritradotti”(interpretati) in una concettualizzazione o ipotesi sull’accaduto inconscio del paziente, al fine di cooperare, con lui, alla modifica delle sue percezioni del mondo e nella ricerca di nuove forme di adattamento attivo alla realtà. Nel lavoro di gruppo l’azione interpretativa esplicita gli emergenti espressi tramite il portavoce (verticalità), in rapporto con tutti i membri (orizzontalità), nel qui ed ora con il coordinatore, in relazione al compito.</p>
<p>Nei gruppi multifamigliari, come nei gruppi operativi, a seguito dei transfers multipli che comportano processi di aggiudicazione e di accettazione o rifiuto di ruoli, questa funzione interpretativa (di confronto) non viene svolta solamente dal coordinatore, ma anche da tutto il gruppo, con aumento esponenziale delle potenzialità terapeutiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Seconda parte: gruppi terapeutici e gruppi di supporto</strong></p>
<p>Purtroppo, nelle nostre realtà, le psicoterapie multifamigliari sono quasi del tutto sconosciute e pertanto non vi sono richieste spontanee da parte di pazienti o famigliari. Questo significa che i Servizi devono promuovere un’offerta che favorisca l’emergere di una domanda di cura orientata in questa direzione. Per questi motivi, nella mia pratica, ho fatto ricorso all’invito di sei, sette famiglie alla volta, con la finalità manifesta di discutere delle proposte terapeutiche del Servizio e, specificatamente, della proposta di terapia multifamigliare; ovviamente stiamo parlando di famiglie che hanno uno o più membri incura al Servizio di Salute Mentale.</p>
<p>Il percorso consta di tre incontri, a cadenza ravvicinata (solitamente ogni settimana o quindici giorni), della durata di due ore ciascuno. Al primo incontro vengono esposti i temi oggetto di discussione ed il coordinatore, coadiuvato da uno o due osservatori “silenziosi”, presenta la coordinazione e definisce il setting di lavoro. Questo consente di caratterizzare il pur breve percorso sia come momento informativo che come momento esperienziale.</p>
<p>Solitamente, già da questi primi incontri, si può notare che i famigliari tendono a presentarsi come “&#8230;noi siamo i genitori di Tizio,&#8230;io sono la moglie di Caio, &#8230;noi siamo le figlie di Sempronio&#8230;” dove Tizio, Caio e Sempronio, ovviamente, sono i pazienti&#8230; Gli integranti, cioè, non si presentano come se stessi bensì “in funzione”del gruppo famigliare di appartenenza e del rapporto che hanno con il “paziente designato”, lasciando intravvedere, già da subito, quella tramatura vincolare che caratterizza i gruppi primari e che sarà oggetto del lavoro terapeutico multifamigliare. Al termine dei tre incontri le famiglie interessate possono “iscriversi”per la partecipazione ad un percorso psicoterapeutico multifamigliare.</p>
<p>L’altra maniera in cui è possibile costituire gruppi multifamigliari è rappresentata dall’invio di famiglie da parte degli operatori dei Servizi. Ma in questo caso come vengono scelte le famiglie?</p>
<p>Nei Servizi dove io ho lavorato i candidati al trattamento multifamigliare sono rappresentati soprattutto da quei gruppi famigliari i cui congiunti sono pazienti che “non migliorano”, che “deludono” ed “esasperano” i terapeuti&#8230; non di rado inducendo in essi inconsapevoli agiti controtransferali. Così, come spesso accade nelle istituzioni sanitarie, “il nuovo trattamento”non viene riservato ai casi che potrebbero giovarsene maggiormente, bensì ai casi nei quali è già stato provato di tutto&#8230; ma senza alcun risultato!</p>
<p>Sono possibili due tipi di invio: il primo è caratterizzato da una presa in cura “a tutto tondo”, che include anche il trattamento psicofarmacologico; il secondo prevede invece che il paziente mantenga uno spazio terapeutico individuale (quasi sempre di natura psicofarmacologica) parallelo all’iter multifamigliare.</p>
<p>Con queste famiglie (invitate e/o inviate) si costituiscono dei raggruppamenti di venti, venticinque membri che vengono poi convocati per la definizione del contratto terapeutico. La fase di contrattazione può richiedere uno o più incontri e serve a definire il setting di lavoro.</p>
<p>Spazio-tempo: il luogo ove si terranno gli incontri, con quale durata (solitamente due ore), con quale cadenza (settimanale o quindicinale) e per quanto tempo (solitamente un anno e mezzo o due).</p>
<p>Ruoli: presentazione della coordinazione (solitamente due, tre operatori con ruoli definiti di coordinatore, co-coordinatore, osservatore) e degli integranti del gruppo.</p>
<p>Compito: variamente articolato ma sostanzialmente incentrato sul miglioramento dello stato di benessere di tutti i membri del gruppo.</p>
<p>E’ importante sottolineare come il contratto terapeutico venga stipulato in gruppo, con ciascuno degli integranti e non con le “entità” famigliari. I gruppi così costituiti tendono ad assumere rapidamente una configurazione simile a quella di un risuonatore, che riverbera, a volte in maniera quasi “contundente”, transfers, controtransfers, introiezioni e proiezioni multiple. In questo “spazio”, assai particolare, con l’aiuto del coordinatore, il gruppo muove i suoi primi passi partendo dalla situazione presente (perché siete qui?)&#8230; per dirigersi verso il passato (che cosa vi è successo?)&#8230; e da qui verso il futuro (cosa pensate di fare per affrontare le vostre problematiche?)&#8230; poi di nuovo al presente&#8230; di nuovo al passato&#8230; di nuovo al futuro&#8230; In questo andare e venire il gruppo “racconta” le sue storie dove gli integranti “agiscono” ripetitivamente i loro ruoli famigliari&#8230; ruoli stereotipati&#8230;surrogati d’identità&#8230; connaturati alla struttura istituzionale dei gruppi primari.</p>
<p>Con il procedere degli incontri le strutture famigliari, inizialmente rigide e chiuse, iniziano a farsi un po’ più flessibili, permeabili e a rimodellarsi. Come in una grande rappresentazione teatrale, il gruppo mette in scena sé stesso&#8230; gli attori (pazienti, famigliari e terapeuti) inizialmente incarnano il passato&#8230; dopo un pò si accostano al presente e infine&#8230; lentamente&#8230; si aprono al futuro; &#8230; stereotipia dei vincoli e possibilità di cambiamento coesistono ed interagiscono dinamicamente tra loro per tutta la durata del gruppo dando vita, per tutti, ad un processo di possibile trasformazione terapeutica.</p>
<p>Nell’approfondire ora la riflessione sul funzionamento dei gruppi multifamigliari torniamo sulla dimensione istituzionale; questi gruppi sono infatti caratterizzati dalla specificità di essere spazi di coesistenza ed interazione tra diverse strutturazioni istituzionali:</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi primari (le famiglie) che si esprime attraverso una vera e propria “drammatizzazione vivente” dei vincoli istituzionali storicamente determinati.</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi interni (individuali) espressa, da parte di ciascun membro del gruppo famigliare, tramite “l’attualizzazione transferale delmodello primario internalizzato”.</p>
<p>&#8211; Quella del gruppo multifamigliare, “gruppo di gruppi”, nuovo contenitore delle parti immature della personalità di tutti gli integranti; qui chiamato ad esprimere, tramite il setting, la condizione dell’invarianza o non processo,necessaria per consentire lo svolgersi del processo terapeutico.</p>
<p>A questi tre livelli ne andrebbe aggiunto almeno un quarto, costituito dalla istituzione sanitaria, che però, in questa occasione, lasceremo da parte per non appesantire troppo la trattazione. Dalla interazione tra le strutture che abbiamo descritto prenderanno avvio delle linee processuali che potranno convergere in maniera terapeuticamente sinergica oppure no. Nella mia esperienza ho potuto verificare che all’andamento di questi processi non risulta per nulla estraneo il tipo di approccio metodologico e tecnico tenuto dalla coordinazione.</p>
<p>Fornisco alcune brevi esemplificazioni in merito. Se il sig. Tizio, padre del paziente Caio, si relaziona, all’interno del gruppo multifamigliare, in maniera prevalente od esclusiva, in funzione di questo suo ruolo paterno che noi accettiamo ed avalliamo lavorando con questo “status”, di fatto stiamo lavorando con la struttura dei gruppi primari (vincolo esterno) e non con il gruppo multifamigliare. Diversamente, se la nostra attenzione sarà rivolta, in modo prevalente o esclusivo, all’analisi delle manifestazioni di transfer espresse da ciascun integrante, questo ci porterà a lavorare essenzialmente con la struttura dei gruppi interni (vincolo interno) dei singoli integranti (come se si trattasse di una specie di “terapia rotatoria individuale” in gruppo) e non con il gruppo multifamigliare.</p>
<p>Se invece ci approcceremo al gruppo multifamigliare ponendo come “tra parentesi” la struttura dei gruppi famigliari e quella dei gruppi interni individuali, ma focalizzando la nostra attenzione soprattutto sulla relazione gruppo-compito (cioè nell’aiutare gli integranti ad affrontare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento del compito), il nostro lavoro favorirà, da subito, il processo di trasformazione da raggruppamento a gruppo, cioè il passaggio dalla fase di pre-compito a quella di compito; questo eserciterà un effetto trasformativo contemporaneo e sinergico anche sulle strutture dei gruppi famigliari e dei gruppi interni individuali. Poiché però queste considerazioni si fondano direttamente sulle mie esperienze cliniche, occorre che vi faccia un breve riferimento.</p>
<p>Devo ritornare a molti anni addietro, più di trenta, aquando iniziai a riportare a livello ambulatoriale le mie esperienze sui gruppi multifamigliari; esperienze maturate soprattutto in situazioni di acuzie, cioè con le famiglie di pazienti ricoverati nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena. In quella fase il mio stile di coordinazione, si direbbe meglio di conduzione, era, per così dire, molto “sperimentale”; ciò non di meno le cose procedevano, almeno inizialmente, in modo assai positivo e tutti gli integranti sembravano trarre significativi giovamenti dall’esperienza&#8230; cosa che ritardò non poco la mia comprensione dei fenomeni che avvenivano all’interno dei gruppi multifamigliari&#8230;</p>
<p>I problemi cominciarono ad evidenziarsi solo più tardi&#8230; all’avvicinarsi del momento della chiusura dei gruppi. Accadeva infatti che, con l’approssimarsi della fine dei contratti terapeutici, le strutturazioni istituzionali originarie (interne ed esterne) riprendessero il sopravvento. I pazienti regredivano in maniera esageratamente vistosa, riassumendo le modalità relazionali e sintomatiche precedenti all’ingresso nel gruppo&#8230;. Sembrava di assistere al riavvolgimento del nastro di una pellicola! La situazione era paradossale&#8230; il lavoro con i gruppi multifamigliari produceva miglioramenti rapidi ed evidenti&#8230; ma, per mantenerli, sembrava che i gruppi non dovessero terminare mai&#8230;</p>
<p>Feci altri tentativi con esiti incerti&#8230; finchè la riflessione clinica e soprattutto la formazione nella Concezione Operativa di Gruppo non mi fornirono gli strumenti per superare quella situazione di “gruppo-protesi”, che, tra l’altro, per la sua sussistenza, si avvaleva proprio del mio “supporto” involontario. Al fine di fornire una migliore comprensione dei fenomeni sopra riportati, descriverò di seguito alcuni degli errori cheavevano maggiormente contribuito a determinarli:</p>
<p>&#8211; Concentravo la mia attenzione quasi esclusivamente sul funzionamento dei singoli integranti e dei gruppi famigliari.</p>
<p>&#8211; Pensavo i componenti del gruppo soprattutto a partire dal ruolo che rivestivano all’interno di ciascuna famiglia.</p>
<p>&#8211; Sottovalutavo l’importanza della definizione del setting.</p>
<p>&#8211; Tendevo a sovrapporre il ruolo di coordinatore con quello di leader.</p>
<p>&#8211; Ricorrevo, nei momenti di difficoltà del gruppo, ad interventi di natura prevalentemente rassicuratoria.</p>
<p>&#8211; Non differenziavo a sufficienza il compito della coordinazione da quello del gruppo.</p>
<p>Preso nel ruolo di “leader buono, potente, e salvifico”, incentivavo la dipendenza sulla mia persona e sul gruppo, senza però riuscire poi a favorirne l’elaborazione. Il clima così generato facilitava l’emergere di fenomeni catartici che sembravano soddisfare, nell’immediato, le esigenze dei partecipanti, ma poi non evolvevano in cambiamenti duraturi. In questo modo il gruppo diveniva un luogo di attenuazione delle ansie, ma, contemporaneamente, anche di rinforzo delle stereotipie di funzionamento famigliare ed individuale. Di fatto, favorendo la stabilizzazione dei gruppi in “fase di pre-compito”, mi ero inconsapevolmente trasformato, come dice Pichon-Rivière, nel “leader della resistenza invece che del cambiamento”.</p>
<p>Questa condizione di “certo benessere”, conseguita dal gruppo, per potersi mantenere nel tempo necessitava, però, della persistenza di una gruppalità di tipo supportivo; naturale quindi che l’approssimarsi della chiusura del gruppo mettesse in discussione quell’equilibrio facendo “retrocedere” gli integranti allo “statu quo ante”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>La coordinazione del gruppo operativo online</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2020 06:16:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Laura Buongiorno (Psicologa e psicoterapeuta, Coordinatrice didattica Centro Studi e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221;, Rimini &#8211; mail: labuongiorno@gmail.com, cell: 3356914814) Premessa L’occasione è stata la chiusura delle scuole per ordine ministeriale da Covid19 che ha interrotto il normale svolgimento delle &#8230; <a href="https://bleger.org/la-coordinazione-del-gruppo-operativo-online/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Laura Buongiorno </strong>(Psicologa e psicoterapeuta, Coordinatrice didattica Centro Studi e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221;, Rimini &#8211; mail: labuongiorno@gmail.com, cell: 3356914814)</p>
<p><strong>Premessa</strong></p>
<p>L’occasione è stata la chiusura delle scuole per ordine ministeriale da Covid19 che ha interrotto il normale svolgimento delle lezioni con relativo isolamento e distanziamento sociale lasciando tutti per giorni e giorni in attesa incertezza. La crisi pandemica mai vissuta prima nella sua globalizzazione ha sollevato interrogativi sulla possibilità di ripristinare la comunicazione e la relazione interrotte. La parola pazienza evoca astinenza, prudenza, resistenza. Nel corso dei secoli l’Homo sapiens è stato il sovrano della storia. I mo menti critici gli ricordano la sua fragilità. Oggi che è la nostra stessa sopravvivenza a essere minacciata, scopriamo quanto siamo vulnerabili e quanto precario sia l’equilibrio naturale da cui dipendiamo. Osservando il rapporto tra l’uomo e il virus che oggi stiamo affrontando direi che noi siamo palesemente imperfetti. Però, proprio perché così imperfetti, noi abbiamo dei margini di creatività, di previsione. La sfida è sapersi coordinare alla strategia dell’interlocutore, per dialogare e per ribattere: noi Homo sapiens uguali da millenni , dopo aver cambiato il mondo con le tecnologie dell’informazione, ora ci dobbiamo adattare ad un ambiente che noi stessi abbiamo prodotto. Gli e-saltati presentano la svolta digitale come tetrafarmaco per la nuova pe stilenza che solo permette tra una lezione in teledidattica, una riunione in tele lavoro,una pausa di teleaperitivo, di rompere l’isolamento dal social, vera pia ga del morbo, più grave della malattia fisica. Così le ultime resistenze di chi ancora opponeva scetticismo e perplessità ai modelli sociali e culturali imperniati sulla tecnologia sono state travolte dall ormai indiscutibile efficacia di una nuova socialità telematica, di una rinnova ta produttività a distanza. Le esitazioni di chi ancora opponeva il cauto pessimismo della ragione all incondizionato ottimismo della connessione sono spazzate, i dubbi dissipati gli equivoci chiariti.</p>
<p><span id="more-552"></span></p>
<p>Intanto dalla fase 2 alla fase3 i tempi corrono veloci e quello che andava be ne l’altro ieri oggi è già superato. La scuola dovrebbe essere un passo avanti invece abbiamo sempre consta tato che rimane indietro diventa obsoleta e inadeguata . Non a caso quando parliamo di istituzione analizziamo l’istituito e consideria mo l’istituente come possibilità di cambiamento. Per questo pensiamo che una scuola debba avere al suo interno un centro di ricerca con docenti ricercatori che attraverso gruppi , come nel caso della Scuola Bleger, lavorino sui vari ambiti (individuale, gruppale, istituzionale, comunitario, globale).</p>
<p>Assistiamo a continui tagli di bilancio a scuola, sanità e cultura. Tutto quello che non produce ricchezza diventa marginale. La scuola italiana non riprende realmente al contrario di altre nazioni europee anche perché le aule delle nostre scuole non rispettano gli spazi necessari per numero di alunni secondo una normativa che non è mai stata applicata neanche in tempi normali per cui oggi la distanza che si richiede sarebbe Impossibile. Per mancanza di strutture adeguate la scuola rimane chiusa.</p>
<p>Secondo Michel Foucault la biopolitica è uno strumento per governare i Paesi. Il rischio biopolitico è che il potere-nazionale, internazionale, medico indu striale, governativo-pretenda di controllare la vita sociale in nome della salute pubblica, adottando misure che mettono in discussione i diritti dei cittadini. Viene richiesto di mantenere la distanza fisica non quella sociale: due concet ti molto diversi perché durante il lockdwn le persone hanno rafforzato le rela azioni sociali attraverso le piattaforme digitali. Insegnare e vivere ai tempi del virus , nei giorni pandemici possiamo fare otti me lezioni in cui la distanza non è più un vuoto da riempire, può essere un valore interessante, un’opportunità. In queste settimane di emergenza sanitaria abbiamo sperimentato la tecnica della didattica a distanza che non ha precedenti come unica forma di didattica attualmente praticabile.</p>
<p>La Scuola Bleger ha avviato le lezioni a distanza. Che cosa si guadagna e che cosa si perde in questo nuovo scenario? È di fatto limitata la condivisione cognitiva ed emotiva degli argomenti della lezione, viene meno quella modalità di interazione con i presenti sui passaggi salienti con l’ausilio del linguaggio del corpo. Ci si domanda quanto queste limitazioni conseguenti all’assenza di uno spa zio-tempo condiviso potranno essere superate con l’esperienza, con l’acqui sezione di nuove strategie cognitive e di efficaci modalità di interazione a di stanza, come pure dallo stesso sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate che potranno rendere la lezione quanto mai più vicina a quella in presenza, con uno scenario ad oggi quasi fantascientifico. Questo per dire che ho affrontato la coordinazione del gruppo operativo online senza pregiudizi e anche però senza certezze che sarebbe stato pos sibile. Di seguito presento gli emergenti dei due gruppi coordinati partendo dalla triangolazione “gruppo-compito-coordinatore “ e dal setting (tempo, spazio ruoli, compito) . Nel gruppo operativo online quello che cambia è lo spazio. Il gruppo coordinato online è formato da 8 allievi (4maschi e 4femmine). Un gruppo eterogeneo per età e professioni (psichiatri, sociologi, Psicotera peuti , educatori) . Per non appesantire il lavoro si decide di fare un’ora di informazione e un’ora e mezzo di lavoro di gruppo , al contrario della scuola reale che prevede due informazioni e due gruppi nello stesso pomeriggio.</p>
<p>PRIMO GRUPPO ONLINE 24/4/2020<br />
Secondo anno<br />
Ore 15/16.30<br />
Presenti 8 allievi<br />
Il compito:”parlare dell’informazione e di quello che volete”.<br />
Coordina Laura Buongiorno<br />
Informazione di Leonardo Montecchi su “ L&#8217;osservazione&#8221;<br />
Il secondo anno di scuola Bleger prevede che gli ultimi due incontri siano sull’osservazione per andare a osservare altri gruppi in altri contesti con relativa supervisione sempre online.</p>
<p>PRIMO EMERGENTE del primo gruppo online<br />
Una persona non riesce ad aprire il microfono e rimane spenta attivo solo il video. Coordinatrice: Sembrerebbe che qualcuno non voglia parlare. Perché? “Mi sono sentito uno dei migranti. Mi hanno mandato da loro per informarli aiutarli. Alla fine ho fumato con loro e sono stato mandato via. Mi sono sentito in colpa”. “Ho sentito la tua impotenza. È una sensazione che ci implica tutti in questa situazione di crisi”. “È venuto a mancare il nostro medico di base: ecco l’impotenza”. “Il senso di impotenza è non poter stare tutti nella stessa stanza”.</p>
<p>SECONDO EMERGENTE (EMERGENTE CENTRALE)<br />
“Siamo stati colonizzati dal virus”. “Il virus cerca di fare morire le relazioni, noi però possiamo reinventarci dopo essere stati bloccati”. “Io a casa non riesco ad attivarmi.” Coordinatrice: sento che c’è una resistenza ad accettare questa nuova situazione. A metà gruppo si apre la comunicazione di chi non riusciva a parlare. “Il silenzio della pandemia è obbligato, il silenzio nel gruppo è volontario.” “Adesso a casa leggo, non sto così male ma ho paura del dopo. Ho ricevuto il kit di pronto soccorso emotivo”.</p>
<p>TERZO EMERGENTE (EMERGENTE FINALE)<br />
“Faccio una grande difficoltà a fare questo gruppo: vi vedo uno alla volta”. “Questo resto a casa io non l’ho vissuto; sono andata sempre a lavorare e poi vado a fare la spesa con la fila per i miei genitori vestita da guerra. Ancora la vestizione e la svestizione sul pianerottolo. La cosa più pesante è la distanza”. “Credo che la cosa sia stata mal condotta. Da quando l’OMS ha ufficializzato la pandemia, questa è diventata la principale notizia dei talkshow”. “Non c’è mai qualcuno che fa autocritica e che ammette di aver sbagliato”. “Io ho un vissuto di rabbia”. “Io mi sento fortunato perché migliaia di persone sono state contagiate e io no”.</p>
<p>COMMENTO<br />
La tecnica nel gruppo online non è solo quella del processo, è anche quella della tecnologia. Da un inizio di difficoltà e di impotenza si passa a una fase di attivazione. Il virus fa morire le relazioni ma ci si può reinventare. Questa modalità è la unica alternativa praticabile per uscire dal l’isolamento.</p>
<p>SECONDO GRUPPO ONLINE<br />
8/maggio 2020<br />
8 allievi presenti (4 maschi e 4 femmine)<br />
Ore 15/16,30<br />
Il compito: “parlare dell’informazione e di quello che volete”<br />
Coordina Laura Buongiorno<br />
Relatore Leonardo Montecchi su “L&#8217;osservazione” (ore 14/15)<br />
La relazione è sull’osservazione: come cogliere un emergente. “Lo faremo insieme nella supervisione”. “Gli emergenti necessitano di una interpretazione che non si può dire quale sia quella giusta. Resta il fatto che solo l’interpretazione certa muove il processo del gruppo. Processo a spirale manifesto e latente dall’implicito all’esplicito e viceversa”.</p>
<p>PRIMO EMERGENTE<br />
“Siamo in uno spazio individuale, invece a scuola eravamo in uno spazio comune”. “La sensazione è come se non avessi fatto esperienza”. Coordinatrice: “State dicendo che questo non è un gruppo?”. “L’esperienza non era solo il gruppo: iniziava dal momento in cui partivo al momento in cui tornavo e poi c’era la pausa tra un gruppo e l’altro”. “A me mancano gli aspetti relazionali”. Coordinatrice: “Vi state chiedendo se c’è un piacere da provare qui?”. “Il viaggio era un aspetto piacevole, questa modalità è meglio di niente”.</p>
<p>SECONDO EMERGENTE (EMERGENTE CENTRALE)<br />
“È un film di animazione che prospetta un futuro tragico”. “Questa crisi ci ha costretto a fare altre cose”. “La rabbia è che questo è un surrogato e ha bloccato quello che si stava facendo”.</p>
<p>TERZO EMERGENTE (EMERGENTE FINALE)<br />
“Dalla fantascienza alla Tecnologia&#8230; ma ti vorrei dare un abbraccio!”. “Tolstoj dice che non c’è progresso se il progresso non è di tutti”. “Qui è difficile mantenere l’attenzione”. Coordinatrice: “State dicendo che la tecnologia e l’ambiente non possono convivere?”. “L’epistemologia convergente&#8230;.”. “La tecnologia mi piace ma non può sostituire altro”. Coordinatrice: “Qual è il dentro e il fuori di questa situazione? Come si fa a pensarla? Oggi avete eliminato le interferenze, spento i cellulari, nessuno si è alzato, nessuno mangia&#8230; proprio come a scuola&#8230;”. “Io sento che anche questo è un gruppo”.</p>
<p>COMMENTO<br />
Questo non è un gruppo che si è arreso, ne’ rassegnato. La protesta è nella manifestazione emotiva di frustrazione e di impotenza. Ma è anche nella responsabilità di avere maturato VINCOLI che alla fine fanno ammettere di essere gruppo: quale gruppo del qui e ora? Alcune considerazioni riguardano il fatto che c’è già una storia del gruppo preso in esame in quanto forse il processo coincide con l’esperienza fatta negli anni passati. Sarebbe interessante confrontarlo con uno che inizia online e termina online. Ogni contesto storico (politico, sociale, economico) deve fare i conti con gli strumenti che ha a disposizione. La resistenza nelle trincee della prima guerra mondiale si è trasformata in una frontale e di sabotaggio nella seconda guerra mondiale. Oggi la catastrofe da coronavirus che stiamo vivendo ancora non ci permette pienamente di capire come affrontarla. Questo non significa che non possa esserci una strategia di resistenza. Infine una rinnovata riflessione sul corpo è imprescindibile. Il gruppo online riapre i giochi, torna a parlare di corpo e di linguaggio per riformulare i termini della discussione, dove anche qui il corpo non possa essere pensato altrimenti che nel suo potere significante. Questo corpo è forma della materia, una forma che si svela e funge nelle trasformazioni che produce. Si propone il tema del corpo per una nuova esigenza di pensiero e per una nuova riflessione.</p>
<p><em>“No aspiramos a ser excelsos observadores de la realidad, sino professionales capaces de transformarla&#8221;</em> (Enrique Pichon Riviere).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ambito comunitario</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 20:58:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marella Tarini (Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche) La descrizione e l’analisi dell’ Ambito Comunitario si riferiscono ad una materia complessa e per articolare la informazione al riguardo sembra opportuno applicare un percorso &#8230; <a href="https://bleger.org/ambito-comunitario/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marella Tarini</strong><br />
(Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche)</p>
<p>La descrizione e l’analisi dell’ Ambito Comunitario si riferiscono ad una materia complessa e per articolare la informazione al riguardo sembra opportuno applicare un percorso di strutturazione della presentazione. Articoleremo secondo il seguente indice:</p>
<p>Definizioni<br />
Contenitore<br />
Contenuto<br />
Struttura<br />
La Psicoigiene<br />
Le Reti</p>
<p>Cominciamo quindi recuperando alcuni tentativi di DEFINIZIONE:<br />
Mac Iver e Page: “nell’A. comunitario c’è un sentimento comunitario e non sono esplicitati<br />
obiettivi definiti da dover raggiungere e chi lo abita vive lì la totalità della propria vita, non solo per svolgere funzioni predeterminate, come accade invece per gli altri Ambiti.”<br />
Pozas Arciniegas: “nella Comunità esiste reciproca capacità di comprensione ( coerenza<br />
linguistica) il coordinamento di attività e la formazione di strutture sociali atte ad occuparsi di bisogni collettivi.”<br />
Bleger: “gruppo vasto di persone che vivono insieme in un territorio determinato, legate da determinati vincoli e funzioni o inseriti in una organizzazione comune.” Si parla quindi qui di un certo grado di coesione, di interrelazione.<br />
Bleger: “il confine di un A. Comunitario è demarcato dal deposito di un certo grado di specifica coesione sociale dei suoi membri, che ne sollecita la riconoscibilità.”<br />
Come vediamo, le definizioni elencate mostrano un certo grado di differenza, soprattutto nei termini delle lenti utilizzate per la messa a fuoco .<br />
Procedendo, può essere utile riflettere intorno a questo specifico Ambito mettendolo a fuoco secondo il criterio contenitore – contenuto. E vedremo che recupereremo molti concetti che abbiamo già avvicinato nella descrizione e nello studio degli altri Ambiti ( individuale, famigliare, gruppale, istituzionale.)<br />
<span id="more-526"></span><br />
CONTENITORE:<br />
Intanto ricordiamo che esiste un concetto di Campo, che sappiamo essere un ritaglio di situazione totale considerato in un momento dato: è caratterizzato dall’ “insieme di elementi coesistenti ed interagenti fra loro, dalla totalità di fatti coesistenti concepiti come mutamente interdipendenti” (K. Lewin), laddove i fatti considerati comprendono sia soggetti che oggetti.<br />
Ora, abbiamo imparato già che a seconda delle ampiezza spazio temporale del campo in cui si manifesta il fenomeno che vogliamo osservare o sul quale vogliamo intervenire noi stabiliamo la configurazione di un Ambito.<br />
Considerando una estensione progressiva, abbiamo quindi già approcciato le tematiche<br />
dell’Ambito individuale, di quello famigliare, di quello gruppale e di quello istituzionale. Ampliando questa estensione, arriviamo all’Ambito Comunitario.<br />
Questo è quindi un’area più ampia degli Ambiti già esaminati e si differenzia rispetto a quelli per la sua maggior estensione, per la maggior complessità e per la maggior molteplicità e mobilità dei fenomeni che lo caratterizzano, (aspetti che riguardano però il contenuto e che analizzeremo più avanti).<br />
Ma se proviamo a concentrarci sulla questione della sua delimitazione, demarcazione e<br />
configurazione incorriamo in alcune tematiche che abbiamo già affrontato: dobbiamo cioè<br />
ricordare e chiarificare che questa delimitazione non è data a priori, ma è un’operazione<br />
arbitraria e convenzionale che gli osservatori decidono di condividere. Questa delimitazione quindi è stabilita di volta in volta da una scelta di definizione spaziale condivisa, sempre considerando che vogliamo ritagliare un campo più ampio rispetto a quello degli Ambiti già presi in esame.<br />
Questa relatività del confine del nostro campo di osservazione non deve essere peraltro un<br />
aspetto che ci sorprende: se riflettiamo, e come abbiamo già visto, la stressa relatività ha<br />
caratterizzato la definizione anche degli altri Ambiti: l’Ambito individuale, per esempio, non coincide certamente ed inequivocabilmente con i confini del corpo fisico, perché sappiamo che un soggetto emana la sua energia al di là dei limiti di questo; il suo campo emotivo può non essere strettamente contenuto al suo interno, basti pensare ai fenomeni di proiezione ed identificazione proiettiva, e per converso, può essere influenzato ed ” abitato” da elementi dell’ambiente esterno: introiezione, internalizzazione, rappresentazioni interiorizzate come quelle del gruppo interno; anche la mente individuale, se vogliamo, ha un’estensione che trascende i limiti di spazio e di tempo rappresentati dalla dimensione fisica percepibile e non coincide con la mera<br />
dimensione del singolo cervello.<br />
Così è per la demarcazione di un Ambito Familiare: dove disegniamo la delimitazione di una singola famiglia? Sono le persone che vivono insieme? O può essere qualcosa di potenzialmente non coincidente con questo e più esteso di questo, nello spazio e nel tempo? E così via, per l’Ambito Gruppale e per quello Istituzionale.<br />
Quindi per definire uno specifico Ambito Comunitario dobbiamo decidere quali limiti assegnare alla sua estensione spaziale e storico – temporale, tenendo presenti dimensioni che vanno oltre gli altri Ambiti già considerati, sempre ricordando che comunque i limiti degli Ambiti devono essere pensati come sfumati: questa sfumatura delle cornici, che ormai sappiamo essere convenzionali, fanno sì che molti fenomeni di confine generino una permeabilità ed una trasversalità di contenuti tra un Ambito e l’altro.</p>
<p>CONTENUTO:<br />
Detto questo, andiamo a considerare gli aspetti del campo contenuto in questa cornice, in questa configurazione spazio &#8211; temporale : un Ambito Comunitario contiene individui, gruppi, famiglie e istituzioni e naturalmente tutto l’insieme delle relazioni che intercorrono tra loro e che attraversano tutto il campo. Inoltre, contiene uno spazio-tempo non ancora definito da queste configurazioni e da questi inquadramenti già in qualche modo strutturati , uno spazio-tempo attraversato da fenomeni molto mobili e più indefiniti, incarnati da individui transeunti e trasmigranti, raggruppamenti transitori, proto-organizzazioni non istituite, persone che si legano ad altre molto fugacemente e condividono convivenze labili e precarie. Come dicevamo in apertura, troviamo fenomeni e fatti molto mobili, assistiamo ad una molteplicità spiccata di eventi e situazioni e ad aspetti caratterizzati quindi da elevata complessità. Quello che potremmo forse definire, per analogia con il linguaggio dell’Analisi Istituzionale, una sorta di Istituente Comunitario, o di Latente Comunitario.<br />
Vediamo che l’Ambito Comunitario si differenzia dagli altri Ambiti, inoltre, per un aspetto<br />
specifico: oltre che per la sua maggior estensione e quindi per la capacità di contenere tutti gli altri, esso non ha necessariamente un Compito enunciato o predefinito e non tutti i ruoli sono assegnati.<br />
Sempre in termini di analisi del contenuto, vediamo poi come nell’Ambito Comunitario abbiamo configurazioni caratterizzate da vincoli consolidati in vario grado, fino alle situazioni di assenza vincolare.<br />
In questo contenitore, come negli altri già visti, l’esperienza dello spazio e del tempo del campo sono definiti dal movimento possibile al suo interno e dalle percezioni che vi si sviluppano, ossia dalle informazioni che lo attraversano, dato che le percezioni sono sollecitate da una qualche sorta di informazione.<br />
Le possibilità di fruire dello spostamento in questo spazio e di avere informazioni percettive sui fenomeni che lo attraversano, quindi di fruire della comunicazione, stabiliscono i rapporti di potere sociale, le dimensioni economiche, le dimensioni della sessualità.<br />
Un Ambito Comunitario è attraversato quindi da percorsi e siti fisici ( strade , piazze, edifici) e da dinamiche di altro ordine: ci sono aspetti che organizzano la sua affettività e il suo clima prevalente. E c’è una configurazione che si basa sui sistemi di potere, organizzati secondo i percorsi della dialettica politica e della assegnazione delle gerarchie, sulla dimensione economica, e sui sistemi concettuali, quelli prevalenti e quelli “ alternativi”: i sistemi concettuali costruiscono le ideologie e anche sistemi di valutazione largamente condivisi meno articolati e strutturati concettualmente, ma tenaci, come per esempio i luoghi comuni. Un Ambito Comunitario ha i suoi pregiudizi e le sue stereotipie.<br />
Sappiamo che le stereotipie sono i punti di riferimento fissi e sicuri che mettono al riparo dalle ansie confusionali collegate all’apprendimento del nuovo e dell’ignoto. Pensiamo a quante ansie di questo tipo possono essere mobilizzate in un Ambito Comunitario, data la sua complessità e la mobilità e rapidità dei fenomeni non strutturati e non strutturabili che vi accadono. Molte volte le stereotipie sollecitano agiti a livello corporeo, quando il materiale collegato ai processi di apprendimento non è accoglibile sul piano mentale: e questo ci dà conto di alcuni accadimenti, spesso di natura violenta, apparentemente difficilmente spiegabili, che accadono a questo livello.</p>
<p>STRUTTURA:<br />
La complessità e mobilità di un Ambito Comunitario ci porta a considerare che la sua<br />
configurazione è forse più un insieme di interferenze che un campo solido e definito. La struttura di un Ambito Comunitario comincia ad essere una struttura reticolare, più che una struttura lineare.<br />
Inoltre, la sfumatura dei suoi confini fa sì che sia attraversato trasversalmente dalle molteplici interferenze e trasversalità che provengono dallo spazio globale, del quale ci occuperemo fra qualche incontro e che è fortemente caratterizzato da questi aspetti di reticolarità.<br />
Detto questo, dobbiamo comunque tenere presente che tra un punto ed un altro della<br />
dimensione reticolare esiste lo spazio reale di connessione dove accadono fenomeni, che non necessariamente sono marginali: questo spazio ha bisogno di tempo per essere percorso e conosciuto e forse persino creato. Questi sono gli aspetti di Congiunzione, anche tra corpi, come direbbe Bifo, mentre i processi che si sviluppano su una dimensione reticolare sono di carattere Connettivo. Egli fa una riflessione su come stiano cambiando le tecnologie della comunicazione e della creazione della relazione: da un procedimento prevalentemente congiuntivo , si sta transitando verso una modalità prevalentemente connettiva. Questo aspetto, che troviamo anche nell’analisi di un Ambito Comunitario, è determinato dalla massiccia interferenza e trasversalità che si realizza con l’Ambito Globale, e sarà perciò meglio approfondito quando si parlerà appunto dell’ Ambito Globale.<br />
Questa precisazione ci permette di elaborare alcune riflessioni di Bleger sulla struttura dell’Ambito di cui ci stiamo occupando. Egli fa una sorta di classificazione degli Ambiti Comunitari utilizzando tre categorie: coesione, dissociazione, integrazione: nella società coesa l’individualità è gruppale, in quella dissociata è individualista, in quella integrata si affaccia la personificazione, l’apparizione della soggettività, come esperienza umana in relazione, come processo permanente, non portato a termine una volta per tutte. Queste tre modalità coesistono contemporaneamente, come d’altra parte nei gruppi, nelle istituzioni, nella famiglia e nello stesso individuo. Riferendoci a Bleger, “a noi interessa studiare come queste caratteristiche si mettano fra loro in relazione in un particolare spaccato comunitario, essendo queste rappresentate in particolari sottogruppi o sotto-<br />
organizzazioni in modo variabile”. Probabilmente, tutte e tre le caratteristiche di qualsiasi<br />
struttura hanno bisogno di coesistere in certa misura ed in vario grado, affinché possa essere garantito un equilibrio dinamico.<br />
Gli aspetti coesivi di un Ambito Comunitario sono per esempio le appartenenze e le coesioni dialettali o linguistiche. Sono acritiche, non si differenziano tra soggetti e determinano una coesione automatica; ma anche i luoghi comuni sono un fenomeno di coesione comunitaria, come certe stereotipie. Gli aspetti dissociativi sono rappresentati da tutti quei fenomeni che determinano il confinamento di individui o situazioni, in positivo ed in negativo: possiamo pensare a tutte quelle situazioni che permettono a singoli individui o ad aggregazioni di stabilire un confine protettivo per ridurre l’impatto informativo e darsi tempi congrui per la elaborazione delle informazioni sopraggiunte, oppure, in negativo, a tutti i fenomeni di ostracismo e di azzeramento degli aspetti relazionali che producono isolamento sociale. E così via.<br />
Per recuperare le categorie della logica, possiamo dire che i fenomeni coesivi sono prelogici, quelli dissociativi sono basati su logiche binarie o lineari, quelli integrativi su processi di logica dialettica.<br />
Questa ultima angolazione ci permette di entrare in una specificità degli Ambiti Comunitari: possiamo infatti pensare alla dimensione comunitaria anche in termini che travalicano quelli spaziali e che riuniscono invece insieme alcune categorie di soggetti: per esempio, possiamo considerare la Comunità di alcuni professionisti che si occupano di specifiche aree di intervento, come può essere l’Ambito della Comunità Scientifica di un territorio. Possiamo per esempio pensare all’Ambito Comunitario degli operatori della Salute Mentale di un’area territoriale definita, o degli operatori delle dipendenze patologiche di un territorio delimitato: operatori pubblici, di organizzazioni private, o del privato sociale o libero professionisti. Anche in questo Ambito Comunitario così inteso troveremo vincoli più o meno labili, gerarchie, sistemi di potere, posizioni politiche, dinamiche economiche, ideologie, luoghi comuni, tecnologie della comunicazione, affettività prevalente, stili di apprendimento: qualcuno sarà più incline alla<br />
trasmissione di contenuti e all’apprendimento articolati su una base mimetico-mnemonica, altri prediligeranno il metodo dialogico e troveremo una grande varietà di schemi di riferimento concettuale e di stili operativi.<br />
Quindi, anche noi siamo appartenenti ad un Ambito Comunitario, sia che ci pensiamo inseriti in esso in termini di estensione spazio-temporale, sia che ci pensiamo collegati in termini di appartenenza concettuale e operativa in quanto professionisti.</p>
<p>LA PSICOIGIENE<br />
In qualità di operatori appartenenti a questo Ambito siamo chiamati, con certa implicazione, a pensare ed attuare interventi che si riferiscono proprio ad esso, all’Ambito Comunitario. Se ci occupiamo di salute, dobbiamo considerare infatti il travaso di interferenze senza soluzione di continuità tra tutti gli Ambiti considerati, travaso che determina gli stati ed i fenomeni, anche quelli relativi proprio alla salute, da quella individuale e quella collettiva. Per esempio, non possiamo escludere la valutazione dell’Ambito Comunitario se ci accingiamo a pensare ad interventi di prevenzione. Infatti gli interventi in Ambito Comunitario possono avere una dimensione clinica, e più facilmente in questo caso dobbiamo parlare di intervento interistituzionale, dato che l’offerta clinica ha sempre una situazione a partenza istituzionale; oppure possono avere un obiettivo di promozione di salute, e quindi possono non essere focalizzati su momenti sintomatici che denotino una patologia, bensì possono concentrarsi su quegli aspetti che tendono a irrigidire i contesti e a inibire la chiarificazione, la comunicazione, l’apprendimento ed infine la integrazione dei vari elementi che caratterizzano i contesti<br />
medesimi.<br />
Quando pensiamo agli interventi in questi termini, stiamo pensando in termini di Psicoigiene.<br />
Dice Bleger: “ la Psicoigiene ha per oggetto la gestione delle risorse psicologiche per far fronte ai problemi attinenti alle condizioni e alle situazioni in cui si svolge la vita della comunità considerata in se stessa e non in relazione alla malattia.”<br />
Come costruiamo quindi un percorso di ricerca e/o di intervento in un Ambito Comunitario?<br />
Intanto dobbiamo avere una serie di criteri per definirlo e per analizzarlo, e possono essere quelli che abbiamo fin qui elaborato. Per poter attivare interventi, infatti, dobbiamo prima sapere analizzare l’area a livello della quale decidiamo di operare tenendo conto di tutte le variabili che abbiamo descritto. Poi dovremmo chiarire la nostra strategia: e in questo senso Bleger invita a non voler psicologizzare la Comunità, ma a far sì che il suo contatto con gli operatori permetta ad essa di pervenire a situazioni di consapevolezza sulle sue proprie caratteristiche e favorisca i processi di insight .<br />
Da un punto di vista tattico, sempre Bleger ci invita a tener presente che l’’operazione di analisi del contesto cii consente di fare un’operazione quanto mai opportuna, e cioè tradurre la eventuale richiesta in termini di effettiva domanda, e di concordare quindi una offerta di interventi. Bleger ricorda che se è mancata la fase della richiesta nella impostazione iniziale degli interventi, la Comunità esprime i suoi pregiudiziali malintesi riguardo alla scelta operativa degli operatori medesimi: una Comunità può, per esempio, pensare che è stata scelta fra altre per l’esecuzione di un qualche intervento perché più malata di altre, e quindi può organizzare resistenze ed ostilità.<br />
Inoltre, e non certo per ultima cosa, ricordiamo che a nostra volta configuriamo un Ambito<br />
Comunitario, nel senso di Comunità Scientifica di operatori, e come tale, prima di operare, è opportuno che in quanto Ambito noi stessi, allo stesso modo, impariamo a conoscere la nostra configurazione, in tutta la sua complessità.<br />
Ora andremo ad analizzare meglio proprio questa dimensione reticolare, quella dell’Ambito comunitario degli operatori che esprimono interventi in un Ambito Comunitario</p>
<p><a title="Le reti dei servizi sanità" href="http://www.bleger.org/le-reti-dei-servizi-sanita/">(continua: Le reti dei servizi sanità)</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dispositivi gruppali e trasformazioni istituzionali in un reparto psichiatrico ospedaliero</title>
		<link>https://bleger.org/dispositivi-gruppali-e-trasformazioni-istituzionali-in-un-reparto-psichiatrico-ospedaliero/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Aug 2019 09:48:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo De Berardinis  “Nella vita psichica individuale l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come amico o avversario e in questo modo la psicologia individuale è allo stesso tempo e fin dall’inizio, psicologia sociale, in senso lato, ma &#8230; <a href="https://bleger.org/dispositivi-gruppali-e-trasformazioni-istituzionali-in-un-reparto-psichiatrico-ospedaliero/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo De Berardinis</strong></p>
<address style="padding-left: 300px"><i> “Nella vita psichica individuale l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come amico o avversario e in questo modo la psicologia individuale è allo stesso tempo e fin dall’inizio, psicologia sociale, in senso lato, ma pienamente giustificato”<br />
</i><br />
S.Freud: psicologia delle masse ed analisi dell’io, 1921</address>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando iniziai il mio percorso di formazione specialistica alla Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena … <i>correva l’anno&#8230; 1977.</i></p>
<p>Il Reparto femminile, cui ero stato assegnato, contava su una dotazione ufficiale di 19 posti letto che, di fatto, a causa delle numerosissime richieste di ricovero, non scendeva mai al di sotto dei 25 letti, con momenti di sovraffollamento in cui si superavano anche i 30 posti letto.</p>
<p>Le degenti, tutte rigidamente in vestaglia, trascorrevano la maggior parte del tempo nelle loro stanze, a letto; l’alternativa allo <i>stare in camera</i> era rappresentata dal camminare avanti e indietro per il lungo corridoio.</p>
<p>Le infermiere se ne stavano <i>in guardiola</i> a fare <i>le loro cose</i>, come dicevano le ricoverate, oppure agivano una stereotipata ritualità di atti quotidiani (sveglia, distribuzione delle terapie, carrello della colazione, ecc., ecc.) che si ripetevano sempre uguali; quando entravano in contatto con le pazienti lo facevano attraverso l’assunzione di un petulante “<i>ruolo genitoriale,</i> inappropriatamente “<i>infantilizzante”.</i></p>
<p><em> “… vieni qui da me Paolina, vieni &#8230;”, “&#8230;mangia Paolina &#8230; mangia … lo sai che ti fa bene &#8230;”</em>; era la loro maniera di “accudire” le ricoverate; non conoscevano altri modi ma erano in buona fede e le pazienti sembravano capirlo.</p>
<p>I medici, dal canto loro, erano sempre “<i>di corsa”;</i> attraversavano veloci il corridoio tagliando con sapiente perizia la folla delle “<i>questuanti”:</i><b> </b><em>“&#8230; dottore… dottore… mi ascolti dottore …”,</em> sino a raggiungere gli ambulatori cui le pazienti potevano accedere solo su chiamata ed accompagnate dalle infermiere.</p>
<p>Le stesse infermiere venivano chiamate con un campanello che trillava direttamente nella “<i>guardiola”</i>.</p>
<p>Dopo tempi imprevedibili il campanello cessava di suonare ed i medici “<i>riemergevano” </i>dagli ambulatori per sparire definitivamente, in fondo al corridoio, al di là della porta che separava il Reparto dal “<i>mondo di fuori”</i>.</p>
<p><span id="more-510"></span></p>
<p>In quest’atmosfera spersonalizzata e regressiva, il tempo scorreva con una tranquillità innaturale, interrotta, ogni tanto, solo da urla improvvise, sbattimenti di porte e veloci tramestii di passi; poi… tutto tornava come prima, come se nulla fosse accaduto.</p>
<p>Le pazienti, che vivevano in questo stato di “<i>sospensione”</i>, sembravano aver trovato “<i>nell’aspettare”</i> il senso del loro stare in Reparto: <i>aspettavano</i> che arrivasse il carrello dei pasti; <i>aspettavano</i> di fumare le sigarette che le infermiere concedevano loro… una alla volta; <i>aspettavano</i> la visita dei famigliari; <i>aspettavano</i> in fila per andare in bagno; <i>aspettavano</i> la somministrazione delle terapie… ma soprattutto… <i>aspettavano</i> di essere chiamate dal medico per “<i>il colloquio”… il mitico colloquio!</i></p>
<p>In Clinica, infatti, i medici, non senza una punta di orgoglio, avevano da tempo abbandonato il classico “<i>giro”</i> al letto delle malate per sostituirlo con momenti di colloquio.</p>
<p>Al tempo i colloqui erano fondamentalmente di due tipi: uno era il colloquio con i famigliari, al quale le ricoverate erano ammesse solo alla fine per essere informate, “<i>in modo semplice”,</i> delle decisioni che erano state prese sul loro conto; l’altro era quello con le pazienti ed era soprattutto orientato ad una valutazione medico comportamentale: dorme, non dorme, mangia, va di corpo, delira, è allucinata, è aggressiva, rifiuta le terapie, ecc., ecc.</p>
<p>Ora qui sarebbe lungo addentrarsi nel dettaglio delle vicende che, a partire da questa realtà, consentirono la progressiva trasformazione del Reparto, per cui citerò solo alcuni dei passaggi, per me più significativi, di quel percorso.</p>
<p>Il primo elemento di cambiamento, preliminare a tutto il seguito, consistette nell’adibire una grande stanza ad otto letti a sala da pranzo e di intrattenimento; questo cambiamento, apparentemente banale, fu quello che permise i miei <i>primi avvicinamenti </i>alla vita delle ricoverate.</p>
<p>Era solitamente di pomeriggio, sotto lo sguardo un po’ contrariato (perché <i>“turbava”</i> la routine del Reparto) ma insieme anche curioso delle infermiere, che cominciai a prendere l’abitudine di mettermi a sedere ad un tavolo della nuova sala; me ne stavo lì, guardandomi intorno, finchè qualche paziente, con fare un po’ incerto, si avvicinava, si sedeva e cominciava a parlarmi; poi se ne avvicinava un’altra e un’altra ancora, così, piano piano, si formava un gruppetto “<i>di chiacchiera”. </i>Il giorno successivo la scena si ripeteva ed il gruppo si ricomponeva… gli argomenti erano quelli della quotidianità, i figli, i problemi di lavoro… i soldi… ecc., ed io&#8230; “<i>nuovo del mestiere”</i>… restavo colpito da questi momenti in cui le pazienti <i>“quasi non sembravano pazienti”,</i> come invece avveniva negli altri momenti di incontro “<i>ufficiale”</i> con il medico.</p>
<p>Il secondo elemento di cambiamento riguardò la trasformazione dello spazio mattutino delle cosiddette “<i>consegne”;</i> uno spazio che noi specializzandi avevamo ribattezzato dispregiativamente “<i>riunione cacca e piscio”</i> perché essenzialmente deputato ad acquisire informazioni, tramite le infermiere, sull’andamento di queste funzioni corporali e sugli aspetti più grossolanamente comportamentali delle ricoverate: ha dormito, non ha dormito, è andata di corpo, non è andata di corpo, ha preso le medicine, non ha preso le medicine…</p>
<p>L’aspirazione del nostro gruppo era invece quello di dare vita ad una <b>riunione d’équipe </b>nella quale, accanto alle questioni di ordine organizzativo-gestionale della quotidianità spicciola, si potessero sviluppare discussioni cliniche sul funzionamento psicologico delle pazienti, sull’andamento delle loro storie famigliari, sul tipo di trattamento da condurre in Reparto, ecc.; ma il conseguimento di questo obiettivo ci impegnò a lungo, vista anche l’evidente sperequazione di potere decisionale che caratterizzava inizialmente la nostra posizione: all’inizio nessuno di noi era <i>“strutturato”.</i></p>
<p>In quegli anni, quando si parlava di riunioni, ci si riferiva <i>ovviamente</i> a riunioni tra operatori; infatti, se si eccettuano le esperienze assembleari che si erano tenute in alcuni Ospedali Psichiatrici, come a Gorizia, Trieste, Arezzo ed in poche altre realtà, vi erano in Italia rarissime esperienze di attività di gruppo con pazienti ricoverati.</p>
<p>A noi, del <i>Reparto Donne</i>, così ci chiamavamo, occorsero più di due anni prima di poter riuscire ad organizzare delle <i>riunioni a cadenza regolare con le ricoverate.</i></p>
<p>Queste riunioni, che pure si rivelarono già da subito come un potente strumento in grado di <i>ridurre l’aggressività</i> e <i>dare un senso</i> al tempo trascorso all’interno del Reparto, dovettero convivere a lungo con la “<i>ritualità”</i> dei colloqui individuali, cui restavano fortemente legati non solo le pazienti ma anche i medici e le infermiere che, con il loro abbandono, temevano di perdere anche un pezzo della loro identità professionale.</p>
<p>La sostituzione dei colloqui individuali con le <i>riunioni quotidiane</i> con le pazienti, rappresentò quindi una tappa che richiese molto tempo e molta “<i>pazienza”</i> ed il cui conseguimento fu possibile solo grazie all’evidenza con la quale le pazienti che partecipavano ai gruppi presentavano miglioramenti clinici più significativi e più rapidi rispetto a quelle <i>“seguite”</i>con colloqui individuali.</p>
<p>Fu così che, pur tra mille difficoltà e resistenze, piano piano <b>la riunione con le pazienti </b>divenne il momento centrale dell’attività terapeutica del Reparto.</p>
<p>Si teneva tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, per la durata di un’ora e mezza; vi partecipavano tutte le ricoverate e lo staff di Reparto, tranne un’infermiera che, a turno, restava “<i>fuori”</i> disponibile per le eventuali chiamate telefoniche, ritiro di esami, nuovi ingressi, ecc. e soprattutto per consentire a quelli che stavano “<i>dentro”</i> una sufficiente tranquillità per potersi concentrare su quanto avveniva nella riunione.</p>
<p>Un medico coordinava l’incontro mentre gli altri operatori fungevano da osservatori partecipanti. La discussione era a tema libero e la finalità ricercata, in particolare agli inizi, mirava a favorire una democraticità relazionale ispirata alle comunità terapeutiche di Maxwell Jones, ma anche un’attenuazione delle ansie ed un <i>contenimento</i> della frammentazione psicotica soprattutto nelle pazienti in fase di grave scompenso.</p>
<p>Questo assetto era reso possibile dall’atteggiamento, mantenuto da tutti gli operatori, di convogliare sistematicamente nello spazio della riunione tutte le problematiche concernenti le pazienti. Fatte salve le situazioni d’urgenza, infatti, ogni tentativo di instaurare rapporti individuali con figure dello staff veniva cortesemente scoraggiato e rinviato allo spazio – tempo della riunione.</p>
<p>Col procedere dell’esperienza il lavoro con i gruppi ci pose sempre di più a contatto con le “<i>parti sane”</i> delle pazienti (aspetto questo fortemente <i>sottovalutato</i> nella cultura degli ambienti di ricovero psichiatrico del tempo) ed in certo senso ci “<i>costrinse”</i> a rivedere molte delle nostre idee sulla malattia mentale, sul significato e soprattutto sul modo di condurre un ricovero psichiatrico.</p>
<p>Di seguito descriverò brevemente “<i>i dispositivi”</i> che, nel tempo, si aggiunsero alla riunione d’équipe ed alla riunione con le pazienti e che contribuirono a determinare  le più significative trasformazioni organizzativo-funzionali del Reparto.</p>
<p><b>L’incontro di accoglimento </b></p>
<p>Giungemmo alla sua istituzione perché non potevamo più accettare il fatto che i ricoveri venissero disposti, dal Pronto Soccorso, sulla base di consulenze nelle quali l’indicazione al ricovero era sostenuta, quasi esclusivamente, dal riscontro di una sintomatologia psichiatrica o, ancor peggio, dalle pressioni esercitate dal contesto famigliare o micro sociale del paziente; cioè senza alcuna analisi della richiesta: chi chiedeva? Cosa chiedeva? Quale sarebbe potuta essere la risposta più adeguata? Tutto questo non accadeva e neppure si poteva pensare, allora, che potesse accadere nella realtà compressa e convulsa del Pronto Soccorso di un grande Policlinico.</p>
<p>Il nuovo spazio dell’accoglimento avrebbe quindi dovuto assolvere alla finalità di sviluppare un’analisi della richiesta, raccogliere informazioni sulle vicende che avevano condotto le pazienti al ricovero, formulare ipotesi di orientamento diagnostico e soprattutto (cosa per noi più importante di ogni altra) consentire, laddove il ricovero ci fosse apparso indicato, di giungere alla definizione di un “<i>contratto” </i>che esplicitasse, in modo chiaro e realistico, “<i>la compromissione”</i> di pazienti, famigliari ed équipe curante relativamente al lavoro da svolgere durante il ricovero. Il nostro intento, insomma, era quello di dare un “<i>setting”</i> al ricovero, cioè definirne contrattualmente lo spazio (il dove), il tempo (il quando e per quanto tempo), il ruolo (tra chi e chi) e il compito (per fare che cosa).</p>
<p>Immaginatevi che cosa accadde… riconoscere una contrattualità a pazienti quasi sempre affetti da quadri psicotici… ed in più… in fase di scompenso!</p>
<p>Ovviamente le resistenze non riguardavano solo i pazienti ed i loro famigliari… ma per noi questo passaggio rivestiva una valenza fondamentale; rappresentava una pre-condizione irrinunciabile per l’avvio di qualsiasi rapporto che avesse almeno l’aspirazione di svolgere una funzione terapeutica!</p>
<p>L’incontro, una volta istituito, aveva la durata di un’ora e mezza; si teneva tutte le mattine, dal lunedì al sabato, e vi prendevano parte, oltre alle pazienti ricoverate nella notte o il giorno precedente, anche tutte quelle pazienti, già ricoverate, con le quali non si era ancora giunti alla definizione di un <i>“contratto di ricovero”;</i> all’incontro erano invitati a partecipare, oltre ai famigliari delle pazienti, anche gli operatori dei Servizi di riferimento.</p>
<p>Per avere un’idea di quanto potesse essere “<i>dirompente”</i>, al tempo, questo tipo di approccio è sufficiente pensare a cosa accadrebbe, ancora oggi, se per esempio i colloqui che si tengono a scuola tra insegnanti e genitori cominciassero ad includere gli allievi… ed assumessero la forma della multifamigliarità!!</p>
<p>In questo spazio assai particolare, attraversato da transferts, controtransferts e proiezioni multiple, la natura delle <i>“crisi dei sistemi famigliari”</i> tendeva a mostrarsi in modo così intellegibile e rapido (… e non solo per gli operatori ma per tutti i partecipanti, non foss’altro per la forma <i>drammatico – didascalica</i> con la quale le crisi venivano per così dire… “<i>messe in scena”</i>…) da rendere assai spesso del tutto ingiustificato il prolungarsi dei ricoveri.</p>
<p><b>L’incontro di counseling con i famigliari</b></p>
<p>L’attivazione di questo dispositivo, che si teneva una volta alla settimana, per la durata di un’ora e mezza, discendeva, come ormai si sarà capito, dall’importanza che noi annettevamo al coinvolgimento della rete famigliare nel processo di cura.</p>
<p>L’incontro era pensato come uno spazio di ascolto per i famigliari che fosse in grado di accogliere ed elaborare richieste, ansie, transferenze e proiezioni in modo tale da favorire una rimodulazione, in termini meno stereotipati, dei ruoli “<i>aggiudicati ed assunti”</i> dai vari membri, all’interno di ciascun gruppo famigliare.</p>
<p>I famigliari delle ricoverate venivano invitati a partecipare agli incontri già in fase di accoglimento; nella “<i>consegna”</i> di avvio del gruppo veniva chiarito che, per motivi di riservatezza, non sarebbero state fornite informazioni riguardanti le persone ricoverate; anzi, per tutto quanto concerneva il loro stato di salute si rinviava direttamente alle interessate che, <i>si sottolineava</i>, erano perfettamente al corrente di ogni aspetto che riguardasse il loro programma di cura: terapie seguite, risultati di esami, durata presumibile del ricovero, eventuale data della dimissione, ecc. ecc.</p>
<p>Anche qui si può immaginare la reazione dei famigliari. “<i>… Ma allora questo incontro è per noi!!&#8230; ma noi non siamo mica malati!!&#8230; voi dovete dirci come stanno!!&#8230; ve le abbiamo portate per curarle&#8230; non siamo mica noi quelli da curare!!&#8230;”</i></p>
<p>Nonostante queste vivaci reazioni e le indignate proteste al Direttore della Clinica e sin anche alla Direzione Sanitaria del Policlinico, lo staff, senza <i>arretramenti</i> sul piano del rispetto del segreto professionale nei confronti delle signore ricoverate, ribadiva con fermezza che l’incontro non era finalizzato a fornire informazioni, bensì a  condividere le difficoltà che un gruppo famigliare si può trovare ad affrontare in occasione del ricovero di uno dei suoi membri.</p>
<p>Il nostro obiettivo era quello di “<i>spingere”</i> i famigliari a ripensare le loro congiunte  ricoverate, non come delle “<i>pazienti&#8221;</i> (come loro stessi ormai le definivano) ma come <i>figlie, madri, mogli</i>, ecc., momentaneamente in difficoltà; perciò rifiutavamo con forza quella richiesta di “<i>alleanza”</i>, alle loro spalle<i>, </i>che i famigliari ci riproponevano costantemente.</p>
<p><b>L’incontro di discussione clinica e di supervisione</b></p>
<p>Dopo ognuna delle riunioni descritte l’équipe di Reparto si ritrovava in un post-riunione, come lo chiamavamo allora, che aveva la durata di un’ora, per discutere e riflettere sugli accadimenti che le avevano caratterizzate.</p>
<p>Una volta alla settimana le situazioni più problematiche venivano affrontate all’interno di una supervisione con un collega psicoanalista esterno alle attività del Reparto.</p>
<p>Se la riunione con le ricoverate costituiva certamente “<i>il cuore”</i> del processo terapeutico, il post-riunione rappresentò, altrettanto certamente, “<i>il cuore”</i> del processo formativo di tutta l’équipe di Reparto.</p>
<p>Con questo assetto: <b><i>riunione d’équipe</i></b><b> &#8211; </b><b><i>incontro di accoglimento – riunione con le pazienti – incontro di counseling con i famigliari – incontro di discussione clinica e di supervisione</i></b>, il Reparto andò avanti per alcuni anni.</p>
<p>Anni durante i quali maturarono e soprattutto si trasformarono profondamente la cultura e l’operatività di tutta l’équipe del Reparto.</p>
<p>La riflessione sulla interazione tra sistema famigliare e sistema istituzionale di cura, facilitata dai dispositivi gruppali che avevamo posto in essere, ci permise di renderci conto della inadeguatezza dei paradigmi concettuali con i quali operavamo e stimolò in noi la ricerca di nuove forme di approccio alle gravi situazioni  di scompenso psichiatrico che giungevano alla nostra osservazione; le strade individuate tramite quell’impegno di ricerca ci condussero all’abbandono della <i>“cultura”</i> dell’intervento “<i>sul” </i>paziente a vantaggio di una pratica di lavoro “<i>con”</i> il paziente ed il suo contesto.</p>
<p>In particolare ricordo che andarono in pezzi due classici approcci molto “<i>di moda”</i> in quel periodo: quello caratterizzato dalla cosiddetta “<i>alleanza tra sani”,</i> cioè tra famigliari e terapeuti, di cui fu possibile comprendere appieno la negatività rispetto ai percorsi di crescita psicologica delle pazienti e quello, sviluppatosi in opposizione al primo, caratterizzato dall’alleanza tra pazienti e terapeuti sullo stile “<i>… lei è così perché ha avuto i famigliari che ha… ma vedrà… con noi sarà diverso…” </i></p>
<p>L’uscita da queste forme di “<i>collusività”, </i>proprie di certa<i> “psichiatria paternalistica” </i>del tempo, ci permise di collocarci in una nuova e diversa posizione che per essere mantenuta necessitava però di ulteriore studio e formazione.</p>
<p>Lo studio della psicoanalisi ed in particolare del pensiero di Bion e di Pichon Rivière, nutrì la prima delle due esigenze, mentre la seconda trovò risposta nell’incontro con Armando Bauleo.</p>
<p>Alla luce del nuovo armamentario culturale di cui ci stavamo dotando, ci apparve chiaro che i diversi dispositivi che avevamo mano a mano impiantato, altro non erano se non apparati con i quali avevamo cercato di <i>“trattare”</i>, in maniera “<i>separata”,</i> i diversi aspetti di quel fenomeno, “<i>complesso ma unitario”,</i> rappresentato dalla malattia mentale.</p>
<p>Ciò che i dispositivi gruppali ci avevano consentito di “<i>vedere”</i> contribuì in maniera decisiva alla trasformazione del nostro modo di “<i>pensare”</i> il rapporto malato – malattia; dovemmo così accettare che la malattia mentale, contrariamente a quanto sostenuto dalla Psichiatria classica, non si esauriva “<i>nel”</i> malato, rappresentando un fenomeno di assai più ampia dimensione, in grado di interessare tutto il contesto storico e relazionale del soggetto.</p>
<p>Voglio dire che l’esercizio di queste pratiche terapeutiche ci aiutò a comprendere che la salute e la malattia mentale non sono fenomenologie “<i>chiuse”</i> nella dimensione <i>intra-soggettiva,</i> o addirittura <i>intra-cerebrale</i>, come sostenuto da certa psichiatria organicistica, bensì “<i>aperte”</i> alla dimensione <i>inter-soggettiva e di contesto</i>.</p>
<p>Alla rilettura delle evidenze che ci provenivano dalla clinica non potevano non fare seguito consequenziali trasformazioni sul piano dell’operatività; trasformazioni che in effetti non tardarono ad apparire, spingendo il <i>Reparto Donne</i> ad abbandonare la sua tradizionale organizzazione ospedaliera per trasformarsi in una realtà terapeutica, del tutto sui generis, di <i>centro psichiatrico per le crisi</i>; un’esperienza a tutt’oggi mai più replicata.</p>
<p><b>L’incontro di accoglimento permanente</b></p>
<p>Il nuovo strumento terapeutico, pensato per riunificare tutti i dispositivi terapeutici precedenti, prese il nome di <i>accoglimento permanente;</i> aveva la durata di due ore e si teneva tutte le mattine dal Lunedì al Sabato; un medico coordinava l’incontro mentre gli altri componenti dello staff, tranne un’infermiera che a turno restava <i>fuori</i>, svolgevano il ruolo di osservatori partecipanti.</p>
<p>Al gruppo partecipavano, oltre alle pazienti ricoverate, i loro famigliari e, quando possibile, anche gli operatori dei servizi di riferimento territoriale.</p>
<p>Il compito manifesto, esplicitato nella <i>consegna,</i> si componeva di due parti; la prima riguardava <i>il come mai erano lì… il che cosa era accaduto</i>; la seconda riguardava <i>il che cosa pensavano di fare.</i></p>
<p>Il lavoro del gruppo prendeva le mosse dalla situazione presente, quindi muoveva verso il passato, e da qui piegava verso il futuro; poi tornava al presente, di nuovo al passato, di nuovo al futuro…</p>
<p>In questo andare e venire il gruppo raccontava le sue storie; i soggetti entravano nei loro ruoli, a volte se li scambiavano, si confondevano, sparivano e riapparivano; i confini famigliari si sfumavano, si rimodellavano, a volte i membri di una famiglia <i>“entravano a far parte”</i> di un’altra e viceversa, tutto si metteva in movimento, era come una grande rappresentazione teatrale in cui tutti gli attori (pazienti, famigliari e terapeuti) contribuivano alla costruzione di una trama continuamente rimodulata; quando il gruppo terminava, foss’anche solo per un piccolissimo aspetto, nessuno, e questo valeva anche per i terapeuti, poteva sentirsi uguale a prima.</p>
<p>Dopo un lungo cercare ci eravamo finalmente imbattuti in questo fantastico strumento di cura; una grande “<i>giostra ricombinante”</i> dove, in un intergioco di fenomeni transferali, controtranferali, proiettivi ed introiettivi, era possibile, per tutti i soggetti, rimettere in gioco la forma dei propri vincoli interni.</p>
<p>Il <i>setting </i>assunto dal<i> centro crisi </i>permise alla nuova struttura di svolgere quella necessaria funzione di “<i>contenitore”</i>, di “<i>non processo”,</i> che consentiva il dispiegarsi di “<i>processi terapeutici”</i> in grado di abbracciare contemporaneamente la dimensione individuale, famigliare e istituzionale.</p>
<p>Tutto ciò si tradusse in un’ accelerazione dei tempi di risoluzione delle crisi tanto vertiginosa che la presenza media giornaliera delle ricoverate, già fortemente calata con gli assetti che il Reparto era venuto mano a mano assumendo,  raggiunse i valori record di 5/6 presenze medie giornaliere!!</p>
<p>Ma nonostante gli importanti risultati sul piano clinico non tutto andò per il meglio.</p>
<p>Se, infatti, le precedenti trasformazioni istituzionali che avevano interessato il Reparto non ne avevano mai realmente messo in discussione la “<i>sopravvivenza”,</i> ora le cose cominciavano a prendere una piega diversa… quei dati, quei numeri, se da un lato parlavano di un’incontestabile riuscita, dall’altro aprivano la porta a scenari nuovi, inimmaginabili sino ad allora.</p>
<p>Il ricovero, come lo si pensava solo pochi anni prima, almeno da noi, non esisteva più, né nei numeri né nella durata né nelle finalità.</p>
<p>Il Reparto stesso, con le sue stanze sempre più vuote, “<i>risuonava come un luogo del passato”&#8230; </i>finanche il numero dei sanitari, che ai  tempi delle 30 ricoverate e dei colloqui individuali era decisamente insufficiente, ora iniziava ad apparire inutilmente sovradimensionato per questa funzione.</p>
<p>La percezione, ancorchè confusa, del fatto che la somma di tutti i cambiamenti realizzati nel corso degli anni stava producendo una trasformazione che andava ben al di là dell’assetto organizzativo del Reparto, investendo alla radice la nostra concezione della cura in Psichiatria, iniziò a produrre in noi reazioni inconsapevoli e scomposte.</p>
<p>La resistenza al cambiamento, che era sempre stata espressa soprattutto dalla Direzione della Clinica, dalla Direzione Ospedaliera, dai Servizi Territoriali, dai pazienti e dai famigliari, improvvisamente passò ad essere “<i>interna”</i> al gruppo dei medici e delle infermiere che sino ad allora avevano combattuto per il cambiamento: <em>“… si però… adesso basta… dove dobbiamo arrivare?… basta!&#8230;”</em>. Frenavano, volevano tornare indietro…</p>
<p>Non me lo sarei mai aspettato; proprio ora che le cose cominciavano a <i>cambiare veramente.</i></p>
<p>Cercai in ogni modo di ricomporre il gruppo, ma non ci fu verso: il “<i>vento controrivoluzionario”</i> spirava forte e la mia capacità di comprendere ed intervenire nelle dinamiche istituzionali non fu all’altezza della situazione.</p>
<p>Mi sentii tradito, deluso e sospinto anche da altre conflittualità sul piano professionale, decisi di andarmene… <i>aggiungendo così anche il mio contributo alla causa della resistenza al cambiamento!</i></p>
<p>Piano piano l’esperienza regredì e fu riassorbita, col tempo cambiò anche parte del personale ed un po’ alla volta… fu dimenticata… ma non tutto è stato dimenticato!</p>
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<p><strong>Riassunto</strong></p>
<p>L’Autore riferisce, in questa comunicazione, di un’originale esperienza di lavoro condotta nel Reparto femminile della Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena.</p>
<p>Vengono ripercorse alcune delle fasi più significative di questa esperienza che, lungo l’arco di un decennio (dal 1977 al 1987), condussero il Reparto Donne della Clinica ad abbandonare la sua tradizionale organizzazione ospedaliera per trasformarsi in una realtà terapeutica sui generis.</p>
<p>Le progressive introduzioni, nella realtà operativa del Reparto, di dispositivi gruppali quali la riunione d’équipe, la riunione con le pazienti ricoverate, l’incontro di counseling famigliare, il gruppo di accoglimento e la supervisione periodica di gruppo, rappresentarono <i>“la chiave di volta”</i> di un profondo cambiamento  nella maniera di <i>“leggere”</i> la malattia e nel modo stesso di pensare il ricovero.</p>
<p>L’interazione tra sistema famigliare e sistema istituzionale, filtrata dai dispositivi gruppali, pose presto in evidenza la stereotipia operativo – concettuale che caratterizzava lo stile di lavoro del Reparto stimolando la ricerca di nuove forme di approccio alle gravi situazioni  di scompenso psichiatrico; le strade individuate tramite quella ricerca segnarono l’abbandono della <i>“cultura”</i> dell’intervento <i>“sul” </i>paziente per passare ad una pratica di lavoro <i>“con”</i> il paziente ed il suo contesto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>Bauleo A.: <i>“Ideologia, gruppo e famiglia – contro istituzioni e gruppi”</i>. Ed. Feltrinelli, Milano, 1978.</p>
<p>Bauleo A<i>.: ”Psicoanalisis y Grupalidad”</i>. Ed. Paidòs, Buenos Aires, 1997.</p>
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<p>Bleger J<i>.:”Psicoigiene e Psicologia istituzionale”.</i>Editrice Lauretana, Loreto (AN), 1989.</p>
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<p>Canevaro A., Bonifazi S.: <i>“Il gruppo multifamiliare – un approccio esperienziale”</i>. Ed. Armando, Roma, 2011.</p>
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<p>Curci P., De Berardinis M., et altri: “Schizofrenia, ricovero e cronicità: un’esperienza di lavoro”. comunicazione al XXXVI° Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria, Milano, 1985.</p>
<p>Curci P., De Berardinis M., Pedrazzi F., Secchi C.<i>: ”Il lavoro di gruppo in un reparto psichiatrico di breve degenza”</i>, in Gruppo e Psicosi, Atti del Convegno di Villa Poma. Amministrazione Provinciale di Mantova, 1988.</p>
<p>De Berardinis M.: <i>“La relazione gruppo – compito in psicoanalisi operativa”.</i> Sito della Scuola J. Bleger – Rimini. <a href="http://www.bleger.org">www.bleger.org</a>, 2008.</p>
<p>De Berardinis M.: <i>“La funzione interpretativa nel gruppo multifamigliare”</i>, in INTERPRETAZIONE, Ed. Sensibili alle foglie, Roma, 2017.</p>
<p>Foulkes S. H.. <i>“ Analisi terapeutica di gruppo”</i>.  Boringhieri, Torino, 1967.</p>
<p>Garcia Badaracco J<i>.: ”Comunidad Terapeutica Psicoanalitica de Estructura</i>. <i>Multifamiliar”</i>. Ed. Tecnipublicaciones, Madrid, 1989</p>
<p>Jaques E<i>.:</i> <i>“Sistemi sociali come difesa contro l&#8217;ansia persecutoria e depressiva. Contributo allo studio psicoanalitico dei processi sociali”.</i> In M. Klein, P. Heimann, R. Money-Kyrle (a cura di), Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore, Milano, 1966.</p>
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<p>Klein M.: <i>“Scritti, 1921 – 1958”.</i> Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2006.</p>
<p>Mandelbaum E.: <i>“Teoria e pratica dei Gruppi Multifamigliari”</i>. Ed. Nicomp, Firenze, 2017.</p>
<p>Pavlovsky E., Bouquet C.M., Moccio F.: <i>“Psicodrama – Cuando y por qué dramatizar”</i>. Ed. Busqueda, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>Pichon Riviere E.: <i>“Il processo gruppale”</i>.  Editrice Lauretana, Loreto (AN), 1985.</p>
<p>Pichon Riviere E.: <i>“Teoria del Vinculo”. </i>Ed. Nueva Vision, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>Santonastaso P.: <i>“Significato e contraddizioni dell’incontro con la famiglia in un reparto psichiatrico”.</i>  Riv. di Psichiatria, 6, 469 – 500, 1977.</p>
<p>Segal H.: <i>“Introduzione all’opera di Melanie Klein”</i>. Ed. Martinelli, Firenze, 1975.</p>
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		<pubDate>Thu, 02 Nov 2017 23:10:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Leonardo Montecchi (&#8230;) Le parole scendono rare chi le collega più sembra meglio ascoltare in due Il tuo corpo e tu (&#8230;) Elio Pagliarani  &#8221; La ballata di Rudy&#8221; &#160; Proverò a fare la storia dei gruppi che ho &#8230; <a href="https://bleger.org/storie-alienate-e-liberate/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Leonardo Montecchi</strong></p>
<p>(&#8230;)<br />
Le parole scendono rare<br />
chi le collega più<br />
sembra meglio ascoltare<br />
in due<br />
Il tuo corpo e tu<br />
(&#8230;)<br />
Elio Pagliarani  &#8221; La ballata di Rudy&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Proverò a fare la storia dei gruppi che ho attraversato negli anni provando a mostrare come si passa dalla alienazione alla liberazione attraverso il lavoro che i gruppi fanno per raggiungere il proprio compito.</p>
<p>Già perché  è il compito che fonda il gruppo, non è il leader, non è il coordinatore.<br />
Gli integranti si riuniscono perché implicitamente o esplicitamente si pongono un obiettivo, una finalità, un compito.<br />
Mi sono interrogato e mi interrogo ancora su cosa sia il compito: è uno scopo, un motivo che attrae persone che altrimenti vivono la loro traiettoria  di vita senza interagire.<br />
Sono sempre di più convinto che il compito sia un &#8220;attrattore strano&#8221; perché ha una dinamica caotica  e imprevedibile, inoltre in un gruppo, cioè un &#8220;insieme di persone riunite da costanti di spazio e tempo e articolate dalla loro rappresentazione interna&#8221; come dice Pichon Riviere, si produce un auto-chiarimento che va dall&#8217;implicito all&#8217;esplicito, questo processo interpretativo non ha una forma circolare, è aperto, non si esaurisce mai ed ha una forma frattale: è una spirale.</p>
<p>Ma le storie alienate?<br />
Sono le storie che vengono raccontate all&#8217;inizio di un gruppo, le storie su cui spesso si ritorna anche in seguito in un movimento di vai e vieni. Non ci si libera mai totalmente da queste storie.<br />
Quando ci si incontra ognuno arriva con il proprio immaginario, con un gruppo interno, ognuno viene con i propri stereotipi, quelle forme di pensiero rigide e non basate sull&#8217;esperienza che formano i pilastri dell&#8217;abitudine.</p>
<p><span id="more-429"></span><br />
La vita quotidiana è dominata da un&#8217;ideologia fatta di stereotipi, l&#8217;alienazione consiste nella serialità caratterizzata da routine che si ripetono nell&#8217;illusione di dominare il caos, come le compulsioni degli ossessivi o i riti nei funerali come difesa dall&#8217;ansia depressiva, come diceva Elliot Jaques.<br />
Insomma, le storie alienate che compaiono quando inizia un gruppo operativo ricordano le ombre della caverna di Platone.<br />
Ognuno viene portando la storia del proprio gruppo interno che inizialmente è intriso dall&#8217;appartenenza istituzionale. Questo impasto istituisce un soggetto posticcio che si atteggia &#8220;come se&#8221; fosse quello che sta facendo.<br />
Ad esempio, in gruppi che si riuniscono in istituzioni sanitarie le persone si presentano come: sono un medico, un infermiere, un educatore, un assistente sociale, uno psicologo, ecc. Se si tratta di una scuola si presentano come il professore di lettere la professoressa di matematica il bidello ecc..<br />
Nei gruppi terapeutici spesso si presentano come schizofrenico,  borderline, bipolare ecc., con una ulteriore regressione della identità ad una diagnosi posta da un dispositivo medico psichiatrico che contribuisce alla reificazione della persona.<br />
Questo slittamento verso una personalità &#8220;fattica&#8221;, come dice José Bleger, disegna una regressione dell&#8217;essere sociale verso un modo di essere alienato in cui l&#8217;essere si riduce al fare e l&#8217;io si divide, come diceva Laing, in una parte legata a ciò che si fa o che siamo costretti a fare, ed una parte &#8220;vuota&#8221; che genera ansia e paura della libertà.<br />
Per esempio, un operaio è forza lavoro: capitale variabile da impegnare nel processo produttivo, ma è anche un soggetto rivoluzionario quando sciopera con gli altri operai e riempie il vuoto prendendo coscienza del suo essere sociale.<br />
Le storie alienate che si raccontano all&#8217;inizio di un gruppo provengono da questi ruoli posticci, sono monologhi che non implicano interlocutori ma solo spettatori silenziosi. Questi monologhi sono espressione del narcisismo che ostacola la costruzione di vincoli nel qui ed ora.<br />
Il monologo è favorito anche dal dispositivo del gruppo. Se, ad esempio, le persone sono disposte per file orizzontali con uno che vede tutti e tutti che vedono uno, come in chiesa o a scuola, è facile che qualcuno &#8220;salti in cattedra&#8221; e cominci a parlare come se dovesse fare una predica o un comizio.<br />
Quando invece le persone sono disposte sullo stesso piano e possono vedersi tutte ed interagire allora il monologare fa sì che ciascuno degli integranti intervenga come se fosse rivolto verso l&#8217;esterno del gruppo e parlasse da solo senza aspettare una interlocuzione.<br />
Il gruppo può rimanere in questa situazione in cui si presentano monologhi di storie alienate ricche di stereotipi fino a che non si comincia a sentire intimità fra gli integranti.<br />
L&#8217;intimità inizia quando si cominciano a percepire gli altri, all&#8217;inizio come in mezzo alla nebbia che poi si dirada e fa comparire volti, persone, corpi.<br />
Pichon Rivière, e con lui Armando Bauleo, parlano di mutua rappresentazione interna.<br />
Che cosa significa?<br />
Significa che la pressione del compito comincia a produrre degli effetti.<br />
Il tempo, lo spazio, le funzioni, come variabili indipendenti, fanno sì che il romanzo del gruppo, per dirlo alla Bachtin, non sopporti più la forma a monologo.<br />
Questa forma assomiglia all&#8217;assunto di base di dipendenza di cui parla Bion a proposito di situazioni che si ripetono inconsapevolmente nei gruppi.<br />
Ma, quello che ci interessa oggi, è capire come e perché avvenga il passaggio da una forma ad un altra.<br />
Sto pensando ad un gruppo come ad un insieme che non è la semplice somma delle parti.<br />
È qualcosa di più, con una propria forma in movimento, è &#8220;questo gruppo qui ed ora con me&#8221;.<br />
Perché questa realtà prenda coscienza di sé è necessario che si percepisca un dentro ed un fuori.<br />
Questa percezione è legata al campo in cui si presenta il gruppo, in quel campo, e solo in quel campo, si producono vincoli specifici fra gli integranti che fanno sì che ad un certo punto del processo caotico qualcuno si renda conto che in quell&#8217;incontro qualcuno manca.<br />
Questo è il segno che nel campo gruppale si è costituita una inter-soggettività.<br />
Il fatto che un integrante noti quella mancanza rompe uno stereotipo secondo cui non ha importanza chi c&#8217;è e chi non c&#8217;è, infatti non viene segnalata la mancanza di una funzione o di un ruolo. Manca una persona che aveva narrato un racconto di sé. Non manca la sua storia, il suo monologo alienato, che ora sta al posto della persona, manca il suo corpo, il suo sorriso, il suo odore, i suoi cenni, il suo modo di muoversi. Manca la sua singolarità, quella mancanza fa emergere, per associazione, altre mancanze che si sono presentate in altre situazioni.<br />
Quando in un gruppo si segnala una mancanza, si segnala contemporaneamente la presa di coscienza di una &#8220;mutua rappresentazione&#8221;, mutua perché quando si dice manca &#8220;tizio&#8221;, tutti gli integranti capiscono di chi si tratta, perché hanno internalizzato la matrice vincolare che costituisce il gruppo. Tizio sarà  simpatico a qualcuno, antipatico ad un&#8217;altra, qualcuno lo ricorderà per un tratto, un altro per un altro tratto. Ma se ne viene segnalata la mancanza significa che esiste nella trama vincolare di quello specifico gruppo, nella intersoggettività.<br />
La segnalazione esplicita un contenuto implicito: forse molti stanno pensando a tizio e a come mai non c&#8217;è in quel incontro, ma nessuno lo dice, molti pensano che non sia pertinente parlare di un assente, altri che se ne potrà parlare dopo al bar o nel corridoio, comunque fuori dal campo del gruppo e non con tutto il gruppo.</p>
<p>Perché qualcuno viola queste clausole mute?</p>
<p>Lo fa perché sente una pressione che proviene dal compito, ma anche dal gruppo.<br />
Quella pressione lo attraversa per la sua storia personale e gli fa sentire il desiderio e la necessità di enunciare il fatto che &#8220;oggi manca Tizio&#8221;, invece di riprendere il monologo stereotipato che si riferisce a situazioni, tempi e luoghi esterni al qui ed ora.</p>
<p>Quell&#8217;enunciato è un emergente, cioè un segno che l&#8217;interpretante riferisce al compito inteso come oggetto dinamico.<br />
Cioè, il compito di quel gruppo si rende manifesto attraverso l&#8217;enunciato di un integrante che si rivolge agli altri integranti nel qui ed ora, così procede il lavoro di autochiarimento del  gruppo, che non riuscirà mai ad esaurire il compito nel senso che l&#8217;implicito non si espliciterà mai totalmente.<br />
Infatti, il lavoro di esplicitazione genera continuamente nuovo implicito, così come la presa di coscienza produce nuovo inconscio.<br />
Però, l&#8217;enunciazione della mancanza di Tizio cambia l&#8217;ordine del discorso del gruppo, l&#8217;ha già cambiato solo per il fatto di esplicitarlo, quel fatto rompe la routine, e attraverso il varco si instaura un nuovo ordine, una nuova forma perché, ad esempio, un Caio diventa interlocutore di quel qualcuno che ha segnalato la mancanza di Tizio,<br />
&#8221; tu sai perché non è venuto?&#8221;<br />
Caio inaugura una diversa narrazione, l&#8217;inizio di una storia liberata, perché lo stereotipo si è rotto ed ha liberato una certa quantità di ansia, molti si stanno chiedendo &#8220;ma cosa succede?&#8221; Qualcuno si sente perseguitato da questa nuova situazione, qualcun altro rimpiange già la vecchia, molti sono confusi.<br />
La storia che si produce davanti a tutti  è fatta di un dialogo fra le due persone che si interpellano sulla mancanza di un terzo che viene sentito come appartenente al gruppo. Il dialogo fra i due pone gli altri nella posizione di sfondo come il coro nella tragedia greca, e la constatazione della mancanza di un terzo nella coppia dialogante crea in tutto il gruppo la sensazione di &#8220;speranzosa  attesa&#8221; del ritorno di Tizio, come se l&#8217;impasse in cui si trovano si risolvesse con un ritorno messianico.Bion chiama questa situazione che si ripete nei gruppi: assunto di base di accoppiamento.<br />
Ma è Bekett a descriverla in &#8220;Aspettando Godot&#8221;.<br />
Lì, i nostri due integranti del gruppo diventano Vladimiro ed Estragone e Tizio è Godot.<br />
Ma, ancora, non ci sono storie liberate, c&#8217;è l&#8217;attesa di un liberatore che non arriverà mai; per la concezione operativa di gruppo questa è ancora una situazione di pre-compito, sono già diventati un gruppo, la trama vincolare internalizzata fa riconoscere un interno ed un esterno, c&#8217;è una certa intimità che fa sì che le persone si riconoscano, non c&#8217;è più l&#8217;indiscriminazione dell&#8217;inizio fra il fuori ed il dentro e fra l&#8217;uno e l&#8217;altro dei partecipanti, tuttavia il clima di &#8220;speranzosa attesa&#8221; fa sì che il lavoro sul compito venga rimandato all&#8217;arrivo o al ritorno di chi manca. C&#8217;è la coscienza ma è una coscienza infelice.<br />
Quando &#8220;tornerà Tizio allora potremmo finalmente risolvere i nostri problemi&#8221; dice uno e l&#8217;altro ribatte &#8220;certo lui  sa come affrontarli ci può capire&#8230;.&#8221;<br />
Ora  l&#8217;alienazione non riguarda più una storia esterna al gruppo: un&#8217;ombra vista sulla parete della caverna, ora si parla di qualcuno che ritornerà, forse lo schiavo che si è liberato dalle catene del mito di Platone che, come è noto, quando torna non viene creduto e fa una brutta fine.<br />
C&#8217;è una altra via che appare quando qualcun&#8217;altro, ad un certo punto, interrompe il dialogo e dice: &#8220;si è vero che manca Tizio, ma noi possiamo prendere la Bastiglia anche senza di lui&#8221;<br />
Il noi trasforma il gruppo in un soggetto collettivo, il soggetto di una prassi.<br />
L&#8217;esempio della presa della Bastiglia è nella Critica della Ragione Dialettica; Sartre ci dice che l&#8217;individuazione di quello che noi chiamiamo compito ci fa uscire dalla serialità e fa nascere un gruppo in fusione. Cioè, un gruppo che lavora sul compito che si è dato implicitamente o esplicitamente. Qui non ci sono più storie alienate ma si tracciano storie liberate, non vi sono più monologhi né un dialogo ma una polifonia di voci e comportamenti che convergono sul compito.<br />
A volte &#8220;prendere la Bastiglia&#8221; è quello che succede in una fila che aspetta l&#8217;autobus quando c&#8217;è uno sciopero dei mezzi o quando, come nel film &#8220;Lista de espera&#8221;, si è rotta la corriera.<br />
O in una compagnia teatrale che deve mettere in scena una pièce, una squadra di calcio che deve giocare una partita, una équipe di un centro di salute mentale o una scuola che non riesce a capire qual è il suo compito e così via.<br />
Il compito è uscire dalla situazione, come nell&#8217;Angelo Sterminatore di Bunuel: diventare operativi, lavorare tutti in quel campo per il compito comune: trovare una via di fuga.<br />
Come ho già detto, il compito è un oggetto astratto che non si esaurisce mai e, talvolta, genera un progetto che permette di cambiare la situazione attuale verso una dimensione futura.</p>
<p>Rimini 20/10/2017</p>
<p><strong>Bibliografia</strong><br />
Enrique Pichon Riviere. Il processo gruppale. Lauretana<br />
Armando Bauleo. Psicoanalisi e gruppalità. Borla<br />
José Bleger. Simbiosi e Ambiguità. Armando<br />
Elliot Jaques. L&#8217;istituzione come sistema di difesa dall&#8217;ansia persecutoria e depressiva in Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore.<br />
Michail Bachtin. Dostoevskij.  Einaudi<br />
Wilfred Bion. Esperienze nei gruppi.  Armando<br />
Platone.  Opere. Bompiani<br />
C. Sanders Peirce. Opere. Bompiani<br />
Samuel Beckett. Aspettando Godot.  Einaudi<br />
Jean Paul Sartre. Critica della ragione dialettica. Il saggiatore<br />
Leonardo Montecchi. Varchi. Pitagora</p>
<p><strong>Filmografia</strong><br />
Juan Carlos Tabio.  Lista de espera<br />
Luis Bunuel. L&#8217;angelo Sterminatore</p>
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		<title>Dalla famiglia edipica alla famiglia gruppale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Sep 2017 11:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alejandro Scherzer I) Introduzione Il presente lavoro si propone di mostrare alcuni aspetti della vita quotidiana familiare di queste latitudini, così come alcuni ambiti d’applicazione e limitazioni psicoanalitiche nel comprendere e nell’operare nella clinica odierna. Secondo noi è impossibile &#8230; <a href="https://bleger.org/dalla-famiglia-edipica-alla-famiglia-gruppale/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium">di <strong>Alejandro Scherzer</strong></span></p>
<p><strong>I) Introduzione</strong><br />
Il presente lavoro si propone di mostrare alcuni aspetti della vita quotidiana familiare di queste latitudini, così come alcuni ambiti d’applicazione e limitazioni psicoanalitiche nel comprendere e nell’operare nella clinica odierna.<br />
Secondo noi è impossibile pensarla e intervenire senza un ECRO (Schema concettuale di riferimento e operativo) psicosociale. Si afferma ancora di più (almeno in me) la controversia pichoniana, “Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale”, e l’idea centrale che il denominato paziente è un emrgente di un funzionamento familiare particolare in ciascuna situazione. Ma anche di altre variabili che ora non è il caso di esporre.<br />
Ho pensato opportuno impostarlo con un evento psicoanalitico.</p>
<p><strong>II)</strong><br />
Dall’avvento della psicoanalisi nel nostro paese sono trascorse alcune decadi che hanno mostrato un cambiamento risaputo della società, delle tecnologie, delle famiglie di quel tempo in relazione alle famiglie attuali, del rapporto degli esseri umani con le loro circostanze, della costruzione della soggettività.<br />
Così, si sono istallati nella società nuovi temi e valori dell’essere umano:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">La riproduzione attraverso l’atto sessuale può essere evitata. Non c’è bisogno di copulare, si può optare per l’inseminazione artificiale, per la riproduzione in vitro.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La violenza familiare, l’insicurezza pubblica, i cambiamenti nel modi e nei mezzi di comunicazione, la manipolazione delle masse, ecc.</span></li>
</ul>
<p><span id="more-415"></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><strong>III) “Le famiglie di prima (‘Maracanà’)”</strong><br />
La famiglia montevideana del ‘50 (1950) era una famiglia tradizionale, consanguinea, con la parentalità e la genitorialità classiche: centrate sui genitori biologici e le loro rispettive famiglie d’origine che, fuggite dalla guerra, provenivano principalmente dalla Spagna, dall’Italia e dal resto dell’Europa.<br />
Tutti insieme, nel quartiere, con i vicini, con gli amici, vicino.<br />
Uno Stato benefattore.<br />
Era la ‘completezza’, non mancava niente, ‘la resistenza’.<br />
L’entrata nelle famiglie di nuovi membri, formando una coppia con qualcuno proveniente da famiglie di altri quartieri, non era facile.<br />
C’era una cultura della sessualità maschilista, della donna frigida, nella casa.<br />
Gli uomini trascorrevano buon tempo nel ‘gioco delle bocce’.<br />
L’alcool era un elemento indicatore di ‘machismo’, un anestetico dell’anima, un divertimento, per le alterazioni che produceva nella coscienza.<br />
Le donne non si potevano avvicinare a questi luoghi.<br />
Non era facile cambiare il modo di essere dei membri di una famiglia, soprattutto di quelli che detenevano il potere, il potere del denaro, il potere delle decisioni, il potere della forza fisica.<br />
Si partecipava di più alla messa, si utulizzava la confessione-assoluzione da parte del parroco.<br />
C’erano pregiudizi radicali contro i ‘negri’ e gli ‘ebrei’.<br />
Qualche malato con paralisi cerebrale, o sindrome di Down, o uno psicotico da curare.<br />
Non esisteva ‘parentela’ sociale, perché il divorzio, o la separazione, se anche erano legali – l’Uruguay fu avanti in questa materia – non erano istituti che circolavano con facilità in quell’epoca. Tutto il contrario, erano visti con pregiudizio.<br />
Il luogo della procreazione, della vita, era la famiglia.<br />
Non dimentichiamo che lo sterminio dei membri delle famiglie ebree nella Seconda Guerra Mondiale è stato principalmente di famiglie di procreazione biologica. Si ricercava la discendenza nell’albero genealogico.</span></p>
<p><strong>IV) Le nuove famiglie</strong><br />
Si sono avuti dei cambiamenti della famiglia nucleare, legale, del Registro Civile, della Chiesa, della Sinagoga, ecc., nel mondo di oggi.<br />
Le seguenti variabili si sono coniugate tra loro per dar luogo a combinatorie differenti:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">L’ovulo e lo spermatozoo nella provetta, la procreazione artificiale, le banche di embrioni, gli uteri in affitto.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le politiche dello Stato nella pianificazione familiare.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’adozione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le coppie omosessuali, il travestitismo.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le famiglie monoparentali, le famiglie gay.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La scelta dei nomi.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le donazioni di organi.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’apparizione in vita di alcuni dei bambini fatti sparire dalle dittature del Cono meridionale. Le distinte storie personali, l’accettazione o no del riconoscimento delle loro origini biologiche.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le Organizzazioni dei Diritti Umani, le Nonne e le Madri di Plaza de Mayo.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La storia di identitifcazione, la storia genetica, la genealogia.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’occupazione, la disoccupazione, la sottoccupazione, un mercato nazionale piccolo che offre meno possibilità economiche di altri paesi e predispone all’emigrazione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La marginalità, la vita nelle strade.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La vita nelle istituzioni di reclusione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La tossicodipendenza (consumo, traffico, ecc.).</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La maggior libertà della donna, il suo crescente inserimento nel mercato del lavoro.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Queste variabili hanno generato punti di inflessione nella società, nei costumi, nei riti, nei miti, nella costituzione e nell’organizzazione della famiglia.<br />
Nuove permissività, meno attaccamento ai modelli tradizionali, [le famiglie moderne, <em>ndt</em>] incoraggiano i loro membri a cercare altri spazi, altri vincoli.<br />
Costruiscono nuove famiglie che variano nel modo di costituirsi, di configurarsi e di organizzarsi.</span></p>
<p>Il gruppo famigliare non deve coincidere necessariamente con la famiglia nucleare.<br />
Famiglie di che estrazione sociale, culturale, economica?<br />
Di che quartieri?<br />
Nella scuola pubblica o privata?<br />
Come nominarle?<br />
Il tema di come nominare le famiglie di oggi, che sono differenti, nella conformazione e nel funzionamento rispetto alla famiglia tradizionale nucleare non è definito: assemblate, miste, ricostituite, moderne, combinate, seconde, terze, ecc.<br />
Le famiglie ‘assemblate’ sono nuovi input nella nostra società e nuove esperienze per molti abitanti di questa epoca.<br />
Si gestiscono in uno spazio mobile, itinerante.<br />
La cultura degli zaini (dove portano l’abbigliamento, oggetti e materiale didattico, da una casa all’altra) nei ragazzi delle medie e delle superiori è eloquente.<br />
Possiamo pensare a una famiglia attuale e a un’altra famiglia originaria? Dipende per quale membro, di quale gruppo famigliare.<br />
Qual è l’origine di ciascuno secondo i cognomi, nelle convivenze familiari?<br />
Come chiamare ciscuno dei luoghi, delle funzioni e dei ruoli?<br />
Matrigna, patrigno?<br />
Preferisco questa denominazione, sebbene la versione più conosciuta, proveniente dalle storie dei bambini, ruoti attorno alla morte del progenitore e all’usurpazione del posto del morto.<br />
Ai bambini, agli adolescenti e agli adulti, si pone un conflitto di lealtà, di gelosie, di invidie e rivalità, per quello che ciascuno fa, e per quello che vede che l’altro fa.<br />
Per la maggioranza dei bambini e degli adolescenti che arrivano al consultorio, la famiglia è il gruppo famigliare di origine biologica.<br />
La famiglia di convivenza (la famiglia di oggi) è quella che devono integrare, come possono. Con o senza aiuto psicologico.</p>
<p><strong>V) Famiglia e funzionamento familiare</strong><br />
Per fortuna, da qualche decennio insistiamo sul fatto che dobbiamo differenziare la famiglia come istituzione organizzatrice della società dal suo funzionamento, pensando e operando con la famiglia come gruppo umano.<br />
Tema complesso che, come sappiamo, ci riporta a questioni teoriche, tecniche, ideologiche, epistemologiche, dove si dirimono le differenze tra le correnti di pensiero in questo campo di pratiche.<br />
Ci sono gruppi familiari fondati dalla coppia tra due esseri umani (matrimoniale), ma ci sono famiglie che non sono fondate da una coppia o anche senza coppia.<br />
Coma ci sono anche coppie che non fondano alcuna famiglia.<br />
Famiglie dove i membri del gruppo familiare non hanno una relazione di discendenza diretta con la coppia coniugale, se questa è l’organizzazione che diede inizio a quella famiglia, e sì con altre forme, più moderne, di ‘parentela’.<br />
Prima della nuova convivenza la famiglia è un puzzle dove andare armati con i consulenti.<br />
Si può complessificare maggiormente la situazione se si aggiungono, alle famiglie di ciascuno dei membri della coppia, i nonni o le nonne che, per questioni economiche del mondo odierno, non hanno altro spazio fisico dove vivere.<br />
Queste nuove famiglie di costituzione multifamigliare hanno nuovi matrimoni, nuovi patrimoni, nuove parentele.<br />
E hanno un correlato inevitabile: un funzionamento gruppale complesso.</p>
<p><strong>VI) “I MIEI, I TUOI, I NOSTRI, I VOSTRI (che non solo soltanto miei, né solo tuoi, né solo nostri) VERSUS: I GRUPPI FAMILIARI”</strong><br />
Ancora si continua ad insistere con la genetica nella proprietà dei figli consanguinei.<br />
I miei, i tuoi e i nostri, detto così, è pensato dal biologico e dal discorso dei genitori verso i figli. A quanto pare, i proprietari dei bambini.<br />
De “i propri figli”.<br />
Allude ai figli come proprietà dal punto di vista di un discorso biologista-individualista (al massimo di coppia), del mondo adulto, di coloro che comandano, ordinano e non chiedono, a quei <em>“nani maledetti che giocano con il pallone”</em>, come dice Serrat.<br />
I miei sono soltanto miei, i tuoi sono soltanto tuoi, i nostri sono soltanto nostri, potrebbe essere una formula estrema in questo modo, nella quale i miei e i tuoi si trovassero, nella stessa frase, in correlazione con i nostri, con ciò che è in comune dei genitori adulti.<br />
Per la generalità delle persone, il titolo esprime in un gergo comune (e in qualche pellicola cinematografica) qualcosa che è sostanzialmente differente dal gruppo familiare.<br />
I miei bambini, i tuoi bambini, i nostri bambini, gli altri bambini, non saranno diversi?<br />
Sì, sono i diversi gruppi familiari dai quali transita durante i giorni della settimana, del mese e dell’anno.<br />
I miei bambini possono essere con la mamma e con il patrigno, con cui convive ed ha fratelli che sono, a propria volta, i nostri per lui.<br />
I miei con il suo papà e con la matrigna, con cui convive alcuni giorni e che ha pure fratelli, e/o fratellastri, che sono anche i nostri, per lui.<br />
Così, quando diciamo i nostri, questa questione collettiva-possessiva, di proprietà, a che cosa sta alludendo?<br />
Alle relazioni di consanguineità?<br />
Alle relazioni di parentela?<br />
All’appartenenza al gruppo familiare?<br />
Pensiamo al noi, dal luogo del gruppo familiare, in senso generico, o dai gruppi familiari (in senso stretto), lo decentriamo dalla ‘paternità’ esclusivamente biologica, per centrarlo nel luogo collettivo della Gruppalità familiare.<br />
Dei gruppi familiari di appartenenza di ciascuno degli integranti di questa situazione gruppale familiare che stiamo considerando.<br />
Un bambino di 9 anni, piangendo, dice in una sessione familiare a sua madre:<br />
<em>“io non voglio avere un’altra madre, non voglio andare a casa di mio padre, con l’altra donna, non voglio andare con papà, non voglio andare in quella casa… e quando ho la febbre si devono prendere cura di me… e non mi piace come mi trattano… non si prendono cura di me… devo vedere cosa faccio, dove vado, dove rimango”</em>.<br />
Una adolescente (17 anni):<br />
<em>“Io riconosco internamente come lei ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna… ha cambiato la mia relazione. La verità è che ha fatto un sacrificio, che non ha figli. Di chi siamo figli? Di chi sono i figli?”</em></p>
<p><strong>VII) Alcune regolarità</strong><br />
Nel lavoro clinico con queste ‘Nuove forme di coppie e famiglie’ abbiamo costatato alcune regolarità.</p>
<p><em>1ª constatazione</em><br />
Dell’impatto.<br />
Nel momento della costituzione delle nuove famiglie si ha un disconoscimento da parte dei protagonisti della trascendenza dell’impatto della decisione di convivere in questo modo, con queste nuove conformazioni familiari.<br />
Disconoscimento che il sentimento amoroso che ha fondato la coppia e che l’ha fatta stare insieme per più tempo, porta alla famiglia e a ciascuno dei suoi integranti differenti dispersioni, anche amorose e di affetto.<br />
Per ottenere un funzionamento minimamente soddisfacente nella sopravvivenza e nella convivenza familiare è necessario un <em>“pensiero strategico – interazionale – vincolante”</em> (Scherzer A., 2004, pag. 58, ‘Gruppo e società’).<br />
Ossia, strategie di interazione comune per arrivare a capo degli obiettivi-compiti prescritti dalla società e che ciascun gruppo familiare produrrà a proprio modo singolare e particolare.<br />
In questa analisi gruppale ci importa l’io (il soggetto desiderante prodotto), il noi, gli altri, il tu, il voi nell’io, e le variazioni di queste variabili: io, noi, altri, voi, loro, tra sé, dalle prospettive, le meta-prospettive e le meta-meta-prospettive (Scherzer A. 2004, p.55).<br />
Una adolescente racconta in una sessione individuale:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Anoche, la donna di mio padre, si vede che è molto calda, è venuta nella mia stanza e mi ha completamente turbata: guarda Cecilia, ho continuato a pensare e se hai bisogno che te lo dica, sai bene quello che sento: stiamo insieme per obbligo… io voglio unire la famiglia ma è invano… voglio che finché non me andrò vada tutto bene, ma sappi che sto cercando di cambiare questa casa,… e sai che quando tiro giù la tenda è un muro di acrilico e non di vetro…!”</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Carmen (45 anni) esprimeva, in una sessione, con i denti stretti:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“pensare che io prima dicevo che non avrei perso quello che ho costruito in questa famiglia. Che illusa… in realtà, che stupida!&#8230; Stava per esplodere, sapevo che la testa è come un granata: se prende una spina esplode”</em>.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
<em>2ª constatazione</em><br />
Chiarimenti.<br />
Costatiamo la mancanza di nomi, questa situazione innominata:<br />
<em>“È come un padre per me”</em>; <em>“È come un figlio per me”</em>; ha difficoltà ad essere simbolizzata nella vita familiare.<br />
In una sessione gruppale, con adolescenti fratelli che vivono in case differenti, si dà il seguente dialogo:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Per me papà è alieno, il mio patrigno è il mio papà”</em></span></li>
<li><span style="font-size: medium"><em> “Mio padre è un gestore di famiglia, non è né il capo di famiglia, né il padre di famiglia”.</em></span></li>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Per me, papà è papà”.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Allora, come stanno realmente le cose: all’origine della vita di un padre e nello sviluppo della vita di un patrigno?</span></p>
<p>La sovrapposizione immaginaria e reale nelle convivenze di differenti case, con differenti usanze, con altre storie personali e familiari, porta ad alterazioni nel funzionamento operativo e a situazioni di incertezza, di insicurezza, di angoscia, di mancanza di appoggi, di sostegno.<br />
Dunque, che cosa deve essere chiarito? E, come abbiamo visto:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Le nuove conformazioni, integrazioni delle famiglie di oggi, i molteplici nuovi riferimenti familiari, le molteplici nuove appartenenze gruppali famigliari, le molteplici convivenze: la casa, lo spazio, il tempo, il denaro, ecc.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le responsabilità nei nuovi ruoli e funzioni per i compiti familiari.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Chi educa? Chi decide? Chi sceglie la scuola?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">E l’attenzione alla salute? Chi la paga? Chi supporta? Chi si prende cura?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Che cosa succede con il patrimonio: con i beni materiali, con il denaro per la sopravvivenze di ciascun gruppo familiare?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">C’è un fondo comune con il denaro per i figli dell’altro coniuge?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Chi decide i luoghi, chi proibisce un’uscita, il condividere (o no) uno spazio della casa?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Come si coinvolge ciascuno nel rapporto con gli altri?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Ci sono problemi con le transazioni da un gruppo a un altro, nell’individuare qual è la famiglia per ciascuno, con la funzione di parentela?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Questo si vede tanto nei bambini come negli adulti.<br />
Queste difficoltà producono sofferenze, depressioni, angoscie, disturbi dell’apprendimento, disturbi della condotta, disturbi dell’attenzione, un contatto umano superficiale, e favorisce il consumo di sostanze addittive.<br />
Soprattutto, droghe che cercano di stordire il soggetto, per calmare l’angoscia di non capire, per cercare di non stare nell’ambiente, di dissociarsi, di evadere.<br />
Si rende fondamentale un’istanza comune, congiunta, condivisa, di chiarimento e, se si può, di accordo tra le diverse prospettive di ciascuno dei membri familiari, sui gruppi familiari di ciascuno degli integranti di questo nuovo gruppo familiare.<br />
Ci sono temi familiari di cui si può parlare e che possono essere detti soltanto in presenza dell’altro e, più particolarmente, in una sessione familiare.<br />
Altre volte, prima individualmente e poi incorporando gli altri, <em>“coloro che possono e vogliono”</em>, come diceva Pichon-Rivière.<br />
In un trattamento individuale è impossibile visualizzare e avvicinare le differenti prospettive.<br />
Le contraddizioni, la coerenza delle azioni, i luoghi, la circolazione del potere, i vecchi schemi, i cambiamenti di costituzione dei gruppi familiari, ecc., che ne parlino tra loro, uno (gli uni) di fronte all’altro (agli altri), insieme.<br />
In queste nuove famiglie esploriamo le possibilità che gli integranti possano pensare il proprio funzionamento in unità non soltanto individuali, ma in unità collettive, gruppali, familiari.<br />
La presenza fisica delle persone è necessaria per considerare le variabili gruppali-familiari, a differenza dei sogni che obbediscono a logiche di personaggi (mondo interno) e non di persone.<br />
Il mondo interno e il mondo esterno, i produttori e i prodotti, degli altri, nostri, e di se stessi, dipendono, sostanzialmente, dalla buona gestione di queste variabili gruppali e familiari.<br />
Il non chiarimento di questi temi nel funzionamento gruppale – e da lì deriva il concetto di chiarificazione vincolare familiare cui abbiamo accennato (Scherzer A. 2006, Inedito) -, produce effetti nel funzionamento della persona, nel suo stare al mondo.<br />
Influisce sulla circolazione dell’energia: la permette, la impedisce, la frena, la distorce, la regola, la permea.<br />
Quando non c’è reale supporto familiare si cercano altri supporti, altri riferimenti.</span></p>
<p><em>3ª constatazione </em><br />
Economie.<br />
Nelle famiglie nelle quali c’è un alto livello di confusione gruppale familiare (vedere dopo) costatiamo: un minor esercizio della sessualità tra i coniugi, una maggior enfasi sulle variabili economiche e finanziarie nel funzionamento familiare.<br />
Quando queste coppie e queste famiglie assistono ad una terapia, parlano molto più del denaro, della costituzione familiare, delle variabili gruppali familiari, che della sessualità tra loro.<br />
La coppia, con poco erotismo, dovuto alla stanchezza, per il multilavoro, per lo svolgimento della donna di molteplici ruoli in seno alla famiglia, deve affrontare, paradossalmente, un aumento dell’erotismo proveniente dall’esterno della famiglia: internet, la televisione, ecc.<br />
È che la sessualità della coppia inizia ad essere relegata a causa del consumo energetico, per la costituzione e la costruzione della vita gruppale familiare, della vita quotidiana nelle nuove case.<br />
Le seguenti variabili complessificano la comprensione della situazione familiare che vediamo nelle consultazioni, tanto individuali, che di coppia, come familiari:<br />
A. i periodi (fasi) della vita familiare,<br />
B. i momenti della vita familiare,<br />
C. le prospettive di ciascuno degli integranti dei gruppi familiari sui gruppi familiari che sono in gioco nella costruzione della soggettività di ciascuno, in conseguenza della convivenza, del condividere – del vivere con (convivere) -, la propria vita quotidiana.<br />
D. Del livello di intensità dell’esperienza di ‘svalutazione’ della famiglia attuale in rapporto al luogo gerarchizzato della famiglia progenitrice del passato. Alcuni sentono e/o li fanno sentire ‘familiari di seconda categoria’ in rapporto ai progenitori, nonostante la loro riconosciuta incidenza nella vita gruppale familiare attuale.</p>
<p><em>4ª constatazione</em><br />
“Allineamento” dei sentimenti di appartenenza con l’appartenenza reale<br />
È il tentativo di chiarire le prospettive, meta-prospettive e meta-meta-prospettive, i sentimenti di appartenenze gruppali familiari nel loro incontro con l’appartenenza reale.<br />
Poter nominare quello che sono tra loro (Bauleo è presente in questi temi).<br />
Questo favorisce le relazioni familiari, alleviando la sofferenza e il patimento di tutti gli integranti del gruppo familiare in gioco.<br />
Quanto più coincidono il sentimento di appartenenza con l’appartenenza reale, meglio sarà la propria disposizione alla convivenza e alla qualità della stessa.<br />
Quanto sarà facile trovare un codice comune tra gli integranti familiari se non esistono parole che nominino i distinti luoghi in queste famiglie attuali!<br />
Non c’è neanche una legislazione, ancora, per queste convivenze familiari che disponga, chiaramente, i diversi tipi di alleanze, il luogo, i ruoli e le funzioni parentali, le appartenenze materiali, le proprietà, il denaro, la parentela, ecc.</p>
<p><strong>VIII) Di madre ce ne è una sola?</strong><br />
Sembra che ci siano varie paternità e maternità.<br />
Una volta un professore di ginecologia di Barcellona disse, in una relazione alla radio, che immaginava di trovarsi con un bambino che lui aveva assistito come medico ostetrico e gli diceva così:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Ti presento qui la tua madre genetica, qui la tua madre di ventre, qui la tua madre di educazione dei primi mesi (che è una pseudo infermiera) e la tua madre educativa, che ti ha adottato”.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Per lo meno quattro madri, considerando la famiglia nucleare.<br />
Ci sono bambini istituzionalizzati (rifugi) che possono arrivare ad avere più figure materne e/o paterne.<br />
Allora, di madre ce ne è una sola? Questa è la domanda.</span></p>
<p><strong>IX)</strong><br />
Nello spazio familiare:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Come si distribuisce lo spazio nell’intimità, democraticamente o no? Come si circola all’interno della casa?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Come si è vestiti di fronte all’altro?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">I figli come pensano agli altri bambini della famiglia?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Sono fratelli, mezzi fratelli, che cosa sono?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Possono comprendere e sostenere una storia con un gruppo familiare, un’altra con un altro gruppo familiare e un’altra storia con altri gruppi familiari?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">E che cosa accade con la frase di Martin Fierro, <em>“che i fratelli siano uniti, questa è la prima legge”</em>? Come la pensiamo nelle famiglie di oggi?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
<strong>X) Paure basiche</strong><br />
In queste nuove famiglie si generano attivazioni delle paure basiche.<br />
Le paure familiare si intrecciano con le paure sociali.<br />
Angoscie confusionali per il fatto di rimanere come “con la testa fra le nuvole”, con pochi appoggi di fronte ai cambiamenti, alle modifiche dell’identità.<br />
Paura che possa accadere qualcosa ai figli.<br />
Angoscie persecutorie per l’avvento dello sconosciuto di fronte ai cambiamenti nelle forme di organizzazione e funzionamento delle famiglie.<br />
Paure della perdita degli affetti familiari, mancanza di protezione, impotenza economica, segregazione sociale per il fatto di non avere un’appartenenza familiare tradizionale, o per la ‘macchia’ della separazione.<br />
Paura della sofferenza per le perdite delle organizzazioni conosciute. Timori di ‘sprecare’ il tempo e lo sforzo che porta a costruire una nuova organizzazione familiare.</span></p>
<p><strong>XI)</strong><br />
Una maniera soddisfacente di portare avanti un progetto familiare comune è: tra tutti noi.<br />
Non è soltanto tra tutti, né tra noi, ma tra tutti noi. E, successivamente, con piccoli cambiamenti e piccole conquiste.<br />
Non è semplice, né tutti possono farcela con tante variabili: storiche, genetiche, familiari, incrociate simultaneamente.<br />
Metodologicamente, nella consultazione, lavoriamo con il transfert diretto, laterale e istituzionale, con il controtransfert e l’implicazione.</p>
<p><strong>XII) Deviazioni</strong><br />
A) La famiglia tradizionale e le famiglie attuali, nella loro costituzione, hanno vantaggi e svantaggi.</p>
<p>Oscillano su un asse di tensione che possiamo schematizzare in questo modo: nelle famiglie tradizionali: si ha maggior stabilità apparente, meno angoscia, meno rischi di mobilizzazione psichica, meno paure.<br />
Soffrono, dopo un periodo di attività, una deviazione nel loro funzionamento che chiamiamo ‘Quadro di intossicazione fmailiare’ (Scherzer A. 2004, inedito), imparentato con quello delle ‘famiglie agglutinate’ di Bleger, nelle quali sottolineiamo il carattere tossico che può avere la convivenza in questo tipo di famiglie.<br />
Dicono nelle sessioni:<br />
<em>“… siamo intossicati (passati) di famiglia, i miei genitori vivono soltanto per la famiglia e per noi. Non pensano mai a loro, non escono, non si divertono, noi siamo il loro divertimento”.</em><br />
Sono frequenti i tentativi di autoeliminazione, il diabete, l’alcoolismo.<br />
Queste famiglie tradizionali, di costituzione classica, sono state studiate, storicamente, da un teoria egemonica in questo campo: la psicoanalisi, con il complesso di Edipo e la sessualità infantile come elementi centrali della sua indagine.</p>
<p>Teoria e tecnica che, sole, senza articolarle con altre teorie e tecniche, non sono sufficienti per intervenire adeguatamente sulla quantità delle variabili presenti.<br />
È necessario includere variabili: gruppali, istituzionali, in dialogo con altre discipline.</p>
<p>B) Una deviazione poco desiderata nelle famiglie attuali ci ha portato alla descrizione di un altro quadro clinico: il “quadro di confusione gruppale familiare”.<br />
Una maniera possibile di pensarlo è mediante un indicatore: il livello di Confusione gruppale familiare.<br />
Lo esploriamo con queste variabili e lo valutiamo qualitativamente continuando a lavorare con essi:<br />
a) Chi è il noi?<br />
b) quanti noi ci sono?<br />
c) come si chiamano? Come si autodenominano?<br />
d) Che cosa credono di essere?<br />
e) Che cosa ciascuno crede che sia la parentela con l’altro?<br />
f) Che domicilio ‘ufficiale’ hanno?<br />
g) Qual è la casa preferita?<br />
h) C’è l’abilitazione di un padre in rapporto alla funzione che adempie l’altro ‘padre’?<br />
i) Il ‘titolo’ di padre chi lo concede? Si auto-concede?</p>
<p><strong>XIII) Vantaggi</strong><br />
Queste famiglie attuali, nonstante le paure che generano e le differneze che producono, ci mostrano che hanno vari punti a favore:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">una maggiore offerta di identificazione, un possibile arricchimento di identificazione,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">i suoi integranti possiedono molteplici appartenenze gruppali,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">c’è un aumento dell’offerta di altri appoggi,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">più apertura di ‘testa’ ai fini dell’integrazione sociale con più gente,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">più ‘parentela’,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">nuove figure nella vita di ciascuno,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">miglioramenti economici e patrimoniali, in alcuni casi.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Diceva una adolescente (17 anni):<br />
<em>“Io riconosco internamente come essa ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna. È cambiato il mio rapporto con la gente. La verità è che ha fatto un sacrificio e quello perché non ha figli”.</em><br />
Nonostante i suoi modelli, la famiglia come istituzione, in questa società, è ancora in piedi. E sembra ogni volta più necessaria.<br />
L’identità, il supporto, gli affetti, l’educazione, il finanziamento economico per le differenti attività della vita, le cure per la sopravvivenza, si generano primordialmente – anche se non esclusivamente – in questo quadro.<br />
Uno ascolta nei <em>reportage</em> della radio e della TV di come i giocatori di calcio, o di altri sport, gli artisti, ecc., dedichino i propri trionfi e le proprie conquiste ai propri familiari e, nelle sconfitte, si affidino di più ai loro familiari che ai dirigenti sportivi delle loro rispettive istituzioni.</span></p>
<p><strong>XIV) Interrogativi alla teoria psicoanalitica classica</strong><br />
Cinquanta anni dopo, facciamo alcune precisazioni che confermano l’attualità del pensiero clinico di Pichon-Rivière.<br />
La famiglia che ha considerato Enrique Pichon-Rivière era quella della sua epoca nel Rio de la Plata: la famiglia nucleare costituita da madre, padre, figlio.<br />
È che non esisteva il divorzio legale in Argentina.<br />
In Uruguay era legalizzato ma non veniva praticato. Era mal visto nelle differenti classi sociali, particolarmente nella classe media e alta, dove si preferiva vivere con ipocrisia prima che la propria decisione potesse produrre qualche forma di segregazione sociale.<br />
Non esistevano le conformazioni familiari del mondo odierno.<br />
La definizione è stata pernsata da lui per operare nel campo della Salute mentale, quello della psichiatria di quel tempo.<br />
Enrique Pichon-Rivière ha posto il funzionamento della famiglia come Gruppo Operativo, in base a tre ruoli diffenerenziati: madre, padre, figlio. Per lui, e per la sua formazione psicoanalitica, questi ruoli differenziati potevano – e possono – pensarsi, erroneamente, come riferiti al Complesso di Edipo.<br />
Ma questi ruoli hanno lo scopo di realizzare obiettivi-compiti del gruppo familiare. Qui sta la differenza con altri autori.<br />
Deleuze e Guattari, ne “L’anti-Edipo”, hanno criticato duramente le <em>“terre familiari dell’Edipo”</em> della psicoanalisi e il modo di pensare psicoanaliticamente la produzione desiderante.<br />
È un peccato che non abbiano incluso, là, le idee di Enrique Pichon-Rivière, che erano antecedenti a quei postulati.<br />
Sono una risposta concreta ai loro interrogativi.<br />
Le idee di Enrique Pichon-Rivière decentrarono il modo di produzione desiderante dal Complesso di Edipo alle terre del Gruppo Umano, della Gruppalità Familiare. E con esso, al Gruppo Familiare.<br />
La famiglia gruppale ha obiettivi-compiti prescritti dalla Società, con ruoli e funzioni in rapporto a ciascun compito da realizzare.<br />
È da qui che l’intervento clinico diventa sempre più efficace.<br />
Diremmo, più precisamente, che quello “denominato paziente” è un emergente della dinamica dei suoi gruppi familiari e i ruoli diffenrenziati e funzionali servono per adempiere gli obiettivi-compiti prescritti dal sistema sociale e fondanti il Gruppo Familiare.<br />
Il Complesso di Edipo non è, di per sé, una famiglia, né un gruppo.<br />
Colora il funzionamento psichico, ma non lo costituisce in forma esclusiva.<br />
Storicamente, si riferisce il desiderio inconscio a situazioni familiari di consanguineità.<br />
Il complesso di Edipo freudiano omette, nella considerazione della costruzione della soggettività, il rapporto del soggetto con le sue circostanze.<br />
Non include l’analisi di temi come il potere, il denaro, la solidarietà, la famiglia, il gruppo, le istituzioni, ecc.<br />
Per quale motivo la famiglia è una dimensione omessa o poco considerata dagli autori psicoanalitici?<br />
Forse perché Freud non ha gerarchizzato nella sua teorizzazione sul Complesso di Edipo la dimensione gruppale familiare: Edipo Re (quello di Sofocle) era adottato!!!<br />
L’analisi della vita intra-psichica centrata sul complesso di Edipo porta a pensare che i pazienti vivano una realtà decontestualizzata e parziale.<br />
Neanche Freud ha evidenziato che Edipo fu re.<br />
Non ha preso in considerazione, dunque, la possibilità di includere le variabili politiche.<br />
Né il fatto che appartenne a due famiglie reali: quella di Corinto e quella di Tebe.<br />
La Realtà è economica, politica (disoccupazione, la svalutazione della moneta, l’‘impunità’ dello Stato, ecc.) sociale, culturale, di genere, e non solo desiderante.<br />
Quindi, l’analizzatore denaro è tanto importante come unità di analisi dei processi vincolari:<br />
sono padroni o operai?<br />
Uomo o donna?<br />
Chi ha il potere delle decisioni all’interno della famiglia?<br />
Chi paga la terapia?</p>
<p>Qualche anno fa ho ascoltato in un Congresso rioplatense, uno psicoanalista che disse che siccome lavorava con il complesso di Edipo dei suoi pazienti nell’analisi individuale, e siccome il complesso di Edipo è nella famiglia e la famiglia è un’istituzione, lui era un’analista istituzionale.</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Quali sono i rapporti tra Psicoanalisi e Psicologia Sociale?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Di che famiglia parliamo?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Con che parametri di salute?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Con quali strumenti operare?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
La tecnica psicoanalitica ortodossa della regressione transferenziale, fomentando la creazione di una nevrosi transferale per analizzare i contenuti edipici inconsci è ancora vigente?<br />
Pensiamo che già non sia vigente per tutti i casi clinici, come era una volta, nelle decadi dal 1950 al 1980. Seguiamo Deleuze e Guattari nelle loro impostazioni critiche sul modo di produzione desiderante mediante l’edipizzazione del soggetto.<br />
Il lavoro con i Gruppi e, soprattutto, con gruppi di integranti psicotici, ci ha mostrato un cambiamento inevitabile nelle teorizzazioni del lavoro clinico da una prospettiva psicoanalitica.<br />
Non si possono più trascurare gli apporti psicosociali.<br />
Ci ha portato a testimoniare situazioni inattese, come l’evitamento deliberato, da parte degli adolescenti di un gruppo terapeutico, di parlare di questioni vincolate con la loro vita familiare e, ancor meno, con quelle edipiche.<br />
Ciò che più importava loro era capire le variabili istituzionali, cioè dove erano, che cosa facevano nell’istituzione, come era la sua organizzazione, come collocarsi nella realtà istituzionale che trascendeva la realtà familiare.<br />
Pensiamo che sia possibile un’integrazione concettuale di aspetti della teoria Psicoanalitica freudiana, della Psicologia Sociale di Pichon-Rivière e dei suoi discepoli, degli apporti della Psicoanalisi Gruppale di René Kaes ed i suoi collaboratori, della Percezione Interpersonale di Ronald Laing, delle tematiche di Genere che sollevano gli autori come Juliet Mitchell, Jessica Benjamin, Ana M. Fernandez, Eva Giberti, Irene Meler, S. Bleichmar, E. Dio, ecc.<br />
C’è abbastanza lavoro per andare avanti. Ora siamo qui.<br />
Per il finale.<br />
<em>“La famiglia è un maggior puntellamento della madre”</em>, disse un paziente.<br />
Una madre può psicotizzarsi, ammalarsi, morire, ma è più difficile che si disintegri tutto un gruppo familiare di appartenenza. Contiene più persone, più variabili in gioco e più ‘nodi’ che legano e sostengono gli integranti tra sé.</span></p>
<p>Gennaio, 2011</p>
<p>1. Il presente articolo è l&#8217;aggiornamento diel lavoro presentato alla Tavola Rotonda “Vita quotidiana: nuove forme di coppia e famiglia” del V Congresso di AUDEPP (Associazione Uruguaiana di Psicoterapia Psicoanalitica) nel maggio 2009</p>
<p>2. Alejandro Scherzer è dottore in psicologia. Uruguay. <a href="mailto:alescher@adinet.com.uy">alescher@adinet.com.uy</a></p>
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		<title>L&#8217;emergente nella scienza o la scienza dell&#8217;emergente</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2017 09:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Montecchi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Vedi là Farinata che s&#8217;è dritto: da la cintola in sù tutto &#8216;l vedrai». Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s&#8217;ergea col petto e con la fronte com&#8217; &#8230; <a href="https://bleger.org/emergente-nella-scienza-o-la-scienza-dell-emergente/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?<br />
Vedi là Farinata che s&#8217;è dritto:<br />
da la cintola in sù tutto &#8216;l vedrai».</em></p>
<p>Io avea già il mio viso nel suo fitto;<br />
ed el s&#8217;ergea col petto e con la fronte<br />
com&#8217; avesse l&#8217;inferno a gran dispitto.<br />
(La divina commedia, Inferno, Canto X, 31-36)</p>
<p>Venti anni fa Armando Bauleo scriveva nella prefazione del testo “Cambiare : il modello operativo del Sert di Rimini”:<br />
<em>&#8220;Fu creata una Scuola di Prevenzione per formare operatori nel difficile ambito della prevenzione e della psicoigene. Emergente dell&#8217;esperienza, la scuola simbolizza la necessità di organizzare un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione, affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti&#8221;</em></p>
<p>Cercherò di affrontare l&#8217;argomento dell&#8217;emergente dal punto di vista della scuola, cioè come una elaborazione dell&#8217;esperienza che non sia il semplice racconto aneddotico ma nemmeno una evidenza basata su studi controllati o una metanalisi. È un altro metodo.<br />
Al centro di questa comunicazione sta il concetto di emergente che non nasce prima del fenomeno o meglio del fatto.<br />
Ci sono fatti, accadimenti, eventi che non sono emergenti e altri che lo sono, dunque possiamo considerare emergente un tipo particolare di fatto o di accadimento.<br />
In questo modo di procedere seguo le prime due proposizioni del Tractatus di Wittgenstein, filosofo che Armando Bauleo studiava anche per la sua amicizia intellettuale con Aldo Gargani che è stato più&#8217; volte invitato a tenere seminari all&#8217;Istituto Internazionale di Psicologia Sociale di Venezia.<br />
Dice Wittgenstein:<br />
<em>1. il mondo è ciò che accade<br />
1.1 il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose</em><br />
<span id="more-388"></span><br />
Dunque la <em>&#8220;totalità&#8221;</em> dei fatti, degli accadimenti, costituisce il mondo e per tornare a noi l&#8217;emergente è prima di tutto un fatto, un accadimento, un evento.<br />
Dico accadimento perché l&#8217;emergente accade, o è accaduto nel mondo, appartiene dunque alla dimensione dell&#8217;esperienza, non è un <em>&#8220;flatus vocis&#8221;</em>, una emissione di fiato un segno privo di referente. Ha una sua realtà che è indipendente dal nome come<br />
dice Giustiniano <em>&#8220;nomina sunt consequentia rerum&#8221;</em> cioè prima viene il fatto, poi il concetto.<br />
Se l&#8217;emergente è un fatto non è una cosa ma, sempre per citare Wittgenstein <em>&#8220;il sussistere di uno stato di cose&#8221;</em>, perché per la cosa è essenziale la relazione in uno stato di cose.<br />
Dunque perché sussiste un certo stato di cose e non un altro? Cioè: che cosa fa si che ad un certo punto, in un mondo accada un evento e non un altro?<br />
Questa domanda ci pone nella dimensione della causalità cioè della concatenazione di eventi, ora, tralasciando tre delle quattro cause della concezione aristotelica, ci concentreremo sulla quarta e cioè la causa efficiente.<br />
Per causa efficiente si intende ciò che ha prodotto l&#8217;evento.<br />
In questo caso dobbiamo isolare due eventi, il primo che chiameremo causa ed il secondo che chiameremo effetto, i due eventi sarebbero vincolati da un <em>&#8220;nesso causale&#8221;</em> tale per cui il primo sarebbe antecedente e il secondo conseguente.<br />
Questa relazione vincolare è una implicazione necessaria.<br />
Massimo Bonfantini nel suo apologo sulle tre inferenze di Peirce mette in scena un uomo del neolitico che chiama Petrus Petrosus che è fermo a pensare mentre fuori dalla sua caverna piove. <em>&#8220;Piove&#8221;</em> &#8211; osserva &#8211; <em>&#8220;e il terreno si bagna&#8221;</em>.<br />
Questi due eventi sono connessi in una legge che li collega necessariamente un &#8216;se &#8211; allora':<br />
<em>&#8220;se piove allora il terreno si bagna&#8221;.<br />
</em>Ossia la pioggia produce il terreno bagnato.<br />
Un evento ( la pioggia) causa un altro evento (il terreno bagnato).<br />
Ma questi eventi sembrano implicarsi reciprocamente per questo quando Petrus vede che inizia a piovere capisce che il terreno si bagnerà cioè è in grado di formulare una previsione per via della legge della causalità.<br />
Tuttavia, come ci racconta argutamente Bonfantini una mattina il Petrosus vede il terreno bagnato e consapevole della legge causale scommette le pelli che ha conservato  che durante la notte c&#8217;è stata la pioggia ma purtroppo per lui, perde tutto perché l&#8217;evento antecedente non è stata la pioggia ma un branco di elefanti che dopo avere bevuto nel fiume hanno scaricato l&#8217;acqua sul terreno bagnandolo.<br />
Ossia, ci dice Peirce, non sempre un evento conseguente è legato ad un solo altro evento antecedente, quello più frequentemente osservato e ne diventa necessariamente l&#8217;unica causa efficiente, ma l&#8217;evento può essere prodotto da una serie di cause di cui è possibile ipotizzarne una.<br />
Ma questa ipotesi non è sufficiente, per stabilire il vero nesso causale è necessaria una ricerca perché l&#8217;ipotesi sia confermata o smentita.<br />
Dunque un evento si manifesta nel mondo in un certo tempo ed in un certo punto dello spazio, può trattarsi di un vaso che cade o il sorgere del sole.<br />
Nello spazio-tempo ogni punto si può indicare con quattro coordinate, tre definiscono la posizione nello spazio e la quarta indica un preciso momento temporale.<br />
Dunque un evento è un fatto accaduto in un preciso luogo in un preciso tempo.<br />
Dunque se un evento compare: il vaso che cade, ci deve essere un altro evento antecedente che lo causa, nel senso di produrlo: un urto .<br />
Il vaso si muove perché è stata applicata una forza che l&#8217;ha mosso e fatto cadere. Questo è il famoso principio di inerzia della meccanica galileiana<br />
Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso.</p>
<p>Tuttavia questo principio, che è alla base del determinismo e del meccanicismo, il nesso necessario causa-effetto che per Isaac Newton è una legge naturale è negato da David Hume che contesta radicalmente che fra due eventi A e B di cui l&#8217;uno precede e l&#8217;altro segue si possa instaurare un nesso causale necessario. Per lui la frequenza della associazione non ne definisce la necessità, come abbiamo visto nelle inferenze di Peirce , che il terreno si bagni quando piove non significa necessariamente che tutte le volte che troviamo il terreno bagnato precedentemente sia piovuto, perché possono essere passati gli elefanti ecc., ecc.</p>
<p>Per Hume i nessi fra gli eventi si costituiscono sulla base di abitudini.<br />
Non esiste un principio di uniformità in natura che si faccia carico di considerare immutabili certi nessi associativi molto frequenti.</p>
<p>Così Hume decostruisce Il nesso di causa effetto come fatto reale  e ne mostra l&#8217;aspetto abitudinario, immaginario. Così  anticipa Peirce quando sostiene che l&#8217;abitudine associativa è uno dei modi in cui si fissa la credenza.<br />
Come ha svegliato Kant dal sonno dogmatico così il pensiero scettico di Hume ci può servire per uscire dal materialismo meccanicista che considera gli eventi separatamente e li inserisce in una concatenazione determinista di causa effetto che sembra un elemento della realtà ed invece non riesce a comprendere la complessità dell&#8217;evento.<br />
La causalità lineare, meccanica, non prende in considerazione il contesto perché isola gli eventi e li concatena come antecedente e conseguente secondo una idea cronologica del tempo che prevede una successione di istanti lungo una linea.<br />
La complicazione ha inizio quando si prendono in considerazione eventi che non appartengono al piano fisico o meglio l&#8217;ambito dell&#8217;evento si amplia alle reazioni chimiche.<br />
Stuart Mill nel 1843 scrive nel suo “System of  logic” che un insieme di cause fisiche si sommano nell&#8217; effetto che si ottiene.<br />
Per questo lui parla di  effetto omopatico.<br />
Ma se prendiamo in considerazione i reagenti chimici come la causa di un effetto, cioè il prodotto della reazione chimica, ci accorgiamo che il risultato non è dato dalla somma delle parti che compongono la reazione. C&#8217;è un <em>plus</em> che non si ritrova nei reagenti di partenza. Mill parla, a questo proposito, di effetto eteropatico che modifica qualitativamente le leggi che governano il corpo in questione.<br />
Ma le leggi della dialettica dell&#8217; idealismo tedesco avevano già affrontato questa questione con il concetto di totalità.<br />
La totalità è di più&#8217; o qualche volta anche di meno della somma delle parti.<br />
L&#8217;introduzione del concetto di totalità ci permette di uscire dalla idea della causalità lineare e di entrare nella dimensione della retroazione degli effetti sulle cause che li hanno prodotti.<br />
Dobbiamo distinguere due grandi correnti che attraversano il pensiero attorno al tema dell&#8217;evento: il materialismo e l&#8217;idealismo.<br />
Per il materialismo l&#8217;evento è esterno al soggetto, appartiene alla dimensione della realtà, ed è sottoposto alle leggi della causalità, ma non per Hume.</p>
<p>Per l&#8217;idealismo invece l&#8217;evento è puramente mentale è un peculiare modo di manifestazione dello spirito nel suo processo di sviluppo. La causalità è circolare nel senso che gli effetti possono retroagire sulle cause.<br />
Queste due linee di pensiero trovano il proprio limite nell&#8217;analisi dell&#8217;emergente.<br />
Cosa intendiamo per emergente?<br />
Se passiamo dai fatti chimici, di cui abbiamo parlato, alla biologia la complessità si impadronisce di noi.<br />
Charles Darwin ha dimostrato che la natura non è statica ma che subisce nel corso del tempo dei processi di cambiamento da lui chiamati evoluzione.<br />
Durante questa evoluzione naturale sono comparsi i vegetali, poi gli animali, che a loro volta hanno subito processi evolutivi e così via.<br />
Sembrerebbe la scoperta della evoluzione dalla materia, però in questo materialismo è impossibile applicare la causalità lineare. Ad esempio la comparsa dell&#8217;uomo non si spiega con un nesso causa effetto, così come la comparsa della mente, della coscienza e della coscienza della coscienza o autocoscienza. Di questi processi evolutivi intesi come <em>&#8220;salti di qualità&#8221;</em> si può parlare solo se si esce dalla logica formale aristotelica basata sul principi di identità di non contraddizione e di terzo escluso.<br />
All&#8217;interno della logica formale non è possibile comprendere come <em>&#8220;emerga&#8221;</em> l&#8217;essere umano da una natura che non lo contiene in nessuna delle sue parti. Per questo ci sono ipotesi di interventi esterni, dal Creatore, fino al monolito alieno di 2001 odissea nello spazio.</p>
<p>Emergente è dunque un evento la cui causalità non è lineare e che compare in un preciso momento in una certa situazione i cui elementi, presi separatamente e sommati non rendono conto di questo emergente che ridefinisce la situazione totale con un l&#8217;aggiunta di un plus che non c&#8217;era.</p>
<p>Dunque l&#8217; emergente non può essere capito partendo dagli elementi che compongono la situazione da cui emerge, ma è partendo dall&#8217;emergente che si capiscono gli elementi della situazione.</p>
<p>Scrive Marx nella “Introduzione alla critica dell&#8217;economia politica” del 1857:</p>
<p><em>“L’anatomia dell’uomo ci dà una chiave per l’anatomia della scimmia. Gli accenni ad una forma superiore che vi sono nelle specie animali inferiori possono essere compresi solo se quella forma superiore è già conosciuta”</em></p>
<p>Marx ed Engels introducono la dialettica nel materialismo e soprattutto chiariscono la legge della trasformazione della quantità in qualità attribuendo un valore positivo alla contraddizione.</p>
<p>Scrive Engels nell&#8217;“AntiDuring”:</p>
<p><em>“(&#8230;) quasi dappertutto nella chimica e già nei diversi ossidi dell&#8217;azoto, nei diversi acidi ossigenati del fosforo e dello zolfo si può vedere come ‘la quantità si converta in qualità’ e come questa pretesa idea confusa e nebulosa di Hegel si possa, per così dire, toccar con mano nelle cose e nei fenomeni, senza che tuttavia nessuno resti confuso e annebbiato tranne During”<br />
</em><br />
Questo testo del 1878 riprende il principio di causalità eteropatica, come diceva Mill ma lo inserisce all&#8217;interno di una visione dialettica<br />
che rende conto di come possa emergere qualcosa di nuovo e di imprevisto da una serie di elementi in una certa situazione.<br />
Il materialismo dialettico cominciò il suo sviluppo indipendentemente da altre visioni del mondo perché i suoi fondatori l&#8217;hanno elaborato come risultato della lotta di classe all&#8217;interno della teoria, come diceva Althusser, per questo il pensiero accademico l&#8217;ha costantemente osteggiato.</p>
<p>Il dibattito su come emerge il nuovo si sposta, alla fine del secolo dalla biologia alla sociologia e da questa alla politica.<br />
Ad esempio: la società attuale capitalistica è la forma definitiva che ha assunto la vita dell&#8217;uomo, per cui la storia è finita o e prevedibile un’altra forma  che dovrebbe realizzarsi?<br />
E questa nuova società emergerà dalla vecchia naturalmente o sarà necessaria una <em>&#8220;forzatura soggettiva&#8221;</em> per farla nascere?<br />
A questo proposito Gramsci scriveva:</p>
<p><em>&#8220;È necessario impostare esattamente il problema della prevedibilità degli accadimenti storici per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del causalismo meccanico, per svuotarla di ogni prestigio scientifico e ridurla a puro mito che fu forse utile nel passato, in un periodo arretrato di sviluppo di certi gruppi sociali subalterni&#8221;<br />
</em>(“Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”)</p>
<p>Dunque il tema di cosa sia un emergente, ritorna nella fisica,  con la scoperta del campo elettromagnetico , le equazioni di Maxwell e la forza di Lorenz. In questo caso i fenomeni emergono da un campo di forze.<br />
Georg Cantor introduce nella matematica ,il concetto di insieme che altri come S. Lesniwski preciseranno che non è semplicemente la somma delle parti che lo compongono.</p>
<p>In questo quadro, negli anni 20 in Inghilterra nasce il primo emergentismo con il libro di Charles Lloyd Morgan l&#8217;evoluzione emergente.<br />
In questo testo Morgan mostra come durante l&#8217;evoluzione compaiano<br />
fenomeni nuovi ed imprevedibili in base alla conoscenza degli stati evolutivi precedenti questi fenomeni come la vita e la mente non hanno nulla di soprannaturale ma non possono essere dedotti dai componenti degli insiemi a cui sono associati.<br />
Morgan si riferisce all&#8217;effetto eteropatico di Mills e non fa alcun riferimento alla dialettica ed alla legge della &#8221; quantità che si trasforma in qualità&#8221;.<br />
Anche Henri Bergson si era occupato di evoluzione, prima degli emergentisti, e a proposto della comparsa della vita, dell&#8217;essere umano e della mente, e di tutti gli altri elementi che emergono improvvisamente da uno stadio evolutivo parla di evoluzione creatrice<br />
Dice Bergson:<br />
<em>&#8220;Ogni giorno sotto i nostri occhi, le forme più&#8217; elevate della vita sorgono da una forma molto elementare. L&#8217;esperienza dimostra dunque che il più&#8217; complesso è potuto nascere dal più&#8217; semplice per via evolutiva&#8221;<br />
</em>(“L&#8217;evoluzione creatrice”, cap. I)</p>
<p>Ma per spiegare l&#8217;emergenza della complessità dal semplice postula l&#8217;esistenza di un <em>&#8220;elan vital&#8221;</em>  che sembra possedere un proprio statuto ontologico al di là della materia.</p>
<p>Comunque, l&#8217;emergentismo britannico applicato alla evoluzione si accompagna alla idea di <em>&#8220;campo psicologico&#8221;</em> che Kurt Lewin  riprende dal campo elettromagnetico ed alla  idea  della psicologia della gestalt che un comportamento emerga da un campo così come una figura emerge dallo sfondo.<br />
Arriviamo così agli anni 50, quando Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia e definisce il paziente come emergente del suo gruppo famigliare.<br />
Che cosa significa questa affermazione?<br />
Significa che ciò che emerge come sintomo nel campo individuale è il risultato di una serie di interazioni di un campo più vasto  come quello famigliare. L&#8217;emergere di allucinazioni uditive e visive in una persona ad esempio non si può comprendere con un meccanicismo a causalità lineare, n&#8217;è è spiegabile con le situazioni famigliari precedenti. Compare improvvisamente. Emerge e definisce una nuova situazione per il campo cui appartiene.<br />
Il filosofo Charles Broad nel 1925 aveva precisato il pensiero di Morgan dicendo che i fenomeni emergenti non sono deducibili a partire dalla conoscenza dei componenti dei sistemi naturali da cui emergono e che questi fenomeni retroagiscono causalmente sui sistemi cui sono associati.<br />
Questa indeducibilità e imprevedibilità sono caratteristiche dei fenomeni con proprietà emergenti.<br />
Gli studi sulla non linearità dei fenomeni che porteranno alla teoria del caos stanno alla base del concetto di comportamento emergente.<br />
Percy Bridgam, il fisico nord americano famoso per il suo operazionismo scrive nel 1927:</p>
<p><em>&#8220;Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.&#8221;<br />
</em>(P. Bridgman, “The Logic of Modern Physics”, The MacMillan Company, New York 1927)</p>
<p>Come si vede Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia ed alla teoria dei gruppi. Questa applicazione implica un mutamento della concezione deterministica della scienza che si ritrova nella psicanalisi. Infatti Pichon non fonda una scuola di psicanalisi ma di psicologia sociale.</p>
<p>Per questo cita gli autori nord americani come Cooley e soprattutto George Mead che intitola un capitolo del suo “Mente sé e società”: la creatività sociale del se emergente. Così un&#8217;altra corrente confluisce nel concetto di emergente elaborato da Pichon-Riviere è quella dell&#8217;interazionismo simbolico che concepisce la mente come un fenomeno emergente.<br />
Ma nella concezione di Pichon-Riviere l&#8217;emergente è anche <em>&#8220;la quantità che si converte in qualità&#8221;</em> del materialismo dialettico.<br />
Su questo tema ha lavorato soprattutto Josè Bleger. Armando Bauleo mi ha raccontato più volte di come Bleger e lui abbiano tradotto Georges Politzer e, nella bella prefazione alla prima edizione italiana di &#8220;Simbiosi e ambiguità&#8221;, Bauleo ricordava la luce che filtrava nello studio mentre lavoravano assieme.</p>
<p>Un altro autore  che è confluito nella sintesi pichoniana dell&#8217;emergente è Henri Lefebvre ed il suo materialismo dialettico antidogmatico.<br />
Bauleo nel suo approfondimento del concetto  di emergente in Ideologia gruppo e famiglia cita  Stephen Pepper e il suo testo “World hypotheses: a study in evidence”, Berkeley (CA) 1942, in cui il filosofo nordamericano precisa le quattro &#8220;ipotesi mondo&#8221;:1) il formismo, per cui esistono entità mentali che maturano senza il contributo determinante dell&#8217;ambiente; 2) il meccanicismo, che vede gli stimoli esterni come causa della crescita individuale; 3) l&#8217;organicismo, per cui l&#8217;individuo costruisce da sé il proprio sviluppo nell&#8217;interazione con l&#8217;ambiente; 4) il contestualismo che considera organismo e ambiente come elementi inseparabili di un&#8217;unica totalità.<br />
L&#8217;emergente nella concezione operativa di gruppo è evidentemente nell&#8217;ipotesi contestualista. In quel testo Bauleo cita anche gli apporti della antropologia da parte di Nadel:</p>
<p><em>&#8220;l&#8217;emergenza, dunque è il risultato di una sintesi: è creatrice di reale novità, di un attualità o di una nuova proprietà di un genere inesistente prima dell&#8217;emergenza; e questa qualità o proprietà nuova ha efficacia causale e modifica l&#8217;ulteriore corso degli avvenimenti&#8221;<br />
</em>(“Lineamenti di antropologia sociale”)</p>
<p>Dunque Bauleo  apporta novità al concetto di emergente, in primo luogo chiarisce che emergente non si confonde con portavoce e quindi indica una serie di interrogativi che si riferiscono al metodo clinico e di ricerca ed allo statuto epistemologico della concezione operativa di gruppo.<br />
Il tema diventa centrale per l&#8217;attività del Centro di Ricerca Internazionale in psicologia sociale e di gruppo.</p>
<p>Il CIR ha sviluppato le sue ricerche negli anni 80 ed ha elaborato il concetto di emergente per raccogliere il materiale, i dati delle ricerche. Si è prodotta una scheda in cui veniva precisato come raccogliere gli emergenti di un gruppo, in un primo emergente, uno centrale ed uno finale.<br />
Un bell&#8217;articolo di Horacio Foladori comparso nel n. 3 della rivista “Illusion grupal”, mette a punto la problematica attorno all&#8217;emergente citando anche la posizione di Gear e Liendo che nel loro psicoterapia della coppia e del gruppo famigliare considerano l&#8217;emergente nel gruppo come la risultante di 5 pressioni o forze: 1) la pressione laterale sintattica dei membri del gruppo,2) la pressione verticale della storia individuale, 3) la pressione che proviene dal compito 4) la pressione del coordinatore, 5) la pressione del fuori, ciò degli ambiti istituzionale e comunitario, io aggiungerei anche globale in cui il gruppo è inserito.<br />
Come si vede torna il tema dell&#8217;emergere in un campo di un evento non routinario, che appare, come dice Bauleo e può dare un senso alla situazione.<br />
Questa elaborazione, avviene quando l&#8217;emergentismo britannico viene dimenticato ed il concetto di emergente è abbandonato nel dibattito filosofico ed epistemologico.<br />
Tuttavia gli studi sui processi non lineari aumentano così come aumenta l&#8217;interesse per l&#8217;auto organizzazione e la comparsa improvvisa ed imprevedibile di nuove forme. La meteorologia è un esempio molto interessante di questi studi, è in questa disciplina che cercando di prevedere l&#8217;andamento del tempo si è scoperto che piccole variazioni possono alterare il clima in modo imprevedibile.<br />
Edward Lorenz parlò di questo effetto in un articolo del 1963 che poi divenne proverbiale con il titolo di una sua conferenza del 1972: <em>&#8220;può, il batter d&#8217;ali di un farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?&#8221;</em>. Si tratta del famoso effetto farfalla che ci trasporta dal determinismo alla teoria del caos.<br />
Gli oggetti di studio oltre al clima diventano i fenomeni auto-organizzati ad esempio il volo di stormi di uccelli e le forme conseguenti, o la direzione che prende uno sciame di api.<br />
Questi studi rimandano tutti all&#8217;idea di totalità ed alla causalità non lineare.<br />
Nasce così il secondo emergentismo legato alla cibernetica ed alla teoria dei sistemi<br />
In particolare voglio parlare della Intelligenza artificiale<br />
Negli anni 90 ho coordinato un gruppo di ricerca nel campo della intelligenza artificiale, abbiamo lavorato per costruire un sistema esperto per diagnosi tipologica della tossicodipendenza partendo da quella che abbiamo chiamato logica della diagnosi operativa  del Sert di Rimini.</p>
<p>Il lavoro è contenuto  nel volume “Cambiare: il modello operativo del Sert di Rimini” dalla cui prefazione ho iniziato questa riflessione.<br />
Il sistema si concentra sulla diagnosi attraverso un procedimento inferenziale che nel testo viene descritto da Giampaolo Proni .<br />
Ci siamo concentrati soprattutto su quel procedimento che Peirce chiama abduzione o ipotesi. Cioè il caso o l&#8217;evento che si presenta alla osservazione non soggiace ad una casualità lineare per cui se è presente ‘questo’ allora ,applicando la regola che si è formata nelle osservazioni precedenti ed ha costituito una base di dati, sarà necessariamente ‘quello’ perché il nesso causale costruito con la casistica è abitudinario e soprattutto non coglie l&#8217;imprevedibilità.<br />
L&#8217; ipotesi può riferirsi ad una causa improbabile ma non impossibile, come il fatto che il terreno sia bagnato dagli elefanti e non dalla pioggia e necessita di una strategia operativa per confermarla o smentirla.<br />
Ma questa logica del se/allora appartiene ad una dimensione cognitivi sta o simbolista dell&#8217;intelligenza artificiale, per questa teoria la mente funziona come una macchina di Turing cioè con un calcolo simbolico di algoritmi la cui forma è data dall&#8217;albero di Porfirio, nella nostra esperienza questa concezione si arresta di fronte alla contraddizione.<br />
Per la logica formale l&#8217;elemento di novità deve per forza rientrare all&#8217;interno di una categorizzazione preesistente, un repertorio che tuttavia, per quanto vasto sia non può assolutamente esaurire la complessità. A questo proposito è indicativo lo studio di Umberto Eco sull&#8217;ornitorinco l&#8217;animaletto che emerge, è proprio il caso di dirlo, come una novità che contraddice tutte le classificazioni precedenti.</p>
<p>Per questo la logica della diagnosi operativa applicando il materialismo dialettico attribuisce come dice Ludovico Geymonat:</p>
<p><em>&#8221; (&#8230;) una nuova e singolarissima funzione alla contraddizione esistente fra momenti diversi del divenire; nel considerala cioè come un nesso che, da due momenti tra loro contraddittori, fa scaturire un nuovo momento il quale, collocandosi su un piano più elevato, elimina gli aspetti contraddittori dei due momenti precedenti&#8221;</em><br />
(L. Geymonat, “Attualità del materialismo dialettico”)</p>
<p>Con questa logica abbiamo incontrato le reti neurali e il connessionismo.<br />
Le reti non formano connessioni gerarchiche, i neuroni o nodi della rete hanno tutti la possibilità di comunicare con tutti, non esistono relè o centri che controllano la periferia, ogni centro è una periferia ed ogni periferia è un centro.</p>
<p>Non vi sono livelli gerarchici che filtrano le informazioni, le conoscenze sono immagazzinate in una serie di nodi in connessione fra loro che possono mutare.<br />
Non c&#8217;è una corrispondenza anatomica con i centri della rete.<br />
Se un centro viene distrutto, la conoscenza distribuita ne crea un&#8217; altro. Così un caso o una situazione che contraddice la conoscenza accumulata, un evento imprevisto non manda la rete in loop cioè in una ripetizione automatica di tutte le combinazioni che non riescono a classificare l&#8217;evento, ma registra l&#8217;evento come un nuovo elemento di base per allargare l&#8217;area della conoscenza.<br />
Esattamente come fa l&#8217;equipe che utilizza una epistemologia convergente per applicare diverse conoscenze disciplinari al caso emergente e sconosciuto.<br />
Questa ricerca ci ha collocato nel nuovo emergentismo che ha messo a punto il concetto di emergente all&#8217;interno di un tipo di epistemologia della complessità .<br />
A questo proposito Edgar Morin nel libro primo de il metodo pubblicato nel 1977 riprende il tema dell&#8217;emergenza e dell&#8217;emergente e scrive:<br />
<em>&#8220;L&#8217;emergenza è una nuova qualità rispetto ai costituenti del sistema. Ha dunque lo statuto di evento, poiché sorge in maniera discontinua una volta che il sistema si sia costituito, ha naturalmente il carattere di irriducibilità; è una qualità che non si lascia scomporre, e che non si può dedurre dagli elementi anteriori.&#8221;</em><br />
(Cap. 2, L&#8217;organizzazione, III L&#8217;unità complessa organizzata. Il tutto e le parti. Le emergenze ed i vincoli.)</p>
<p>Torniamo dunque all&#8217; emergente ed alla sua scienza si tratta di capire qual è la connessione fra gli eventi per organizzare come ci ha detto Bauleo <em>&#8220;un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti&#8221;</em></p>
<p>Immagino ora un gruppo di ricerca: ci riuniamo da diverso tempo con una certa frequenza. Inizia una persona a parlare del concetto  di emergente, qualche domanda di qualcuno poi un po&#8217; di silenzio.<br />
In seguito brevi discorsi, precisazioni o divagazioni, racconti senza un tema preciso, associazioni.<br />
Si sente che fuori sta per iniziare a piovere, si alza un po&#8217; di vento, nessuno accenna al clima esterno.<br />
Si continua a parlare.<br />
Improvvisamente un evento: la finestra della stanza, che forse non era stata chiusa bene, si spalanca ed entra nel gruppo una folata di vento.</p>
<p>La conversazione si ferma e cade un silenzio inquieto qualcuno, dopo un po&#8217; dice: <em>&#8220;sembra che sia entrato un fantasma!&#8221;</em> e di nuovo tutti tacciono poi una dice: <em>&#8220;sai che stavo pensando a *** &#8220;</em> e fa il nome del loro maestro morto da qualche tempo che era stato nominato nella informazione.<br />
Tutti si guardano, qualcuno è commosso fino alle lacrime, un altro sfoglia nervosamente le pagine di un libro, un’altra guarda la finestra aperta, uno dice: <em>&#8220;non era lui che diceva che emergente era qualsiasi elemento a partire dal quale la situazione prende senso?&#8221;</em><br />
Interviene un altro: <em>&#8220;parlavamo fra di noi poi si è aperta la finestra ad un colpo di vento&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Un emergente!&#8221;<br />
&#8220;Ma è stato lui a dire che era entrato un fantasma&#8221;<br />
&#8220;Già ma tutti lo pensavate non è vero? &#8220;</em><br />
Qualcuno annuisce.<br />
<em>&#8220;Ma la causa della finestra che si apre è stato il vento e il vento non è certo un fantasma. Il vento è il movimento d&#8217;aria atmosferica…&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Alt, tu stai parlando di meccanica il vento soffia è la causa; la finestra si apre ecco l&#8217;effetto&#8221;.<br />
&#8220;Ma non ci spiega perché siamo stati colpiti dalla parola fantasma che non c&#8217;entra niente con la meccanica&#8221;.<br />
&#8220;Già c&#8217;entra più con la ‘onirica’. Ah che simpaticone! &#8221;<br />
&#8220;Fatto sta che l&#8217;evento apertura della finestra è risuonato in un altro piano non solo in quello meccanico, per lo meno a me, ma mi pare anche ad altri il senso della apertura della finestra non è stato solamente un affare di corpi c&#8217;era sicuramente dell&#8217;altro&#8221;.<br />
&#8220;È vero l&#8217;apertura della finestra è una apertura di una finestra, ma questa finestra che si apre in quel particolare momento ha un effetto incorporeo. Già non è una sola questione di corpi&#8221;.<br />
&#8220;Vorresti forse dire che se c&#8217;è un effetto incorporeo c&#8217;è anche una causa incorporea&#8221;.<br />
&#8220;Già sembra che Deleuze avesse ragione quando parlava di doppia causalità e di quasi causa&#8221;.<br />
&#8220;Si ma lui ci fa tornare non solo a Hume ma addirittura agli stoici&#8221;.<br />
&#8220;E allora? Che fate, cominciate con i Millepiani e il corpo senza organi?&#8221;<br />
&#8220;E perché no! &#8221;<br />
&#8220;Ma io mi chiedo è evidente che la finestra che si è aperta ci ha colpito. Quindi il suo effetto non è stato solamente fisico in quello che Bleger chiama </em>&#8220;campo ambientale&#8221;<em> ma anche nel </em>&#8220;campo psicologico&#8221;<em> e poi quando tu hai detto </em>&#8220;sembra che sia entrato un fantasma&#8221;<em> l&#8217;effetto si è manifestato anche nel </em>&#8220;campo di coscienza&#8221;<em> ci è apparso evidente a chi stavamo pensando e tu hai dato parola a questo fantasia comune quando hai detto </em>&#8220;sai che stavo pensando a ***&#8221;<em> hai assunto il ruolo di portavoce, come dice Pichon. Ma allora emergente e portavoce non sono la stessa cosa?&#8221;<br />
&#8220;Certo che no. Il portavoce è un caso particolare di emergente&#8221;.<br />
&#8220;Ma con tutta questa dialettica e questo materialismo blegeriano mi stai confondendo&#8221;.<br />
</em>Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>1) M. Ferrari, L. Montecchi, S. Semprini Cesari, &#8220;Cambiare. Il modello operativo del Sert di Rimini&#8221;, Pitagora<br />
2) Ludwig Wittgenstein, &#8220;Tractatus Logicus-philosophicus&#8221;, Einaudi<br />
3) A. Gargani, &#8220;Wittgenstein. Musica, parola e gesto&#8221;, Cortina Editore<br />
4) Giustiniano, &#8220;Istituzioni II 7,3&#8243;, Edizioni Simone<br />
5) Aristotele, &#8220;Metafisica&#8221;, Utet<br />
6) M. Bonfantini, R. Brunetti, A. Ponzio, &#8220;Freud, l&#8217;analisi, la scrittura&#8221;, Edizioni B. A Graphis<br />
7) C. S. Peirce, &#8220;Opere&#8221;, Bompiani<br />
8) L. Geymonat, E. Bellone, G. Giorello, S. Tagliagambe, &#8220;Attualità del materialismo dialettico&#8221;, Editori Riuniti<br />
9) I. Newton, &#8220;Philosophiae Naturalis Principia Mathematica&#8221;, Newton Compton<br />
10) S. Mill. &#8220;Un sistema di logica&#8221;, Laterza<br />
11) C.Darwin, &#8220;L&#8217;evoluzione della specie&#8221;, Newton Compton<br />
12) L. Althusser, &#8220;Leggere il capitale&#8221;, Feltrinelli<br />
13) K. Marx, F. Engels, &#8220;Opere&#8221;, Editori Riuniti<br />
14) A. Gramsci, &#8220;Quaderni dal carcere&#8221;, Einaudi<br />
15) C. L. Morgan, &#8220;Emergent Evolution&#8221;, Williams &amp; Norgate<br />
16) H. Bergson, &#8220;L&#8217;evoluzione creatrice&#8221;, Bompiani<br />
17) K. Lewin, &#8220;Teoria dinamica della personalità&#8221;, Giunti<br />
18) E. Pichon-Riviere, &#8220;El proceso grupal&#8221;, Nueva vision<br />
19) Charles Broad, &#8220;The Mind and Its Place in Nature&#8221;, free download<br />
20) U. Eco, &#8220;Kant e l&#8217;ornitorinco&#8221;, Bompiani<br />
21) Percy Bridgam, &#8220;The Logic of Modern Physics&#8221;, MacMillan Company<br />
22) G. Mead, &#8220;Mente, se e società&#8221;, Giunti<br />
23) K. Cooley. La comunicazione.  Armando<br />
24) J. Bleger, &#8220;Psicologia della conducta&#8221;, Paidos<br />
25) J. Bleger, &#8220;Psicoanálisis y dialéctica materialista&#8221;, Paidós<br />
26) G. Politzer, &#8220;I fondamenti della psicologia&#8221;, Mazzotta<br />
27) H. Lefevre, &#8220;La somme et le reste&#8221;, Antropos<br />
28) Stephen Pepper, &#8220;World hypotheses: a study in evidence&#8221;, University of California press<br />
29) S. Nadel, &#8220;Fundamentos de antropología social&#8221;, Fondo de Cultura Económica<br />
30)H. Foladori, &#8220;Hacia una teoría de lo emergente en grupo operativo, &#8216;Ilusión Grupal&#8217;, N° 3&#8243;, UAEM,<br />
31) M. Gear e E. Liendo, &#8220;Psicoterapia della coppia e del gruppo familiare&#8221;, Edizioni Del Riccio<br />
32) E. Lorenz, &#8220;Deterministic nonperiodic flow. Journal of Atmospheric Sciences. Vol.20&#8243;, 130—141<br />
33) D. Hume, &#8220;Saggio sulla natura umana&#8221;, Laterza<br />
34) E. Morin, &#8220;Il metodo&#8221;, Cortina Editore<br />
35) A. Bauleo, &#8220;Ideologia gruppo e famiglia&#8221;, Feltrinelli<br />
36) A. Bauleo, &#8220;Psicanalisi e gruppalità&#8221;, Borla</p>
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		<title>Teoria dei gruppi e famiglia</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2016 16:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Bauleo]]></category>
		<category><![CDATA[ECRO]]></category>
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		<description><![CDATA[  di Armando Bauleo (Il titolo originale dell’articolo, tratto da www.area3.org.es Nº 2 – Primavera 1995, è “Teorias de los grupos y familia” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini) C’è una frase di Pichon-Rivière che utilizzerò e &#8230; <a href="https://bleger.org/teoria-dei-gruppi-e-famiglia/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="stcpDiv">
<p class="paragraph">  di <strong>Armando Bauleo</strong></p>
<div class="paragraph">
<p>(Il titolo originale dell’articolo, tratto da <a href="http://www.area3.org.es">www.area3.org.es</a> Nº 2 – Primavera 1995, è “Teorias de los grupos y familia” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)</p>
<p>C’è una frase di Pichon-Rivière che utilizzerò e che potrebbe sembrare una tautologia: “la famiglia <em>dovrebbe essere</em> come un gruppo operativo e un gruppo operativo come una famiglia”.<br />
Questa definizione con caratteristica circolare cerca di spiegare l’intergioco che si stabilisce quando desideriamo concettualizzare sia la nostra pratica gruppale che il nostro intervento in una famiglia.</p>
<p>È che sarebbe difficile comprendere una situazione familiare senza un corpo di nozioni gruppali, così come teorizzare sui gruppi senza tenere conto della struttura particolare del gruppo familiare.</p>
<p>Pertanto, per la nostra <em>scuola di pensiero</em>, solamente una teoria della gruppalità ci rende possibile intervenire nelle diverse vicissitudini dei processi gruppali.<br />
Il modello del gruppo operativo segnala la situazione concreta di fondazione del gruppo che collochiamo sempre a partire da una delimitazione di un compito da sviluppare. Cioè, il compito sarebbe il supporto che permette che un insieme di persone si organizzi come una struttura gruppale. Detto in altra maniera, il passaggio da ‘aggrupazione’ a gruppo, da insieme a struttura, è reso possibile dalla presenza del compito.</p>
</div>
<p><span id="more-343"></span></div>
<p class="paragraph"> Stipuliamo che il compito (o finalità) è il <em>supporto</em> poiché il transito dalla situazione originaria (di insieme) alla struttura gruppale, non è diretto e a una sola via, bensì è ‘zigzagante’, ondulato, con forme indecise di progresso e di regresso, con tempi interrotti, in registri diversi e con espressioni che passano dal verbale all’azione (e viceversa).</p>
<p> Le irregolarità di questo transito sono dovute al fatto che ciascun partecipante del processo gruppale vi arriva munito di una idea precostituita di quello che <em>avrebbe dovuto essere</em> il compito che ha convocato il gruppo. Pertanto, ciascuno arriva con fantasie sulle modalità di organizzazione che deve assumere la ‘aggruppazione’ e delle forme mediante le quali il compito dovrebbe svilupparsi.</p>
<div class="paragraph">
<p>All’interno di un gruppo terapeutico possiamo tradurre quelle fantasie come fantasia di cura, fantasia di malattia, e fantasia di trattamento.</p>
<p>Ma anche prima di stabilirsi nella struttura gruppale dovremmo indicare che quel passaggio o transito (da ‘aggruppazione’ a gruppo) è avvolto e infiltrato da un sentimento che definiamo come ansietà confusionale.</p>
<p>Questa ansietà sarebbe, in parte, provocata dal confronto tra quelle idee precostituite e la probabile ristrutturazione delle stesse.</p>
<p>La successiva appartenenza al gruppo, la necessità di un contratto tra loro, obbliga a un riaggiustamento e a una riorganizzazione del mondo fantasmatico.</p>
<p>Esplicitiamo che, quando si parla della struttura gruppale, si sta definendo un istante, un ritaglio, un evento, di un processo gruppale.</p>
<p>Invertendo la formula abbiamo che i partecipanti si immergono in un processo di gruppo la cui finalità sarebbe il compito stipulato, pertanto quando segnaliamo la <em>struttura</em> di gruppo stiamo realizzando un ritaglio momentaneo in questo processo, ossia un fotogramma di un film.</p>
<p>Non per questo la struttura gruppale è semplice. La sua complessità deriva dall’esistenza di un manifesto e di un latente. Come nel sogno, esiste un discorso manifesto (verbale o di immagini) che sarebbe quello che si formò con gli elementi che la censura lasciò passare dall’universo delle idee inconsce.</p>
<p>Nel gruppo, ciò che viene espresso, siano parole, gesti o azioni, stabilisce il piano manifesto.</p>
<p>L’indicibile, i sentimenti nascosti, i desideri occulti, le fantasie non comunicate, le illusioni non condivise, le storie segrete, costituiscono quel tessuto che determina lo spessore di ciascun momento gruppale.</p>
<p>Il balbettio, le indecisioni, le contrarietà, l’ambiguità o la ambivalenza, gli atti falliti, la titubanza, i lapsus sono segni di quella frangia non tracciata tra manifesto e latente.</p>
<p>Ma stabilire una struttura gruppale significa che si è stabilita una linea, un involucro, un continente (contenitore). Frontiera immaginaria che consente una serie di passaggi di sostantivazione, di cambiamento di personaggi, di inscrizione differente degli attori.</p>
<p>Si passa dal singolare al plurale (dall’Io al Noi) e si colloca un dentro e un fuori (Noi e Loro). Qui incontriamo un punto di ancoraggio affinché si costituisca l’identità. Il processo gruppale si sviluppa mediante differenziazioni e posizioni. Si istallano punti transitori di contatto e di alienazione tra fantasie e principio di realtà.</p>
<p>A sua volta, dentro il contenitore, appare un esercizio della libera associazione, di parole, di immagini, di sogni ad occhi aperti, di utopie, di cariche libidinali, di impulsi emozionali.</p>
<p>A tratti, ciascuno gioca il ruolo necessario per lo sviluppo dell’argomento, il cui autore è una soggettività prodotta dall’insieme.</p>
<p>È così che si installa un collettivo produttore che crea, in accordo con i diversi tempi, racconti che provano a risolvere i conflitti. O, in alcune circostanze, sono la stessa soluzione. In altre, il sintomo, e in altre ancora, la resistenza al cambiamento.</p>
<p>La soggettività si dipana, cresce, coinvolge tempo e spazio. La sua presenza occupa dimensioni non misurabili ma, non per questo, meno veritiere. La sua esistenza segna la cultura interna di ciascun gruppo, poiché le storie individuali si risignifcano. L’altra storia (quella sociale) fornisce gli elementi che permettono che il processo gruppale sia permanentemente un confronto tra gruppo interno e mondo esterno.</p>
<p>Sintetizzando, si stabilisce un compito che consente l’organizzazione di una struttura gruppale costituita da una rete di scambi tra i soggetti partecipanti. Si costruisce un codice comune che in un doppio livello (di parole e azioni) garantisce il funzionamento della rete.</p>
<p>La dinamica del gruppo risulta dall’intreccio che si produce tra il parlare e l’agire (e gesticolare) pertanto non solo si ascolta ma si guarda anche. Lo sguardo, a volte diretto e altre volte <em>di traverso</em>, fornisce linee che saranno percorse dalle proiezioni o dalle introiezioni che cercano di collocare i fantasmi. Il <em>cipiglio</em> mostrerà diverse versioni dei conflitti che sorgono nell’accadere gruppale e, nelle varie occasioni, accompagnerà la parola o il silenzio che circonda l’<em>interdetto</em>.</p>
<p>I conflitti sono multiformi nella loro apparizione e nella possibile interpretazione.</p>
<p>Lo schema di riferimento, che deriva dalla combinazione tra l’osservazione e l’enunciazione, prodotto dai membri del gruppo e che, a sua volta, differenzia un gruppo da un altro, non solamente è l’asse della comunicazione, ma anche quello dell’apprendimento. Apprendimento di relazioni, di funzioni, di emozioni e, soprattutto, del <em>commentare</em>, cioè di come raccontare ‘ciò’ che ci è successo.</p>
<p>Ma se stiamo affrontando il comportamento gruppale, dobbiamo segnalare un elemento centrale per le sue vicissitudini. L’emergente sarebbe quell’elemento che, derivato da un <em>contatto brusco</em> tra manifesto e latente, attrae la nostra attenzione affinché investighiamo il significato di quella situazione.</p>
<p>Detto in altro modo, una parola o un gesto o un’azione o un dialogo accalorato tra due partecipanti o un <em>colpo</em> causato dalla chiusura intempestiva di una porta, obbligano il terapeuta a cercare il senso di ciò che accade in quel momento.</p>
<p>Questa ricerca del senso si concluderà in un’interpretazione. Quegli elementi che provocarono l’inizio della ricerca e che si arrivasse alla interpretazione, li denominiamo <em>Emergenti</em>.</p>
<p>È un <em>qualcosa</em> che emerge, che si mostra e si nasconde, una doppia faccia, un chiaro-scuro, che domanda un intervento, uno Schema di Riferimento che accoglie e scioglie un nodo latente che rende impossibile il fluire del processo gruppale.</p>
<p>Adesso possiamo entrare nella problematica familiare. Lo faremo a partire dalla nozione di emergente.</p>
<p>Lasciando la linea storico-genetica e la funzione edipica nella costruzione del gruppo familiare, mi centrerò sulla questione dell’intervento e su quella si dirige in questo momento il mio discorso.</p>
<p>“Tutto andava bene, come in ogni famiglia, ma l’altro giorno, senza che niente lo facesse supporre, a partire da una discussione stupida accadde che divenne furioso, iniziò a gridare, colpì alcuni dei presenti, ruppe quello che incontrava sul suo cammino, si chiuse nella sua abitazione e non esce dall’altro ieri”.</p>
<p>Crisi, conflitto familiare (essi cercano di incollarlo all’individuo), irruzione psicotica, <em>scompenso</em>, stupore-negazione.</p>
<p>Pichon-Rivière suggeriva, e la pratica lo confermò, che l’osservazione doveva dirigersi verso l’organizzazione di quell’emergente nel gruppo familiare.</p>
<p>Perché e per che cosa fu quel soggetto, e non un altro, il portavoce del conflitto familiare?</p>
<p>Alcune idee-chiave ci permettono di introdurci nella situazione.</p>
<p>L’idea di depositazione stabilisce che in ogni situazione gruppale esiste un gioco di scambi, i quali sono possibili grazie a uno spostamento di alcuni elementi in movimento.</p>
<p>Esisterebbe tra un depositante e depositario un vincolo attraverso il quale transita il depositato. Il momento cruciale o di origine di una crisi sarebbe quello nel quale nel depositario si è accumulato il depositato in eccesso (conflitti, ansietà, ambizioni, obblighi, esigenze), senza che questo staccarsi da questo materiale né elaborarlo.</p>
<p>Le allucinazioni e i deliri, come alcuni atti compulsivi, mostrano chiaramente l’accumulazione degli elementi, come una condensazione <em>densa</em> di difficile assimilazione per la quale si cercano spazi e tempi differenti al fine di collocarla. Il depositario, nell’urgenza, cerca di sbarazzarsi rapidamente di quel bagaglio che lo molesta. Non si tratterebbe di reprimerlo né di opprimerlo, bensì di accompagnarlo nella scarica. Ma, per secoli, è stato messo a tacere. Il manicomio o gli psicofarmaci furono utilizzati solamente per quello. I pazienti tranquilli sono quelli che si abituarono a proprie <em>spese</em>.</p>
<p>In questo modo, l’emergente segnala lo <em>scompenso dell’equilibrio familiare</em> ma la storia di quell’emergente è un lungo cammino che dovremo ripercorrere al contrario nella sua organizzazione, per capire <em>qualcosa</em> dell’intreccio dei fattori causali.</p>
<p>È interessante segnalare come il movimento di configurazione dell’emergente (del paziente) si accompagna ad un secondo movimento che è quello della sua esclusione dalla struttura familiare. La fantasia sarebbe che, con quel secondo movimento, si espelle, mescolati, il depositario e il depositato. L’espulsione si trasforma in un rito di purificazione. Nel campo immaginario si tratta di iniziare di nuovo, di <em>far nascere nuovamente</em> il gruppo familiare. In innumerevoli occasioni il senso di colpa che provoca questa fantasia impedisce di ascoltare il terapeuta in quanto tale, poiché è sentito come un giudice che cerca di trovare il colpevole.</p>
<p>La questione è studiare come funzionò la rete dello scambio, in quali punti fallì il sistema vincolare, la nostra preoccupazione è centrata sui disturbi dei vincoli, ci interessa l’origine e lo sviluppo delle relazioni; ma non dobbiamo mai pensare ad una superpotenza individuale che può creare malattie, nonostante le <em>onnipotenze</em> che alcuni membri del gruppo familiare si attribuiscono. Ossia, il sistema depositante-depositario-depositato ci fornisce una via di comprensione della situazione.</p>
<p>Ma, a sua volta, quel sistema comporta l’asse del <em>ruolo aggiudicato</em>-<em>ruolo assunto</em>.</p>
<p>All’interno della dinamica gruppale si stabilisce un rapporto tra gruppo esterno e gruppo interno. Ovvero, il gruppo attuale provoca, in ciascun integrante, il gruppo interno (che lo accompagna). “Gruppo interno” sarebbe una figura composta, inconscia, organizzata da tratti identificatori, relazioni oggettuali, resti fantastici, pezzi del romanzo familiare, che è il risultato del nostro passato gruppale e familiare.</p>
<p>In ciascun processo gruppale aggiudichiamo o assumiamo ruoli in accordo alle necessità e alle occasioni che si presentano, alcuni desiderano cercare un destinatario, altri attendono qualche risposta, ciascun partecipante si colloca e si ricolloca in una dimensione fantastica di alti e bassi che si alternano, di personaggi che evocano altri personaggi, di attori che mettono in scena <em>altre</em> scene.</p>
<p>Nel gruppo familiare l’abituale, la <em>consuetudine</em>, la quotidianità lungamente condivisa, l’<em>impressione</em> di stare sempre uniti, produce l’illusione che tutti si conoscono. È dentro o dietro quell’illusione che si stabiliscono le incomprensioni, i segreti, la mancanza di informazione, i destinatari sbagliati, la dislocazione dei messaggi, i <em>falsi</em> investimenti.</p>
<p>L’agitazione tra i <em>familiari</em> è enorme quando capiscono che pur appartenendo ad uno stesso gruppo, non per quello tutti hanno lo stesso gruppo interno, pertanto ciascun accadimento può avere significati diversi per ciascuno di essi e differente impegno. Nonostante il <em>tetto condiviso</em>, le storie individuali differiscono.</p>
<p>Un’ultima indicazione. Innumerevoli occasioni mi hanno indicato che una differenza tra un gruppo e una famiglia è che quest’ultima non ha un compito. È importante segnalare che la famiglia ha molti problemi perché, giustamente, ha innumerevoli compiti, a volte difficili da diversificare per decidere a quali dare la priorità.</p>
<p>Per concludere. Prima stabiliamo una differenza tra nozione e esperienza di gruppo.<br />
Quest’ultima non solo riguarda il vissuto degli integranti, ma anche la ricomposizione relazionale che capita a ciascuno, alla ristrutturazione del gruppo interno individuale e al clima (o “spirito”) che il gruppo nel suo insieme ha prodotto, unito agli effetti di apprendimento o terapeutici che risultano dai processi gruppali. Di quello rimarrà un’immagine che andrà scolorandosi con il tempo ma che lascia tracce nella nostra vita.</p>
<p>La nozione di gruppo riguarda la concettualizzazione di quell’esperienza, il momento di riflessione e di comprensione e, come corollario, permette le ipotesi e le interpretazioni che possono suscitare i diversi momenti della dinamica gruppale.</p>
<p>Se continuiamo, ci scontriamo con altre vicissitudini. Se fino ad ora abbiamo parlato di ciò che succede nella struttura gruppale, ora dovremo indicare che succede con l’intervento in un processo gruppale. Ossia, l’organizzazione che si stipula mediante un contratto per poter intervenire.</p>
<p>A partire da questo contratto si stabilisce una <em>situazione gruppale</em>, cioè una struttura triangolare nella quale ci installiamo per osservare la situazione.</p>
<p>Tale struttura si configurerà mediante tre funzioni. Una teoria della tecnica segnala le interazioni nella situazione gruppale.</p>
<p>Le funzioni sono:<br />
a) la struttura gruppale;<br />
b) il compito della struttura gruppale;<br />
c) la coordinazione.</p>
<p>Ovvero, ciascuno di questi tre poli deve essere tenuto in considerazione in ogni operazione che si realizza in una situazione gruppale.</p>
<p>La non presenza manifesta di uno di essi obbliga a indagare come punto di urgenza quell’assenza. È così che la non presenza non è correlativa all’inesistenza per il nostro schema di riferimento. Le assenze sono inizi di ricerca.<br />
La funzione di coordinazione si centra sul vincolo del gruppo con il suo proprio compito. Espresso in altro modo, diciamo che è impossibile interpretare un conflitto gruppale se non si parte dall’elemento che oggi lo riunisce.</p>
<p>Sempre, il lavoro terapeutico si esercita in circostanze vincolari.</p>
<p>In relazione alla psicoterapia familiare desidero solamente aggiungere l’importanza di segnalare e interpretare la distanza che è necessaria mantenere tra biologia e funzione. Anche nella famiglia, come in ogni gruppo, la dinamica dipende dalla rotazione della <em>leadership</em>. Cioè, di fronte ai conflitti che sorgono, si dovrebbe occupare di quelli chi è capace di farlo. Allo stesso momento, sarebbe un&#8217;altra strada per evitare le formazione di stereotipi.</p>
<p>Un esempio sulla questione.</p>
<p>Mi trovavo a Città del Messico, nell’Ospedale Pediatrico Universitario, e mi chiesero di realizzare un colloquio, che l’équipe avrebbe osservato dietro lo <em>specchio</em>.</p>
<p>Si trattava di una situazione famigliare singolare. Un prete voleva adottare una bambina e, come accompagnante per questa adozione, utilizzava sua madre, la quale si sarebbe trasformata in madre adottiva.<br />
La situazione aveva creato, come è facile supporre, confusione e disorientamento nella bambina, la quale non faceva altro che riflettere la situazione nella quale cadeva quel gruppo con <em>pretese</em> di famiglia.</p>
<p>Come possiamo vedere, le circostanze cliniche non sempre hanno le caratteristiche che ci attendiamo.</p>
</div>
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		<title>Concezione della soggettività in Enrique Pichon-Rivière</title>
		<link>https://bleger.org/concezione-della-soggettivita-in-enrique-pichon-riviere/</link>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2016 11:33:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.bleger.org/?p=337</guid>
		<description><![CDATA[di Gladys Adamson (Gladys Adamson è direttrice della &#8216;Escuela de Psicologia Social&#8217; di Buenos Aires e discepola diretta di Enrique Pichon-Rivère. Il titolo originale dell&#8217;articolo è &#8220;Concepcion de la subjectividad en Enrique Pichon-Rivière&#8221; e la traduzione dallo spagnolo è ad &#8230; <a href="https://bleger.org/concezione-della-soggettivita-in-enrique-pichon-riviere/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>di <strong>Gladys Adamson</strong></p>
<p>(Gladys Adamson è direttrice della &#8216;Escuela de Psicologia Social&#8217; di Buenos Aires e discepola diretta di Enrique Pichon-Rivère. Il titolo originale dell&#8217;articolo è &#8220;<strong>Concepcion de la subjectividad en Enrique Pichon-Rivière</strong>&#8221; e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di <strong>Lorenzo Sartini</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il tema che ci convoca è &#8220;Soggettività e Interazione verso il Nuovo Millennio&#8221;. La mia riflessione parte dall&#8217;ECRO di Enrique Pichon-Rivière e vorrei prima proporre la concezione della soggettività di E. Pichon-Rivière.</p>
<p>1) In primo luogo, la soggettività, per E. Pichon Rivière è di natura sociale. Lo è in riferimento a ciò che già Freud propose in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, nel senso che <em>“Nella vita psichica del singolo l&#8217;altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico”</em><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn1">[1]</a>. L’altro sociale è sempre presente nell’orizzonte di ogni esperienza umana. E. Pichon Rivière parte da una controversia radicale: <em>“Il soggetto non è solo un soggetto in relazione, è un soggetto prodotto. Non c’è niente in lui che non sia il risultato della interazione tra individui, gruppi e classi”</em><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn2">[2]</a>. Questo significa che non c’è niente nel soggetto che non implichi la presenza dell’altro sociale, acculturato. Pertanto colloca la costituzione della soggettività in una dimensione interazionale simbolica.<br />
L’essere umano manca di qualsiasi facoltà o meccanismo istintivamente acquisito che gli faciliti l’adattamento all’ambiente, al territorio, o stabilisca risposte fisse agli stimoli del suo habitat. In questo senso l’uomo è l&#8217;unico mammifero superiore che crea la natura alla quale si adatterà. Questa produzione sociale culturale è presa come natura perché precedente alla nascita del soggetto.</p>
<p>2) La soggettività è, allo stesso tempo, singolare e emergente delle trame vincolari che la trascendono e con le quali mantiene una relazione di produttore e prodotto. Dice E. Pichon Rivière: <em>“il contrasto che più sorprende lo psicoanalista nell’esercizio del suo compito consiste nello scoprire, con ciascun paziente, che noi non siamo di fronte ad un uomo isolato, bensì di fronte ad un emissario, e capire che l’individuo come tale non è solo l’attore principale di un dramma che cerca chiarificazione attraverso l’analisi, ma anche il portavoce di una situazione” </em><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p><span id="more-337"></span></p>
</div>
<div><span style="font-size: large"><span style="font-size: medium">Per E. Pichon Riviere la soggettività si costituisce nelle strutture vincolari che la trascendono e che concettualizza in termini di ambiti gruppali, istituzionali e comunitari. Queste strutture sono autonome e interdipendenti allo stesso tempo. Quando nel 1946 scrive sull’Opera del Conte di Lautremont intende la sua soggettività formata non solo dall’emergere nelle vicissitudini della sua struttura familiare-edipica, ma anche dal fatto di trovarsi a Montevideo (dal 1843 al 1851). <em>“Durante i primi 5 anni aveva sentito storie di sgozzamenti, smembramenti, le cui vittime erano spesso amici di suo padre”</em><a href="https://12833450-136186030349841477.preview.editmysite.com/editor/main.php#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p>3) La soggettività è concepita come un sistema aperto al mondo e, pertanto, sempre in via di strutturazione. È una Gestalt-Gestaltung (corrisponde a uno strutturalismo genetico). Non costituisce una struttura chiusa nello stile di Humpty Dumpty di “Alice nel paese delle meraviglie”, bensì la sua unica possibilità è strutturarsi con il mondo. E. Pichon-Rivière intende il soggetto in una doppia dialettica: intrasistemica e intersistemica. La soggettività non è un’interiorità. Neppure, questo soggetto, vale solo per la sua esteriorità. Il soggetto dell’ECRO pichoniano è un soggetto inteso nella sua verticalità però decentrato nel vincolo, che parla al di là di se stesso e produce socialmente, sempre, con un altro imprescindibile.</p>
<p>4) La soggettività per Pichon-Rivière si gioca nel dentro-fuori e nell’interno-esterno. Questo posizionamento soggettivo ha semplicemente a che vedere con la sua concezione di salute che implica un soggetto conoscente. Il processo di socializzazione è concepito da Pichon-Rivière come un lungo processo di apprendimento che dà luogo alla formazione, in ciascuna soggettività, di uno schema di riferimento che denomina anche <em>“apparato per pensare la realtà”</em>. Questo concetto dà conto di una struttura soggettiva che, prodotto della socializzazione, determina la riproduzione inconscia che il soggetto esegue delle relazioni sociali che lo hanno plasmato. Lo &#8216;schema di riferimento&#8217; è ciò che dà conto della riproduzione delle condizioni di esistenza che il soggetto compie, riproduzione, anche, delle situazioni di sfruttamento e di assoggettamento.<br />
Questo &#8216;apparato per pensare&#8217; ci permette di percepire, distinguere, sentire, organizzare e operare nella realtà. Partendo da un lungo processo di identificazioni con le caratteristiche delle strutture vincolari nelle quali siamo immersi, costruiamo questo schema di riferimento che stabilizza una determinata idea nel concepire il mondo che, altrimenti, emergerebbe nella sua condizione di eccesso, incomprensibilità e caos. Questa conformazione dello schema di riferimento lo effettua una soggettività attiva, anche produttrice delle sue condizioni di esistenza. Questa soggettività implica che il soggetto pensi, senta e modifichi il contesto. Questa condizione attiva trasformatrice permette che la riproduzione che compie l’essere umano della struttura sociale che lo produsse non possa essere mai testuale. Si riproduce sempre, sebbene con minime trasformazioni. Questo porta E. Pichon-Rivière a pensare la metafora della spirale per rendere conto di questa caratteristica in cui la ripetizione o riproduzione <em>“sembra uguale, ma non è uguale”</em>.<br />
La struttura sociale esterna in tutti gli ambiti intermediari diviene una struttura soggettiva mediante lo schema di riferimento. Qui, il grande mediatore è il concetto di vincolo. L’origine etimologica della parola vincolo è “legame” e credo che sia stato eletto da E. Pichon-Rivière come la condizione materiale della nostra costituzione soggettiva. I vincoli umani sono le strutture che permettono e effettuano il “legame” dell’essere, che nasce aperto al mondo, con impulsi aspecifici, in un campo simbolico, ovverosia la cultura, nel tempo storico sociale che ha vissuto. Vincolo è una struttura sensibile, affettiva, ideativa e di azione che ci unisce, ci “lega” all’altro essere con il quale il soggetto si identifica. L’identificazione non è posta come identificazione ad un’immagine, bensì a una caratterstica della struttura vincolare che include modelli di significazione sensibili, affettivi, ideativi e di azione che il soggetto successivamente riproduce.<br />
Il vincolo è ciò che media e permette l’inserimento del soggetto nel campo simbolico della società. Il vincolo è una struttura bifronte, ha una faccia interna ed una esterna. La soggettività è intesa da E. Pichon-Rivière come una <em>“vera e propria selva di vincoli”</em>.<br />
Dice E. Pichon-Rivière: <em>“Lo schema di riferimento è l’insieme di conoscenza, di attitudini che ciascuno di noi ha nella sua mente e con le quali lavora in relazione con il mondo e con se stesso”</em> (“Applicazioni della Psicoterapia di gruppo”, 1957, e in “Tecnica dei gruppi operativi”, 1960). Partiamo dalla base della “preesistenza in ciascuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali l’individuo pensa e agisce)”<a href="https://12833450-136186030349841477.preview.editmysite.com/editor/main.php#_ftn5">[5]</a>. Questo schema di riferimento è ciò che permette al soggetto di possedere modelli di sensibilità, modi di pensare, sentire e fare nel mondo e che segnano il suo corpo in una certa maniera. È la sua tendenza alla ripetizione che offrirà resistenza al nuovo, agli stimoli (idee o esperienze) che tendono a destrutturarlo. Queste vicissitudini sono essenziali per pensare una soggettività inserita in una società moderna.</p>
<p>5) La concezione di soggettività in E. Pichon-Rivière è quella della soggettività moderna. È qui, dove appare E. Pichon-Rivière nella sua condizione di genio che, nella decade degli anni ’60, anticipa problematiche che, solamente a partire dagli anni ’70 e ’80, sarebbero apparse come problematiche egemoniche nel campo intellettuale delle Scienze Sociali. Negli anni ’60 E. Pichon-Rivière suggeriva che dobbiamo pensare alla soggettività nella sua condizione moderna e alla società come struttura in continuo cambiamento e che tende alla frammentazione dei significati sociali<a href="https://12833450-136186030349841477.preview.editmysite.com/editor/main.php#_ftn6">[6]</a>. Per questo sosteneva che così come abbiamo necessità di uno schema di riferimento, un sistema di idee che guidi la nostra azione nel mondo, abbiamo necessità che questo sistema di idee, questo apparato per pensare, operi anche come un sistema aperto che permetta la sua modificazione. È l’interrelazione dialettica mutuamente trasformatrice con l’ambiente ciò che guiderà la ratificazione o la rettificazione del quadro di riferimento soggettivo. Ma E. Pichon-Rivière non concepisce le modificazioni dello schema di riferimento come una rinuncia, bensì come le modificazioni necessarie per un adattamento attivo alla realtà affinché, davanti ai cambiamenti del contesto, i desideri ed i progetti continuino ad essere possibili. La strategia soggettiva non sorgerebbe inconsciamente come prodotto di uno schema di riferimento che riproduce le condizioni della sua formazione ma, al contrario, la concepisce come una strategia che possiede la direzione di un progetto,  e che ha una autonomia che si prospetta in una relazione trasformabile in maniera reciproca con il suo contesto. In sintesi: ogni schema di riferimento è inevitabilmente proprio di una cultura in un momento storico-sociale determinato. Siamo sempre emissari ed emergenti della società che ci vede nascere. Ogni schema di riferimento è, contemporaneamente, produzione sociale e individuale.<br />
È costruito attraverso vincoli umani e riesce a trasformarci, noi che costituiamo soggettività che producono e riproducono la società in cui viviamo. Enrique Pichon-Rivière ci mette di fronte la sfida di pensarci come soggetti, contrassegnati dal cambiamento, inseriti in una società che, lo stesso, si modifica continuamente e che, attualmente, è stata definita come “contesto di turbolenza” (Mario Robirosa). Questo ci obbliga a pensare il soggetto e la società in condizioni di creazione e mutabilità. E. Pichon-Rivière riscatta così la nostra condizione di creatori. Perché non concepisce alcun sistema come chiuso e prodotto &#8216;per sempre&#8217;, perché tutti i sistemi, il soggetto, i gruppi, le istituzioni, i quadri teorici, l’ECRO sono aperti ai cambiamenti, i quali, inesorabilmente, ci presentano la società nella sua condizione di modernità.</p>
<p>6) La soggettività, così come la concepisce Pichon-Rivière, è quella che si fa presente nel Gruppo Operativo. Quella soggettività concepita nella sua verticalità, la sua storia unica e singolare, ma che è immersa in una struttura contrassegnata dal faccia a faccia e dalla presenza corporale multipla, con una logica interattiva e di produzione sociale. È il soggetto produttore e prodotto delle strutture cognitive, affettive e di azione o di presa di decisione che emergeranno nelle condizioni di produzione congiunta.<br />
</span></span><br />
<strong>Società:</strong><br />
Cos’è la società per Pichon-Rivière? In “Psicologia de la vida cotidiana” fa riferimento, in numerose occasioni, alla moderna organizzazione industriale.<br />
Starebbe riferendosi, qui, alla società, fondamentalmente, come modo di produzione.<br />
Ma una società non potrebbe formare una struttura soggettiva come lo schema di riferimento in ciascun soggetto se non fosse concepita come una struttura simbolica.<br />
Se la società è, fondamentalmente, una cultura determinata, può essere intesa come un ordito di significati che ciascuna società produce mediante la creazione congiunta, e che stabilisce cos’è un uomo, cos’è una donna, cos’è lo Stato, cos’è Dio, cos’è il lavoro, cos’è il peccato, la virtù, ecc. ecc. Così come segnala Castoriadis<a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn7">[7]</a>.<br />
Ogni società ha strutture oggettive esterne come: a) il proprio modo di produzione e i suoi rapporti di produzione (che corrispondono a come si stabilisce la distribuzione dei mezzi materiali e dei modi di appropriazione di questi beni e valori sociali); b) la sua cultura, le sue ideologie, la sua religione, ecc.<br />
Ogni società ha una determinata organizzazione economica che corrisponde al suo modo di produzione e ai suoi rapporti di produzione, e ha una determinata struttura sociale e ideologica che, sostiene Castoriadis, costituiscono un ordito di significazioni immaginarie sociali.<br />
Ma la società non è solo un insieme di significazioni, poiché queste significazioni sono articolate attraverso certe modalità di relazione e corrispondono a strutture vincolari interrelate, precisamente, all’ambito di cui si tratta.<br />
La società non è costituita, per Pichon, da strutture progettate linguisticamente, bensì, essenzialmente, da relazioni vincolari<a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn8">[8]</a> che includono il linguaggio. Sono relazioni simboliche che includono rapporti di potere, rapporti economici, rapporti tecnologici. Questa concezione della società è presente nel suo libro “Psicologia de la vida cotidiana”.<br />
La società non è un blocco omogeneo, né agisce come un tutto. Sempre la società, come tutta la realtà, ci si presenta frammentata. Al fine di oggettivarla E. Pichon-Rivière la concepisce spazialmente, per cui, parlando di soggettività, dobbiamo pensarla come emergente da un determinato gruppo, in rapporto a determinate istituzioni che si trovano in un certo contesto comunitario, che ha una certa cultura particolare. È una nozione molto vicina alla concezione topologica della società in Pierre Bordieu e alla concezione, di questo stesso autore, di campo sociale. La società è distinta in campi, per P. Bordieu<a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftn9">[9]</a>, quali il campo economico, quello politico, quello del potere, quello culturale, ecc.<br />
Nel nostro paese è essenziale distinguere le culture particolari presenti nella società, sebbene le integriamo in una cultura globale.<br />
Il concetto di schema di riferimento è quello che dà conto della soggettivazione della società. È ciò che spiega il fatto che ogni società ha necessità di costruire una soggettività che a sua volta la riproduca. Ogni società, quindi, si assicura una minima universalizzazione di modelli per percepire la realtà, modi di organizzarla, di valutarla, modelli di reagire affettivamente e modelli di fare, di operare davanti alle problematiche che ci presenta il mondo.</p>
<p><strong>La logica formale classica:</strong><br />
La logica formale classica si divide in due rami: la sintassi e la semantica.<br />
La sintassi contiene i simboli con i quali si costruisce la logica delle proposizioni. Per esempio, “4 è divisibile per 2” si rappresenterà con lettere. Un’intera proposizione può essere rappresentata da una lettera. Per esempio, “Socrate è mortale” si rappresenta con “p”. Ci sono formalizzazioni per rappresentare le operazioni proposizionali. Per esempio, la negazione: “-” ; la congiunzione “&amp;”, l’equivalenza “=”.<br />
Il ramo della semantica si avvicina al senso, al fatto che i simboli abbiano un valore di verità o falsità e non ci sia un termine medio: “8 è divisibile per quattro” è vero; “8 è divisibile per cinque” è falso. In una sola proposizione ci sono solo due opzioni: o la proposizione è falsa o la proposizione è vera. La &#8216;Legge del terzo escluso&#8217; implica che ci sono solamente due opzioni “p o non p”. La &#8216;Legge di non contraddizione&#8217; “non si dà il caso di p e non p”.</p>
<p><strong>Logiche inconsistenti</strong><br />
Le logiche inconsistenti sono respinte dalla logica formale classica e la ragione è semplicemente perché, partendo da una contraddizione, non si può dimostrare se qualcosa sia vero o falso. Nelle logiche inconsistenti si ammettono le proposizioni che sono vere o false ma accettano anche la presenza di antinomie: stabilire che una proposizione può essere allo stesso tempo vera o falsa. Si ammette che ci siano proposizioni complesse che hanno due valori.<br />
Già, gli antichi greci avevano sollevato antinomie, come quella famosa di Epimenide che disse: “La proposizione che sto enunciando ora è falsa”. Se questa proposizione è vera deve essere falsa. Al contrario, se dico che è falsa, allora è vera.<br />
F. Nietzsche: <em>“Il fatto che un giudizio sia falso non costituisce, nella nostra opinione, una obiezione contro quel giudizio”</em>&#8230; <em>“per principio, noi siamo inclini ad affermare che i giudizi più falsi sono, per noi, quelli più indispensabili&#8230;”</em>, <em>“&#8230; il non vero è la condizione della vita&#8230;” </em>e la verità è<em> “il tipo di errore senza il quale l’uomo non può vivere”</em>.<br />
Ci sono proposizioni che possono avere due valori di verità. Per esempio, dire “non è vero che la proposzione che sto enunciando ora è falsa”.<br />
La logica della vaghezza (fuzzy) include le antinomie. Ha a che vedere con il fatto che le parole sono vaghe. La logica della vaghezza la definì il matematico Menger, ma chi la sviluppò fu un logico statunitense chiamato Zadeh. Per esempio: “Maria è cattiva&#8221;; però, Maria è cattiva tutto il tempo? E non ha mai avuto tratti di gentilezza e mai ne avrà?<br />
La logica della vaghezza è una prova che la logica concreta è inconsistente, contraddittoria.</p>
<p><strong>Soggettività e logica inconsistente:</strong><br />
Ho trovato interessante prendere il concetto di soggettività di E. Pichon-Rivière e pensarla dal punto di vista della moderna logica inconsistente.<br />
È una concezione di soggettività pensata in accordo a una logica inconsistente. Perché? Perché include il paradossale, l’antinomico. La soggettività è concepita come un sistema aperto, incompiuto, che non è un Tutto. Allo stesso tempo, è un Tutto che non è un Uno, è una unità del molteplice, è un campo complesso, antinomico, con multiple contraddizioni che non si risolvono né si sintetizzano, prodotta in condizioni né di esterno, né di interno, ma di <em>estimità </em>(questa felice condensazione proposta da Lacan). È una struttura, però non lo è: è un facendosi, uno strutturandosi. Una Gestalt-Gestaltung, come segnala lo stesso E. Pichon-Rivière. È una struttura che cambia ma allo stesso tempo è la stessa.<br />
Le soggettività non sono parte di un tutto che sarebbe la società e dove è possibile ricostruire il tutto per somma delle sue parti. Ciasun soggetto è una parte totale della società (C. Castoriadis). È un universale che solamente nel singolare esiste.<br />
È una soggettività che è determinata, però è impredicibile. Si esprime e si occulta allo stesso tempo. Si trova nel presente, nel qui ed ora, però allo stesso tempo è tutta la convergenza del suo passato ed è anche l’anticipazione del suo futuro.</p>
<p><strong>Soggettività e interazione verso il nuovo millennio:</strong><br />
Consideriamo che la Società è il contesto quadro dove troviamo la chiave della costituzione della soggettività. Questa stessa Società crea forme e modelli di interazione tra i soggetti che la integrano.<br />
La Nostra Società si è formata partendo da due immaginari sociali eterogenei, così come segnala C. Castoriadis: 1) l’immaginario sociale democratico, caratterizzato dagli ideali e dai modelli di uguaglianza di fronte alla legge, solidarietà, autonomia, partecipazione, trasparenza, possibilità di autocritica, il modello di etica e di soddisfazione personale come partecipazione sociale e 2) l’immaginario sociale capitalista, caratterizzato dalla competenza, l’individualismo, il trionfo del più forte, la guerra simbolica dei mercati, la volontà di spostamento dei concorrenti, il modello di felicità come realizzazione materiale individualista.<br />
La nostra società attuale si caratterizza per l’avanzamento dell’immaginario capitalista sopra a quello democratico. Questo ha prodotto l’avanzamento dell’interese individuale e privato su quello pubblico, insieme ad un ideale di edonismo come proposta di esistenza. La ricerca di una felicità riservata all’ambito privato delle persone, a detrimento di un modello di felicità legata a forme organizzative di partecipazione sociale. Si deve solo ricordare ciò che significava la partecipazione dei cittadini nell’organizzazione della <em>polis</em>, per gli antichi greci, per vedere la differenza di questi due ideali sociali. Il nostro mondo attuale si caratterizza per la ricerca di profitto e per l’impero di una logica predatoria che invade le relazioni sociali che, fino a poco tempo fa, non erano soggette a &#8216;prezzi&#8217;. Per esempio, l’azione della Giustizia non aveva prezzo, o le strategie dei partiti politici che oggi sono soggetti alle condizioni di &#8216;negoziazione&#8217; (sarebbe questo: “cosa mi dai se io voto affermativamente nel Parlamento”). Questo dimostra un processo di &#8216;mercantilizzazione&#8217; che colpisce profondamente i rapporti ed i cittadini. Come segnala Eduardo S. Bustelo Graffigna: <em>“la società si svuota di società”</em>.<br />
Marshall Berman sostiene che lasciare la logica del mercato che guida le questioni sociali è come <em>“mettere un motore cieco alla storia”</em>. Ma è anche peggio un motore cieco che non sappia dove sta andando. La Legge del mercato, si sa dove va. Fallisce sempre a favore dei più forti. I risultati delle ultime decadi sono una prova di questo. La ricchezza è andata distribuendosi con iniquità progressiva. Il modello della nostra società capitalista è l’uomo economico, pragmatico, utilitaristico, infallibile e vincente, ricco, bello, sportivo, arrogante, dominatore e sicuro. Questo è l’eroe capitalista.<br />
La disuguaglianza sociale ha un carattere centrale, pubblico e essenzialmente politico. La politica è stata svuotata di preoccupazioni comuni e hanno ridotto gli spazi democratici di partecipazione e di legittimità della lotta per invertire questo processo.<br />
Il principale problema sociale è il livello di iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza. Il processo di comncentrazione di ricchezza continua aumentando il divario. La politica sociale tradizionalmente è sempre stata legata alla possibilità di raggiungere livelli più elevati di uguaglianza sociale, la costruzione di una cittadinanza partecipativa e di una giustizia distributiva.<br />
La responsabilità consiste nel fare avanzare il processo di espansione dei diritti di cittadinanza e di responsabilità. Questa responsabilità interessa le Organizzazioni della Comunità poiché il loro lavoro consiste nel cercare forme organizzative che facciano crescere la cittadinanza con progetti che aprano nuove possiblità per la lotta per l’uguaglianza. L’espansione della democrazia è l’obiettivo delle nuove lotte per la costruzione della cittadinanza. La democrazia non è solamente una forma di governo, bensì è essenzialmente una sorta di società nella quale esiste un insieme di rapporti di reciprocità e di solidarietà tra i membri che la compongono. La Democrazia è ancora in evoluzione.<br />
Che cosa ci attendiamo dalla Democrazia nel nuovo secolo (non oso dire il nuovo millennio). Una Democrazia partecipativa, attiva e non formale. Questo significa che le nostre istituzioni trovino la propria strada nell’attenzione al cittadino (attualmente il povero cittadino sembra un mercato vincolato e la sua unica opzione è quella di essere sfruttato da uno Stato vorace), il funzionamento indipendente dei poteri, specialmente la autonomia della magistratura, una maggior partecipazione dei cittadini negli organi legislativi, trovare nuove forme nelle quali i cittadini deliberino sulla società, la creazione di nuovi meccanismi di controllo delle decisioni dei poteri, ecc., il controllo della correttezza, l’etica dei funzionari pubblici.<br />
Non solo democratizzare l’educazione e l’accesso a eguali opportunità per competere, bensì democratizzare l’economia, questa è la sfida storicamente maggiore. Per questo è indiscutibile che la politica debba rendere i mercati governabili.<br />
Lo Stato si è trasformato nella nuova Nobiltà per il godimento dei privilegi “legittimi”, istituiti dallo Stato medesimo. La funzione pubblica si è trasformata nel negozio privato di ciascun funzionario. Questo, porta i giovani a identificare la politica con pratiche delittuose e corrotte.<br />
Gli obiettivi, allora, per il prossimo secolo, sono il raggiungimento di un’uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali, non solamente beni materiali economici, ma beni in termini di educazione, salute, cultura, espansione, libertà, autonomia. Che i diritti sociali siano equamente distribuiti.<br />
L’espansione della democrazia significa l’espansione della cittadinanza partecipativa. La democrazia è la sola che può contrapporsi al sistema di disuguaglianze che impone il sistema capitalista. Costruire una società più egualitaria per l’approfondimento della democrazia, dei suoi meccanismi e delle sue istituzioni.<br />
Il Lavoro Comunitario deve preservare l’obiettivo di legittimare, rafforzare i vincoli, i meccanismi e le forme organizzative democratiche tra la popolazione senza distinzioni di età, sesso, razze, religioni, cultura, ecc. L’obiettivo è di legittimare le forme organizzative democratiche non solamente come forme rappresentative o simboliche bensi nell’azione. Che la popolazione con meno beni sociali (e che vive ancora in una società disciplinare esercitata per mezzo di una violenza simbolica e fisica) possa autodisciplinarsi, pensarsi e organizzarsi in funzione dei suoi diritti, delle sue necessità e delle sue proprie risorse sociali.<br />
È un modo di esercitare un contro-potere, una resistenza al potere che ha instaurato il privilegio dei potenti stabilendo una scandalosa e progressiva iniquità sociale.<br />
Nelle parole di Pierre Bordieu, si tratta di lavorare in funzione di un <em>“utopismo razionale applicando la conoscenza del probabile per promuovere l’avvenire possibile”</em>.</p>
<p><strong>Note:</strong></p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref1">[1]</a> S. Freud: &#8220;Psicología de las Masas y Análisis del Yo&#8221; Obras Completas. Ed. Amorrortu</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref2">[2]</a> V. Zito Lema: Cap. VI de &#8220;Conversaciones con Enrique Pichón Riviere&#8221; Ed. Nueva Visión.</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref3">[3]</a> E. Pichón Riviere: &#8220;La Psicología Social&#8221; de &#8220;Psicología de la vida cotidiana&#8221; Ed. Nueva Visión</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref4">[4]</a> E. Pichón Riviere: &#8220;El Proceso Grupal&#8221; Ed. Nueva Visión</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref5">[5]</a> E. Pichón Riviere: &#8220;El <span style="font-size: small">Proceso </span>Grupal&#8221; Ed. Nueva Visión</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref6">[6]</a> &#8220;Engranaje y Envoltura&#8221; de &#8220;Psicología de la vida cotidiana&#8221; Ed. Nueva Visión, 1966: “Una società stabile permette all’individuo di riconoscersi attraverso una serie di funzioni fisse che agiscono come specchi che gli danno un volto. Ma oggi quegli specchi, come un sinistro parco di divertimento, restituisce un’immagine distorta e irriconoscibile. La confusione dei ruoli sociali, che preoccupa tanto l’uomo come la donna, il fallimento di stereotipi di pensiero e di condotta, l’incertezza su un destino imprevedibile, portano ad una situazione critica e angosciante che esige di essere chiarita.”</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref7">[7]</a> C. Castoriadis: &#8220;Lo imaginario: la creación en el dominio históricosocial&#8221; de &#8220;Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto&#8221; Gedisa editorial 1988. Castoriadis stabilisce una diferenza importante tra l’immaginario sociale efficace che è quello che tende a riprodurre gli istituiti sociali e l’immaginario sociale radicale che tende alla sua trasformazione per creare l’istituente.</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref8">[8]</a> Karl Marx nei “Grundrusse” scrive: “La società non si ciompone di individui; esprime la somma dei vincoli e dei rapporti in cui sono inseriti gli individui”.</p>
<p><a href="http://www.lorenzosartini.com/concezione-della-soggettivitagrave-in-enrique-pichon-riviegravere.html#_ftnref9">[9]</a> Il Campo di Pierre Bordieu è composto da un insieme di relazioni storiche oggettive tra le posizioni ancorate in certe forme di potere o del capitale, che siano queste economiche, simboliche o sociali. Il Campo è simultaneamente uno spazio di conflitto e di competizione.</p>
<p><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p>E. Pichón Riviere: &#8220;El Proceso Grupal&#8221; Ed. Nueva Visión. 1985<br />
E. Pichón Riviere: &#8220;Psicología de la vida cotidiana&#8221; Ed. Nueva Visión. 1985<br />
V. Zito Lema: &#8220;Conversaciones con Enrique Pichón Riviere&#8221; Timerman Editores. 1976<br />
S.Freud: &#8220;Psicología de las Masas y Análisis del Yo&#8221; Amorrortu editores. Tomo XVIII. 1979<br />
J. Corominas: &#8220;Diccionario Crítico etimológico de la lengua castellana&#8221; Editorial Gredos. Madrid. 1974<br />
C.Castoriadis: &#8220;Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto&#8221; Gedisa editorial 1988.<br />
Pierre Bourdieu: &#8220;Razones practicas&#8221; Editorial Anagrama. 1977<br />
Pierre Bourdieu y Loic J.D. Wacquant: &#8220;Respuestas.&#8221;Por una antropología reflexiva&#8221;Ed. Grijallbo. 1995<br />
Florencio González Asenjo: &#8220;Lógicas Inconsistentes&#8221; Edita EOL. 1998<br />
Graciela Cardarelli y Mónica Rosenfeld: &#8220;Las participaciones de la pobreza&#8221; Paidos. 1998<br />
Marshall Berman: &#8220;Todo lo sólido se desvanece en el aire&#8221; Ed. Siglo XXI</p>
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