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	<title>Scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini &#187; Uncategorized</title>
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	<description>Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.</description>
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		<title>Buongiorno dottore, come sto questa mattina?</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Sep 2024 14:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di Stefano Bonifazi dal titolo Buongiorno dottore, come sto questa mattina?, nel quale l&#8217;autore riflette sull&#8217;esperienza professionale svolta all&#8217;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN). (cliccare sull&#8217;immagine per aprire &#8230; <a href="https://bleger.org/buongiorno-dottore-come-sto-questa-mattina/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di <strong>Stefano Bonifazi</strong> dal titolo <em>Buongiorno dottore, come sto questa mattina?</em>, nel quale l&#8217;autore riflette sull&#8217;esperienza professionale svolta all&#8217;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN).</p>
<p><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001.jpg"><img class="alignnone  wp-image-675" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001-300x114.jpg" alt="bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001" width="388" height="148" /></a></p>
<p>(cliccare sull&#8217;immagine per aprire la copertina del libro)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblichiamo qui la prefazione al testo scritta da <strong>Leonardo Montecchi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura e l’arte del possibile</h3>
<h3>(Esperienze nel Diagnosi e Cura di Jesi)</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo lavoro di Stefano Bonifazi condensa anni di pratica clinica nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Si tratta di una riflessione che cerca di estrarre i concetti che hanno guidato l’esperienza e quelli che ne sono derivati.</p>
<p>In particolare, Bonifazi si riferisce ad un acrostico, ECRO, che sta a significare Esquema, Conceptual, Referencial y Operativo, cioè Schema Concettuale Referenziale e Operativo. Si tratta del nucleo della Concezione Operativa di Gruppo che Enrique Pichon-Riviére  ha inaugurato a partire dalla sua esperienza nell&#8217;Ospedale Psichiatrico di Buenos Aires di cui era direttore.</p>
<p>Infatti, a metà degli anni quaranta, Pichon-Riviére si trovò in una situazione di emergenza: gli infermieri erano entrati in sciopero ed era necessario gestire tutto l’ospedale.</p>
<p>Dice Pichon:</p>
<p>&#8220;Alrededor de 1945, circunstancias particulares crearon la necesidad de transformar a los pacientes de mi servicio en operadores, por haber quedado cesante todo el personal de enfermería. Es decir que ante una situación concreta hubo que cubrir en pocos días el hecho de no tener enfermeros, el carecer de toda ayuda institucional.&#8221;</p>
<p>&#8220;All’incirca nel 1945, circostanze particolari crearono la necessità di trasformare i pazienti del mio servizio in operatori, perchè tutto il personale della infermeria aveva abbandonato il lavoro. Cioè, di fronte ad una situazione concreta si è dovuto risolvere in pochi giorni il fatto che non ci fossero infermieri e la mancanza di qualsiasi aiuto istituzionale.&#8221;</p>
<p>(&#8220;Historia de la técnica de los grupos operativos&#8221;, in Enrique Pichon-Riviere, <em>Obra Completa</em>, Buenos Aires, Paidós, 2023)</p>
<p><span id="more-670"></span></p>
<p>Da questa necessità nasce l’idea di organizzare dei gruppi, che poi vennero chiamati operativi, attorno al compito di gestire, in questo caso autogestire, l’ospedale. In quella esperienza Pichon-Riviére si accorse di una serie di ostacoli che definì &#8220;resistenze al cambiamento”.</p>
<p>Le resistenze istituzionali sono sempre presenti in ogni tentativo di cambiamento. Nell&#8217;esperienza italiana, la chiusura nei manicomi sancita dalla legge 180 si è accompagnata a forti resistenze sia nella mentalità delle comunità attraversate dagli stereotipi sulla follia sanciti dalla precedente legge del 1905, che favoriva l&#8217;identificazione fra folle e pericoloso a sé e agli altri, con la conseguente necessità di reclusione nel “manicomio” dove il folle doveva essere reso incapace di nuocere a sé e agli altri. Ma la resistenza non era data solo da questa paura, alimentata da certi media ma anche da resistenze istituzionali. Infatti, gli ospedali psichiatrici si erano istituzionalizzati e cioè avevano subito un&#8217;eterogenesi dei fini. Il loro compito non era più la cura dei malati ma l’automantenimento dell&#8217;istituzione stessa: posti di lavoro, commmesse di ditte che fornivano biancheria, alimentari ecc., ossia tutte le necessità per le “città dei matti”.</p>
<p>Il collegamento fra l’esperienza ed il pensiero di Pichon-Riviére e la trasformazione istituzionale attuata da Franco Basaglia è costituito da Armando Bauleo. Bauleo fu allievo e collaboratore di Pichon-Riviére, poi fu costretto all’esilio nel 1975. Conosceva e stimava Franco Basaglia ed in Italia cominciò ad intervenire sia nella formazione che nella supervisione istituzionale dei nuovi servizi di salute mentale che erano nati dalla riforma del 1978.</p>
<p>Così cominciò a circolare il concetto di ECRO, che caratterizza anche l’esperienza di Stefano Bonifazi che si richiama direttamente a Bauleo di cui è stato allievo.</p>
<p>Lo schema di riferimento che troverete in queste pagine riguarda l’idea di fondo che la malattia non si identifica con il malato e che il paziente, con le sue problematiche è l’emergente di un gruppo famigliare. Questo schema, come si può notare, non sostiene che i sintomi siano da riferirsi esclusivamente ad una qualche alterazione della biochimica o immunologia ma che, per comprenderli, bisogna fare riferimento anche ai vincoli ed al tipo di comunicazione del paziente e del suo gruppo famigliare. Inoltre, è necessario considerare l’ambito istituzionale, che spesso complica ulteriormente il quadro, e quello comunitario, con la carica di stereotipi e con la conseguente produzione di uno stigma che marchia il paziente e il suo gruppo famigliare.</p>
<p>Lo schema di riferimento che viene applicato soprattutto negli SPDC italiani e non, nonostante la legge 180 e tutte le esperienze e le teorie che lo contraddicono, è uno schema che sovrappone la sofferenza mentale a quello di una malattia o sindrome della clinica biologica. In questo schema il riferimento, non potendo riferirsi all&#8217;anatomia patologica, si rivolge alla variazione della neurotrasmissione sinaptica, quasi sempre dedotta in base a sillogismi del tipo:</p>
<p>Premessa maggiore: In tutte le depressioni notiamo un calo di serotonina.</p>
<p>Premessa minore: Tizio è depresso</p>
<p>Conclusione: Tizio ha poca serotonina.</p>
<p>Questo sillogismo porta a somministrare un farmaco inibitore della ricaptazione della serotonina ed a pensare che il sintomo sia da riferirsi ad un deficit biologico.</p>
<p>Questi sillogismi sono divenuti algoritmi e caratterizzano la clinica neo-krepeliniana dominante nella psichiatria contemporanea.</p>
<p>Per questo schema, la psicoterapia, i gruppi terapeutici, le terapie famigliari, gli interventi educativi e sociali e tutte le forme di terapia sociale e comunitaria sono, se va bene, coadiuvanti della via regia della cura che è rappresentata dal trattamento farmacologico. Non è possibile nessun riferimento al vincolo pazienti/equipe curante se non come organizzazione del flusso lavorativo scomposto in protocolli per ottenere un risultato standard, azzerando le differenze soggettive, anzi oggettivizzando tutto, per così dire, in modo che si possa intravvedere la sostituzione dell&#8217;equipe curante con forme di intelligenza artificiale. Ciò  farebbe  scomparire gli effetti emotivi (quelli che, da almeno cento anni, si chiamano transfert e controtransfert) visti come <em>bias</em> dannosi alla corretta terapia.</p>
<p>Come si intuisce, lo Schema di Riferimento del lavoro di Stefano Bonifazi non è questo. Naturalmente, non si nega l’aspetto biologico e la cura farmacologica, ma la si riporta alla funzione che deve avere in un quadro più vasto. Che è rappresentato da un&#8217;istituzione caratterizzata dal vincolo fra l’equipe curante, i gruppi terapeutici dei pazienti e il gruppo multifamigliare.</p>
<p>In particolare, mi voglio soffermare sull&#8217;esperienza del gruppo terapeutico che è stata oggetto di analisi e discussione in un gruppo di ricerca della scuola &#8220;Josè Bleger&#8221;.</p>
<p>Per quanto riguarda il gruppo terapeutico, la ricerca è partita da quel “fatto sorprendente” che Massimo Bonfantini, nei nostri seminari sulla metodologia della ricerca, riferendosi a Charles S. Peirce, ci aveva indicato come il necessario punto di partenza.</p>
<p>La ricerca riguardava gli effetti di un gruppo operativo in un&#8217;istituzione totale come un Servizio Psichiatrico Di Diagnosi e Cura (SPDC).</p>
<p>Dopo una ricognizione negli SPDC delle Marche e della Romagna, ci siamo resi conto che erano pochi i servizi in cui si teneva strutturalmente una qualche forma di gruppo e, là dove si teneva, era considerato, come si è detto, come un coadiuvante della terapia farmacologica.</p>
<p>Ma l’esperienza di Bonifazi nel Servizio di Jesi ci ha sorpreso in primo luogo perchè aveva notato degli atteggiamenti tipici. La sorpresa è stata che nonostante la prossimità, le interazioni fra i degenti erano scarse. Così Bonifazi descrive queste forme stereotipate:</p>
<p>&#8211; Le abbiamo chiamate scherzosamente: le solitarie pecore del presepe, il gioco ai quattro cantoni, i pesci nell’acquario, il gioco del silenzio.</p>
<p>&#8211; Il fenomeno delle “pecore solitarie” perché così è la loro disposizione nei presepi dove, spesso, ognuna sta per conto suo (nei pascoli formano greggi); allo stesso modo, i pazienti se ne andavano sempre da soli quando uscivano, uno ad uno, per recarsi al bar o a prendere una boccata d’aria fuori.</p>
<p>&#8211; Il gioco ai “quattro cantoni” descriveva la prossemica in sala fumo, uno per angolo, come a stabilire la maggior distanza possibile tra loro, quando di posacenere da pavimento ve ne era uno soltanto.</p>
<p>&#8211; I “pesci nell’acquario” perché, nei momenti inattivi delle attività pomeridiane, i degenti passavano il tempo guardando a lungo gli infermieri nella guardiola, come fossero pesci da ammirare, senza comunicare né interagire, senza parlare tra loro; per non confrontarsi né conoscersi, occupavano il tempo ammirando i pesci che si lasciavano osservare indifferenti, infastiditi quando qualcuno bussava sul vetro con una scusa o un’altra. Questo è accaduto per anni e tende a ricorrere oggi, dopo la sospensione delle attività gruppali che ha prodotto l’implosione della socialità tra i ricoverati.</p>
<p>Queste stereotipie erano colte come forme del gruppo dei ricoverati, non come un atteggiamento del singolo. Se non si ha uno schema di riferimento gruppale, non si vedono: si vede il singolo che sta per conto suo e non “le pecore del presepe”; si vede un solitario in un angolo, non “Il gioco dei quattro cantoni”; e, naturalmente, il singolo che guarda il pesce, non &#8220;i pesci nell’acquario”, che già denota l’aspetto che assume il transfert istituzionale in un SPDC.</p>
<p>L’introduzione del gruppo terapeutico sotto varie forme, compresa la realizzazione di un gruppo multifamigliare con i degenti e i loro famigliari, supervisionato dal professor Alfredo Canevaro, ha prodotto la rottura di questi stereotipi, in primo luogo ha favorito e legittimato una comunicazione orizzontale fra i degenti che prima del gruppo si rivolgevano molto agli operatori con vario tipo di richieste e molto poco fra loro. Il gruppo, anche se praticato per pochi incontri, dato che la degenza media è breve, meno di 15 giorni, favorisce l&#8217;identificazione reciproca e diminuisce l’ansia; inoltre, ha reso possibile anche la realizzazione di “gruppi autogestiti” che, come sempre, valorizzano la partecipazione soggettiva al cambiamento. Complessivamente, il compito che è emerso come fondante questo gruppo nel SPDC riguarda un primo terntativo di elaborare il motivo della crisi, il cercare un senso al ricovero fra i degenti e con i loro famigliari. Insomma, come dice bene in questo lavoro Bonifazi, un tentativo di passare dal processo primario ad un processo secondario, un provare a dare un significato a ciò che è successo e a farlo uscire dalla dimensione di evacuazione emozionale o di agiti senza un apparente senso.</p>
<p>Insomm,a si tratterebbe di considerare il SPDC come un dispositivo costituito da vari setting che possa essere percepito come un contenitore, un apparato formato da vincoli multipli fra degenti, operatori, famigliari e mondo esterno che riduca l’angoscia, il senso di persecuzione, la paura dell’abbandono e della dissoluzione nel nulla, e permetta di intravedere una via di uscita da questo labirinto.</p>
<p>Bonifazi ci mostra tutta la difficoltà e le resistenze nel condurre questa importante ricerca-azione che non è ancora conclusa e di cui questo testo non è solo una testimonianza, ma un manuale per la disseminazione in altri luoghi ed in altri tempi di esperienze simili. Le resistenze riguardano i ruoli, sulla differenza fra coordinatore e conduttore, differenza molto discussa nel gruppo di ricerca della scuola &#8220;José Bleger&#8221;. Il mio punto di vista è che all’interno di un&#8217;istituzione, e soprattutto un&#8217;istituzione totale come il SPDC, si è sempre implicati con l’istituzione stessa; si può cercare di ridurre l’implicazione, ma disimplicarsi totalmente significa abbandonare l’istituzione stessa e negare il proprio ruolo. Io sono convinto che si debba avviare una dinamica fra un aspetto istituito, le leggi, i regolamenti, le consuetudini, la mentalità ed il senso comune, comprese le routine quotidiane, e un aspetto istituente: l’esigenza di cambiamento, diversi schemi di riferimento, l’importanza dei vincoli e del mondo fuori dell&#8217;istituito, la capacità  di lasciarsi attraversare da problematiche non strettamente pertinenti il campo di lavoro.</p>
<p>L’istituzione è il risultato della dinamica fra questi aspetti, è un processo in continuo divenire. Solo quando l’istituito pone se stesso come l’ISTITUZIONE e schiaccia ogni pensiero e pratica differente da quella ordinaria marchiandola come antiscientifica, non basata sull&#8217;evidenza, sentimentale o retrograda, e sclerotizza le proprie pratiche trasformandole in procedure tecniche, allora diventa evidente come il processo istituzionale si sia fermato, e il compito sia mutato dalla cura dei pazienti al mantenimento dell&#8217;istituito stesso. In questo caso, non c’è più cura, perchè non c’è più l’altro, ma l’oggetto di varie procedure che mirano tutte all’automantenimento dell&#8217;istituito. Siamo, in questo caso, nell&#8217;istituzionalizzazione che bisogna distruggere se si vuole ripristinare il processo istituzionale che è stato soppresso.</p>
<p>Questo è quello che è stato fatto in in Italia con la distruzione dei manicomi e la ripresa della dinamica istituzionale nel campo della salute mentale.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;istituzionalizzazione della psichiatria è sempre all’orizzonte, è dunque necessario tenere aperta la dinamica istituzionale anche in questo campo tenendo come orizzonte la salute mentale globale.</p>
<p>Il lavoro di Stefano Bonifazi, che sono contento ed onorato di presentare, va in questa direzione. Che possa servire per molteplici esperienze di ricerca e azione.</p>
<p>Leonardo Montecchi</p>
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		<title>La procreatività come paradigma per una proposta politica*</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 07:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Fenoglio Premessa Le riflessioni che seguono sono il frutto di molti anni di ricerca sulla femminilità, il parto e la sessualità. Il mio impegno nel movimento femminista a partire dai primi anni ’70 ha seguito una parabola &#8230; <a href="https://bleger.org/la-procreativita-come-paradigma-per-una-proposta-politica/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Teresa Fenoglio</strong></p>
<p><strong><span dir="ltr">Premessa</span></strong><br />
<span dir="ltr">Le riflessioni che seguono sono il frutto di molti anni di ricerca sulla femminilità, il parto e la </span><span dir="ltr">sessualità. Il mio impegno nel movimento femminista a partire dai primi anni ’70 ha seguito una</span> <span dir="ltr">parabola che mi ha condotto</span> <span dir="ltr">dalla militanza</span> <span dir="ltr">a sfondo ideolog</span><span dir="ltr">ico</span> <span dir="ltr">alla </span><span dir="ltr">psicoanalisi</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">donna</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">particolare</span><span dir="ltr">)</span> <span dir="ltr">contestualmente agli studi di psicosociologia e delle difese istituzionali</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">tra i quali quello </span><span dir="ltr">condotto</span> <span dir="ltr">in alcuni</span> <span dir="ltr">reparti di maternità torinesi.</span><br />
<span dir="ltr">Mi rendo tuttavia conto di quanto, a fronte dei cambiamenti socia</span><span dir="ltr">li e culturali intercorsi, che ci</span> <span dir="ltr">hanno portato al superamento della sessualità “binaria”, e alle nuove realtà affettive e di</span> <span dir="ltr">riproduzione (coppie omosessuali), il discorso che presento</span> <span dir="ltr">possa apparire</span> <span dir="ltr">molto “tradizionale”.</span><br />
<span dir="ltr">Quindi lo</span> <span dir="ltr">propongo</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">qualche riserva</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Ciono</span><span dir="ltr">no</span><span dir="ltr">stante</span> <span dir="ltr">continuo a credere che il pensiero</span><br />
<span dir="ltr">psicoanalitico femminile, che analizza</span> <span dir="ltr">la femminilità e la virilità in noi</span><span dir="ltr">, mantenga il suo carattere</span> <span dir="ltr">innovativo e che per questo non solo non sia “superato”, ma permanga come risorsa importante p</span><span dir="ltr">e</span><span dir="ltr">r formulare progetti di rinnovamento sociali. Qualcosa tuttavia dovrà essere necessariamente </span><span dir="ltr">riformulato</span> <span dir="ltr">alla luce delle nuove prospettive</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Inoltre, r</span><span dir="ltr">ecentemente, lo scoppio della guerra alle porte di casa e la sconcertante assunzione da</span> <span dir="ltr">parte di molti del</span><span dir="ltr">la “mentalità di guerra”, come al solito</span> <span dir="ltr">voluta e</span> <span dir="ltr">diretta da uomini, può trovare in </span><span dir="ltr">questo saggio</span><span dir="ltr">, forse,</span> <span dir="ltr">un</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fonte</span> <span dir="ltr">utile di riflessione.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Le esperienze portanti</span></strong><br />
<em><span dir="ltr">“Lo sviluppo dell’io consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario e di un lungo </span></em><em><span dir="ltr">ed inten</span></em><span dir="ltr"><em>so sforzo teso a recuperarlo”</em> (Freud,</span> <span dir="ltr">Introduzione al narcisismo</span><span dir="ltr">, 1914)</span><br />
<span dir="ltr">Credo che</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">tensione vitale al recupero di una</span> <span dir="ltr">soddisfacente</span> <span dir="ltr">integrazione</span> <span dir="ltr">interiore</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">questa ricerca </span><span dir="ltr">di una “</span><span dir="ltr">autenticità</span> <span dir="ltr">del proprio</span> <span dir="ltr">essere”</span> <span dir="ltr">a ricomposizione dell</span><span dir="ltr">e frammentazioni</span> <span dir="ltr">del s</span><span dir="ltr">é</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">costituisca</span> <span dir="ltr">la </span><span dir="ltr">nota comune a</span> <span dir="ltr">tutte le esperienze “portanti”: l’attaccamento amoroso, la creazione artistica, </span><span dir="ltr">l’investimento affettivo</span> <span dir="ltr">nei</span> <span dir="ltr">figli, l’esperienza del lavoro non alienato</span><span dir="ltr">. A collegare tra loro</span> <span dir="ltr">le</span> <span dir="ltr">es</span><span dir="ltr">perienze centrali dell’esistere, amore, arte, procreazione, far crescere, lavoro,</span> <span dir="ltr">c</span><span dir="ltr">’è</span> <span dir="ltr">infatti</span> <span dir="ltr">un filo </span><span dir="ltr">ben saldo</span><span dir="ltr">: restaurare l’integrità narcisistica.</span><br />
<span dir="ltr">In queste che sono forme</span> <span dir="ltr">basilari</span> <span dir="ltr">del porsi della persona nel mondo è possibile</span> <span dir="ltr">ritrovare</span> <span dir="ltr">la</span><br />
<span dir="ltr">corrispondenz</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">tra investimento negli oggetti e investimento nel proprio</span> <span dir="ltr">sé</span><span dir="ltr">: una</span> <span dir="ltr">restaurazione</span> <span dir="ltr">dell’amore felice che nella circolarità dialettica intuita da Freud salda il soggetto all’oggetto </span><span dir="ltr">attraverso</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">reciprocità</span> <span dir="ltr">narcisistica</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">L’essere</span> <span dir="ltr">umano</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">resto,</span> <span dir="ltr">procede</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">investiment</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">/</span><span dir="ltr">riconduzione</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">s</span><span dir="ltr">é</span><span dir="ltr">/re</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">investiment</span><span dir="ltr">i, secondo una scansione</span> <span dir="ltr">dentro</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">fuori</span> <span dir="ltr">che costituisce i</span><span dir="ltr">l motore</span> <span dir="ltr">del processo simbolico e creativo dell’essere umano</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">Fort</span><span dir="ltr">&#8212;</span><span dir="ltr">Da!</span><span dir="ltr">”</span></p>
<p><span dir="ltr">Nessuna di tali esperienze dell’essere</span> <span dir="ltr">nel</span> <span dir="ltr">mondo, né l’amore, né l’arte, e ne</span><span dir="ltr">anche le forme meno</span> <span dir="ltr">speciali, la procreazione e il lavoro, sono unicamente “naturali”, cioè innate ed immediate.</span> <span dir="ltr">Si tratta </span><span dir="ltr">invece di</span> <span dir="ltr">formazioni</span> <span dir="ltr">biologico</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">culturali, ad opera di soggetti in grado di operare questa saldatura</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">sintesi tra sé e</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">altro</span> <span dir="ltr">da</span> <span dir="ltr">sé</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">capaci</span> <span dir="ltr">cioè di elaborare simboli</span> <span dir="ltr">ai vari livelli espressivi</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">là dove</span> <span dir="ltr">infatti </span><span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">’</span><span dir="ltr">elaborazione simbolica non verbale</span> <span dir="ltr">trova espressione in immagini mentali</span> <span dir="ltr">(un volto,</span> <span dir="ltr">un luogo,</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">musica</span><span dir="ltr">&#8230;), quella</span> <span dir="ltr">verbale</span> <span dir="ltr">fa sì che</span> <span dir="ltr">l&#8217;individuo comunic</span><span dir="ltr">hi</span> <span dir="ltr">il proprio mondo inter</span><span dir="ltr">no agli altri</span><span dir="ltr">, in questo </span><span dir="ltr">modo trasmettendo</span> <span dir="ltr">conoscenza e cultura</span><span dir="ltr">.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><span id="more-647"></span></p>
<p><span dir="ltr">L’elaborazione simbolica è un processo; si rinnova e si ristabilisce ad ogni nuovo incontro, situazione </span><span dir="ltr">e stimolo. Il simbolo si fa veicolo ed espressione della spinta interiore e</span> <span dir="ltr">allo stess</span><span dir="ltr">o tempo</span> <span dir="ltr">strumento </span><span dir="ltr">di decodificazione della realtà. Esprime adattamento, ma è sempre in qualche modo</span> <span dir="ltr">anche </span><span dir="ltr">soluzione creativa</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">inoltre</span> <span dir="ltr">non si arresta ad una data età, non “invecchia”.</span></p>
<p><span dir="ltr">Noi clinici c</span><span dir="ltr">onosciamo</span> <span dir="ltr">di converso</span> <span dir="ltr">che cosa sia</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">arresto del processo</span> <span dir="ltr">di elaborazione</span> <span dir="ltr">ideativa;</span> <span dir="ltr">lo</span> <span dir="ltr">osserviamo infatti in</span> <span dir="ltr">tutte le forme di alienazione</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">a nevrosi,</span> <span dir="ltr">in quanto</span> <span dir="ltr">blocco delle energie libidiche </span><span dir="ltr">oggettuali; il lavoro</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">espropri</span><span dir="ltr">ato”</span><span dir="ltr">, sia dal lato del profitto che del controllo sul prodotto</span><span dir="ltr">; infine</span> <span dir="ltr">la </span><span dir="ltr">procreazione com</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">evento dovuto, o</span> <span dir="ltr">“catena di</span> <span dir="ltr">figliaggio</span><span dir="ltr">”, ineluttabile destino</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">un corpo</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">natura </span><span dir="ltr">che si è fatto proprietà</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">altri:</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">marito,</span> <span dir="ltr">del</span><span dir="ltr">la stirpe</span><span dir="ltr">, o della consuetudine</span><span dir="ltr">, con lo scopo di colmare </span><span dir="ltr">un vuoto</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Gli studi condotti con Clara Capello fin dagli anni ’90, attraverso i quali abbiamo analizzato le istanze</span> <span dir="ltr">di liberazione/ autorealizzazione delle donne (sfociato nel libro “Perché mi curo di te”) ci hanno </span><span dir="ltr">spinto ad approfondire le teorie del femminile in p</span><span dir="ltr">sicoanalisi e la specifica vocazione delle donne ai </span><span dir="ltr">lavori di cura, che abbiamo visto non come vocazione nevrotica, ma come estensione del narcisismo </span><span dir="ltr">di vita. Questa idea di fondo ci è stata ispirata da diverse autrici, come ad esempio Maria Bonaparte, </span><span dir="ltr">J.C</span><span dir="ltr">hasseguet</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">Smirgel, F.Dolto, ed è stata ripresa con molta efficacia da Silvia Vegetti Finzi in quel bel</span><br />
<span dir="ltr">testo sulla femminilità nascente che è “Il bambino della notte”. Attraverso numerosi casi clinici</span> <span dir="ltr">Vegetti Finzi arriva alla conclusione che la bambina, a</span><span dir="ltr">nziché venir determinata da una supposta </span><span dir="ltr">invidia del pene, coltiva entro di sé l’idea di un bambino (il bambino della notte) di cui la bambola è </span><span dir="ltr">un segno esteriore. Il bambino interno corrisponde al narcisismo di vita della bambina e segnala la </span><span dir="ltr">sua capacit</span><span dir="ltr">à creativa. Anche il maschio così avrebbe la sua dose di “invidia” per la capacità </span><span dir="ltr">generativa della femmina. La cura dell’altro, quindi, si collocherebbe simbolicamente non nella </span><span dir="ltr">riparazione di una mancanza, ma nella estensione ad altri di un profondo, non</span> <span dir="ltr">nevrotico,</span> <span dir="ltr">compiacimento di sé.</span></p>
<p><span dir="ltr">Nel contesto di questi studi</span> <span dir="ltr">abbiamo</span> <span dir="ltr">ri</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">formulato l’idea della generatività della mente, prodotta</span> <span dir="ltr">dall’accoppiamento</span> <span dir="ltr">simbolico</span> <span dir="ltr">di elementi maschili e femminili</span> <span dir="ltr">indipendentemente</span> <span dir="ltr">dal genere di </span><span dir="ltr">appartenenza dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">Sull</span><span dir="ltr">o sfondo di queste riflessioni, quindi, il destino della donna verso la propria liberazione non è</span> <span dir="ltr">visto più unicamente all’insegna della emancipazione dalle determinanti esterne della propria </span><span dir="ltr">emarginazione, ma dai vincoli creatisi dal blocco alla creativit</span><span dir="ltr">à prodotto dalla colpa e dalla </span><span dir="ltr">inibizione.</span><br />
<span dir="ltr">Ogni individuo, uomo o donna che sia, dispone di potenzialità interiori che possono entrare e</span> <span dir="ltr">mettersi in moto in una elaborazione creativa</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">ideativa, come appiattirsi nella ripetizione difensiva.</span><br />
<span dir="ltr">Così avviene p</span><span dir="ltr">er la procreazione. Essa può diventare un terreno di nuova consapevolezza, una</span> <span dir="ltr">esperienza ricca di</span> <span dir="ltr">contenuti</span> <span dir="ltr">che entrer</span><span dir="ltr">anno</span> <span dir="ltr">a far parte di nuove formulazioni simboliche, come </span><span dir="ltr">può venire scissa, negata</span> <span dir="ltr">nelle sue valenze</span><span dir="ltr">, o sovrainvestita con l’idealizzazion</span><span dir="ltr">e.</span></p>
<p><span dir="ltr">La procreazione è stata per molto tempo considerata terreno</span> <span dir="ltr">esclusivo delle donne.</span> <span dir="ltr">Le stesse donne</span> <span dir="ltr">hanno contribuito a farsene padrone. C’è da credere invece</span> <span dir="ltr">che l’uomo l’abbia allontanata da sé, </span><span dir="ltr">rivolgendosi elettivamente ad altre attività.</span> <span dir="ltr">L’azione del fecondare</span><span dir="ltr">, che pure è ricco di significato, è </span><span dir="ltr">stato in qualche modo stornato</span> <span dir="ltr">dal processo della procreazione</span> <span dir="ltr">e dirottato altrove.</span> <span dir="ltr">E’ così che</span> <span dir="ltr">le </span><span dir="ltr">attività cosi</span><span dir="ltr">ddette “maschili”</span> <span dir="ltr">(lavoro, carriera, realizzazione sociale)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">finiscono</span> <span dir="ltr">spesso</span> <span dir="ltr">deprivate del </span><span dir="ltr">valore simbolico connesso con la fecondazione</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">procreazione, cioè dell’idea</span> <span dir="ltr">simbolica</span> <span dir="ltr">del figlio come </span><span dir="ltr">prodotto di una relazione</span> <span dir="ltr">generativa</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">attestandosi invece</span> <span dir="ltr">su si</span><span dir="ltr">mbologie</span> <span dir="ltr">di intrusione possessiva</span> <span dir="ltr">e </span><span dir="ltr">trionfo</span><span dir="ltr">.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><strong><span dir="ltr">La scissione tra sessualità, maternità</span><span dir="ltr">/paternità</span> <span dir="ltr">e procreazione</span></strong><br />
<span dir="ltr">Leggere nella esperienza della procreazione decifr</span><span dir="ltr">andola</span> <span dir="ltr">dall’interno significa avere come referente </span><span dir="ltr">donne e uomini</span> <span dir="ltr">come soggett</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">unitari</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">esenti</span> <span dir="ltr">da scissioni in “</span><span dir="ltr">funzioni</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">. Se la scissione tra sessualità </span><span dir="ltr">e procreazione è diventata nel tempo consustanziale all’idea di virilità,</span> <span dir="ltr">con conseguente</span> <span dir="ltr">tendenza </span><span dir="ltr">alla</span> <span dir="ltr">sacralizzazione della donna</span> <span dir="ltr">sposa e</span> <span dir="ltr">madre e spostamento della libido</span> <span dir="ltr">maschile</span> <span dir="ltr">su amori </span><span dir="ltr">collaterali, l</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">donna entra</span> <span dir="ltr">nella</span> <span dir="ltr">letteratura medica e in parte in quella psicologica</span> <span dir="ltr">essenzialmente in </span><span dir="ltr">quanto portatrice di</span> <span dir="ltr">funzioni femminili e materne</span><span dir="ltr">, nelle quali spesso le donne</span> <span dir="ltr">stesse</span> <span dir="ltr">si identificano</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">A venir negata è la</span> <span dir="ltr">matrice</span> <span dir="ltr">erotica</span> <span dir="ltr">della gravidanza e della procreazione</span> <span dir="ltr">a vantaggio, sia per l’uomo</span> <span dir="ltr">che per la donna,</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">stabilità</span> <span dir="ltr">del vincolo</span> <span dir="ltr">istituzionale.</span><br />
<span dir="ltr">Se</span> <span dir="ltr">eros e</span> <span dir="ltr">sessualità</span> <span dir="ltr">vengono</span> <span dir="ltr">percepit</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">come elemento di destabilizzazione sociale</span> <span dir="ltr">per ent</span><span dir="ltr">rambi i</span> <span dir="ltr">sessi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">a scissione tra</span> <span dir="ltr">questi</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione è particolarmente drammatica nella donna.</span> <span dir="ltr">La </span><span dir="ltr">supposta identificazione regressiva della buona madre con il figlio impone che quella madre, cioè la </span><span dir="ltr">madre socialmente interiorizzata,</span> <span dir="ltr">coincida con</span> <span dir="ltr">la mad</span><span dir="ltr">re dei desideri infantili</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">fonte di donazioni </span><span dir="ltr">perenni,</span> <span dir="ltr">proprietà assoluta del figlio,</span> <span dir="ltr">oggetto idealizzato</span> <span dir="ltr">e non</span> <span dir="ltr">condiviso.</span> <span dir="ltr">Se</span> <span dir="ltr">infatti, secondo le </span><span dir="ltr">fantasie dei molti adulti/bambini,</span> <span dir="ltr">la madre</span> <span dir="ltr">mantenesse</span> <span dir="ltr">una vita sessuale</span> <span dir="ltr">da cui tra</span><span dir="ltr">rr</span><span dir="ltr">e piacere, </span><span dir="ltr">l’adulto/bambi</span><span dir="ltr">no</span> <span dir="ltr">sarebbe esposto</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">un</span> <span dir="ltr">senso di</span> <span dir="ltr">tradimento e perdita irrimediabili,</span> <span dir="ltr">a sentimenti di </span><span dir="ltr">impotenza</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">r</span><span dir="ltr">abbia e desiderio di ritorsione.</span> <span dir="ltr">Solo la madre idealizzata e onnipotente sembra aver </span><span dir="ltr">spazio nell’immaginario sociale.</span></p>
<p><span dir="ltr">Ma</span> <span dir="ltr">in un senso più esteso</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">questa</span> <span dir="ltr">dinamica difensiva</span> <span dir="ltr">nega</span> <span dir="ltr">a donne e uomini</span> <span dir="ltr">un più ampio spettro</span> <span dir="ltr">di potenzialità. Sulla base dell’equivalenza fallicità/</span><span dir="ltr">razionalità</span><span dir="ltr">/</span><span dir="ltr">fare</span><span dir="ltr">, viene negata alla esperienza </span><span dir="ltr">della procreazione il</span> <span dir="ltr">suo</span> <span dir="ltr">ruolo</span> <span dir="ltr">fondamentale</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">crescita</span> <span dir="ltr">integrata dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">La n</span><span dir="ltr">egazione della matrice sessuale della procreazione</span> <span dir="ltr">forclude</span> <span dir="ltr">in realtà l’interdipendenza dei due</span> <span dir="ltr">sessi,</span> <span dir="ltr">quella percezione della</span> <span dir="ltr">mancanza che si fa ricerca dell’altro. Il figlio, reale o simbolico, è infatti </span><span dir="ltr">terzo nel rapporto di scambio tra individui</span><span dir="ltr">, così</span> <span dir="ltr">come l’accoppiamento può avvenire non</span> <span dir="ltr">solo</span> <span dir="ltr">per </span><span dir="ltr">via carnale, ma simbolicamente tra parti femminili e maschili dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">Più di tutto però Il meccanismo della scissione</span> <span dir="ltr">impedisce</span> <span dir="ltr">che il procreare entri a far parte dei modelli</span> <span dir="ltr">simbolici che decodificano</span> <span dir="ltr">il mondo, lo interpretano e</span> <span dir="ltr">progettano</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span dir="ltr">Procreazione e lavoro non aliena</span><span dir="ltr">t</span><span dir="ltr">o</span></strong><br />
<span dir="ltr">Così</span> <span dir="ltr">come</span> <span dir="ltr">nell’immaginario sociale</span> <span dir="ltr">sesso e maternità vengono tenuti separati,</span> <span dir="ltr">analogamente a </span><span dir="ltr">virilità e</span> <span dir="ltr">genitorialità paterna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">allo stesso modo</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">viene</span> <span dir="ltr">lett</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">come ca</span><span dir="ltr">tegori</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">antinomic</span><span dir="ltr">a, o anche solo estranea</span><span dir="ltr">, a quella del lavoro</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Infatti, man mano che la rappresentazione </span><span dir="ltr">del lavoro si è discostata da quella dall’universo contadino e artigianale, nel quale la simbologia si </span><span dir="ltr">mostra coerente con il generare,</span> <span dir="ltr">il</span> <span dir="ltr">crescere e</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">avere cura, ed ancor più nei tempi presenti, in cui </span><span dir="ltr">l’oggetto del lavoro è diventato estraneo alle mani</span> <span dir="ltr">(“inafferrabile”)</span> <span dir="ltr">in quanto</span> <span dir="ltr">intangibil</span><span dir="ltr">e, lavoro e </span><span dir="ltr">generatività</span> <span dir="ltr">si sono collocati in universi non compatibili.</span></p>
<p><span dir="ltr">La chiave della formazione di questi universi simbolici che operano in opposizione all’integrazione</span> <span dir="ltr">psichica</span> <span dir="ltr">dell’essere</span> <span dir="ltr">umano</span> <span dir="ltr">favorendone</span> <span dir="ltr">l’alienazione</span> <span dir="ltr">è</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">specifica</span> <span dir="ltr">rappresentazione </span><span dir="ltr">interiorizzata</span> <span dir="ltr">de</span><span dir="ltr">lla</span> <span dir="ltr">donna</span><span dir="ltr">, e specularmente quella dell’uomo</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Essa si basa</span> <span dir="ltr">sulla dicotomia natura</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">cultura,</span> <span dir="ltr">sull’onnipotenza estranea</span> <span dir="ltr">al</span> <span dir="ltr">limite e</span> <span dir="ltr">a</span><span dir="ltr">lla cura,</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">su un codice affettivo di controllo e </span><span dir="ltr">possesso</span> <span dir="ltr">della figura materna da parte di un adulto/bambino.</span></p>
<p><span dir="ltr">A formare tale</span> <span dir="ltr">rappr</span><span dir="ltr">esentazione</span> <span dir="ltr">intervengono:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">l’idea di una gravidanza avulsa dal sesso</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">coinvolta</span> <span dir="ltr">da</span> <span dir="ltr">molteplici forme di rimozione:</span> <span dir="ltr">del</span><br />
<span dir="ltr">rapporto sessuale come motore biologico</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">psichico della gravidanza in atto</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">di una normale</span><br />
<span dir="ltr">vita sessuale della donna in gravidanza</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">gr</span><span dir="ltr">atificazione narcisistica della</span> <span dir="ltr">gravidanza</span><br />
<span dir="ltr">stessa</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Analisi istituzionali condotte nei reparti di maternità hanno messo in evidenza l’esistenza</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">numerose</span> <span dir="ltr">difese</span> <span dir="ltr">istituzionali</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fronte</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">intollerabilità</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">una</span><br />
<span dir="ltr">contaminazione tra sessualità della donna</span> <span dir="ltr">e maternità, così come della coppia madre</span><span dir="ltr">-</span><br />
<span dir="ltr">bambino, oggetto di invidia</span> <span dir="ltr">istituzionale.</span> <span dir="ltr">1</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">L’enfatizzazione</span><span dir="ltr">/idealizzazione</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">diade</span> <span dir="ltr">madre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino,</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">conseguente</span><br />
<span dir="ltr">sottovalutazione di altri importanti elementi e figure che intervengono nella esperienza dell</span><span dir="ltr">a </span><span dir="ltr">gravidanza e del parto:</span> <span dir="ltr">i genitori</span> <span dir="ltr">della coppia</span><span dir="ltr">, il rapporto con il partner, il ruolo delle</span><br />
<span dir="ltr">istituzioni.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione di ogni possibile fruizione narcisistica della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">da parte della donna</span><span dir="ltr">, </span><span dir="ltr">come se l’oblatività e la negazione di sé connotassero</span> <span dir="ltr">la buona madre</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione della drammaticità</span> <span dir="ltr">e conflittualità</span> <span dir="ltr">del vissuto profondo della donna</span> <span dir="ltr">e della</span><br />
<span dir="ltr">coppia</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">conflitti che investono il</span> <span dir="ltr">contenuto</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">corpo</span> <span dir="ltr">della donna in gravidanza</span> <span dir="ltr">(ansia</span><br />
<span dir="ltr">genetica)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">le mutazioni del suo corpo</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">le</span> <span dir="ltr">aspettative del</span> <span dir="ltr">mondo sociale</span> <span dir="ltr">circostante</span><span dir="ltr">,</span><br />
<span dir="ltr">prossimo o allargato.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione di ogni vissuto che rimandi alla aggressività della donna, al rifiuto</span> <span dir="ltr">o</span><br />
<span dir="ltr">ambivalenza verso l’assunzione del</span> <span dir="ltr">ruolo previsto</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">“buona gravida”</span> <span dir="ltr">e in seguito di “buona</span> <span dir="ltr">madre”</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La for</span><span dir="ltr">mazione della categoria di “tutela”, all’interno della quale il tutelatore (in veste di</span><br />
<span dir="ltr">esperto o di istituzione tutelatrice) si pone al tempo stesso come figlio bambino di una madre</span> <span dir="ltr">oblativa e come difensore del corpo materno dagli attacchi del sé bambino</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Ad ultimo:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La mancata collocazione della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">all’interno delle esperienze umane “portanti”, </span><span dir="ltr">che riguardano tutti gli esseri umani, sia maschi che femmine.</span></p>
<p><span dir="ltr">A</span> <span dir="ltr">quest</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fondazione</span> <span dir="ltr">culturale</span> <span dir="ltr">concorrono</span> <span dir="ltr">donne e uomini</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Troppo spesso l</span><span dir="ltr">a donna</span> <span dir="ltr">appare debole</span> <span dir="ltr">nel comprendere la valenza della procreazione, circoscrivendola a evento solo privato e</span> <span dir="ltr">ponendo </span><span dir="ltr">un limite</span> <span dir="ltr">ad</span> <span dir="ltr">integrarla</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">tutte le esperienze della vita e della sessualità.</span> <span dir="ltr">Analogamente l’uomo oscilla </span><span dir="ltr">tra la completa delega</span> <span dir="ltr">alle donne</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">accomp</span><span dir="ltr">agnata da un</span> <span dir="ltr">senso</span> <span dir="ltr">di inadeguatezza</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">difesa </span><span dir="ltr">pervicace del proprio ruolo maschile di “prima”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">eretto a baluardo contro una dimensione </span><span dir="ltr">esistenziale sentita come troppo</span> <span dir="ltr">invischiante e avulsa dalla propria identità.</span></p>
<p><span dir="ltr">Ciò che può fare della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">un</span><span dir="ltr">a esperienza “portante”, cioè in grado di fornire parametri di</span> <span dir="ltr">interpretazione della realtà, è</span><span dir="ltr">, per entrambi</span> <span dir="ltr">i sessi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">riuscire</span> <span dir="ltr">a sentirsi</span> <span dir="ltr">“strument</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">attiv</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">strument</span><span dir="ltr">i </span><span dir="ltr">di quelle leggi naturali di cui non si avrà mai</span> <span dir="ltr">il completo controllo</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">strumenti dell’im</span><span dir="ltr">pulso erotico </span><span dir="ltr">generativo, orientato alla creatività e al piacere</span> <span dir="ltr">e che ci rende</span> <span dir="ltr">protagonisti consapevoli della propria </span><span dir="ltr">spinta, reale e simbolica, a</span> <span dir="ltr">generare e allevare</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">quanto attività cardine della propria presenza socio-</span><span dir="ltr">politica</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">Farsi</span> <span dir="ltr">strument</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">e al contempo essere attiv</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">pone</span> <span dir="ltr">in relazione</span> <span dir="ltr">due</span> <span dir="ltr">polarità apparentemente</span><br />
<span dir="ltr">contrarie. La gravidanza e il parto compendiano precisamente queste due istanze: la passività, che</span> <span dir="ltr">si traduce nell’accogliere una nuova forma vitale indipendente, che si p</span><span dir="ltr">uò soltanto assecondare con </span><span dir="ltr">premura; l’attività</span><span dir="ltr">, che</span> <span dir="ltr">invece è dimensione</span> <span dir="ltr">segnata dal desiderio e dal progetto, dall’allestire</span> <span dir="ltr">uno </span><span dir="ltr">spazio fisico</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">dal provvedere</span> <span dir="ltr">concretamente</span><span dir="ltr">. Non è difficile individuare in questa</span> <span dir="ltr">ricomposta </span><span dir="ltr">polarità</span> <span dir="ltr">la dinamica della geni</span><span dir="ltr">torialità,</span> <span dir="ltr">così come</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">cura delle piante e dei coltivi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">dell’operare</span> <span dir="ltr">in </span><span dir="ltr">squadra,</span> <span dir="ltr">del plasmare la creta e dipingere</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">della buona politica. Tutte queste attività, come nella procreazione, si reggono grazie alla dialettica tra passività/accettazione (dell</span><span dir="ltr">e leggi della natura; </span><span dir="ltr">delle diversità tra individui; dei limiti umani e delle forze; del destino) e</span> <span dir="ltr">dell’energia</span> <span dir="ltr">desiderante</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">La</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">è una</span> <span dir="ltr">tra le</span> <span dir="ltr">diverse</span> <span dir="ltr">attività caratterizzate</span> <span dir="ltr">da questa dialettica interna degli</span> <span dir="ltr">opposti</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">sorta di</span> <span dir="ltr">miscuglio</span> <span dir="ltr">vital</span><span dir="ltr">e</span><span dir="ltr">. Certamente è tra quelle più largamente condivise. Ma considerarla una </span><span dir="ltr">esperienza unica, privilegiata ed irripetibile, enfatizzarla cioè, significa in fondo riproporne la </span><span dir="ltr">marginalità, non coglierne gli elementi che la unificano ad altre esperienze,</span> <span dir="ltr">non f</span><span dir="ltr">acendola</span> <span dir="ltr">entrare </span><span dir="ltr">nel grande circolo</span> <span dir="ltr">delle attività umane</span><span dir="ltr">, del sociale</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">del politico.</span><br />
<span dir="ltr">Gli ostacoli che si</span> <span dir="ltr">frappongono</span> <span dir="ltr">a quest</span><span dir="ltr">o allargamento del significato della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">non sono</span> <span dir="ltr">solo di ordine esterno</span> <span dir="ltr">all’uomo e alla</span> <span dir="ltr">donna. Tra gli ostacoli di ordin</span><span dir="ltr">e interno, ricordiamo</span> <span dir="ltr">nella </span><span dir="ltr">donna</span> <span dir="ltr">il timore ad avventurarsi fuori dalla tutela, la difficoltà</span> <span dir="ltr">ad affrontare il percorso verso</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">identità</span> <span dir="ltr">complessa</span> <span dir="ltr">e da inventare</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Nell’uomo la difficoltà a emanciparsi dalle aspettative sociali, da </span><span dir="ltr">una identità legata a u</span><span dir="ltr">na virilità esibita, dalla paura a confondersi con la donna.</span></p>
<p><span dir="ltr">L’esperienza della procreazione contiene tuttavia alcune specificità di particolare valore simbolico.</span><br />
<span dir="ltr">Nella donna l</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">gravidanza</span> <span dir="ltr">può essere considerata</span> <span dir="ltr">emblematicamente</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">“esperienza ponte”:</span> <span dir="ltr">a un </span><span dir="ltr">polo</span> <span dir="ltr">sta</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">concentricità della donna</span> <span dir="ltr">col</span> <span dir="ltr">proprio oggetto (se stessa/figlio), densa di compiacimento </span><span dir="ltr">e pienezza dell’essere;</span> <span dir="ltr">all’altro polo, la</span> <span dir="ltr">prefigurazione del figlio come persona separata e come </span><span dir="ltr">“terzo” del rapporto di coppia</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">un</span> <span dir="ltr">distacco</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">mediato dal parto, dal puerperio, dall’allattamento</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">che </span><span dir="ltr">porta alla</span> <span dir="ltr">individuazione di due nuovi esseri, la madre e il bambino</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">e della triade,</span> <span dir="ltr">madre</span><span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">padre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino.</span><br />
<span dir="ltr">Per l</span><span dir="ltr">a donna gravida il corpo è investito narcisisticamente</span><span dir="ltr">. Se</span> <span dir="ltr">nel rapporto s</span><span dir="ltr">essuale l’investimento</span> <span dir="ltr">narcisistico</span> <span dir="ltr">veniva</span> <span dir="ltr">attuato e poi rimandato nel corpo dell’altro (amo il tuo corpo e il corpo che tu </span><span dir="ltr">ami)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">nella gravidanza l’esperienza di pienezza</span> <span dir="ltr">è in qualche modo “con</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">clusa”, e questo</span><span dir="ltr">, pur </span><span dir="ltr">indispensabile per l’investimento ogget</span><span dir="ltr">tuale nel figlio,</span> <span dir="ltr">può essere</span> <span dir="ltr">guardato</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">invidia e con </span><span dir="ltr">sospetto, invece che protetto e incentivato.</span> <span dir="ltr">A meno che sia</span> <span dir="ltr">vissuto come perdita ineluttabile,</span> <span dir="ltr">il </span><span dir="ltr">successivo fisiologico distacco madre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino</span> <span dir="ltr">consent</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">alla donna</span> <span dir="ltr">di integrare</span> <span dir="ltr">la maternità</span> <span dir="ltr">con </span><span dir="ltr">tutte</span> <span dir="ltr">le altre esperienze della vita</span><span dir="ltr">, spostando la ricerca del piacere generativo su altri oggetti.</span></p>
<p><span dir="ltr">E</span><span dir="ltr">sistono</span> <span dir="ltr">analogamente</span> <span dir="ltr">altre “esperienze ponte”, là dove le energie</span> <span dir="ltr">erotiche e narcisistiche</span> <span dir="ltr">si</span> <span dir="ltr">traducono nella creatività e nello scambio dell’incontro. In que</span><span dir="ltr">ste esperienze, tra le quali includo </span><span dir="ltr">quello del lavoro non alienato, l’oggetto d’amore è nel contempo all’interno e al di fuori dell’io, </span><span dir="ltr">parte dell’io e che all’io ritorna per arricchirlo.</span><br />
<span dir="ltr">L</span><span dir="ltr">a soddisfazione</span> <span dir="ltr">erotico/</span><span dir="ltr">narcisistica</span> <span dir="ltr">della donna</span> <span dir="ltr">rimane</span> <span dir="ltr">tuttavia</span> <span dir="ltr">un tabù sociale. E’ quindi</span> <span dir="ltr">socialmente ammesso che la donna lavori, ma non che ne tragga gioia; e che sia gravida, ma non </span><span dir="ltr">per se stessa. Il soddisfacimento è letto come intrusione della sessualità in una immagine materna </span><span dir="ltr">che, come abbiamo visto, si vuole o</span><span dir="ltr">blativa e munifica.</span><br />
<span dir="ltr">Ma ancora più scandaloso</span> <span dir="ltr">può apparire</span> <span dir="ltr">lavorare e procreare con soddisfazione e senza conflitti, ove</span> <span dir="ltr">il lavoro assume l’evidenza della</span> <span dir="ltr">piena</span> <span dir="ltr">autonomia, ed è quindi una sfida.</span> <span dir="ltr">Sempre più donne in realtà </span><span dir="ltr">realizzano questa doppia presenza,</span> <span dir="ltr">ma non è un caso che, come si vede accadere per le figure </span><span dir="ltr">pubbliche, esse vengano attaccate con invidia.</span> <span dir="ltr">Questa immagine di madre autonoma e</span> <span dir="ltr">forte </span><span dir="ltr">perseguita la fantasia degli individui. La donna stessa è spesso convinta che se manterrà desideri, </span><span dir="ltr">aspirazio</span><span dir="ltr">ni, amori “da ragazza”, costituirà una minaccia per i suoi propri figli.</span></p>
<p><span dir="ltr">Il</span> <span dir="ltr">filo che congiunge tra loro sessualità,</span> <span dir="ltr">soddisfazione narcisistica,</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">e lavoro,</span> <span dir="ltr">testimonia </span><span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">unitari</span><span dir="ltr">età felice</span> <span dir="ltr">del soggetto</span> <span dir="ltr">difficile da</span> <span dir="ltr">far</span> <span dir="ltr">accettare</span><span dir="ltr">. Una società fondata sulla divisione del </span><span dir="ltr">lavoro e delle competenze, che relega il corpo tra sublimazione e pornografia, non tollera una </span><span dir="ltr">proposta che, pur andando nella linea della espansione e realizzazione del desiderio, contempla anche l’accettazione de</span><span dir="ltr">l distacco e della sua elaborazione, della realtà della propria morte e non </span><span dir="ltr">univocità di ciò che poniamo come assoluto: il nostro esistere.</span><br />
<span dir="ltr">L’evidenza</span> <span dir="ltr">che porta con sé la donna gravida, infatti, è un messaggio inquietante: che nel farsi</span> <span dir="ltr">dell’altro si pone</span> <span dir="ltr">la propria morte</span> <span dir="ltr">e che</span> <span dir="ltr">quindi il voler</span> <span dir="ltr">s</span><span dir="ltr">eparare la procreazione da tutte le altre </span><span dir="ltr">attività della v</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">ta può significare porre una distanza tra sé e la coscienza della morte. Grazie a questa </span><span dir="ltr">separazione il lavoro produttivo può porsi come termine indiscusso d</span><span dir="ltr">i ogni valore</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">addirittura</span> <span dir="ltr">come </span><span dir="ltr">“eterno” valore.</span></p>
<p><span dir="ltr">Si parla da molti anni, con poco costrutto, del problema del “soffitto di cristallo”, quell’ostacolo</span> <span dir="ltr">invisibile che impedisce alle donne di accedere ai più alti livelli di responsabilità nelle organizzazio</span><span dir="ltr">ni </span><span dir="ltr">e nelle istituzioni. Ma i</span><span dir="ltr">l sentire incompatibili maternità e lavoro non è solo frutto di condizionamenti </span><span dir="ltr">culturali o generici sensi di colpa</span> <span dir="ltr">da parte della donna</span><span dir="ltr">. E’ la risposta inevitabile alla giusta percezione </span><span dir="ltr">inconscia che procreazione e lavoro, cos</span><span dir="ltr">ì come si pongono oggi, sono termini antitetici: da una parte </span><span dir="ltr">la funzione riproduttiva, priva di mete oggettive, che si confronta con il farsi</span> <span dir="ltr">anonimo</span> <span dir="ltr">quotidiano</span><br />
<span dir="ltr">della vita e della morte. Dall’altro il</span> <span dir="ltr">mondo competitivo del</span> <span dir="ltr">sociale, con il suo valore assol</span><span dir="ltr">uto e</span> <span dir="ltr">inconfutabile: qualcosa, è vero, di irraggiungibile per le donne, ma anche qualcosa che le donne </span><span dir="ltr">guardano con un certo senso di superiorità consapevole.</span> <span dir="ltr">Con il tempo le donne si sono rifugiate </span><span dir="ltr">sempre di più in contesti che permettevano loro di manten</span><span dir="ltr">ere la qualità della vita e il senso</span> <span dir="ltr">concreto </span><span dir="ltr">delle cose.</span> <span dir="ltr">Accettare tuttavia questa</span> <span dir="ltr">scissione</span> <span dir="ltr">porta</span> <span dir="ltr">all’autoemarginazione, perché il patrimonio di </span><span dir="ltr">consapevolezza accumulato nell’operare in sintono con la vita non diventa parola, fatto, codice di </span><span dir="ltr">trasmissio</span><span dir="ltr">ne consensuale agli uomini e alle donne. Non si pone come valore, come termine di</span><br />
<span dir="ltr">paragone. Non si fa cultura.</span> <span dir="ltr">Così sta avvenendo per la guerra ucraina: le donne fuggono, per </span><span dir="ltr">proteggere se stesse e i figli. Gli uomini restano per combattere. Sia dal fronte</span> <span dir="ltr">russo che da quello </span><span dir="ltr">ucraino le donne piangono e si prendono cura, ma non hanno la forza per schierarsi contro la guerra, </span><span dir="ltr">imprimere un corso alla politica. Ancora oggi questo “non è dato”.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Il lavoro non alienato</span> <span dir="ltr">è</span> <span dir="ltr">lavoro procreativo</span></strong><br />
<span dir="ltr">Se tutte quelle che ab</span><span dir="ltr">biamo chiamato “esperienze portanti” hanno come caratteristica quella</span> <span dir="ltr">di </span><span dir="ltr">prevedere</span> <span dir="ltr">l’integrazione</span> <span dir="ltr">interna</span> <span dir="ltr">dell’individuo</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">contiene</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">sé</span> <span dir="ltr">valori</span> <span dir="ltr">simbolico/affettivi che la rendono paradigmatica per altre esperienze della vita.</span><br />
<span dir="ltr">Essa infatti</span> <span dir="ltr">può considerarsi come</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">esperienza di formazione</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">intesa come processo di crescita </span><span dir="ltr">a carattere integrato, contraddistinto dalla capacità di decentrarsi da sé e dagli oggetti</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">pensare </span><span dir="ltr">e pensarsi</span> <span dir="ltr">in senso evolutivo</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Ciò può avvenire sia</span> <span dir="ltr">nel caso che l</span><span dir="ltr">’oggetto</span> <span dir="ltr">finale</span> <span dir="ltr">della formazione sia </span><span dir="ltr">il figlio vero e proprio, quanto che sia invece un figlio simbolico,</span> <span dir="ltr">come lo è</span> <span dir="ltr">un prodotto, una idea, </span><span dir="ltr">un contenuto.</span></p>
<p><span dir="ltr">Il lavoro non alienato</span> <span dir="ltr">è quindi lavoro procreativo e</span> <span dir="ltr">prevede che</span> <span dir="ltr">entri a far parte di un</span> <span dir="ltr">percorso</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">formazione:</span><br />
<span dir="ltr">Esso infatti:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">pone il proprio prodotto come terzo di una relazione tra il soggetto e gli altri.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Nasce dalla capacità del soggetto di prefigurare un prodotto finito, una elaborazione, una</span><br />
<span dir="ltr">idea, che lo rappresenti nel mondo.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta l’interiorizzazione da parte del soggetto della relatività del proprio esistere</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta la coscienza della propria dipendenza da leggi naturali ed obiettive.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta la convinzione della necessità della relazione e della collaborazione per la ri</span><span dir="ltr">uscita</span> <span dir="ltr">della attività.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Affida l’immortalità, o permanenza oltre la morte, ad un progetto largamente condiviso, che </span><span dir="ltr">può essere continuato ed ultimato da altri<br />
•</span> <span dir="ltr">Contempla il soddisfacimento del</span> <span dir="ltr">fa</span><span dir="ltr">re, di natura narcisistica ed</span> <span dir="ltr">erotica</span><span dir="ltr">, ponte per la</span><br />
<span dir="ltr">relazione</span> <span dir="ltr">c</span><span dir="ltr">reativa</span> <span dir="ltr">con gli altri.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Contiene la possibilità di assistere e nutrire il proprio figlio</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">prodotto.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Contempla la separazione e il distacco.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">La guerra</span></strong><br />
<span dir="ltr">Lo scenario drammatico da cui siamo confrontati in questi giorni, quello della riproposizione della </span><span dir="ltr">guerra</span> <span dir="ltr">e di tutti i consolidati meccanismi che ad essa conducono (individuazione del nemico, </span><span dir="ltr">desiderio di vendetta, eroismo irresponsabile, sottostanti avidità economiche) hanno come </span><span dir="ltr">contrappasso il pensiero e le azioni generative/procreative: gli appelli di citt</span><span dir="ltr">adini di entrambi le parti </span><span dir="ltr">a fermare il massacro; l’apertura delle case all’accoglienza; l’offerta spontanea di trasporto, </span><span dir="ltr">conforto e amicizia. L’urgenza a fornire cura. Iniziative come quelle intraprese dalla pagina web a </span><span dir="ltr">carattere turistico “</span><span dir="ltr">H</span><span dir="ltr">ost a siste</span><span dir="ltr">r</span><span dir="ltr">”, si è trasformato in una organizzaz</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">one di accoglienza.</span> <span dir="ltr">Un’altra</span><br />
<span dir="ltr">pagina web estetico/consolatoria con migliaia di iscritti,</span> <span dir="ltr">Out of my Window</span><span dir="ltr">, è stata invasa da</span> <span dir="ltr">immagini dall’Ucraina.</span> <span dir="ltr">Le femministe e duecento ONG russe, hanno diffuso il loro messaggio co</span><span dir="ltr">ntro </span><span dir="ltr">la guerra</span><span dir="ltr">, e così artisti, intellettuali, e normali cittadini.</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Del resto da tempo, con minore esposizione mediatica, gruppi di volontari di nazionalità diverse si</span> <span dir="ltr">adoperano con ogni mezzo per soccorrere i migranti dei mari e delle rotte balcaniche,</span> <span dir="ltr">rei forse di </span><span dir="ltr">non essere della nostra stessa “razza”.</span><br />
<span dir="ltr">Già nelle guerre passate vi sono stati esempi di militanza coraggiosa ma controcorrente alla logica</span> <span dir="ltr">dominante che vuole la storia segnata solo dal conflitto, una storia esclusivamente “fallica”.</span></p>
<p><span dir="ltr">Andando</span> <span dir="ltr">controcorrente</span> <span dir="ltr">(la storia la fanno solo le guerre)</span> <span dir="ltr">la storica Anna Bravo ha lasciato uno </span><span dir="ltr">scritto di grande bellezza,</span> <span dir="ltr">La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue </span><span dir="ltr">risparmiato</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">Laterza 2013</span><span dir="ltr">), ricostruzione di come individui e nazioni</span> <span dir="ltr">sono riusciti a evitare</span> <span dir="ltr">spargimento di sangue. In modo analogo la nipote di Tito, il medico Svetlana Broz,</span> <span dir="ltr">dando vita a una </span><span dir="ltr">azione simbolica legata alla generatività,</span> <span dir="ltr">ha</span> <span dir="ltr">percorso i territori della ex Yugoslavia in guerra per </span><span dir="ltr">raccogliere testimonianze di q</span><span dir="ltr">uanti delle diverse etnie si erano aiutati vicendevolmente :</span> <span dir="ltr">I giusti nel </span><span dir="ltr">tempo del male. Testimonianze del conflitto bosniaco</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">Erickson, 2008</span><span dir="ltr">).</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Farsi strumenti attivi</span></strong><br />
<span dir="ltr">Dopo aver tracciato un possibile quadro del procreare e produrre in modo non alienato</span> <span dir="ltr">e del </span><span dir="ltr">“generare” un diverso approccio attorno ai conflitti e alla politica, c</span><span dir="ltr">i domandiamo quali potrebbero </span><span dir="ltr">essere le fasi intermedie ad una</span> <span dir="ltr">sua realizzazione</span><span dir="ltr">, che</span> <span dir="ltr">apparentemente</span> <span dir="ltr">ha tutti i limiti di un discorso </span><span dir="ltr">ideale.</span><br />
<span dir="ltr">Non credo che la soluzione sia di ri</span><span dir="ltr">mandare il discorso al momento della disalienazione del lavoro</span> <span dir="ltr">o</span> <span dir="ltr">a trattative diplomatiche risolutive</span><span dir="ltr">, anche perché</span> <span dir="ltr">esse non sono generatrici automatiche</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">trasformazione politica.</span><br />
<span dir="ltr">Potrebbe essere importante invece ricondurre alcune iniziative politi</span><span dir="ltr">che (manifestazioni per la pace,</span> <span dir="ltr">lotte sindacali, lotte contro la violenza) ad</span> <span dir="ltr">alcun</span><span dir="ltr">i paradigmi che, discostandosi da quelli tradizionali </span><span dir="ltr">dell’eroe militante</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">aggancino</span><span dir="ltr">, espandendola,</span> <span dir="ltr">la dimensione della generatività e della cura.</span></p>
<p><span dir="ltr">P</span><span dir="ltr">iù che</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">rivolgersi all</span><span dir="ltr">o sc</span><span dir="ltr">o</span><span dir="ltr">ntro</span> <span dir="ltr">“militante”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">ma anche ahimè simmetrico</span> <span dir="ltr">con i valori dominanti,</span> <span dir="ltr">occorrerebbe</span> <span dir="ltr">in questa nuova fase rendere propositivi i valor</span><span dir="ltr">i e i contenuti</span> <span dir="ltr">simbolici</span> <span dir="ltr">del procreare</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Le donne hanno utilizzato questa cifra in tutte le guerre: la signora della lampa</span><span dir="ltr">da,</span> <span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">gruppi di difesa </span><span dir="ltr">della donna dei volontari per la libertà</span><span dir="ltr">”</span> <span dir="ltr">sono solo alcuni esempi. Ma questo universo femminile è </span><span dir="ltr">sempre stato la nota materna</span> <span dir="ltr">a copertura delle violenze</span> <span dir="ltr">della storia, non riuscendo a conquistare </span><span dir="ltr">la dignità della proposta culturale</span> <span dir="ltr">e politica.</span><br />
<span dir="ltr">Fare</span> <span dir="ltr">di quella che è sempre stata una</span> <span dir="ltr">sottocultura una cultura</span> <span dir="ltr">consapevole</span> <span dir="ltr">può essere un obiettivo,</span> <span dir="ltr">al fine di</span> <span dir="ltr">contribuire alla creazione di una società disalienata.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><span dir="ltr">Continuare a vedere valori maschili e valori femminili come entità contrappos</span><span dir="ltr">te è a mio parere un</span> <span dir="ltr">errore. Una società in cui persistono modelli “attivi” (il maschio, il lavoro, la trasformazione, </span><span dir="ltr">l’intrusione, il sesso</span><span dir="ltr">, la politica</span><span dir="ltr">) e modelli “passivi” (</span><span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span><span dir="ltr">, la cura</span><span dir="ltr">), si fonda sul fatto che </span><span dir="ltr">questa passività</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">necessità è</span> <span dir="ltr">stata ad oggi</span> <span dir="ltr">attivamente</span> <span dir="ltr">assunta</span> <span dir="ltr">propria</span> <span dir="ltr">dalla donna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">cristallizzandosi i</span><span dir="ltr">n</span> <span dir="ltr">precise identità. Si fonda su una scissione</span> <span dir="ltr">data per sc</span><span dir="ltr">o</span><span dir="ltr">ntata</span><span dir="ltr">: da una parte il corpo, il ruolo </span><span dir="ltr">materno</span><span dir="ltr">, con cui la donna si identifica. Dall’altro un</span> <span dir="ltr">soggetto superegoico</span> <span dir="ltr">esterno a</span> <span dir="ltr">lei,</span> <span dir="ltr">“scientifico”, </span><span dir="ltr">risolutorio,</span> <span dir="ltr">severo e castra</span><span dir="ltr">nte</span><span dir="ltr">: la</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">vera</span><span dir="ltr">”</span> <span dir="ltr">politica, le leggi dell’economia e della guerra, il</span> <span dir="ltr">P</span><span dir="ltr">artito.</span><br />
<span dir="ltr">Q</span><span dir="ltr">uesto genere di passività non tocca</span> <span dir="ltr">in realtà</span> <span dir="ltr">solo le donne</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">ma</span> <span dir="ltr">si palesa</span> <span dir="ltr">presso</span> <span dir="ltr">tutte le categorie</span> <span dir="ltr">umane</span> <span dir="ltr">meno forti sul piano del potere e sul</span> <span dir="ltr">quello</span> <span dir="ltr">produttivo.</span></p>
<p><span dir="ltr">Piuttosto quindi che prefigurare le donn</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">come vittime non consenzienti della società,</span> <span dir="ltr">oggi</span><br />
<span dir="ltr">ampiamente citate all’interno di quella categoria chiamato “femminicidio”,</span> <span dir="ltr">occorre</span> <span dir="ltr">iniziare a</span> <span dir="ltr">considerarle</span> <span dir="ltr">come artefici concorrenti alla formazione di</span> <span dir="ltr">un nuovo</span> <span dir="ltr">modello</span> <span dir="ltr">di politica.</span><br />
<span dir="ltr">Nonostante le forti trasformazioni in atto nella identità di genere,</span> <span dir="ltr">nell’animo degli individui </span><span dir="ltr">permangono i modelli di un tempo che</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">pur se fonte di alienazione e sofferenze, cos</span><span dir="ltr">tituiscono codici </span><span dir="ltr">condivisi collaudati dalle leggi della sopravvivenza, strumenti di comunicazione e socializzazione.</span> <span dir="ltr">Se </span><span dir="ltr">vogliamo però prefigurare una società che metta al suo centro la procreazione, nei suoi significati </span><span dir="ltr">affettivi e simbolici, s</span><span dir="ltr">u questi mo</span><span dir="ltr">delli segnati dalle scissioni</span> <span dir="ltr">occorre</span> <span dir="ltr">intervenire attraverso processi </span><span dir="ltr">di presa di coscienza collettiva.</span><br />
<span dir="ltr">Operando sui contenuti e le finalità del lavoro</span> <span dir="ltr">e della convivenza</span> <span dir="ltr">e facendo luce contestualmente </span><span dir="ltr">sulle implicazioni profonde della</span> <span dir="ltr">generatività/procrea</span><span dir="ltr">zione</span> <span dir="ltr">per tutti gli esseri umani, si potranno </span><span dir="ltr">credo trovare parametri nuovi, referenti chiave per</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">proposta politica.</span></p>
<p><span dir="ltr">*(</span><span dir="ltr">Questo articolo ha tratto spunto</span> <span dir="ltr">d</span><span dir="ltr">a</span><span dir="ltr">lla mia comunicazione</span> <span dir="ltr">dal titolo “Il progetto gestazionale della</span> <span dir="ltr">donna”</span> <span dir="ltr">alla</span> <span dir="ltr">Assemblea</span> <span dir="ltr">nazionale</span> <span dir="ltr">delle donne comuniste,</span> <span dir="ltr">Roma</span> <span dir="ltr">1983)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE<br />
<span dir="ltr">1</span> <span dir="ltr">Capello C., Vacchino R. (1985)</span> <span dir="ltr">Sessualità femminile e istituzioni sociali. Una prospettiva psicoanalitica,</span> <span dir="ltr">ETS; </span><span dir="ltr">Capello C., Fenoglio MT (2005</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">201</span><span dir="ltr">0</span><span dir="ltr">),</span> <span dir="ltr">Perché mi curo di te?, Il lavoro di cura tra affetti e valori,</span> <span dir="ltr">Rosenberg &amp; Sellier.</span></p>
<p><span dir="ltr">BIBLIOGRAFIA</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Bonaparte</span> <span dir="ltr">M.(1957, 1972)</span> <span dir="ltr">De la sexualité de la femme</span><span dir="ltr">, tr. Paolo Maria Ricci e Valeria </span><span dir="ltr">Giordano,</span> <span dir="ltr">La sessualità della donna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">Newton Compton</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Capello C., Vacchino R. (1985)</span> <span dir="ltr">Sessualità femminile e istituzioni sociali. Una prospettiva psicoanalitica,</span> <span dir="ltr">ETS</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">C.Capello, M.T.Fenoglio,</span> <span dir="ltr">Perché mi curo di te? Soddisfazioni e fatiche nel lavoro sociale</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">Rosenberg &amp; Sellier, Torino 2010</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Chasseguet Smirgel J.(1988),</span> <span dir="ltr">Les Deux arbres du jardin,</span> <span dir="ltr">ed.</span> <span dir="ltr">Des Femmes</span> <span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Antoinette</span><br />
<span dir="ltr">Fouque</span><span dir="ltr">Dolto F. (1987, 1995)),</span> <span dir="ltr">La</span> <span dir="ltr">libido feminine</span><span dir="ltr">, Carrere,</span> <span dir="ltr">Il desiderio femminile</span><span dir="ltr">, Mondadori</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Fenoglio</span> <span dir="ltr">MT</span><br />
<span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">Il progetto gestazionale della donna</span><span dir="ltr">, comunicazione alla Conferenza internazionale</span><br />
<span dir="ltr">&#8220;Donna e</span> <span dir="ltr">lavoro&#8221;, in &#8220;Produrre e riprodurre&#8221;, Torino, 1984</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Donne e parto alternativo</span><span dir="ltr">, in &#8220;I Quaderni dell&#8217;associazione Livia Laverani Donini, anno</span><br />
<span dir="ltr">1 No.1,Gennaio Marzo 1985</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Donne e psicoterapia</span><span dir="ltr">, in &#8220;L&#8217;Indice&#8221;, Gennaio 1990</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">La bambina, la sua crescita, la sua educazione</span><span dir="ltr">, Comunicazione al convegno &#8220;Crescere</span><br />
<span dir="ltr">al</span> <span dir="ltr">femminile&#8221;, pubblicazione</span> <span dir="ltr">a cura della circoscrizione VI della città di Torino, 1991<br />
-</span> <span dir="ltr">Le ostetriche al S. Anna:</span> <span dir="ltr">processo di emancipazione, motivazioni alla professione e sistema di</span> <span dir="ltr">valori</span><span dir="ltr">, in &#8220;I Quaderni dell&#8217;associazione culturale Livia Laverani Donini&#8221;,</span><br />
<span dir="ltr">anno V, n.8</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">9, 1992<br />
•</span> <span dir="ltr">Vegetti Finzi S. (1996),</span> <span dir="ltr">Il bambino della notte</span><span dir="ltr">, Mondador</span>i</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Considerazioni di Leonardo Montecchi sull&#8217;articolo di Maria Teresa Fenoglio &#8220;La procreatività come paradigma per una proposta politica&#8221;</strong></h3>
<p>Mi colpisce innanzi tutto il tema della pro/creazione come ripetizione, nel senso che una certa tradizione la concepisce ( e&#8217; proprio il caso di dire così ) come una sorta di clonazione, ripetizione di un originale da cui non è il caso di discostarsi. Quindi il codice della famiglia paterna, &#8220;il nome del padre&#8221; alla Lacan, marcherebbe per sempre l&#8217;ordine simbolico con il significante principale: il fallo. Sono totalmente d&#8217;accordo con te quando individui, citando Silvia Vegetti Finzi nel &#8221; bambino della notte&#8221; anziché l&#8217;invidia del pene, la mancanza del fallo,l&#8217;accesso all&#8217;ordine simbolico della donna. Al contrario e&#8217;la capacità procreatrice a produrre l&#8217;invidia del maschio. Di più con gli studi di Luisa Muraro, come tu sai meglio di me, si definisce l&#8217;esistenza di un diverso ordine simbolico: l&#8217;ordine simbolico della madre che corrisponde ad un simbolismo legato alla lallazione.</p>
<p>Mi interessa molto il tuo studio perché approfondisce il significato della creatività o dell&#8217;inventiva, come la chiamava Massimo Bonfantini. È&#8217; certo, per me, che qualsiasi forma di creatività implica la sessualità, la libido sotto varie forme. Ad esempio l&#8217;esistenza di &#8221; muse ispiratrici, maschili o femminili&#8221;per la realizzazione di opere figlie di quella relazione.</p>
<p>Anche il passaggio da un aggruppamento:(persone che si trovano assieme per un compito comune)ad un gruppo: (persone che si tengono in mente ed usano il pronome &#8220;noi&#8221;) e&#8217; caratterizzato da immagini che si riferiscono alla nascita e quindi alla circolazione della libido.</p>
<p>Del resto c&#8217;e una relazione molto stretta fra Eros e conoscenza.</p>
<p>Per quanto riguarda la guerra ed il ruolo delle donne mi piacerebbe che si aprisse questo spazio al di là della stupidità che caratterizza tutte le guerre ed in maggior misura questa in cui rischiamo l&#8217;estinzione per un errore o peggio per una valutazione stupida.</p>
<p>Certamente nelle donne si manifesta la cura che è l&#8217;essere dell&#8217;esserci. La cura e&#8217;l&#8217;antidoto alla stupidità, infatti la stupidità non ha cura di se ne dell&#8217;altro.</p>
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		<title>I gruppi multifamigliari</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 13:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo De Berardinis Prima parte: da raggruppamento a gruppo Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per &#8230; <a href="https://bleger.org/i-gruppi-multifamigliari/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo De Berardinis</strong></p>
<p><strong>Prima parte: da raggruppamento a gruppo</strong></p>
<p>Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per addentrarci nella comprensione della complessa fenomenologia clinica dei gruppi multifamigliari. In premessa voglio ricordare che le trasformazioni dell’ambito istituzionale possono esercitare effetti, sugli ambiti famigliari ed individuali, di gran lunga maggiori di quelli che le trasformazioni di questi ultimi possono esercitare sull’ambito istituzionale.</p>
<p>Voglio anche ricordare come la cultura accademica ci abbia ripetutamente proposto l’idea che i soggetti nascano isolati e che solo successivamente si riuniscano a formare dei gruppi; al contrario la Concezione Operativa ci ha dimostrato che l’essere umano, prima di diventare soggetto, “appartiene” ad un gruppo, anzi, nello stato di indiscriminazione, che precede la distinzione io-non io, così come ce lo ha iconicamente descritto Bleger, egli è il gruppo! Nell’ottica blegeriana, pertanto, l’istituzione famigliare costituisce, all’inizio della vita psichica del soggetto ed in maggiore o minore misura, anche nel seguito, il ricettacolo delle parti più immature e meno discriminate dei suoi membri.</p>
<p>E’ altresì opportuno ricordarein premessa che nei gruppi primari tutti i membri tendono a funzionare da depositari per ciascuno degli altri, assumendo ed attuando, in modo complementare, i ruoli depositati. Può perciò accadere che quando questi gruppi attraversano fasi di instabilità, il membro che si è fatto maggiormente carico delle ansie e dei conflitti famigliari, possa veder crollare le proprie difese e divenire il depositario del ruolo di malato (il cosiddetto capro espiatorio).</p>
<p>I gruppi primari che ci vengono inviati per il trattamento multifamigliare presentano tutti, in misura più o meno pronunciata, questo tipo di problematiche. Ora, prima di addentrarmi in altre considerazioni, vorrei presentare brevemente qualche esempio sulle modalità di comportamento che gli integranti di questi gruppi tendono ad assumere in occasione dei primi incontri multifamigliari. Sebbene le famiglie vengano inviate con l’indicazione al trattamento di tutto il gruppo, pur tuttavia, già dal primo incontro di contrattazione, possiamo osservare come i membri, “cosiddetti sani”, tentino sempre una ridefinizione dell’invio cercando di apparire come accompagnatori dei “cosiddetti malati” e si comportino come certi genitori, con figli un po’ turbolenti, nei primi giorni di inserimento alla scuola materna!</p>
<p><span id="more-602"></span></p>
<p>Essi parlano di fronte ai loro congiunti come se non ci fossero o non capissero&#8230;strizzano l’occhio ai curanti&#8230;ammiccano e tentano, in ogni modo, di far intendere che i malati non sono loro ma “quelli lì”.E’ interessante notare come i pazienti accettino passivamente questo ruolo, lasciandosi trattare, senza reagire, come se fossero dei “bimbi un po’ tonti”.</p>
<p>Quando la situazione si presenta, sin dall’inizio, con aspetti così fortemente resistenziali, può essere opportuno evitare inutili contrapposizioni rimandando le famiglie agli invianti per una ridefinizione delle indicazioni di cura. Ma anche quando la fase contrattuale viene conclusa, almeno sul piano manifesto, con la definizione del compito di lavorare sulle difficoltà che, a vario titolo, tutti i membri delle famiglie si trovano ad affrontare in quella fase della loro vita, la situazione resistenziale tende ugualmente a riproporsi seppur con caratteristiche diverse.</p>
<p>Inizialmente le famiglie si dispongono in cerchio, senza mescolarsi, anche se poi ciascun gruppo tende rapidamente a scindersi in due sottogruppi: quello dei sani e quello dei malati.Solitamente i primi a prendere la parola sono i cosiddetti membri sani attraverso la descrizione delle “mancanze” di cui si renderebbero “colpevoli” i cosiddetti membri malati; essi parlano degli sforzi compiuti, delle terapie inutilmente tentate, del sentimento di impotenza che li attanaglia&#8230; per poi concludere con la richiesta rituale, di “fare qualcosa per guarirli”!</p>
<p>Dopo queste “presentazioni” iniziali, la“geografia”del gruppo va incontro a dei rimaneggiamenti caratterizzati dai movimenti dei membri sani che, spinti da un bisogno di “solidarietà”, si spostano per costituire piccoli sottogruppi, di due, tre persone, molto attivi nel dimostrarsi comprensione affettiva; i malati, invece, tendono arestare ancorati ai loro posti, accanto alle figure famigliari maggiormente protettive.Spesso si assiste anche al fatto che i fratelli e le sorelle dei “pazienti designati”, diano vita ad un ulteriore sottogruppo, spazialmente disperso, ma riconoscibile per la comunanza del tono polemico e rivendicativo verso il Servizio di Salute Mentale, il Servizio Sanitario, il Governo&#8230; il mondo intero&#8230; considerati “responsabili”di non aver fatto e di non fare abbastanza per i loro congiunti.</p>
<p>Per un tempo di durata variabile la dinamica del gruppo si mantiene incentrata sulla scissione tra sani e malati ed ogni momento “è buono”perchè i membri sani tornino a stigmatizzare il comportamento dei malati “&#8230; Il mio fa così Anche il suo?&#8230; Pensi che una volta&#8230; Sapesse&#8230; Ma no!&#8230; Davvero?&#8230; Proprio come il mio!&#8230; Dottore&#8230; Come si può fare?”&#8230; E via di questo passo!!</p>
<p>Il sottogruppo “depositato”, quello dei pazienti, solitamente resta silenzioso, lascia dire,al più, attraverso l’esibizione di marcati sintomi psicopatologici, provvede, paradossalmente, a confermare la divisione tra sani e malati. Quello che ho appena descritto è solo uno dei possibili esempi di come gli integranti del gruppo, del tutto inconsapevolmente, si adoperino per restare in fase di pre-compito, cioè oppongano “resistenza” all’ingresso nella fase di compito&#8230; in questo caso&#8230;. aggrappandosi ognuno ai propri “ruoli storici”!</p>
<p>In queste circostanze la funzione del coordinatore sarà essenzialmente rivolta a rinforzare il setting e a segnalare ed interpretare le ansie di base che si frappongono all’ingresso del gruppo nella fase di compito. La fase di pre-compito tenderà a ripresentarsi tutte le volte che il gruppo si troverà di fronte ad un cambiamento; se la coordinazione riuscirà a non cedere né alle lusinghe collusive dei sani né alle richieste di dipendenza dei malati, il gruppo si avvierà nel difficile percorso di cura che, si auspica, possa favorire la crescita di ciascuno dei suoi membri. Tutti i gruppi, come dice Pichon Rivière, hanno un andamento pendolare, a spirale, che li porta ad oscillare tra le fasi di pre-compito e quelle di compito. Il pre-compito è, per eccellenza, il momento nel quale emergono maggiormente le resistenze al cambiamento; è la fase nella quale il gruppo tenta di affrontare problemi nuovi con modalità vecchie.</p>
<p>L’emergere delle angoscie di base, propriamente paranoidi, depressive e confusionali, mobilitate dai timori di perdita dei vecchi riferimenti e dalla minacciosità del nuovo, determina la comparsa di tecniche di difesa che hanno lo scopo di eludere le ansie e rinviare il compito, come, per esempio, abbiamo potuto vedere nell’esempio citato, quando tutti gli integranti resistono al nuovo, attraverso il mantenimento dei loro vecchi ruoli di sani e di malati. E’ fondamentale che, in questi frangenti, il coordinatore non faccia propria la difficoltà del gruppo ricorrendo alla rassicurazione, cioè non confonda il proprio compito con quello del gruppo, perché se così facesse finirebbe col trasformare il lavoro terapeutico in lavoro di supporto. Ma che differenza c’è tra i gruppi multifamigliari e gli altri tipi di gruppo?</p>
<p>&#8211; Nella terapia, cosiddetta individuale, la relazione terapeutica è caratterizzata dall’incontro tra due corpi fisici ed dall’irrompere, nello spazio terapeutico, di molteplici “personaggi” che popolano il gruppo interno del paziente e il gruppo interno del terapeuta. In questo “particolare tipo di gruppo” l’analisi del transfert e del controtransfert costituisce l’asse portante del lavoro terapeutico.</p>
<p>&#8211; Nei gruppi operativi (gruppi secondari, dove sono i soggetti a costituire il gruppo) i corpi fisici sono numerosi ed ancor di più i personaggi dei gruppi interni che affollano le sedute. Qui l’analisi del transfert individuale è subordinato all’analisi della relazione gruppo –compito. I processi di proiezione-introiezione e di aggiudicazione-accettazione orifiuto dei ruoli costituiscono il “moltiplicatore terapeutico” grazie al quale è possibile addivenire, a livello individuale, alla ridefinizione dei modelli relazionali primari internalizzati.</p>
<p>&#8211; Nella terapia dei gruppi famigliari (cioè dei gruppi primari, dove è il gruppo a costituire i soggetti e non viceversa) occorre innanzitutto tener presente che il paziente è il portavoce, l’emergente della malattia famigliare;pertanto il trattamento sarà primariamente rivolto alla rottura dello stereotipo dell’aggiudicazione e dell’assunzione del “ruolo di malato”; quindi si procederà alla individuazione ed all’elaborazione del nucleo depressivo di base; è da questo, infatti, che discendono tutte le strutturazioni patologiche che rivelano il fallimento dei tentativi messi in atto per elaborarlo.<br />
Infine ci si occuperà della prevenzione del ripetersi dello stato di malattia famigliare, favorendo il riadattamento delle strutture individuali e gruppali.</p>
<p>&#8211; I cosiddetti gruppi multifamigliari, di cui ci occupiamo in questarelazione, sono invece costituiti da un insieme di sottogruppi strutturati (ma non qualsiasi, poiché si tratta di gruppi primari) che da vita ad una realtà molto particolare, che potrebbe essere definita di “oscillazione dinamica”tra la possibilità di trasformarsi in un gruppo di individui, discriminati e differenziati, e quella di restare un “raggruppamento di gruppi primari”.</p>
<p>Già sappiamo che la struttura istituzionale dei gruppi primari svolge la funzione di contenere, accogliere e bloccare le parti indiscriminate della personalità dei suoi membri e che ogni modifica di questa struttura può liberare l’angoscia in essa depositata; sappiamo anche che in assenza di un’idonea elaborazione l’angoscia può prendere la via del sintomo. Eppure la nostra aspettativa di cura è proprio quella di vedere modificata la stereotipia dei vincoli famigliari; che cioè il lavoro terapeutico possa determinare un allentamento della fissità degli “istituiti famigliari”a vantaggio di nuovi possibili “istituenti”.Come possiamo adoperarci, allora, affinchè l’attivazione, non occasionale, della potente macchina istituzionale produca trasformazioni senza determinare dei “terremoti catastrofici” negli integranti del gruppo?</p>
<p>Nella mia esperienza ho potuto constatare che per favorire il conseguimento di questo obiettivo occorre che si produca un “travaso”, al gruppo multifamigliare, della funzione istituzionale inizialmente assolta dai gruppi primari; perché questa operazione si realizzi è necessario che il gruppo multifamigliare assuma “carattere istituzionale”, cosa che può avvenire tramite l’adozione ed il mantenimento di un setting definito.</p>
<p>La dimostrazione dell’avvenuto travaso si renderà evidente, alla coordinazione, attraverso il rilievo di un aumento dei tentativi, operati dai singoli integranti, di prendere distanza dai gruppi primari, alla ricerca di una maggiore autonomia. Per altroverso il favorevole ingresso nella fase di compito, reso possibile dal setting e dal lavoro interpretativo della coordinazione, verrà segnalato dal manifestarsi di una posizione depressiva legata alla percezione della perdita della dipendenza dal gruppofamigliare, ma anche da un’attenuazione della posizione paranoidea di fronte alla minacciosità del nuovo. Da questo momento in avanti il compito del gruppo sarà quello di affrontare ed elaborare le ansie derivanti dalla rottura dello stereotipo, dalla trasformazione dei vincoli con i gruppi primari, dal procedere dall’indiscriminazione verso la discriminazione&#8230; in breve, dal passaggio da “raggruppamento di gruppi” a “gruppo di integranti”.</p>
<p>Nel lavoro di segnalazione e di interpretazione, che entrerà in gioco ogni qualvolta si profilerà un ostacolo sulla strada verso il conseguimento del compito, sarà posta una particolare attenzione a due aspetti fondamentali:</p>
<p>&#8211; al già ricordato va e vieni da raggruppamento a gruppo e viceversa (oscillazioni pre-compito -compito).</p>
<p>&#8211; ai fenomeni transferali che interessano la coordinazione, gli integranti, il compito e l’extragruppo.</p>
<p>Se del primo punto ho già parlato, il secondo merita ancora qualche approfondimento.</p>
<p>Partendo dalla teoria delle relazioni oggettuali vediamo come queste relazioni, una volta interiorizzate, vengano poi organizzate (a seconda delle modalità conle quali le sperimenta emozionalmente l’io del soggetto in via di sviluppo) in forma di rappresentazioni del mondo esterno. Queste rappresentazioni non riproducono mai il mondo dei rapporti reali (non sono cioè una copia fedele del mondo esterno) nonostante che nel corso degli anni, sotto l’effetto dell’evoluzione dell’io e delle successive relazioni oggettuali, esse vengano ripetutamente rimaneggiate nella direzione di una maggiore approssimazione alla realtà.</p>
<p>Diversamente dalla teoria delle relazioni oggettuali che si occupa delle vicissitudini degli oggetti internalizzati, la teoria del vincolo, elaborata da Pichon Rivière (che si fonda sull’idea il soggetto si produce in una prassi relazionale e che non c’è nulla in lui che non sia il risultato dellainterazione tra individuo, gruppo e società), si occupa sia del vincolo interno con l’immagine dell’oggetto che del vincolo esterno con l’oggetto reale.</p>
<p>Il vincolo interno, cioè la forma con la quale l’io si pone in relazione con la rappresentazione dell’oggetto internalizzato, condiziona anche l’espressività esterna; ne discende che, secondo questo modello, la terapia psicoanalitica si configura a partire dal tipo di relazione che il paziente stabilisce con il terapeuta; infatti, la natura transferenziale di questa relazione permette di indagare il vincolo che il paziente ha con i suoi oggetti interni. Pichon Rivière dice che l’esperienza terapeutica implica il “confronto”, cioè che nella misura in cui il paziente, a seconda dei vincoli internalizzati, assegnerà al terapeuta diversi ruoli, si renderà manifesta la sua “distorsione”nella lettura della realtà.</p>
<p>E’ di fondamentale importanza, sul piano terapeutico, che i ruoli assegnati non vengano agiti bensì “ritradotti”(interpretati) in una concettualizzazione o ipotesi sull’accaduto inconscio del paziente, al fine di cooperare, con lui, alla modifica delle sue percezioni del mondo e nella ricerca di nuove forme di adattamento attivo alla realtà. Nel lavoro di gruppo l’azione interpretativa esplicita gli emergenti espressi tramite il portavoce (verticalità), in rapporto con tutti i membri (orizzontalità), nel qui ed ora con il coordinatore, in relazione al compito.</p>
<p>Nei gruppi multifamigliari, come nei gruppi operativi, a seguito dei transfers multipli che comportano processi di aggiudicazione e di accettazione o rifiuto di ruoli, questa funzione interpretativa (di confronto) non viene svolta solamente dal coordinatore, ma anche da tutto il gruppo, con aumento esponenziale delle potenzialità terapeutiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Seconda parte: gruppi terapeutici e gruppi di supporto</strong></p>
<p>Purtroppo, nelle nostre realtà, le psicoterapie multifamigliari sono quasi del tutto sconosciute e pertanto non vi sono richieste spontanee da parte di pazienti o famigliari. Questo significa che i Servizi devono promuovere un’offerta che favorisca l’emergere di una domanda di cura orientata in questa direzione. Per questi motivi, nella mia pratica, ho fatto ricorso all’invito di sei, sette famiglie alla volta, con la finalità manifesta di discutere delle proposte terapeutiche del Servizio e, specificatamente, della proposta di terapia multifamigliare; ovviamente stiamo parlando di famiglie che hanno uno o più membri incura al Servizio di Salute Mentale.</p>
<p>Il percorso consta di tre incontri, a cadenza ravvicinata (solitamente ogni settimana o quindici giorni), della durata di due ore ciascuno. Al primo incontro vengono esposti i temi oggetto di discussione ed il coordinatore, coadiuvato da uno o due osservatori “silenziosi”, presenta la coordinazione e definisce il setting di lavoro. Questo consente di caratterizzare il pur breve percorso sia come momento informativo che come momento esperienziale.</p>
<p>Solitamente, già da questi primi incontri, si può notare che i famigliari tendono a presentarsi come “&#8230;noi siamo i genitori di Tizio,&#8230;io sono la moglie di Caio, &#8230;noi siamo le figlie di Sempronio&#8230;” dove Tizio, Caio e Sempronio, ovviamente, sono i pazienti&#8230; Gli integranti, cioè, non si presentano come se stessi bensì “in funzione”del gruppo famigliare di appartenenza e del rapporto che hanno con il “paziente designato”, lasciando intravvedere, già da subito, quella tramatura vincolare che caratterizza i gruppi primari e che sarà oggetto del lavoro terapeutico multifamigliare. Al termine dei tre incontri le famiglie interessate possono “iscriversi”per la partecipazione ad un percorso psicoterapeutico multifamigliare.</p>
<p>L’altra maniera in cui è possibile costituire gruppi multifamigliari è rappresentata dall’invio di famiglie da parte degli operatori dei Servizi. Ma in questo caso come vengono scelte le famiglie?</p>
<p>Nei Servizi dove io ho lavorato i candidati al trattamento multifamigliare sono rappresentati soprattutto da quei gruppi famigliari i cui congiunti sono pazienti che “non migliorano”, che “deludono” ed “esasperano” i terapeuti&#8230; non di rado inducendo in essi inconsapevoli agiti controtransferali. Così, come spesso accade nelle istituzioni sanitarie, “il nuovo trattamento”non viene riservato ai casi che potrebbero giovarsene maggiormente, bensì ai casi nei quali è già stato provato di tutto&#8230; ma senza alcun risultato!</p>
<p>Sono possibili due tipi di invio: il primo è caratterizzato da una presa in cura “a tutto tondo”, che include anche il trattamento psicofarmacologico; il secondo prevede invece che il paziente mantenga uno spazio terapeutico individuale (quasi sempre di natura psicofarmacologica) parallelo all’iter multifamigliare.</p>
<p>Con queste famiglie (invitate e/o inviate) si costituiscono dei raggruppamenti di venti, venticinque membri che vengono poi convocati per la definizione del contratto terapeutico. La fase di contrattazione può richiedere uno o più incontri e serve a definire il setting di lavoro.</p>
<p>Spazio-tempo: il luogo ove si terranno gli incontri, con quale durata (solitamente due ore), con quale cadenza (settimanale o quindicinale) e per quanto tempo (solitamente un anno e mezzo o due).</p>
<p>Ruoli: presentazione della coordinazione (solitamente due, tre operatori con ruoli definiti di coordinatore, co-coordinatore, osservatore) e degli integranti del gruppo.</p>
<p>Compito: variamente articolato ma sostanzialmente incentrato sul miglioramento dello stato di benessere di tutti i membri del gruppo.</p>
<p>E’ importante sottolineare come il contratto terapeutico venga stipulato in gruppo, con ciascuno degli integranti e non con le “entità” famigliari. I gruppi così costituiti tendono ad assumere rapidamente una configurazione simile a quella di un risuonatore, che riverbera, a volte in maniera quasi “contundente”, transfers, controtransfers, introiezioni e proiezioni multiple. In questo “spazio”, assai particolare, con l’aiuto del coordinatore, il gruppo muove i suoi primi passi partendo dalla situazione presente (perché siete qui?)&#8230; per dirigersi verso il passato (che cosa vi è successo?)&#8230; e da qui verso il futuro (cosa pensate di fare per affrontare le vostre problematiche?)&#8230; poi di nuovo al presente&#8230; di nuovo al passato&#8230; di nuovo al futuro&#8230; In questo andare e venire il gruppo “racconta” le sue storie dove gli integranti “agiscono” ripetitivamente i loro ruoli famigliari&#8230; ruoli stereotipati&#8230;surrogati d’identità&#8230; connaturati alla struttura istituzionale dei gruppi primari.</p>
<p>Con il procedere degli incontri le strutture famigliari, inizialmente rigide e chiuse, iniziano a farsi un po’ più flessibili, permeabili e a rimodellarsi. Come in una grande rappresentazione teatrale, il gruppo mette in scena sé stesso&#8230; gli attori (pazienti, famigliari e terapeuti) inizialmente incarnano il passato&#8230; dopo un pò si accostano al presente e infine&#8230; lentamente&#8230; si aprono al futuro; &#8230; stereotipia dei vincoli e possibilità di cambiamento coesistono ed interagiscono dinamicamente tra loro per tutta la durata del gruppo dando vita, per tutti, ad un processo di possibile trasformazione terapeutica.</p>
<p>Nell’approfondire ora la riflessione sul funzionamento dei gruppi multifamigliari torniamo sulla dimensione istituzionale; questi gruppi sono infatti caratterizzati dalla specificità di essere spazi di coesistenza ed interazione tra diverse strutturazioni istituzionali:</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi primari (le famiglie) che si esprime attraverso una vera e propria “drammatizzazione vivente” dei vincoli istituzionali storicamente determinati.</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi interni (individuali) espressa, da parte di ciascun membro del gruppo famigliare, tramite “l’attualizzazione transferale delmodello primario internalizzato”.</p>
<p>&#8211; Quella del gruppo multifamigliare, “gruppo di gruppi”, nuovo contenitore delle parti immature della personalità di tutti gli integranti; qui chiamato ad esprimere, tramite il setting, la condizione dell’invarianza o non processo,necessaria per consentire lo svolgersi del processo terapeutico.</p>
<p>A questi tre livelli ne andrebbe aggiunto almeno un quarto, costituito dalla istituzione sanitaria, che però, in questa occasione, lasceremo da parte per non appesantire troppo la trattazione. Dalla interazione tra le strutture che abbiamo descritto prenderanno avvio delle linee processuali che potranno convergere in maniera terapeuticamente sinergica oppure no. Nella mia esperienza ho potuto verificare che all’andamento di questi processi non risulta per nulla estraneo il tipo di approccio metodologico e tecnico tenuto dalla coordinazione.</p>
<p>Fornisco alcune brevi esemplificazioni in merito. Se il sig. Tizio, padre del paziente Caio, si relaziona, all’interno del gruppo multifamigliare, in maniera prevalente od esclusiva, in funzione di questo suo ruolo paterno che noi accettiamo ed avalliamo lavorando con questo “status”, di fatto stiamo lavorando con la struttura dei gruppi primari (vincolo esterno) e non con il gruppo multifamigliare. Diversamente, se la nostra attenzione sarà rivolta, in modo prevalente o esclusivo, all’analisi delle manifestazioni di transfer espresse da ciascun integrante, questo ci porterà a lavorare essenzialmente con la struttura dei gruppi interni (vincolo interno) dei singoli integranti (come se si trattasse di una specie di “terapia rotatoria individuale” in gruppo) e non con il gruppo multifamigliare.</p>
<p>Se invece ci approcceremo al gruppo multifamigliare ponendo come “tra parentesi” la struttura dei gruppi famigliari e quella dei gruppi interni individuali, ma focalizzando la nostra attenzione soprattutto sulla relazione gruppo-compito (cioè nell’aiutare gli integranti ad affrontare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento del compito), il nostro lavoro favorirà, da subito, il processo di trasformazione da raggruppamento a gruppo, cioè il passaggio dalla fase di pre-compito a quella di compito; questo eserciterà un effetto trasformativo contemporaneo e sinergico anche sulle strutture dei gruppi famigliari e dei gruppi interni individuali. Poiché però queste considerazioni si fondano direttamente sulle mie esperienze cliniche, occorre che vi faccia un breve riferimento.</p>
<p>Devo ritornare a molti anni addietro, più di trenta, aquando iniziai a riportare a livello ambulatoriale le mie esperienze sui gruppi multifamigliari; esperienze maturate soprattutto in situazioni di acuzie, cioè con le famiglie di pazienti ricoverati nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena. In quella fase il mio stile di coordinazione, si direbbe meglio di conduzione, era, per così dire, molto “sperimentale”; ciò non di meno le cose procedevano, almeno inizialmente, in modo assai positivo e tutti gli integranti sembravano trarre significativi giovamenti dall’esperienza&#8230; cosa che ritardò non poco la mia comprensione dei fenomeni che avvenivano all’interno dei gruppi multifamigliari&#8230;</p>
<p>I problemi cominciarono ad evidenziarsi solo più tardi&#8230; all’avvicinarsi del momento della chiusura dei gruppi. Accadeva infatti che, con l’approssimarsi della fine dei contratti terapeutici, le strutturazioni istituzionali originarie (interne ed esterne) riprendessero il sopravvento. I pazienti regredivano in maniera esageratamente vistosa, riassumendo le modalità relazionali e sintomatiche precedenti all’ingresso nel gruppo&#8230;. Sembrava di assistere al riavvolgimento del nastro di una pellicola! La situazione era paradossale&#8230; il lavoro con i gruppi multifamigliari produceva miglioramenti rapidi ed evidenti&#8230; ma, per mantenerli, sembrava che i gruppi non dovessero terminare mai&#8230;</p>
<p>Feci altri tentativi con esiti incerti&#8230; finchè la riflessione clinica e soprattutto la formazione nella Concezione Operativa di Gruppo non mi fornirono gli strumenti per superare quella situazione di “gruppo-protesi”, che, tra l’altro, per la sua sussistenza, si avvaleva proprio del mio “supporto” involontario. Al fine di fornire una migliore comprensione dei fenomeni sopra riportati, descriverò di seguito alcuni degli errori cheavevano maggiormente contribuito a determinarli:</p>
<p>&#8211; Concentravo la mia attenzione quasi esclusivamente sul funzionamento dei singoli integranti e dei gruppi famigliari.</p>
<p>&#8211; Pensavo i componenti del gruppo soprattutto a partire dal ruolo che rivestivano all’interno di ciascuna famiglia.</p>
<p>&#8211; Sottovalutavo l’importanza della definizione del setting.</p>
<p>&#8211; Tendevo a sovrapporre il ruolo di coordinatore con quello di leader.</p>
<p>&#8211; Ricorrevo, nei momenti di difficoltà del gruppo, ad interventi di natura prevalentemente rassicuratoria.</p>
<p>&#8211; Non differenziavo a sufficienza il compito della coordinazione da quello del gruppo.</p>
<p>Preso nel ruolo di “leader buono, potente, e salvifico”, incentivavo la dipendenza sulla mia persona e sul gruppo, senza però riuscire poi a favorirne l’elaborazione. Il clima così generato facilitava l’emergere di fenomeni catartici che sembravano soddisfare, nell’immediato, le esigenze dei partecipanti, ma poi non evolvevano in cambiamenti duraturi. In questo modo il gruppo diveniva un luogo di attenuazione delle ansie, ma, contemporaneamente, anche di rinforzo delle stereotipie di funzionamento famigliare ed individuale. Di fatto, favorendo la stabilizzazione dei gruppi in “fase di pre-compito”, mi ero inconsapevolmente trasformato, come dice Pichon-Rivière, nel “leader della resistenza invece che del cambiamento”.</p>
<p>Questa condizione di “certo benessere”, conseguita dal gruppo, per potersi mantenere nel tempo necessitava, però, della persistenza di una gruppalità di tipo supportivo; naturale quindi che l’approssimarsi della chiusura del gruppo mettesse in discussione quell’equilibrio facendo “retrocedere” gli integranti allo “statu quo ante”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>&#8211; Bauleo A.: “Ideologia, gruppo e famiglia &#8211; Contro-istituzioni e gruppi”. Ed. Feltrinelli, Milano, 1978.</p>
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<p>&#8211; Bion W.R.: “Esperienzenei gruppi”. Ed. Armando, Roma, 1983.</p>
<p>&#8211; Bleger J.:”Psicoigiene e Psicologia istituzionale”. Ed.Lauretana, Loreto(AN), 1989.</p>
<p>&#8211; Canevaro A., Bonifazi S.: “Il gruppo multifamiliare –un approccio esperienziale”. Ed. Armando, Roma, 2011.</p>
<p>&#8211; Curci P., De Berardinis M., Pedrazzi F., Secchi C.: ”Il lavoro di gruppo in un reparto psichiatrico di breve degenza”, in Gruppo e Psicosi, Atti del Convegno di Villa Poma. Amministrazione Provinciale di Mantova, 1988.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “La relazione gruppo –compito in psicoanalisi operativa”. Sito della Scuola J. Bleger –Rimini. www.bleger.org, 2008.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “La funzione interpretativa nel gruppo multifamigliare”, in INTERPRETAZIONE, Ed. Sensibili alle foglie, Roma, 2017.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “Dispositivi gruppali e trasformazioni istituzionali all’interno di un reparto psichiatrico ospedaliero”. Sito della Scuola J. Bleger -Rimini; www.bleger.org, 2019.</p>
<p>&#8211; Garcia Badaracco J.: “Comunidad Terapeutica Psicoanalitica de Estructura Multifamiliar”. Ed. Tecnipublicaciones, Madrid, 1989.</p>
<p>&#8211; Jaques E.:“Sistemi sociali come difesa contro l&#8217;ansia persecutoria e depressiva. Contributo allo studio psicoanalitico dei processi sociali”. In M. Klein, P. Heimann, R. Money-Kyrle, Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore, Milano, 1966.</p>
<p>&#8211; Kaes R., Bleger J., Enriquez E., Fornari F., Fustier P., Roussillon R., Vidal J. P.: “La institucion y las instituciones. Estudios psicoanaliticos”. Ed.Paidos, Buenos Aires,1996.</p>
<p>&#8211; Klein M.: “Scritti, 1921 –1958”.Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2006.</p>
<p>&#8211; Mandelbaum E.: “Teoria e pratica dei Gruppi Multifamigliari”. Ed. Nicomp, Firenze, 2017.</p>
<p>&#8211; Pavlovsky E., Bouquet C.M., Moccio F.: “Psicodrama &#8211; Cuando y por qué dramatizar”. Ed. Busqueda, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>&#8211; Pichon-Rivière E.: “Il processo gruppale”. Ed. Lauretana, Loreto (AN), 1985.</p>
<p>&#8211; Pichon-Rivière E.:“Teoria del Vinculo”. Ed. Nueva Vision, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>&#8211; Segal H.: “Introduzione all’opera di Melanie Klein”. Ed. Martinelli, Firenze, 1975</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le reti dei Servizi in Sanità</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 22:31:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marella Tarini (Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche) Attualmente le normative locali e nazionali, in vigore o in elaborazione, e le programmazioni che si riferiscono alla predisposizione degli assetti relativi alla erogazione di &#8230; <a href="https://bleger.org/le-reti-dei-servizi-sanita/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marella Tarini</strong><br />
(Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche)</p>
<p>Attualmente le normative locali e nazionali, in vigore o in elaborazione, e le programmazioni che si riferiscono alla predisposizione degli assetti relativi alla erogazione di interventi in materia di sanità pubblica, stabiliscono frequentemente la istituzionalizzazione di entità denominate Reti.<br />
L’idea delle Reti introduce una profonda revisione dei paradigmi storicamente applicati nel settore sanitario, paradigmi che, nei tempi trascorsi, avevano sposato criteri di tipo autoreferenziale dal punto di vista dell’esercizio delle discipline, e gerarchico, dal punto di vista della competenza professionale.<br />
Sono molteplici i fattori che si sono sviluppati negli ultimi tempi e che hanno contribuito a<br />
suggerire questa previsione strutturale.</p>
<p>Tra questi fattori ricordiamo:<br />
1) I cambiamenti socio-demografici e la perdita di ruolo di alcune istituzioni-aggregazioni<br />
comunitarie che in passato svolgevano ruoli di supporto a quello sanitario. Sempre più<br />
spesso la sanità pubblica deve vicariare le funzioni assistenziali e riabilitative un tempo<br />
svolte all’interno delle famiglie, per esempio, assicurandone l’erogazione con modalità e<br />
tempi strettamente conseguenti agli atti clinici.</p>
<p>2) L’invecchiamento della popolazione generale, e l’emergenza sempre più frequente, quindi, di situazioni cliniche caratterizzate dalla concomitante presenza nello stesso soggetto di patologie multiple, che richiedono contemporaneamente l’intervento di più strutture specialistiche.</p>
<p>3) Le emergenze di carattere finanziario, che hanno necessariamente richiesto l’ottimizzazione degli spazi fisici all’interno dei quali effettuare gli interventi. Queste necessità hanno decretato le aperture dei confini spaziali tra le strutture, che in passato funzionavano grazie a collocazioni definite e separate.</p>
<p>4) La parziale messa in crisi, a livello sociologico, del modello gerarchico e lo sviluppo e la<br />
crescita di alcune professioni un tempo ritenute subordinate nel campo delle prestazioni di<br />
carattere sanitario e sociale.</p>
<p>5) L’attuale attenzione alla elaborazione di un impianto concettuale ed epistemologico che<br />
supera i sistemi del pensiero lineare e guarda ai fenomeni secondo i criteri della<br />
complessità: ne consegue la tendenza a considerare con sempre maggiore attenzione<br />
l’interazione degli aspetti multifattoriali per ciò che attiene l’interpretazione etiologica e la<br />
predisposizione conseguente degli atti clinici.<br />
<span id="more-536"></span>E’ subentrato così un impulso al superamento delle divisioni presenti a più livelli nel sistema, e si è iniziato a pensare sulla necessità di “ mettere in rete” le realtà operative, anche al fine di produrre risposte coordinate e coerenti alle domande e alle necessità di trattamento rappresentate dall’utenza.</p>
<p>Assume un rilievo significativo che la composizione di queste entità, dal punto di vista dei ruoli che vi si pensano rappresentati, è, nel volere esplicito delle norme e delle programmazioni, multiprofessionale, transdisciplinare ed interistituzionale.<br />
Il compito istituzionale potenzialmente assegnato ad una Rete è complesso, perché può riguardare la predisposizione e l’attuazione condivisa di assetti organizzativi- gestionali, oppure la definizione del collegamento di medesime competenze nella dimensione di un territorio, o ancora la costruzione di percorsi clinici articolati fra diverse competenze, che ineriscono la prevenzione, la cura e la riabilitazione di problematiche emergenti, laddove i programmi di cura devono essere intesi in una forma che sia al contempo e integrata e individualizzata.<br />
La riflessione generale sulle Reti e sulla loro costituzione deve considerare ed includere il confronto tra due differenti modelli, quello del sistema monocentrico e quello del sistema multicentrico.<br />
Il sistema monocentrico di Rete prevede che ci sia una centrale operativa attorno alla quale ruotano molti altri sistemi ad essa collegati, posti, per ciò che inerisce le decisioni e la comunicazione, in una situazione di dipendenza da questo ipotetico Centro Direzionale.</p>
<p>Quello multicentrico prevede che tutti i sistemi che fanno parte della Rete siano centri decisionali che emettono e ricevono vicendevolmente comunicazione e operazioni, e che si configurino tutti in una situazione di interdipendenza tra loro; questo modello prevede che sia individuato in forma condivisa il luogo all’interno del quale debbano essere elaborate e depositate le risultanze relative alla comunicazione e alla creazione di prodotti decisionali.<br />
Il sistema multicentrico fa circolare la comunicazione all’interno dell’intero organismo, fra tutti i centri operativi della Rete, e supera il sistema per cui ogni singolo punto di intervento si relaziona isolatamente con l’ipotetico Centro Direzionale.<br />
Nella costituzione di una Rete è implicito il concetto di integrazione, ma questo concetto merita una esplicitazione: possiamo pensare alla integrazione fra ruoli, Strutture e competenze come ad un passaggio di apposizione, in cui ogni frammento si aggiunge all’altro senza che si modifichino le specifiche definizioni ed attribuzioni di ognuno, oppure possiamo pensarlo come un processo di ricombinazione dei contenuti che ogni parte della rete rappresenta e porta con sé. Nel processo di ricombinazione gli effetti ed i prodotti che scaturiscono dal lavoro della Rete non sono frutti messi assieme in una modalità addizionale, ma sono nuove, inedite, configurazioni strutturali, alle quali<br />
sottende una epistemologia che alcuni studiosi hanno definito “convergente”. I saperi, cioè, devono ricombinarsi e produrre un sapere ed un saper fare nuovo e globale, che non proviene più separatamente da ogni singolo componente, ma diventa bagaglio collettivo della nuova organizzazione.</p>
<p>Si configurano quindi alcune problematiche piuttosto evidenti.<br />
-La prima problematica: riguardo alla composizione multiprofessionale, transdisciplinare ed interistituzionale ( rapporti definiti tra Servizi differenti) di queste entità, dobbiamo tenere presente che esse debbono inserirsi in un contesto macroistituzionale, quello della Sanità e della Medicina pubbliche, nel quale tali principi sono ancora ampiamente disattesi nei fatti.<br />
La Sanità Pubblica, difatti, al di là dei proclami, quando questi vengano espressi, è un’istituzione fortemente stereotipata, fortemente focalizzata sulla cura delle patologie più che sulla promozione della salute, nella quale, per quanto riguarda la lettura della patologia e la predisposizione degli atti diagnostici, terapeutici e riabilitativi, vige il principio individualista in forma molto cristallizzata; nella quale emergono inoltre i principi della superspecializzazione e della frammentazione dei saperi; nella quale, infine, a dare forma alle relazioni sono i principi gerarchici ed il conflitto fra discipline e professioni.<br />
In misura sempre maggiore, tra l’altro, nella gestione pubblica della salute si affermano i principi aziendalistici della imprenditoria e del profitto ed i criteri finanziari ed economici, e sembrano essere questi ad informare le scelte programmatorie.</p>
<p>-La seconda problematica: tra i problemi che non possono essere elusi quando si pensi a dei percorsi di dialogo, cooperazione e collaborazione fra Servizi, si rileva il seguente: persino gli schemi di riferimento ( ECRO, nel linguaggio della Concezione Operativa) impliciti di molti operatori non convergono, anche quando questi siano attivi nello stesso settore e/o nei Servizi di confine.<br />
Possono persino essere molto divergenti le stesse idee che si hanno sulla configurazione e<br />
l’importanza di alcuni fattori etiopatogenetici: alcuni operatori optano per un pensiero lineare al quale sono abituati da certa formazione meccanicistica, altri osservano il loro campo di intervento secondo i criteri della multifattorialità nella determinazione della sofferenza, ed assumono che questa, pur esprimendosi tramite posizioni e sintomi individuali, dichiara la implicazione, nella sua genesi, di ambiti più vasti di quello individuale, per esempio quello familiare, quello dei gruppi secondari, quello istituzionale e quello comunitario. Questa differenza di vedute rende differente anche la individuazione e la definizione del campo di intervento sul quale si presceglie di operare.</p>
<p>-La terza problematica: rispetto alla finalità per cui si configura una Rete, che sia organizzativo-gestionale, clinica, o di collegamento delle competenze in un ambito territoriale, occorre sottolineare che il compito deve essere necessariamente ed imprescindibilmente definito ed esplicitato, affinchè questo organismo sappia perché è stato creato e per quali specifiche funzioni.<br />
Differentemente, potrebbe essere creata una entità Rete solo perché la tendenza normativa del momento lo richiede, con un esito sterilmente burocratico, preoccupato più di mantenere se stesso che di produrre operatività che abbia senso.</p>
<p>-Una quarta problematica riguarda il fatto che si sta parlando della creazione di un processo istituzionale che prevede la costituzione di un collegamento tra Servizi connotati nella loro composizione, senza che sia definito però a livello normativo “come” i partecipanti debbano operare, nella relazione tra loro e con l’utenza.<br />
Si deve quindi avviare un processo di pensiero condiviso e compartecipato su come debba<br />
concretamente agire l’organismo “ Rete” per l’attuazione dei programmi suoi propri, e questo “come” riguarda anche e soprattutto la sua configurazione ed il suo funzionamento interno.<br />
Una assenza di riflessione intorno questi aspetti e la mancanza di un modello applicabile di funzionamento lasciano le Reti nell’ambito del luogo astratto delle dichiarazioni formali.</p>
<p>Tutta questa è complessità. Tutte queste tematiche richiedono una elaborazione, ed è chiaro quindi che la costituzione di una Rete attiva in un Ambito Comunitario deve contemplare il concetto di processo. Per attraversare il processo istituzionale di costituzione di una Rete dobbiamo essere consci di queste difficoltà e diversità , onde evitare lo scivolamento verso la burocratizzazione, e per far sì che il dispositivo di messa in rete possa diventare una effettiva macchina coerente, che funzioni per la produzione di salute e non resti un mero enunciato teorico.<br />
Dato che, per tutto quanto è stato più sopra esposto, costituire una Rete significa cominciare a pensare e operare in termini di gruppo e non più in termini di individuo, risulta utile pensare a questo percorso come ad un processo gruppale: è necessario cioè identificare uno spazio ed un tempo ben definiti, quindi un inquadramento, all’interno del quale poter dare avvio, con la presenza costante degli attori coinvolti, ognuno con il suo proprio ruolo e la sua appartenenza istituzionale, ad un processo di trasformazione del paradigma individualistico ed autoreferenziale in quello condiviso collettivamente. Si sta sottolineando la necessità di costruire un paradigma interpretativo ed operativo condiviso che superi quello individuale, con la creazione di uno schema di riferimento che possa essere dell’intero sistema e non più solo del singolo, e con la esplicitazione continua del<br />
compito che ci si dà.<br />
Infatti una Rete che non sia solo enunciata o solo scritta sulla carta è costituita da operatori reali, che debbono interagire all’interno della configurazione aziendale e macroistituzionale del del SSR e del SSN, tenendo presenti i temi della multiprofessionalità, transdisciplinarietà, interistituzionalità e multifattorialità delle tematiche da affrontare, costruendo quindi dei vincoli effettivi tra di loro.<br />
Inoltre, o forse in prima istanza, la modalità condivisa di funzionamento richiede che si lavori sul tema della comunicazione: come e dove e quando e a chi veicolare le informazioni ed i contenuti da trasmettere.<br />
Gli spazi ed i tempi precisi, continuativi e cadenzati che si ritengono necessari per lo svolgimento di questo processo di confronto concettuale ed operativo, sono spazi imprescindibili per elaborare il confronto con le resistenze al collegamento, dettate dalle idiosincrasie disciplinari, dalle appartenenze professionali, dalle appartenenze istituzionali, dalle divergenze concettuali, e sono indispensabili per giungere, infine, alla creazione di progetti e prodotti condivisi.<br />
Il processo che si crea permette agli operatori di poter svolgere poi ciascuno il proprio ruolo individuale nei rapporti con l’utenza, rafforzati dalla interiorizzazione del pensiero elaborato nella Rete e dalla esperienza di appartenenza al gruppo della Rete; questo consente di affrontare i problemi della solitudine operativa e di imparare a differire le risposte alle richieste che pervengono, permettendo di inserire un processo di pensiero ed una programmazione condivisa tra il momento in cui si raccoglie l’emergenza della richiesta e quello in cui si formula un intervento.<br />
Questo processo permette di affrontare anche un’altra stereotipia, che vuole i Servizi in<br />
competizione nella gestione delle problematiche sociali e sanitarie. Questo aspetto competitivo, che ancora oggi è possibile osservare in determinate realtà operative, è fortemente alimentato da atteggiamenti pregiudiziali serpeggianti nella collettività e tra gli operatori, e da determinanti di ordine politico, finanziario ed economico. Potrebbe darsi che già la sola esperienza di condivisione dello schema di riferimento ed il lavoro sulla esplicitazione e sulla condivisione del compito, pur nel riconoscimento dei singoli ruoli, costruisca un’esperienza fortemente motivante, tal da far in parte superare le questioni improntate secondo la mera ottica economicista della serie risparmio –profitto, che tanto spesso mette in contrapposizione i rappresentanti di questo sistema.<br />
Se grazie a questo processo si formano i vincoli tra gli operatori, il piacere della condivisione di un compito riesce a superare le difficoltà generata dalla situazione interna, caratterizzata dalla appartenenza ad istituzioni ( Servizi) differenti, e da quella esterna, determinata dalle logiche che guardano con un’ ottica competitiva ed economicista.<br />
Nel nostro territorio regionale esistono già esperienze consolidate di processi gruppali di équipes che lavorano in rete, caratterizzate da elementi di eterogeneità degli integranti in quanto ad appartenenza istituzionale differente: queste esperienze testimoniano la complessità del percorso, ma anche la sua ricchezza. Questo modello, per esempio, è stato esportato nelle sue linee concettuali ed operative, con una determina regionale, a tutti i DDP marchigiani, in un documento che determina le modalità di attuazione dei Profili Assistenziali per gli utenti di questi Servizi.<br />
In questi casi di sperimentazione già consolidata di funzionamento a Rete dei Servizi si è stabilito un modello collettivo e condiviso di effettuare le accoglienze o prime visite, di definire le formulazioni diagnostiche, predisporre ed eseguire i piani terapeutici integrati, valutarne l’andamento e decidere le dimissioni, all’interno di un dispositivo costituito da incontri permanenti cadenzati di équipe settimanali, alle quali partecipano operatori di tutte le professioni, di tutte le discipline e di tutte le istituzioni pubbliche e del privato sociale coinvolte. E con lo stesso dispositivo si è deciso di progettare e programmare gli interventi di promozione di salute sul territorio.<br />
Questione di importanza cruciale: lo svolgimento di questo processo è stato affiancato e sostenuto da un percorso di formazione congiunta, che ha riguardato proprio l’elaborazione dei percorsi possibili per la condivisione, collaborazione e cooperazione tra membri appartenenti a Strutture differenti.<br />
Queste esperienze funzionano come una rete multicentrica.</p>
<p>A conclusione vorrei evidenziare alcuni aspetti che potrebbero essere interessanti per ulteriori riflessioni:<br />
1) La configurazione delle reti ed il loro effettivo funzionamento possono essere strumenti per pensare la prassi nei servizi sanitari, per far sì cioè che pratica, teoria ed infine ricerca non restino disgiunte, come succede invece nel cattivo esempio dato dalle strutture sanitarie nel loro complesso.<br />
Occorre smascherare il senso di colpa che molto spesso, inconsapevolmente, esiste rispetto all’uso del processo del pensiero negli assetti istituzionali sanitari, sempre più improntati e chiamati a dare risposte automatiche e determinate da situazioni di urgenza, e sempre meno inclini ad operare in seguito a ponderate programmazioni.</p>
<p>2) Il processo istituzionale di costituzione di una Rete non è una panacea per tutti i mali, non risolve tutti i complessi problemi portati ai Servizi né elimina magicamente le contraddizioni ed i conflitti tra i membri che la compongono; esso permette però che i problemi possano essere individuati e possa essere attuato un percorso per la loro elaborazione, costruendo la possibilità di pensare strumenti per risolverli. Ciò introduce la riflessione sulla necessità di pensare modi e tempi della valutazione degli esiti e dei prodotti del processo di lavoro della Rete.</p>
<p>3) Il paradigma individualista è molto cristallizzato, e tende costantemente a riaffermarsi sia negli utenti che negli operatori, ed il processo del gruppo della Rete deve intendersi perciò come in costante svolgimento: debbono essere valutati continuamente i destini dei vincoli di chi ne fa parte in seguito a perdite, cambiamenti anche radicali, traumi, conflitti esterni, problemi determinati dalla appartenenza ad assetti istituzionali differenti. Questa riflessione ci porta a considerare la necessità di prevedere azioni di manutenzione permanente della Rete e del suo funzionamento.</p>
<p>4) La normativa generale non supporta fino in fondo questa concezione, ed è per esempio confusa ed inevasa la tematica della responsabilità clinica condivisa degli atti terapeutici.</p>
<p>5) Alcune esperienze dimostrano che è più facile attivare una comunicazione interistituzionale con gruppi meno formalizzati e burocratizzati, mentre risulta più problematica e persecutoria quella con assetti istituzionali più definiti , compresi quelli di appartenenza o quelli dei servizi di confine.</p>
<p>6) Le esperienze realizzate permettono di pensare che questa organizzazione nei Servizi Pubblici è possibile, come è possibile la formazione condivisa e continuativa, contrariamente a quanto viene espresso nei fatti da parte di varie organizzazioni sanitarie, peraltro attratte dai principi che superano l’individualismo terapeutico.</p>
<p>7) L’assetto legislativo sembra più avanzato e flessibile di quello istituzionale.</p>
<p>8) Questa concezione risponde a domande di politica sanitaria che sono riferite a paradigmi e riferimenti concettuali di altre aree gestionali, quali ad esempio:</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Gestione e riduzione del rischio clinico</span>:<br />
ricordiamo che anche l’assetto organizzativo con il quale si concatenano le azioni e gli eventi ha un effetto significativo sulla giusta esecuzione degli atti: un buon assetto nell’ambito della organizzazione di un sistema che deve dare risposte complesse ed articolate tra professioni, discipline e sevizi differenti, riduce grandemente i rischi di malfunzionamento, di esecuzione di azioni cliniche improprie o carenti e di omissioni.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Medicina basata sulle Prove di efficacia</span>:<br />
Il paradigma recita: “date le risorse che sono disponibili, individuare la migliore concatenazione di atti che possa dare i risultati più vicini a quelli idealmente considerati ottimali, secondo un sistema di confronto con le pratiche registrate come efficaci nella letteratura internazionale pubblicata”. La letteratura internazionale pubblicata rileva in molteplici settori la evidenza di un minor numero di ricadute sintomatologiche quando l’intervento si articoli secondo i criteri della integrazione ed interazione disciplinare.</p>
<p><span style="text-decoration: underline">Miglioramento continuo della qualità secondo i parametri della efficienza e della efficacia</span>:<br />
La cooperazione tra strutture, discipline e professioni , adeguatamente strutturata, consente la riduzione dei rischi di frammentazione operativa nella erogazione degli interventi e permette la costruzione di percorsi di prevenzione, cura ed assistenza il più possibile omogenei, coordinati ed efficaci e, parametro non ultimo in ordine di importanza, trasmissibili chiaramente all’utenza.<br />
Il coordinamento tra professioni, discipline e servizi nella costruzione ed esecuzione degli interventi predispone ad una maggior efficienza operativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong>:</p>
<p class="s2"><span class="s2">A. Bauleo, &#8220;</span><span class="s4"><strong>Note di psicologia e psichiatria sociale</strong>&#8220;, e</span><span class="s2">d. Pitagora</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">J. Bleger, &#8220;<strong>Psicologia della condotta</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. Armando</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">J. Bleger,</span><span class="s2"> &#8220;</span><span class="s4"><strong>Psicoigiene e psicologia istituzionale</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. La Meridiana</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">L. Buongiorno, &#8220;</span><span class="s4"><strong>Psicoigiene e città</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. Pitagora</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">M. De Brasi, &#8220;</span><span class="s4"><strong>Psichiatria sociale e psicoigiene</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. Pitagora</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">M. De Brasi, &#8220;</span><span class="s4"><strong>L’orizzonte della prevenzione</strong>&#8220;, </span><span class="s2">ed. Pitagora</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">M. </span><span class="s2">Ferrari, L. Montecchi, </span><span class="s2">S. Semprini,</span><span class="s2"> &#8220;</span><span class="s4"><strong>Cambiare</strong>&#8220;,</span> <span class="s2">ed. Pitagora</span><span class="s2">   </span></p>
<p class="s2"><span class="s2">R. Lourau,</span><span class="s4"> &#8220;</span><span class="s4"><strong>La chiave dei campi</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. Sensibili alle Foglie</span></p>
<p class="s2"><span class="s2">L. Montecchi,</span><span class="s2"> &#8220;</span><span class="s4"><strong>Officine della dissociazione. Transiti metropolitani</strong>&#8220;,</span><span class="s2"> ed. Pitagora</span></p>
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		<title>“Rimini, tra le bandiere ed i gelati”. Contro lo sfruttamento, braccianti e donne in marcia.</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Aug 2019 15:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marco Caligari “Stavo stretto stretto, e allora gli ho chiesto se potessi cambiare posto. Mi ha mandato dietro negli ultimi posti. Mi sono messo le cuffie nelle orecchie e mi sono addormentato ascoltando musica. Ho aperto gli occhi e &#8230; <a href="https://bleger.org/rimini-tra-le-bandiere-ed-i-gelati-contro-lo-sfruttamento-braccianti-e-donne-in-marcia/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Caligari</strong></p>
<p>“Stavo stretto stretto, e allora gli ho chiesto se potessi cambiare posto. Mi ha mandato dietro negli ultimi posti. Mi sono messo le cuffie nelle orecchie e mi sono addormentato ascoltando musica. Ho aperto gli occhi e ho sentito che stavano contando i morti ed ho capito che erano morte sei persone”. L’ascolto di questa testimonianza di Alagie Saho ha rappresentato il momento più emozionante della marcia contro lo sfruttamento svolta il 06 Agosto 2019 a Rimini. Sono le parole pronunciate dall’unico superstite all’incidente avvenuto un anno prima durante il trasporto dei braccianti nelle campagne di Foggia, dove hanno incontrato la morte i lavoratori. Tre di loro, Bafodè, Ebere e Romanus, erano persone che vivevano nella città di Rimini e sono andati a lavorare come braccianti nella provincia di Foggia. Un territorio caratterizzato dai ghetti per i lavoratori migranti e da decine di morti violente, dove il contesto culturale rende complessa la costruzione di<br />
percorsi di solidarietà, come racconta Alessandro Dal Grande: “Anche quando parlano la stessa lingua, costretti come sono da un lavoro estenuante, i lavoratori sono incapaci di stringere legami e di aprirsi a una minima forma di relazione umana. La difficoltà nel ricostruire le storie di vita dei lavoratori stagionali nasce anche da quest’assenza di legami”.</p>
<p><span id="more-517"></span><br />
La marcia era chiamata a ricordare la morte di esseri umani, che per la loro condizione di migranti africani o di persone povere non trovano la dimensione di rispetto sia in vita sia dopo la morte. In ospedale dopo l’incidente, Saho fu ascoltato da diverse operatrici sociali, tra cui Nicoletta Russo. “Come operatrice dell’accoglienza mi sono chiesta tante volte quale potesse essere la nostra di resistenza, in un sistema che ci vorrebbe vedere gestire numeri e non persone; che ci vorrebbe carrarmati, in grado di passare sui corpi umani che incontriamo con indifferenza” con queste parole Russo esprime chiaramente la difficoltà umana e professionale di essere quotidianamente mossa da due principi contrastanti. Da un lato, la propria umanità e professionalità, attraverso cui costruisce una relazione con i richiedenti asilo politico e favorisce un processo di soggettivazione degli sfruttati. Dall’altro, le indicazioni delle leggi in materia di migrazioni, che producono meccanismi di colpevolizzazione degli stranieri e delle ONG. Ad ascoltare le parole di Russo, tornano alla mente le teorie di Achille Mbembe, che analizza come la proiezione della razza sulla<br />
società separi l’umanità nella società, oltre che produrre semplicemente segmentazione. Lo studioso camerunense sviluppò le proprie teorie all’interno di contesti coloniali dell’Africa. Non è legittimo pensare che tali processi di “disumanizzazione” si stiano sviluppando oggi giorno in alcune zone dell’Europa, ad esempio nel Mar Mediterraneo o nei ghetti dei braccianti in Puglia? Il medesimo appello di lancio della Marcia contro lo Sfruttamento evoca tale connessione, quando afferma che “da Salvini a Bolsonaro passando per Trump, è in atto una sempre più forte legittimazione della morte di chi è considerato altro, estraneo, straniero, nemico”.<br />
Certamente comparare i campi dei braccianti agricoli in Puglia con il lavoro negli alberghi sarebbe un’operazione molto discutibile. Al medesimo tempo, è legittimo ricordare come la morte violenta di una donna rumena trovata nell’estate 2009. Si chiamava Eva Ana Bocean ed “il 19 agosto fu trovata agonizzante, da un passante, distesa a terra e morì poco dopo all&#8217;ospedale. Le furono trovate diverse emorragie e ferite ai polsi e alle caviglie. L’albergatore, le sue colleghe, e Riccardo Muzzioli, titolare dell&#8217;agenzia rumena rilasciarono le loro testimonianze agli investigatori. Il datore di lavoro e le colleghe riportarono la medesima versione, ovvero che la lavoratrice vedeva i fantasmi e parlava del diavolo, conseguentemente fu descritta come una persona psichicamente disturbata. Una donna morta in dinamiche misteriose, reclutata attraverso un’agenzia internazionale<br />
e presente presso tale albergo senza regolare contratto fu considerata come persone pericolosa e non destò nell’opinione pubblica e nelle istituzioni un momento di riflessione e di lutto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Prospettiva femminista e il lavoro delle donne</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
In merito alla condizione di colpevolizzazione della vittima di incidente o di violenza eterodiretta riflette la comunicazione dell’attivista di Non Una di Meno, attraverso le seguenti parole “viviamo in un&#8217;epoca in cui la vittima, sia essa un lavoratore pesantemente sfruttato, una donna stuprata viene sistematicamente criminalizzata e colpevolizzata” solitamente ci si chiede “Se si fosse comportata in una maniera corretta, se avesse studiato per avere un lavoro migliore, se non avesse provocato con abiti succinti e atteggiamenti ammiccanti”.</p>
<p>La dimensione di genere riveste una notevole importanza, visto che le lavoratrici che nel 2014 contano per il 59,4% degli avviamenti al lavoro sono prevalentemente assunte per mansioni di media o bassa qualifica quali cameriere, segretarie e addette al ricevimento; laddove gli uomini sono un’ampia maggioranza tra i portieri di notte, i cuochi e i maître d’hotel (Cpi Rimini, 2015, 35-36). All’interno della forza lavoro migrante, le donne sono il 77% degli assunti romeni, il 71,8% dei moldavi, l’80% dei polacchi mentre rappresentano una minoranza tra i senegalesi (11,9%) e tra i marocchini (36,1%) (Cpi Rimini, 2015, 53).<br />
In tale contesto, si inserisce l’ultimo caso di donna migrante che ha subito violenza da parte del titolare dell’azienda dove era impiegata. La lavoratrice racconta al segretario della CGIL “mi ha colpito sulla testa con una zuppiera di plastica mezza piena di besciamella. Poi mi ha strattonato tenendomi per il collo. È la storia di Boguslawa, percossa dal padrone dell&#8217;albergo perché riteneva il suo lavoro imperfetto”. In questo caso, la violenza di genere è evidente e la donna espone chiaramente i postumi, diversi giorni dopo aver subito l’attacco dell’uomo.<br />
La marcia contro lo sfruttamento del 6 agosto 2019 ha rappresentato a livello qualitativo e<br />
quantitativo una novità all’interno del contesto del distretto del turismo, visto che oltre 500 persone sono scese in strada, con il coinvolgimento di cittadini di tutte le età e con una forte componente di migranti in testa al corteo. Si possono segnalare alcuni limiti, tra cui sicuramente la mancanza delle lavoratrici giunte a Rimini dalle nazioni dell’Est Europa. Un dato fattuale, a cui è difficile ora fornire interpretazioni. Una donna rumena, in particolare da Cruj, mi ha narrato le sue condizioni di lavoro con le seguenti parole “Io lavoro dalle 7 e mezzo del mattino fino alle 10 di sera e faccio 2 ore di pausa nel pomeriggio, poi dipende sempre da come siamo messi. Ho diciotto camere da fare<br />
dalle 8.30 alle 13.30 e non riesco a fumare nemmeno una sigaretta… dopo scendo giù in cucina e do una mano alla cuoca e lavo i tegami mentre l’altra lava i piatti, fino alle 3 – 3 e mezza; vado via e poi torno alle 6 e lavoro in cucina, aiuto cuoco o lavapiatti, fino alle 10 o 10 e mezza”. Altri incontro dopo l’intervista mi ha dato l’occasione di apprendere che all’Ispettore del Lavoro aveva raccontato condizioni di lavoro legali e rispettose del Contratto di Lavoro del Turismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le vertenze</strong></p>
<p>Un secondo dato da raccogliere è relativo al fatto che i diversi interventi all’interno della marcia<br />
contro lo sfruttamento sono stati in prevalenza da attivisti di decine di associazioni, singoli<br />
antirazzisti e sindacati. Oltre alla testimonianza del bracciante agricolo Saho, si segnala la<br />
mancanza della presa di parola di lavoratori per narrare la propria condizione di lavoro o vertenza lavorativa. In questa dimensione del corteo, rappresenta un’anomalia la comunicazione di un educatore sociale. Il lavoratore ha raccontato la mobilitazione dei propri colleghi contro il contratto di lavoro recentemente firmato dai sindacati confederali, ma aspramente criticato dai medesimi educatori sociali per diversi aspetti, tra cui il basso salario, che non li mette in condizioni di vivere una vita dignitosa e potersi percepire come soggetti qualificati e valorizzati dalle istituzioni locali.<br />
Al medesimo tempo, durante il corteo Stella Mecozzi (Mani Tese) ha comunicato come “non sia sufficiente una manifestazione”, ma “è necessario un intervento culturale quotidiano per far rispettare i diritti umani”. Tale considerazione di realismo, alla fine della manifestazione si è intrecciata alla consapevolezza che le strade principali del distretto del turismo riminese, tra “ le bandiere ed i gelati” non erano attraversate da un corteo contro lo sfruttamento con tale partecipazione da diversi decenni, raccogliendo la curiosità di alcune lavoratrici e tantissimi turisti. Nella parte conclusiva del suo intervento, il signor Saho ci conduce alla volontà di costruire la memoria collettiva “erano miei fratelli. Mangiavamo insieme e dormivamo insieme. Non posso dimenticare. Non voglio”.</p>
<p>Marco Caligari, Genova, 09 Agosto 2019.</p>
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		<item>
		<title>Religione, Spiritualità e Disturbo da Gioco d’Azzardo</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 22:04:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[S.T.D.P.  Senigallia Direttore: Dott.ssa Marella Tarini Relatori: Dott.ssa Francesca Silvestrini Dott. Edoardo Ballanti La fatica di Sisifo II Giornata dell’AV2 dedicata al Gioco d’Azzardo Patologico DISTRUZIONI/COSTRUZIONI: Dare senso all’agire del giocatore Sollecitati dal titolo di questo convegno Distruzioni/Costruzioni, e dall’indicazione &#8230; <a href="https://bleger.org/religione-spiritualita-e-disturbo-da-gioco-dazzardo-2/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>S.T.D.P.  </strong>Senigallia<br />
Direttore: Dott.ssa Marella Tarini</p>
<p>Relatori:<br />
Dott.ssa Francesca Silvestrini<br />
Dott. Edoardo Ballanti</p>
<p><strong>La fatica di Sisifo</strong> II Giornata dell’AV2 dedicata al Gioco d’Azzardo Patologico DISTRUZIONI/COSTRUZIONI: <em>Dare senso all’agire del giocatore</em></p>
<p>Sollecitati dal titolo di questo convegno Distruzioni/Costruzioni, e dall’indicazione suggerita al nostro intervento riguardante il dare senso all’agire del giocatore e al gioco d’azzardo, ci siamo posti in un’ottica di esplorazione, riflessione e ricerca, non sapendo esattamente cosa saremmo andati a trovare.</p>
<p>Il tema del significato evoca numerose domande, solleva riflessioni e pone interrogativi. Ci interroga sul significato del sintomo, influenza la nostra concezione della malattia, del recupero e della guarigione, riguarda noi in veste di curanti ma riguarda anche i pazienti e le famiglie, immaginate come microcosmi, comunità con la loro specifica epistemologia, all’interno delle quali il sintomo genera un significato o lo incarna o svolge la funzione di attribuzione di un ruolo. Per questo diventa necessario farsi interpreti, attraverso un lavoro ermeneutico, per evitare spiegazioni generaliste o peggio ancora riduzioniste.</p>
<p>Interrogarsi sul significato del sintomo può divenire allora interrogare il sintomo stesso per forzarlo a rivelarci il suo senso; o cercare il senso, in termini esistenziali, di un comportamento che è insieme distruttivo e costruttivo.</p>
<p>Occorre riconoscere le radici del disturbo da gioco d’azzardo e l’immensa sofferenza sia del giocatore patologico sia dei familiari e dei partner, sofferenza che in molti casi era presente già prima che il problema di gambling avesse inizio. Così possiamo dire che la patologia del gioco è solo la punta dell’iceberg, un sintomo che è più una richiesta di aiuto, un grido da parte del giocatore che si trova inestricabilmente invischiato e irretito nella trama di un sistema socio-economico e familiare, sia passato sia presente, di cui è parte.</p>
<p><span id="more-486"></span></p>
<p>Si può valutare la salute mentale in termini di qualità del comportamento individuale in rapporto all’ambiente sociale, in quest’ottica (che pone al centro la relazione), il comportamento, il suo modo di dispiegarsi e prodursi, così come il suo deteriorarsi, sono legati a fattori d’ordine socio-economico e familiare. Il malato è portavoce dei conflitti e tensioni della famiglia, per essa svolge il ruolo di depositario degli aspetti alienati della struttura sociale più ampia, facendosi portavoce dell’insicurezza e del clima d’incertezza. Tutti questi fattori presi insieme determinano, in positivo o in negativo, la possibilità di adattamento alla realtà: possibile quando la relazione con il contesto avviene sulla base di un vincolo creativo, impossibile quando questo è coercitivo.</p>
<p>Qui la domanda sul significato si fa domanda anche sul senso della cura. Che cosa curiamo e che cosa possiamo curare? Che cosa vuole essere curato? Cosa c’è bisogno di curare?  Quando nasce la richiesta di aiuto da parte del giocatore? Spesso nella pratica vediamo che il giocatore non sente il disturbo come una malattia, bensì come una soluzione.</p>
<p>Certamente vanno curate la profondità delle ferite e la storia traumatica del giocatore patologico, vanno curate le cicatrici nei partner e le gravi fratture nella relazione di coppia. Così come andrebbero pensate strategie di cambiamento della struttura socio-economica di cui il malato è Emergente. Pensiamo che la guarigione passi attraverso l’assegnazione di un nuovo ruolo, quello di agente del cambiamento, che chiede a noi stessi di trasformarci, divenendo per primi agenti del cambiamento.</p>
<p>L’obiettivo non è quindi limitato all’astinenza o alla riduzione del danno, ma si estende oltre, puntando all’apertura di una riserva di risorse psicologiche e sociali, sia del giocatore sia delle sue relazioni, ripristinando un legame creativo con il contesto e la comunità. Per rimpiazzare il gioco patologico e le funzioni che esso svolge, bisogna intuirne il senso. L’effetto finale del cambiamento sarà allora, non il tentativo di modificare un comportamento, ma vedere la relazione tra comportamento e contesto, svelandone i nodi insolubili e le contraddizioni patogene. Fare questo richiede un cambiamento di secondo ordine, un imparare a imparare che è un imparare a pensare, che investa l’intero sistema di cui il giocatore è parte coinvolta in modo centrale.</p>
<p>La letteratura e la ricerca sul gioco d’azzardo sono prevalentemente incentrate sulla patologia o sull’impatto socio-economico, sulla prevalenza del problema e sui modelli patologici, spesso estraniando le persone dai contesti in cui si svolge il gioco, riflettendo una epistemologia occidentale dominante, e non riuscendo ad approfondire la nostra comprensione dei discorsi sociali ed esistenziali, che costituiscono il contesto in cui i giocatori danno significato, o ricercano un significato, dal loro giocare d’azzardo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ESPERIENZA CLINICA</p>
<p>Non molto tempo fa, si presenta presso l’STDP di Senigallia il Sig. L., chiedendo una presa in carico per un problema di gioco d’azzardo di lunga data. Il Sig. L. comincia a raccontarci la sua storia, fatta di tante storie: una carriera nelle forze armate, incarichi importanti, missioni sia in Italia sia all’estero, campi di battaglia, il confronto con la morte, l’avere ucciso. Il suo lavoro lo porta a trascurare la famiglia, la moglie, i figli. Il gioco d’azzardo sembra essergli sempre appartenuto. A fatica riesce a individuare un punto d’inizio, ma riconosce che il bisogno di giocare diventava più impellente nei momenti di crisi, con i problemi legali, con le ingiustizie che sente di subire e per le quali non ha sufficienti strumenti e forza di opporsi. Disperde tutti i suoi risparmi, tanti soldi poiché i suoi guadagni sono elevati. Non è intaccato il patrimonio della famiglia, che prova molta rabbia e lo espelle. La moglie prima lo butta fuori di casa poi lo riprende. Ora il Sig. L. tenta di ricucire i rapporti deteriorati, anche se non sa come fare. Cerca di farsi riaccogliere dalla moglie e dai figli, in modo incerto, considerata l’estrema difficoltà di contattare e comunicare le proprie emozioni. Curarsi è per lui una <em>conditio sine qua non</em> posta dalla moglie: un lasciapassare da presentare per il rientro a casa.</p>
<p>Già da qui sembra configurarsi ai nostri occhi un quadro riconoscibile, una personalità con tratti narcisistici, la ricerca di sensazioni forti, un disturbo da stress post traumatico, impulsività, senso di colpa, uso costante di cannabis: il disturbo da gioco d’azzardo potrebbe essere interpretato in questa cornice come una difesa appresa per sfuggire, dissociare, alleviare o evitare le memorie traumatiche e gli elevati livelli di stress attuale.</p>
<p>Ma il Sig. L. porta con sé altre storie. Veniamo a sapere dal suo racconto la storia della madre che quando L. era ancora bambino si ammala di una malattia terminale. Era l’inizio degli anni 80, anni in cui avvenivano le prime apparizioni mariane nella città di Medjugorie in Bosnia. Sentendo la notizia in televisione e alla ricerca di un ultimo appiglio di speranza, la famiglia si avvia a intraprendere un viaggio verso quello che allora era un semplice e sconosciuto villaggio di contadini e pastori sulle colline della Bosnia-Erzegovina. Durante quel viaggio avviene qualcosa d’inaspettato che cambia per sempre le sorti della famiglia. La madre di L. ottiene quella che viene definita una guarigione miracolosa. Una delle poche guarigioni miracolose ufficialmente riconosciute dalla Chiesa Cattolica. La storia della famiglia va incontro a un cambiamento imprevisto e imprevedibile, il miracolo è la svolta, la prima grande vincita, la divinità entra in scena intervenendo sulle sorti drammatiche che apparivano tracciarsi in un destino segnato. La madre diventa l’eroina che ha sfidato e vinto il destino. Il padre abbandona gradualmente il suo lavoro di piccolo imprenditore e artigiano, dedicandosi interamente, insieme alla moglie, all’attività di servizio. La famiglia si trasferisce per lunghi periodi a Medjugorie, organizzando pellegrinaggi. La madre di L. entra in contatto con alte sfere dell’I<strong>stituzione Ecclesiastica</strong>, che penetra in modo importante e duraturo nella vita e nella storia della famiglia, arrecando onore e prestigio sociale.</p>
<p>Sotto questa luce anche la storia di vita del Sig. L. sembra incarnare il mito dell’eroe.</p>
<p>Com’è andata avanti la storia del Sig. L. dopo tutto questo?</p>
<p>Verso la moglie il Sig. L. nutre oggi un sentimento d’indifferenza, non pensa la separazione e rifiuta l’espulsione. Si sta battendo per rientrare all’interno della famiglia. Il discorso non apre porte sulle sue emozioni, non ci sono né tenerezza né calore, soltanto la volontà di appartenenza a un nucleo familiare. Della moglie lamenta le credenze e l’adesione a gruppi d’evoluzione e sviluppo spirituale, che le fanno adottare un comportamento che giudica irrazionale, fatto di rituali per attirare verso di sé e verso la famiglia influenze positive e benefiche. Il Sig. L. non si sente libero quando è in casa e ne è profondamente irritato. Questa visione del mondo, secondo lui, ha influenzato anche l’educazione dei figli, verso i quali sente che come genitori non hanno alcuna presa educativa.</p>
<p>La descrizione fatta della scena familiare mette in luce un quadro d’isolamento, uno stare insieme ma isolati, ognuno preso in una personale attività di estraniazione che lo cattura e lo aliena dal contesto e dalla comunicazione. Con rabbia il Sig. L. porta questa sua considerazione e quest’istanza, lamentandosi di essere additato come “quello dipendente”, in una famiglia in cui tutti hanno una loro dipendenza.</p>
<p>Il forte ruolo rivestito da religione, spiritualità e rituale all’interno di questo nucleo familiare, ci ha fatto interrogare sul legame tra religione/spiritualità e gioco d’azzardo, per approfondire in questa direzione l’interrogativo sul senso e sul significato: intesi come l’umana ricerca di un senso che possa collocare l’esperienza vissuta all’interno di un quadro fonte di significato, identità, scopo e realizzazione nella vita individuale, culturale e sociale.</p>
<p>Di per sé questa non è una cosa nuova: Freud attribuiva a religione e gioco d’azzardo la funzione di fornire alle persone un senso di controllo sul destino, e suggeriva che l’azzardo potesse agire come sostituto della religione. Marx sosteneva che le religioni hanno una funzione molto importante nella vita, dando conforto psicologico per l’incertezza e la paura della morte.</p>
<p>Allo stesso modo il gioco d’azzardo ha radici profonde nei rituali religiosi e molte forme di spiritualità ne sono intessute. Tradizionalmente, il gioco d’azzardo ha avuto origine da rituali religiosi e dalla ricerca di esperienze spirituali, per cui questo nesso appare evidente e il rituale ne è il comune denominatore.</p>
<p>Questi pensieri ci hanno fatto incuriosire e allora ci stiamo interessando alla letteratura sul gioco d’azzardo nelle popolazioni native: aborigeni australiani, indiani d’America e Canada. In queste culture tradizionali l’azzardo era spesso presente già prima della colonizzazione e aveva aspetti sia sacri sia secolari. Il gioco era usato per scopi religiosi e di cura, per la divinazione e la risoluzione delle controversie, per la redistribuzione della ricchezza e la ricreazione. Gli obiettivi secolari del gioco tra i nordamericani nativi erano il divertimento e il guadagno, ma il “gioco sacro” era investito di una funzione simbolica in cui l&#8217;ordine cosmico era incarnato e mantenuto. Associato a miti, cerimoniali, e pratiche rituali con funzioni divinatorie e magiche, rappresenta il desiderio di assicurarsi la guida dei poteri naturali da cui l’essere umano è dominato.</p>
<p>Da una prospettiva occidentale il gioco d&#8217;azzardo riguarda i soldi. Dalla prospettiva dei nativi Blackfoot la promessa di una &#8220;grande vincita&#8221; di denaro ha il suo peso, ma la promessa di prestigio o merito è ancor più significativa, e in essa viene incarnato il viaggio dell&#8217;eroe, esemplificato nel Napi, eroe archetipico della loro cultura.</p>
<p>Le narrative esplorate negli studi da noi passati in rassegna suggeriscono che il gioco d&#8217;azzardo tra i popoli Blackfoot contemporanei è un&#8217;attività in cui gli individui cercano prestigio, in un mondo sempre più secolare, in cui hanno uno status marginale.</p>
<p>Queste osservazioni suggeriscono che i giocatori, inconsciamente, giocano miti non esaminati. Alla base delle distorsioni cognitive ci sono delle strutture mitiche inconsce che riflettono epistemologie, o modi di conoscere, che danno significati simbolici ad azioni, oggetti e persone.Lo studio che stiamo citando (McGowan et Al., 2004) sostiene l&#8217;opinione che i contesti culturali, storici ed esperienziali, modellano i significati attribuiti all&#8217;esperienza di gioco. Le differenze nell&#8217;esperienza soggettiva del gioco d&#8217;azzardo, nel gioco d’azzardo problematico, nel recupero e nella guarigione, sono evidenti tra le generazioni all&#8217;interno delle comunità di Blackfoot, così come tra nativi e non nativi. Sempre più nativi stanno costruendo significati e cercando soluzioni per il gioco d&#8217;azzardo e altri problemi nel contesto della spiritualità tradizionale, ricercando identità culturali tracciate nelle loro tradizionali visioni del mondo.</p>
<p>Il terapeuta può aiutare a riconoscere le distorsioni cognitive e le credenze irrazionali, ma questo non tiene conto dei contesti sociali o culturali del gioco d&#8217;azzardo o delle differenze di sistemi di senso.</p>
<p>Cit: “Le tradizionali visioni occidentali del gioco d&#8217;azzardo suggeriscono che la risoluzione del problema del gioco d&#8217;azzardo avviene attraverso un processo chiamato &#8220;recupero&#8221; (<em>recovery</em>) in cui gli stati dell’essere prima scartati, distrutti o trascurati, come l’occupazione lavorativa, la proprietà e le relazioni con gli altri sono ricostruiti. Al contrario, la risoluzione del problema del gioco d&#8217;azzardo tra i Blackfoot è descritta in modo più accurato, attraverso processi di guarigione (<em>healing</em>) mediati da credenze e pratiche tradizionali. Come sottolineato da un consulente sulle dipendenze di origine Blackfoot, il &#8220;recupero&#8221; di ciò che non avete mai avuto (come una occupazione stabile, proprietà, relazioni genitori-figli) non è semplicemente possibile per molte persone colonizzate”. (<em>McGowan et Al., Sacred and secular play in gambling among Blackfoot peoples of Southwest Alberta</em>)</p>
<p>Suggeriamo quindi di tenere in considerazione l’importanza del contesto in cui il significato si genera, contesto che ha una sua epistemologia che informa di sé il processo della malattia come quello della cura.</p>
<p>&#8220;In contrasto con l’idea forse ristretta di una ristrutturazione cognitiva e con l&#8217;enfasi sul recupero che è il segno distintivo della psicoterapia, la guarigione tradizionale indigena sottolinea il raggiungimento dell&#8217;equilibrio tra le quattro dimensioni della natura di una persona (mentale, fisico, emotivo, spirituale). Piuttosto che attraverso un codice di pratica prescrittivo, questo viene raggiunto attraverso vari mezzi in base a contesti altamente situazionali e, a volte, a pratiche idiosincratiche. L&#8217;obiettivo è il ripristino del benessere, inteso come armonia restaurata secondo una legge d’interconnessione tra l&#8217;individuo in relazione con sé, la famiglia, la comunità, il mondo spirituale e l&#8217;ambiente fisico. L’armonia restaurata è intesa come espressione di una guarigione più profonda che è &#8220;la fonte del significato, dell&#8217;identità, dello scopo e della realizzazione nella vita&#8221; (McGowan et Al., <em>Blackfoot traditional knowledge in resolution of problem gambling: getting gambled and seeking wholeness</em>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p><strong>Enrique Pichon-Riviere, </strong><em>Il processo gruppale: Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale</em><strong>, </strong>Editrice Lauretana, 1985;</p>
<p><strong>Helen Breen &amp; Sally Gainsbury</strong>, <em>Aboriginal Gambling and Problem Gambling: A Review</em>, Int J Ment Health Addiction (2013) 11:75–96 DOI 10.1007/s11469-012-9400-7;</p>
<p><strong>Virginia M. McGowan, Gary Nixon,</strong> <em>Blackfoot traditional knowledge in resolution of problem gambling: getting gambled and seeking wholeness</em>, Canadian Journal of Native Studies XXIV, 1 (2004):7-3;</p>
<p><strong>Virginia McGowan, L. Frank, G. Nixon, M. Grimshaw</strong><em>,</em> <em>Sacred and secular play in gambling among Blackfoot peoples of Southwest Alberta, </em>Culture &amp; the Gambling Phenomenon<em>, 241;</em></p>
<p><strong>Elisabeth Gedge, Deirdre Querney</strong>, <em>The Silent Dimension: Speaking of Spirituality in Addictions Treatment</em>, Journal of Social Work Values and Ethics, Volume 11, Number 2 (2014);</p>
<p><strong>Stephen Louw</strong>, <em>African numbers games and gambler motivation: &#8216;Fahfee&#8217; in contemporary South Africa</em>, Article  in  African Affairs · January 2018;</p>
<p><strong>Robert Grunfeld, Masood Zangeneh, and Lea Diakoloukas</strong>, <em>Religiosity and Gambling Rituals,</em> in M. Zangeneh, A. Blaszczynski, N. Turner (eds.), In the Pursuit of Winning, Springer 2008, capitolo 9.</p>
<p><strong>Peter Ferentzy, Wayne Skinner, Paul Antze,</strong><em> The Serenity Prayer: Secularism and Spirituality in Gamblers Anonymous</em>, Journal of Groups in Addiction &amp; Recovery, 5:124–144, 2010;</p>
<p><strong>Clarke, S. Tse, M. Abbot, S. Townsend, P. Kingi, W. Manaia<em>,</em></strong><em> Religion, Spirituality and Associations with Problem Gambling</em>, New Zealand Journal of Psychology  Vol. 35,  No. 2,  July 2006;</p>
<p><strong>Keehan Koorn</strong>, <em>The Roles of Religious Affiliation and Family Solidarity  as Protective Factors against Problem Gambling Risk in a Métis Sample</em>, A Thesis Presented to The University of Guelph, In partial fulfilment of requirements for the degree of Master of Science in Family Relations and Applied Nutrition, Guelph, Ontario, Canada, © Keehan Koorn, August, 2011</p>
<p><strong>Gary Nixon and Jason Solowoniuk,</strong> <em>A Transpersonal Developmental Approach to Gambling Treatment</em>, in M. Zangeneh, A. Blaszczynski, N. Turner (eds.), In the Pursuit of Winning. 211 C springer 2008, capitolo 13.</p>
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		<title>Presentazione della traduzione in italiano del libro di José Bleger &#8220;Psicologia della condotta&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 May 2018 18:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Centro Studio e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221; vi invita alla presentazione della traduzione in italiano del libro &#8220;Psicologia de la conducta&#8221; (1963) di José Bleger        &#8220;Psicologia della condotta&#8221; (Armando Editore, 2018) tradotto e curato da Lorenzo Sartini e Alejandro &#8230; <a href="https://bleger.org/presentazione-della-traduzione-in-italiano-del-libro-di-jose-bleger-psicologia-della-condotta/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">Il Centro Studio e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221;</p>
<p style="text-align: center">vi invita</p>
<p style="text-align: center">alla presentazione della traduzione in italiano del libro<br />
<span style="font-size: large"><strong>&#8220;Psicologia de la conducta&#8221; </strong><span style="font-size: small">(1963)</span></span> di<strong><span style="font-size: large"> José Bleger</span></strong></p>
<p style="text-align: center">       <a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/Cover-Psicologia-della-condotta.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-450" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/Cover-Psicologia-della-condotta-214x300.jpeg" alt="Cover Psicologia della condotta" width="214" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center"><span style="font-size: x-large;color: #ff0000"><strong>&#8220;Psicologia della condotta&#8221;</strong></span></p>
<p style="text-align: center">(Armando Editore, 2018)</p>
<p style="text-align: center">tradotto e curato da <strong>Lorenzo Sartini</strong> e <strong>Alejandro Fasanini</strong>,<br />
contiene una prefazione di <strong>Leonardo Montecchi</strong>.</p>
<p style="text-align: center">Sarà l&#8217;occasione per parlare del libro e della sua diffusione, e per festeggiare.</p>
<p style="text-align: center">L&#8217;incontro si svolgerà venerdì 15 giugno, dalle 17.00 alle 19.00,<br />
presso la sala di RM25 a Rimini in Corso d&#8217;Augusto 241</p>
<p style="text-align: center">Intervenite numerosi.<br />
Diffondete la notizia a chi credete opportuno.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il gruppo multifamigliare: teoria e pratica</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2018 19:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[La Scuola di prevenzione &#8220;José Bleger&#8221; venerdì 13 dalle ore 16.00 alle ore 19.00 e sabato 14 dalle 9,30 12.30 organizza il seminario IL GRUPPO MULTIFAMIGLIARE: TEORIA E PRATICA - Venerdì 13 aprile: Massimo De Berardinis &#8211; Psichiatra e psicoterapeuta, &#8230; <a href="https://bleger.org/il-gruppo-multifamigliare-teoria-e-pratica/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">La <strong>Scuola di prevenzione &#8220;José Bleger&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: center">venerdì 13 dalle ore 16.00 alle ore 19.00 e sabato 14 dalle 9,30 12.30</p>
<p style="text-align: center">organizza il seminario</p>
<h2 style="text-align: center"><strong>IL GRUPPO MULTIFAMIGLIARE: TEORIA E PRATICA</strong></h2>
<p><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/il-gruppo-multifamigliare-2.jpg"><img class="wp-image-445 aligncenter" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/il-gruppo-multifamigliare-2-223x300.jpg" alt="il gruppo multifamigliare (2)" width="185" height="249" /></a>- Venerdì 13 aprile:</p>
<p><span class="fsl"><strong>Massimo De Berardinis</strong> &#8211; Psichiatra e psicoterapeuta, Direttore di Area Salute Mentale Adulti &#8211; ASL Toscana Centro (Firenze)</span></p>
<p><span class="fsl"><strong>Marta De Brasi</strong> &#8211; Psicologa, psicoanalista, psicoterapeuta individuale, gruppale e della famiglia. Specialista in Clinica istituzionale (Buenos Aires)</span><br />
&#8211; Sabato 14 aprile:</p>
<p><strong>Massimo Mari</strong> &#8211; Psichiatra e psicoterapeuta, Direttore del Dipartimento Salute Mentale Area Vasta 2 (Ancona)</p>
<p><strong>Andrea Narracci</strong> &#8211; Psichiatra e psicoanalista, Direttore UOC 4° Distretto e Direttore ff del DSM della ASLRMA (Roma)</p>
<p>Il seminario ha l&#8217;obiettivo di discutere delle forme del gruppo multifamigliare, dei problemi e delle difficoltà che comporta ma anche delle potenzialità che racchiude.<br />
Ci si interrogherà, mediante un costante riferimento alla pratica, alla tecnica e alla teoria, sul ruolo dei coordinatori dei gruppi multifamigliari, sui transfert multipli che si verificano all&#8217;internio di questi gruppi e sulla polarità gruppo-istituzione.</p>
<p>Il seminario si terrà nella sala di <strong>RM25</strong> a <strong>Rimini</strong> in <strong>Corso d&#8217;Augusto 241</strong>.</p>
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		<title>&#8220;Il gruppo multifamiliare&#8221; di Edoardo Mandelbaum</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Feb 2018 23:13:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Centro Studi e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221; Venerdì 2 marzo dalle ore 15.00 alle 19.00 in Corso Giovanni XXIII, n. 9 a Rimini organizza il Seminario &#8220;Il gruppo multifamiliare&#8221; di Edoardo Mandelbaum Psicologo Clinico, Psicoterapeuta Psicoanalitico, Discepolo e collaboratore nella &#8230; <a href="https://bleger.org/il-gruppo-multifamiliare-di-edoardo-mandelbaum/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">Il <strong>Centro Studi e Ricerche &#8220;José Bleger&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: center">Venerdì <strong>2 marzo dalle ore 15.00 alle 19.00 </strong>in Corso Giovanni XXIII, n. 9 a <strong>Rimini</strong></p>
<p style="text-align: center">organizza il Seminario</p>
<h1 style="text-align: center"><strong>&#8220;Il gruppo multifamiliare&#8221;</strong></h1>
<p style="text-align: center">di <strong>Edoardo Mandelbaum</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Psicologo Clinico, Psicoterapeuta Psicoanalitico, Discepolo e collaboratore nella Scuola di Psichiatria Dinamica di Pichon Riviere.  Fondatore della Associazione Psicologi di Buenos Aires e della Prima Cattedra di Comunità Terapeutica Psicoanalitica all’Ospedale Borda di Buenos Aires. Presidente della Sociedad Argentina de Terapia Familiar (1995-1998).   Nel 1964, assieme al Dott. Garcia Badaracco, ha iniziato le prime esperienze del gruppo Multifamiliare in Argentina,presso l’ospedale Borda.  E’ Assessore alla Salute Mentale del Municipio di San Isidro (Buenos Aires) per la costruzione delle Reti Multifamiliari per tutto il distretto. Coordinatore del dispositivo dei Grupos Multifamiliares nelle Istituzioni Psichiatriche Centri Comunitari, è Specialista nel lavoro clínico con pazienti gravi e le loro famiglie e Specialista in Psicologia Clinica di Famiglie e Coppie, nel Colegio de Psicólogi  della  Provincia di Buenos Aires. E’ Fondatore del Corso di Formazione Continua in “Teoría y Práctica del Grupo Multifamiliar desde el Psicoanálisis Integrativo” presso l’Ospedale Centrale di San Isidro</em></p>
<p>Il gruppo multifamiliare consiste in riunioni di intere famiglie pluri-generazionali che si incontrano e lavorano conversando tra di loro, coordinati da uno o più specialisti formati ad hoc, che funzionano in co-terapia e in équipe. Questo dispositivo permette un&#8217;ottimizzazione delle risorse, oltre che una più adeguata ed efficace risposta al disagio psicologico da parte degli operatori, dei servizi, dell&#8217;istituzione e di tutte le professionalità (psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, psicoterapeuti, educatori professionali, assistenti sociali, infermieri, ecc.) che gravitano intorno a situazioni multi-problematiche degli individui e delle famiglie.</p>
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		<title>Dalla famiglia edipica alla famiglia gruppale</title>
		<link>https://bleger.org/dalla-famiglia-edipica-alla-famiglia-gruppale/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 Sep 2017 11:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alejandro Scherzer I) Introduzione Il presente lavoro si propone di mostrare alcuni aspetti della vita quotidiana familiare di queste latitudini, così come alcuni ambiti d’applicazione e limitazioni psicoanalitiche nel comprendere e nell’operare nella clinica odierna. Secondo noi è impossibile &#8230; <a href="https://bleger.org/dalla-famiglia-edipica-alla-famiglia-gruppale/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium">di <strong>Alejandro Scherzer</strong></span></p>
<p><strong>I) Introduzione</strong><br />
Il presente lavoro si propone di mostrare alcuni aspetti della vita quotidiana familiare di queste latitudini, così come alcuni ambiti d’applicazione e limitazioni psicoanalitiche nel comprendere e nell’operare nella clinica odierna.<br />
Secondo noi è impossibile pensarla e intervenire senza un ECRO (Schema concettuale di riferimento e operativo) psicosociale. Si afferma ancora di più (almeno in me) la controversia pichoniana, “Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale”, e l’idea centrale che il denominato paziente è un emrgente di un funzionamento familiare particolare in ciascuna situazione. Ma anche di altre variabili che ora non è il caso di esporre.<br />
Ho pensato opportuno impostarlo con un evento psicoanalitico.</p>
<p><strong>II)</strong><br />
Dall’avvento della psicoanalisi nel nostro paese sono trascorse alcune decadi che hanno mostrato un cambiamento risaputo della società, delle tecnologie, delle famiglie di quel tempo in relazione alle famiglie attuali, del rapporto degli esseri umani con le loro circostanze, della costruzione della soggettività.<br />
Così, si sono istallati nella società nuovi temi e valori dell’essere umano:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">La riproduzione attraverso l’atto sessuale può essere evitata. Non c’è bisogno di copulare, si può optare per l’inseminazione artificiale, per la riproduzione in vitro.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La violenza familiare, l’insicurezza pubblica, i cambiamenti nel modi e nei mezzi di comunicazione, la manipolazione delle masse, ecc.</span></li>
</ul>
<p><span id="more-415"></span></p>
<p><span style="font-size: medium"><strong>III) “Le famiglie di prima (‘Maracanà’)”</strong><br />
La famiglia montevideana del ‘50 (1950) era una famiglia tradizionale, consanguinea, con la parentalità e la genitorialità classiche: centrate sui genitori biologici e le loro rispettive famiglie d’origine che, fuggite dalla guerra, provenivano principalmente dalla Spagna, dall’Italia e dal resto dell’Europa.<br />
Tutti insieme, nel quartiere, con i vicini, con gli amici, vicino.<br />
Uno Stato benefattore.<br />
Era la ‘completezza’, non mancava niente, ‘la resistenza’.<br />
L’entrata nelle famiglie di nuovi membri, formando una coppia con qualcuno proveniente da famiglie di altri quartieri, non era facile.<br />
C’era una cultura della sessualità maschilista, della donna frigida, nella casa.<br />
Gli uomini trascorrevano buon tempo nel ‘gioco delle bocce’.<br />
L’alcool era un elemento indicatore di ‘machismo’, un anestetico dell’anima, un divertimento, per le alterazioni che produceva nella coscienza.<br />
Le donne non si potevano avvicinare a questi luoghi.<br />
Non era facile cambiare il modo di essere dei membri di una famiglia, soprattutto di quelli che detenevano il potere, il potere del denaro, il potere delle decisioni, il potere della forza fisica.<br />
Si partecipava di più alla messa, si utulizzava la confessione-assoluzione da parte del parroco.<br />
C’erano pregiudizi radicali contro i ‘negri’ e gli ‘ebrei’.<br />
Qualche malato con paralisi cerebrale, o sindrome di Down, o uno psicotico da curare.<br />
Non esisteva ‘parentela’ sociale, perché il divorzio, o la separazione, se anche erano legali – l’Uruguay fu avanti in questa materia – non erano istituti che circolavano con facilità in quell’epoca. Tutto il contrario, erano visti con pregiudizio.<br />
Il luogo della procreazione, della vita, era la famiglia.<br />
Non dimentichiamo che lo sterminio dei membri delle famiglie ebree nella Seconda Guerra Mondiale è stato principalmente di famiglie di procreazione biologica. Si ricercava la discendenza nell’albero genealogico.</span></p>
<p><strong>IV) Le nuove famiglie</strong><br />
Si sono avuti dei cambiamenti della famiglia nucleare, legale, del Registro Civile, della Chiesa, della Sinagoga, ecc., nel mondo di oggi.<br />
Le seguenti variabili si sono coniugate tra loro per dar luogo a combinatorie differenti:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">L’ovulo e lo spermatozoo nella provetta, la procreazione artificiale, le banche di embrioni, gli uteri in affitto.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le politiche dello Stato nella pianificazione familiare.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’adozione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le coppie omosessuali, il travestitismo.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le famiglie monoparentali, le famiglie gay.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La scelta dei nomi.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le donazioni di organi.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’apparizione in vita di alcuni dei bambini fatti sparire dalle dittature del Cono meridionale. Le distinte storie personali, l’accettazione o no del riconoscimento delle loro origini biologiche.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le Organizzazioni dei Diritti Umani, le Nonne e le Madri di Plaza de Mayo.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La storia di identitifcazione, la storia genetica, la genealogia.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">L’occupazione, la disoccupazione, la sottoccupazione, un mercato nazionale piccolo che offre meno possibilità economiche di altri paesi e predispone all’emigrazione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La marginalità, la vita nelle strade.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La vita nelle istituzioni di reclusione.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La tossicodipendenza (consumo, traffico, ecc.).</span></li>
<li><span style="font-size: medium">La maggior libertà della donna, il suo crescente inserimento nel mercato del lavoro.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Queste variabili hanno generato punti di inflessione nella società, nei costumi, nei riti, nei miti, nella costituzione e nell’organizzazione della famiglia.<br />
Nuove permissività, meno attaccamento ai modelli tradizionali, [le famiglie moderne, <em>ndt</em>] incoraggiano i loro membri a cercare altri spazi, altri vincoli.<br />
Costruiscono nuove famiglie che variano nel modo di costituirsi, di configurarsi e di organizzarsi.</span></p>
<p>Il gruppo famigliare non deve coincidere necessariamente con la famiglia nucleare.<br />
Famiglie di che estrazione sociale, culturale, economica?<br />
Di che quartieri?<br />
Nella scuola pubblica o privata?<br />
Come nominarle?<br />
Il tema di come nominare le famiglie di oggi, che sono differenti, nella conformazione e nel funzionamento rispetto alla famiglia tradizionale nucleare non è definito: assemblate, miste, ricostituite, moderne, combinate, seconde, terze, ecc.<br />
Le famiglie ‘assemblate’ sono nuovi input nella nostra società e nuove esperienze per molti abitanti di questa epoca.<br />
Si gestiscono in uno spazio mobile, itinerante.<br />
La cultura degli zaini (dove portano l’abbigliamento, oggetti e materiale didattico, da una casa all’altra) nei ragazzi delle medie e delle superiori è eloquente.<br />
Possiamo pensare a una famiglia attuale e a un’altra famiglia originaria? Dipende per quale membro, di quale gruppo famigliare.<br />
Qual è l’origine di ciascuno secondo i cognomi, nelle convivenze familiari?<br />
Come chiamare ciscuno dei luoghi, delle funzioni e dei ruoli?<br />
Matrigna, patrigno?<br />
Preferisco questa denominazione, sebbene la versione più conosciuta, proveniente dalle storie dei bambini, ruoti attorno alla morte del progenitore e all’usurpazione del posto del morto.<br />
Ai bambini, agli adolescenti e agli adulti, si pone un conflitto di lealtà, di gelosie, di invidie e rivalità, per quello che ciascuno fa, e per quello che vede che l’altro fa.<br />
Per la maggioranza dei bambini e degli adolescenti che arrivano al consultorio, la famiglia è il gruppo famigliare di origine biologica.<br />
La famiglia di convivenza (la famiglia di oggi) è quella che devono integrare, come possono. Con o senza aiuto psicologico.</p>
<p><strong>V) Famiglia e funzionamento familiare</strong><br />
Per fortuna, da qualche decennio insistiamo sul fatto che dobbiamo differenziare la famiglia come istituzione organizzatrice della società dal suo funzionamento, pensando e operando con la famiglia come gruppo umano.<br />
Tema complesso che, come sappiamo, ci riporta a questioni teoriche, tecniche, ideologiche, epistemologiche, dove si dirimono le differenze tra le correnti di pensiero in questo campo di pratiche.<br />
Ci sono gruppi familiari fondati dalla coppia tra due esseri umani (matrimoniale), ma ci sono famiglie che non sono fondate da una coppia o anche senza coppia.<br />
Coma ci sono anche coppie che non fondano alcuna famiglia.<br />
Famiglie dove i membri del gruppo familiare non hanno una relazione di discendenza diretta con la coppia coniugale, se questa è l’organizzazione che diede inizio a quella famiglia, e sì con altre forme, più moderne, di ‘parentela’.<br />
Prima della nuova convivenza la famiglia è un puzzle dove andare armati con i consulenti.<br />
Si può complessificare maggiormente la situazione se si aggiungono, alle famiglie di ciascuno dei membri della coppia, i nonni o le nonne che, per questioni economiche del mondo odierno, non hanno altro spazio fisico dove vivere.<br />
Queste nuove famiglie di costituzione multifamigliare hanno nuovi matrimoni, nuovi patrimoni, nuove parentele.<br />
E hanno un correlato inevitabile: un funzionamento gruppale complesso.</p>
<p><strong>VI) “I MIEI, I TUOI, I NOSTRI, I VOSTRI (che non solo soltanto miei, né solo tuoi, né solo nostri) VERSUS: I GRUPPI FAMILIARI”</strong><br />
Ancora si continua ad insistere con la genetica nella proprietà dei figli consanguinei.<br />
I miei, i tuoi e i nostri, detto così, è pensato dal biologico e dal discorso dei genitori verso i figli. A quanto pare, i proprietari dei bambini.<br />
De “i propri figli”.<br />
Allude ai figli come proprietà dal punto di vista di un discorso biologista-individualista (al massimo di coppia), del mondo adulto, di coloro che comandano, ordinano e non chiedono, a quei <em>“nani maledetti che giocano con il pallone”</em>, come dice Serrat.<br />
I miei sono soltanto miei, i tuoi sono soltanto tuoi, i nostri sono soltanto nostri, potrebbe essere una formula estrema in questo modo, nella quale i miei e i tuoi si trovassero, nella stessa frase, in correlazione con i nostri, con ciò che è in comune dei genitori adulti.<br />
Per la generalità delle persone, il titolo esprime in un gergo comune (e in qualche pellicola cinematografica) qualcosa che è sostanzialmente differente dal gruppo familiare.<br />
I miei bambini, i tuoi bambini, i nostri bambini, gli altri bambini, non saranno diversi?<br />
Sì, sono i diversi gruppi familiari dai quali transita durante i giorni della settimana, del mese e dell’anno.<br />
I miei bambini possono essere con la mamma e con il patrigno, con cui convive ed ha fratelli che sono, a propria volta, i nostri per lui.<br />
I miei con il suo papà e con la matrigna, con cui convive alcuni giorni e che ha pure fratelli, e/o fratellastri, che sono anche i nostri, per lui.<br />
Così, quando diciamo i nostri, questa questione collettiva-possessiva, di proprietà, a che cosa sta alludendo?<br />
Alle relazioni di consanguineità?<br />
Alle relazioni di parentela?<br />
All’appartenenza al gruppo familiare?<br />
Pensiamo al noi, dal luogo del gruppo familiare, in senso generico, o dai gruppi familiari (in senso stretto), lo decentriamo dalla ‘paternità’ esclusivamente biologica, per centrarlo nel luogo collettivo della Gruppalità familiare.<br />
Dei gruppi familiari di appartenenza di ciascuno degli integranti di questa situazione gruppale familiare che stiamo considerando.<br />
Un bambino di 9 anni, piangendo, dice in una sessione familiare a sua madre:<br />
<em>“io non voglio avere un’altra madre, non voglio andare a casa di mio padre, con l’altra donna, non voglio andare con papà, non voglio andare in quella casa… e quando ho la febbre si devono prendere cura di me… e non mi piace come mi trattano… non si prendono cura di me… devo vedere cosa faccio, dove vado, dove rimango”</em>.<br />
Una adolescente (17 anni):<br />
<em>“Io riconosco internamente come lei ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna… ha cambiato la mia relazione. La verità è che ha fatto un sacrificio, che non ha figli. Di chi siamo figli? Di chi sono i figli?”</em></p>
<p><strong>VII) Alcune regolarità</strong><br />
Nel lavoro clinico con queste ‘Nuove forme di coppie e famiglie’ abbiamo costatato alcune regolarità.</p>
<p><em>1ª constatazione</em><br />
Dell’impatto.<br />
Nel momento della costituzione delle nuove famiglie si ha un disconoscimento da parte dei protagonisti della trascendenza dell’impatto della decisione di convivere in questo modo, con queste nuove conformazioni familiari.<br />
Disconoscimento che il sentimento amoroso che ha fondato la coppia e che l’ha fatta stare insieme per più tempo, porta alla famiglia e a ciascuno dei suoi integranti differenti dispersioni, anche amorose e di affetto.<br />
Per ottenere un funzionamento minimamente soddisfacente nella sopravvivenza e nella convivenza familiare è necessario un <em>“pensiero strategico – interazionale – vincolante”</em> (Scherzer A., 2004, pag. 58, ‘Gruppo e società’).<br />
Ossia, strategie di interazione comune per arrivare a capo degli obiettivi-compiti prescritti dalla società e che ciascun gruppo familiare produrrà a proprio modo singolare e particolare.<br />
In questa analisi gruppale ci importa l’io (il soggetto desiderante prodotto), il noi, gli altri, il tu, il voi nell’io, e le variazioni di queste variabili: io, noi, altri, voi, loro, tra sé, dalle prospettive, le meta-prospettive e le meta-meta-prospettive (Scherzer A. 2004, p.55).<br />
Una adolescente racconta in una sessione individuale:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Anoche, la donna di mio padre, si vede che è molto calda, è venuta nella mia stanza e mi ha completamente turbata: guarda Cecilia, ho continuato a pensare e se hai bisogno che te lo dica, sai bene quello che sento: stiamo insieme per obbligo… io voglio unire la famiglia ma è invano… voglio che finché non me andrò vada tutto bene, ma sappi che sto cercando di cambiare questa casa,… e sai che quando tiro giù la tenda è un muro di acrilico e non di vetro…!”</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Carmen (45 anni) esprimeva, in una sessione, con i denti stretti:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“pensare che io prima dicevo che non avrei perso quello che ho costruito in questa famiglia. Che illusa… in realtà, che stupida!&#8230; Stava per esplodere, sapevo che la testa è come un granata: se prende una spina esplode”</em>.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
<em>2ª constatazione</em><br />
Chiarimenti.<br />
Costatiamo la mancanza di nomi, questa situazione innominata:<br />
<em>“È come un padre per me”</em>; <em>“È come un figlio per me”</em>; ha difficoltà ad essere simbolizzata nella vita familiare.<br />
In una sessione gruppale, con adolescenti fratelli che vivono in case differenti, si dà il seguente dialogo:</span></p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Per me papà è alieno, il mio patrigno è il mio papà”</em></span></li>
<li><span style="font-size: medium"><em> “Mio padre è un gestore di famiglia, non è né il capo di famiglia, né il padre di famiglia”.</em></span></li>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Per me, papà è papà”.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Allora, come stanno realmente le cose: all’origine della vita di un padre e nello sviluppo della vita di un patrigno?</span></p>
<p>La sovrapposizione immaginaria e reale nelle convivenze di differenti case, con differenti usanze, con altre storie personali e familiari, porta ad alterazioni nel funzionamento operativo e a situazioni di incertezza, di insicurezza, di angoscia, di mancanza di appoggi, di sostegno.<br />
Dunque, che cosa deve essere chiarito? E, come abbiamo visto:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Le nuove conformazioni, integrazioni delle famiglie di oggi, i molteplici nuovi riferimenti familiari, le molteplici nuove appartenenze gruppali famigliari, le molteplici convivenze: la casa, lo spazio, il tempo, il denaro, ecc.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Le responsabilità nei nuovi ruoli e funzioni per i compiti familiari.</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Chi educa? Chi decide? Chi sceglie la scuola?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">E l’attenzione alla salute? Chi la paga? Chi supporta? Chi si prende cura?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Che cosa succede con il patrimonio: con i beni materiali, con il denaro per la sopravvivenze di ciascun gruppo familiare?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">C’è un fondo comune con il denaro per i figli dell’altro coniuge?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Chi decide i luoghi, chi proibisce un’uscita, il condividere (o no) uno spazio della casa?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Come si coinvolge ciascuno nel rapporto con gli altri?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Ci sono problemi con le transazioni da un gruppo a un altro, nell’individuare qual è la famiglia per ciascuno, con la funzione di parentela?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Questo si vede tanto nei bambini come negli adulti.<br />
Queste difficoltà producono sofferenze, depressioni, angoscie, disturbi dell’apprendimento, disturbi della condotta, disturbi dell’attenzione, un contatto umano superficiale, e favorisce il consumo di sostanze addittive.<br />
Soprattutto, droghe che cercano di stordire il soggetto, per calmare l’angoscia di non capire, per cercare di non stare nell’ambiente, di dissociarsi, di evadere.<br />
Si rende fondamentale un’istanza comune, congiunta, condivisa, di chiarimento e, se si può, di accordo tra le diverse prospettive di ciascuno dei membri familiari, sui gruppi familiari di ciascuno degli integranti di questo nuovo gruppo familiare.<br />
Ci sono temi familiari di cui si può parlare e che possono essere detti soltanto in presenza dell’altro e, più particolarmente, in una sessione familiare.<br />
Altre volte, prima individualmente e poi incorporando gli altri, <em>“coloro che possono e vogliono”</em>, come diceva Pichon-Rivière.<br />
In un trattamento individuale è impossibile visualizzare e avvicinare le differenti prospettive.<br />
Le contraddizioni, la coerenza delle azioni, i luoghi, la circolazione del potere, i vecchi schemi, i cambiamenti di costituzione dei gruppi familiari, ecc., che ne parlino tra loro, uno (gli uni) di fronte all’altro (agli altri), insieme.<br />
In queste nuove famiglie esploriamo le possibilità che gli integranti possano pensare il proprio funzionamento in unità non soltanto individuali, ma in unità collettive, gruppali, familiari.<br />
La presenza fisica delle persone è necessaria per considerare le variabili gruppali-familiari, a differenza dei sogni che obbediscono a logiche di personaggi (mondo interno) e non di persone.<br />
Il mondo interno e il mondo esterno, i produttori e i prodotti, degli altri, nostri, e di se stessi, dipendono, sostanzialmente, dalla buona gestione di queste variabili gruppali e familiari.<br />
Il non chiarimento di questi temi nel funzionamento gruppale – e da lì deriva il concetto di chiarificazione vincolare familiare cui abbiamo accennato (Scherzer A. 2006, Inedito) -, produce effetti nel funzionamento della persona, nel suo stare al mondo.<br />
Influisce sulla circolazione dell’energia: la permette, la impedisce, la frena, la distorce, la regola, la permea.<br />
Quando non c’è reale supporto familiare si cercano altri supporti, altri riferimenti.</span></p>
<p><em>3ª constatazione </em><br />
Economie.<br />
Nelle famiglie nelle quali c’è un alto livello di confusione gruppale familiare (vedere dopo) costatiamo: un minor esercizio della sessualità tra i coniugi, una maggior enfasi sulle variabili economiche e finanziarie nel funzionamento familiare.<br />
Quando queste coppie e queste famiglie assistono ad una terapia, parlano molto più del denaro, della costituzione familiare, delle variabili gruppali familiari, che della sessualità tra loro.<br />
La coppia, con poco erotismo, dovuto alla stanchezza, per il multilavoro, per lo svolgimento della donna di molteplici ruoli in seno alla famiglia, deve affrontare, paradossalmente, un aumento dell’erotismo proveniente dall’esterno della famiglia: internet, la televisione, ecc.<br />
È che la sessualità della coppia inizia ad essere relegata a causa del consumo energetico, per la costituzione e la costruzione della vita gruppale familiare, della vita quotidiana nelle nuove case.<br />
Le seguenti variabili complessificano la comprensione della situazione familiare che vediamo nelle consultazioni, tanto individuali, che di coppia, come familiari:<br />
A. i periodi (fasi) della vita familiare,<br />
B. i momenti della vita familiare,<br />
C. le prospettive di ciascuno degli integranti dei gruppi familiari sui gruppi familiari che sono in gioco nella costruzione della soggettività di ciascuno, in conseguenza della convivenza, del condividere – del vivere con (convivere) -, la propria vita quotidiana.<br />
D. Del livello di intensità dell’esperienza di ‘svalutazione’ della famiglia attuale in rapporto al luogo gerarchizzato della famiglia progenitrice del passato. Alcuni sentono e/o li fanno sentire ‘familiari di seconda categoria’ in rapporto ai progenitori, nonostante la loro riconosciuta incidenza nella vita gruppale familiare attuale.</p>
<p><em>4ª constatazione</em><br />
“Allineamento” dei sentimenti di appartenenza con l’appartenenza reale<br />
È il tentativo di chiarire le prospettive, meta-prospettive e meta-meta-prospettive, i sentimenti di appartenenze gruppali familiari nel loro incontro con l’appartenenza reale.<br />
Poter nominare quello che sono tra loro (Bauleo è presente in questi temi).<br />
Questo favorisce le relazioni familiari, alleviando la sofferenza e il patimento di tutti gli integranti del gruppo familiare in gioco.<br />
Quanto più coincidono il sentimento di appartenenza con l’appartenenza reale, meglio sarà la propria disposizione alla convivenza e alla qualità della stessa.<br />
Quanto sarà facile trovare un codice comune tra gli integranti familiari se non esistono parole che nominino i distinti luoghi in queste famiglie attuali!<br />
Non c’è neanche una legislazione, ancora, per queste convivenze familiari che disponga, chiaramente, i diversi tipi di alleanze, il luogo, i ruoli e le funzioni parentali, le appartenenze materiali, le proprietà, il denaro, la parentela, ecc.</p>
<p><strong>VIII) Di madre ce ne è una sola?</strong><br />
Sembra che ci siano varie paternità e maternità.<br />
Una volta un professore di ginecologia di Barcellona disse, in una relazione alla radio, che immaginava di trovarsi con un bambino che lui aveva assistito come medico ostetrico e gli diceva così:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium"><em>“Ti presento qui la tua madre genetica, qui la tua madre di ventre, qui la tua madre di educazione dei primi mesi (che è una pseudo infermiera) e la tua madre educativa, che ti ha adottato”.</em></span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium">Per lo meno quattro madri, considerando la famiglia nucleare.<br />
Ci sono bambini istituzionalizzati (rifugi) che possono arrivare ad avere più figure materne e/o paterne.<br />
Allora, di madre ce ne è una sola? Questa è la domanda.</span></p>
<p><strong>IX)</strong><br />
Nello spazio familiare:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Come si distribuisce lo spazio nell’intimità, democraticamente o no? Come si circola all’interno della casa?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Come si è vestiti di fronte all’altro?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">I figli come pensano agli altri bambini della famiglia?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Sono fratelli, mezzi fratelli, che cosa sono?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Possono comprendere e sostenere una storia con un gruppo familiare, un’altra con un altro gruppo familiare e un’altra storia con altri gruppi familiari?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">E che cosa accade con la frase di Martin Fierro, <em>“che i fratelli siano uniti, questa è la prima legge”</em>? Come la pensiamo nelle famiglie di oggi?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
<strong>X) Paure basiche</strong><br />
In queste nuove famiglie si generano attivazioni delle paure basiche.<br />
Le paure familiare si intrecciano con le paure sociali.<br />
Angoscie confusionali per il fatto di rimanere come “con la testa fra le nuvole”, con pochi appoggi di fronte ai cambiamenti, alle modifiche dell’identità.<br />
Paura che possa accadere qualcosa ai figli.<br />
Angoscie persecutorie per l’avvento dello sconosciuto di fronte ai cambiamenti nelle forme di organizzazione e funzionamento delle famiglie.<br />
Paure della perdita degli affetti familiari, mancanza di protezione, impotenza economica, segregazione sociale per il fatto di non avere un’appartenenza familiare tradizionale, o per la ‘macchia’ della separazione.<br />
Paura della sofferenza per le perdite delle organizzazioni conosciute. Timori di ‘sprecare’ il tempo e lo sforzo che porta a costruire una nuova organizzazione familiare.</span></p>
<p><strong>XI)</strong><br />
Una maniera soddisfacente di portare avanti un progetto familiare comune è: tra tutti noi.<br />
Non è soltanto tra tutti, né tra noi, ma tra tutti noi. E, successivamente, con piccoli cambiamenti e piccole conquiste.<br />
Non è semplice, né tutti possono farcela con tante variabili: storiche, genetiche, familiari, incrociate simultaneamente.<br />
Metodologicamente, nella consultazione, lavoriamo con il transfert diretto, laterale e istituzionale, con il controtransfert e l’implicazione.</p>
<p><strong>XII) Deviazioni</strong><br />
A) La famiglia tradizionale e le famiglie attuali, nella loro costituzione, hanno vantaggi e svantaggi.</p>
<p>Oscillano su un asse di tensione che possiamo schematizzare in questo modo: nelle famiglie tradizionali: si ha maggior stabilità apparente, meno angoscia, meno rischi di mobilizzazione psichica, meno paure.<br />
Soffrono, dopo un periodo di attività, una deviazione nel loro funzionamento che chiamiamo ‘Quadro di intossicazione fmailiare’ (Scherzer A. 2004, inedito), imparentato con quello delle ‘famiglie agglutinate’ di Bleger, nelle quali sottolineiamo il carattere tossico che può avere la convivenza in questo tipo di famiglie.<br />
Dicono nelle sessioni:<br />
<em>“… siamo intossicati (passati) di famiglia, i miei genitori vivono soltanto per la famiglia e per noi. Non pensano mai a loro, non escono, non si divertono, noi siamo il loro divertimento”.</em><br />
Sono frequenti i tentativi di autoeliminazione, il diabete, l’alcoolismo.<br />
Queste famiglie tradizionali, di costituzione classica, sono state studiate, storicamente, da un teoria egemonica in questo campo: la psicoanalisi, con il complesso di Edipo e la sessualità infantile come elementi centrali della sua indagine.</p>
<p>Teoria e tecnica che, sole, senza articolarle con altre teorie e tecniche, non sono sufficienti per intervenire adeguatamente sulla quantità delle variabili presenti.<br />
È necessario includere variabili: gruppali, istituzionali, in dialogo con altre discipline.</p>
<p>B) Una deviazione poco desiderata nelle famiglie attuali ci ha portato alla descrizione di un altro quadro clinico: il “quadro di confusione gruppale familiare”.<br />
Una maniera possibile di pensarlo è mediante un indicatore: il livello di Confusione gruppale familiare.<br />
Lo esploriamo con queste variabili e lo valutiamo qualitativamente continuando a lavorare con essi:<br />
a) Chi è il noi?<br />
b) quanti noi ci sono?<br />
c) come si chiamano? Come si autodenominano?<br />
d) Che cosa credono di essere?<br />
e) Che cosa ciascuno crede che sia la parentela con l’altro?<br />
f) Che domicilio ‘ufficiale’ hanno?<br />
g) Qual è la casa preferita?<br />
h) C’è l’abilitazione di un padre in rapporto alla funzione che adempie l’altro ‘padre’?<br />
i) Il ‘titolo’ di padre chi lo concede? Si auto-concede?</p>
<p><strong>XIII) Vantaggi</strong><br />
Queste famiglie attuali, nonstante le paure che generano e le differneze che producono, ci mostrano che hanno vari punti a favore:</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">una maggiore offerta di identificazione, un possibile arricchimento di identificazione,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">i suoi integranti possiedono molteplici appartenenze gruppali,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">c’è un aumento dell’offerta di altri appoggi,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">più apertura di ‘testa’ ai fini dell’integrazione sociale con più gente,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">più ‘parentela’,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">nuove figure nella vita di ciascuno,</span></li>
<li><span style="font-size: medium">miglioramenti economici e patrimoniali, in alcuni casi.</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
Diceva una adolescente (17 anni):<br />
<em>“Io riconosco internamente come essa ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna. È cambiato il mio rapporto con la gente. La verità è che ha fatto un sacrificio e quello perché non ha figli”.</em><br />
Nonostante i suoi modelli, la famiglia come istituzione, in questa società, è ancora in piedi. E sembra ogni volta più necessaria.<br />
L’identità, il supporto, gli affetti, l’educazione, il finanziamento economico per le differenti attività della vita, le cure per la sopravvivenza, si generano primordialmente – anche se non esclusivamente – in questo quadro.<br />
Uno ascolta nei <em>reportage</em> della radio e della TV di come i giocatori di calcio, o di altri sport, gli artisti, ecc., dedichino i propri trionfi e le proprie conquiste ai propri familiari e, nelle sconfitte, si affidino di più ai loro familiari che ai dirigenti sportivi delle loro rispettive istituzioni.</span></p>
<p><strong>XIV) Interrogativi alla teoria psicoanalitica classica</strong><br />
Cinquanta anni dopo, facciamo alcune precisazioni che confermano l’attualità del pensiero clinico di Pichon-Rivière.<br />
La famiglia che ha considerato Enrique Pichon-Rivière era quella della sua epoca nel Rio de la Plata: la famiglia nucleare costituita da madre, padre, figlio.<br />
È che non esisteva il divorzio legale in Argentina.<br />
In Uruguay era legalizzato ma non veniva praticato. Era mal visto nelle differenti classi sociali, particolarmente nella classe media e alta, dove si preferiva vivere con ipocrisia prima che la propria decisione potesse produrre qualche forma di segregazione sociale.<br />
Non esistevano le conformazioni familiari del mondo odierno.<br />
La definizione è stata pernsata da lui per operare nel campo della Salute mentale, quello della psichiatria di quel tempo.<br />
Enrique Pichon-Rivière ha posto il funzionamento della famiglia come Gruppo Operativo, in base a tre ruoli diffenerenziati: madre, padre, figlio. Per lui, e per la sua formazione psicoanalitica, questi ruoli differenziati potevano – e possono – pensarsi, erroneamente, come riferiti al Complesso di Edipo.<br />
Ma questi ruoli hanno lo scopo di realizzare obiettivi-compiti del gruppo familiare. Qui sta la differenza con altri autori.<br />
Deleuze e Guattari, ne “L’anti-Edipo”, hanno criticato duramente le <em>“terre familiari dell’Edipo”</em> della psicoanalisi e il modo di pensare psicoanaliticamente la produzione desiderante.<br />
È un peccato che non abbiano incluso, là, le idee di Enrique Pichon-Rivière, che erano antecedenti a quei postulati.<br />
Sono una risposta concreta ai loro interrogativi.<br />
Le idee di Enrique Pichon-Rivière decentrarono il modo di produzione desiderante dal Complesso di Edipo alle terre del Gruppo Umano, della Gruppalità Familiare. E con esso, al Gruppo Familiare.<br />
La famiglia gruppale ha obiettivi-compiti prescritti dalla Società, con ruoli e funzioni in rapporto a ciascun compito da realizzare.<br />
È da qui che l’intervento clinico diventa sempre più efficace.<br />
Diremmo, più precisamente, che quello “denominato paziente” è un emergente della dinamica dei suoi gruppi familiari e i ruoli diffenrenziati e funzionali servono per adempiere gli obiettivi-compiti prescritti dal sistema sociale e fondanti il Gruppo Familiare.<br />
Il Complesso di Edipo non è, di per sé, una famiglia, né un gruppo.<br />
Colora il funzionamento psichico, ma non lo costituisce in forma esclusiva.<br />
Storicamente, si riferisce il desiderio inconscio a situazioni familiari di consanguineità.<br />
Il complesso di Edipo freudiano omette, nella considerazione della costruzione della soggettività, il rapporto del soggetto con le sue circostanze.<br />
Non include l’analisi di temi come il potere, il denaro, la solidarietà, la famiglia, il gruppo, le istituzioni, ecc.<br />
Per quale motivo la famiglia è una dimensione omessa o poco considerata dagli autori psicoanalitici?<br />
Forse perché Freud non ha gerarchizzato nella sua teorizzazione sul Complesso di Edipo la dimensione gruppale familiare: Edipo Re (quello di Sofocle) era adottato!!!<br />
L’analisi della vita intra-psichica centrata sul complesso di Edipo porta a pensare che i pazienti vivano una realtà decontestualizzata e parziale.<br />
Neanche Freud ha evidenziato che Edipo fu re.<br />
Non ha preso in considerazione, dunque, la possibilità di includere le variabili politiche.<br />
Né il fatto che appartenne a due famiglie reali: quella di Corinto e quella di Tebe.<br />
La Realtà è economica, politica (disoccupazione, la svalutazione della moneta, l’‘impunità’ dello Stato, ecc.) sociale, culturale, di genere, e non solo desiderante.<br />
Quindi, l’analizzatore denaro è tanto importante come unità di analisi dei processi vincolari:<br />
sono padroni o operai?<br />
Uomo o donna?<br />
Chi ha il potere delle decisioni all’interno della famiglia?<br />
Chi paga la terapia?</p>
<p>Qualche anno fa ho ascoltato in un Congresso rioplatense, uno psicoanalista che disse che siccome lavorava con il complesso di Edipo dei suoi pazienti nell’analisi individuale, e siccome il complesso di Edipo è nella famiglia e la famiglia è un’istituzione, lui era un’analista istituzionale.</p>
<ul>
<li><span style="font-size: medium">Quali sono i rapporti tra Psicoanalisi e Psicologia Sociale?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Di che famiglia parliamo?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Con che parametri di salute?</span></li>
<li><span style="font-size: medium">Con quali strumenti operare?</span></li>
</ul>
<p><span style="font-size: medium"><br />
La tecnica psicoanalitica ortodossa della regressione transferenziale, fomentando la creazione di una nevrosi transferale per analizzare i contenuti edipici inconsci è ancora vigente?<br />
Pensiamo che già non sia vigente per tutti i casi clinici, come era una volta, nelle decadi dal 1950 al 1980. Seguiamo Deleuze e Guattari nelle loro impostazioni critiche sul modo di produzione desiderante mediante l’edipizzazione del soggetto.<br />
Il lavoro con i Gruppi e, soprattutto, con gruppi di integranti psicotici, ci ha mostrato un cambiamento inevitabile nelle teorizzazioni del lavoro clinico da una prospettiva psicoanalitica.<br />
Non si possono più trascurare gli apporti psicosociali.<br />
Ci ha portato a testimoniare situazioni inattese, come l’evitamento deliberato, da parte degli adolescenti di un gruppo terapeutico, di parlare di questioni vincolate con la loro vita familiare e, ancor meno, con quelle edipiche.<br />
Ciò che più importava loro era capire le variabili istituzionali, cioè dove erano, che cosa facevano nell’istituzione, come era la sua organizzazione, come collocarsi nella realtà istituzionale che trascendeva la realtà familiare.<br />
Pensiamo che sia possibile un’integrazione concettuale di aspetti della teoria Psicoanalitica freudiana, della Psicologia Sociale di Pichon-Rivière e dei suoi discepoli, degli apporti della Psicoanalisi Gruppale di René Kaes ed i suoi collaboratori, della Percezione Interpersonale di Ronald Laing, delle tematiche di Genere che sollevano gli autori come Juliet Mitchell, Jessica Benjamin, Ana M. Fernandez, Eva Giberti, Irene Meler, S. Bleichmar, E. Dio, ecc.<br />
C’è abbastanza lavoro per andare avanti. Ora siamo qui.<br />
Per il finale.<br />
<em>“La famiglia è un maggior puntellamento della madre”</em>, disse un paziente.<br />
Una madre può psicotizzarsi, ammalarsi, morire, ma è più difficile che si disintegri tutto un gruppo familiare di appartenenza. Contiene più persone, più variabili in gioco e più ‘nodi’ che legano e sostengono gli integranti tra sé.</span></p>
<p>Gennaio, 2011</p>
<p>1. Il presente articolo è l&#8217;aggiornamento diel lavoro presentato alla Tavola Rotonda “Vita quotidiana: nuove forme di coppia e famiglia” del V Congresso di AUDEPP (Associazione Uruguaiana di Psicoterapia Psicoanalitica) nel maggio 2009</p>
<p>2. Alejandro Scherzer è dottore in psicologia. Uruguay. <a href="mailto:alescher@adinet.com.uy">alescher@adinet.com.uy</a></p>
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