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	<title>Scuola di prevenzione Josè Bléger, Rimini</title>
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	<description>Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.</description>
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		<title>Buongiorno dottore, come sto questa mattina?</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Sep 2024 14:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di Stefano Bonifazi dal titolo Buongiorno dottore, come sto questa mattina?, nel quale l&#8217;autore riflette sull&#8217;esperienza professionale svolta all&#8217;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN). (cliccare sull&#8217;immagine per aprire &#8230; <a href="https://bleger.org/buongiorno-dottore-come-sto-questa-mattina/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; recentemente stato pubblicato il nuovo libro di <strong>Stefano Bonifazi</strong> dal titolo <em>Buongiorno dottore, come sto questa mattina?</em>, nel quale l&#8217;autore riflette sull&#8217;esperienza professionale svolta all&#8217;interno del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Jesi (AN).</p>
<p><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001.jpg"><img class="alignnone  wp-image-675" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001-300x114.jpg" alt="bozza_def_COPERTINA_libro_BONIFAZI_buongiorno_dottore_page-0001" width="388" height="148" /></a></p>
<p>(cliccare sull&#8217;immagine per aprire la copertina del libro)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblichiamo qui la prefazione al testo scritta da <strong>Leonardo Montecchi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura e l’arte del possibile</h3>
<h3>(Esperienze nel Diagnosi e Cura di Jesi)</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo lavoro di Stefano Bonifazi condensa anni di pratica clinica nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Si tratta di una riflessione che cerca di estrarre i concetti che hanno guidato l’esperienza e quelli che ne sono derivati.</p>
<p>In particolare, Bonifazi si riferisce ad un acrostico, ECRO, che sta a significare Esquema, Conceptual, Referencial y Operativo, cioè Schema Concettuale Referenziale e Operativo. Si tratta del nucleo della Concezione Operativa di Gruppo che Enrique Pichon-Riviére  ha inaugurato a partire dalla sua esperienza nell&#8217;Ospedale Psichiatrico di Buenos Aires di cui era direttore.</p>
<p>Infatti, a metà degli anni quaranta, Pichon-Riviére si trovò in una situazione di emergenza: gli infermieri erano entrati in sciopero ed era necessario gestire tutto l’ospedale.</p>
<p>Dice Pichon:</p>
<p>&#8220;Alrededor de 1945, circunstancias particulares crearon la necesidad de transformar a los pacientes de mi servicio en operadores, por haber quedado cesante todo el personal de enfermería. Es decir que ante una situación concreta hubo que cubrir en pocos días el hecho de no tener enfermeros, el carecer de toda ayuda institucional.&#8221;</p>
<p>&#8220;All’incirca nel 1945, circostanze particolari crearono la necessità di trasformare i pazienti del mio servizio in operatori, perchè tutto il personale della infermeria aveva abbandonato il lavoro. Cioè, di fronte ad una situazione concreta si è dovuto risolvere in pochi giorni il fatto che non ci fossero infermieri e la mancanza di qualsiasi aiuto istituzionale.&#8221;</p>
<p>(&#8220;Historia de la técnica de los grupos operativos&#8221;, in Enrique Pichon-Riviere, <em>Obra Completa</em>, Buenos Aires, Paidós, 2023)</p>
<p><span id="more-670"></span></p>
<p>Da questa necessità nasce l’idea di organizzare dei gruppi, che poi vennero chiamati operativi, attorno al compito di gestire, in questo caso autogestire, l’ospedale. In quella esperienza Pichon-Riviére si accorse di una serie di ostacoli che definì &#8220;resistenze al cambiamento”.</p>
<p>Le resistenze istituzionali sono sempre presenti in ogni tentativo di cambiamento. Nell&#8217;esperienza italiana, la chiusura nei manicomi sancita dalla legge 180 si è accompagnata a forti resistenze sia nella mentalità delle comunità attraversate dagli stereotipi sulla follia sanciti dalla precedente legge del 1905, che favoriva l&#8217;identificazione fra folle e pericoloso a sé e agli altri, con la conseguente necessità di reclusione nel “manicomio” dove il folle doveva essere reso incapace di nuocere a sé e agli altri. Ma la resistenza non era data solo da questa paura, alimentata da certi media ma anche da resistenze istituzionali. Infatti, gli ospedali psichiatrici si erano istituzionalizzati e cioè avevano subito un&#8217;eterogenesi dei fini. Il loro compito non era più la cura dei malati ma l’automantenimento dell&#8217;istituzione stessa: posti di lavoro, commmesse di ditte che fornivano biancheria, alimentari ecc., ossia tutte le necessità per le “città dei matti”.</p>
<p>Il collegamento fra l’esperienza ed il pensiero di Pichon-Riviére e la trasformazione istituzionale attuata da Franco Basaglia è costituito da Armando Bauleo. Bauleo fu allievo e collaboratore di Pichon-Riviére, poi fu costretto all’esilio nel 1975. Conosceva e stimava Franco Basaglia ed in Italia cominciò ad intervenire sia nella formazione che nella supervisione istituzionale dei nuovi servizi di salute mentale che erano nati dalla riforma del 1978.</p>
<p>Così cominciò a circolare il concetto di ECRO, che caratterizza anche l’esperienza di Stefano Bonifazi che si richiama direttamente a Bauleo di cui è stato allievo.</p>
<p>Lo schema di riferimento che troverete in queste pagine riguarda l’idea di fondo che la malattia non si identifica con il malato e che il paziente, con le sue problematiche è l’emergente di un gruppo famigliare. Questo schema, come si può notare, non sostiene che i sintomi siano da riferirsi esclusivamente ad una qualche alterazione della biochimica o immunologia ma che, per comprenderli, bisogna fare riferimento anche ai vincoli ed al tipo di comunicazione del paziente e del suo gruppo famigliare. Inoltre, è necessario considerare l’ambito istituzionale, che spesso complica ulteriormente il quadro, e quello comunitario, con la carica di stereotipi e con la conseguente produzione di uno stigma che marchia il paziente e il suo gruppo famigliare.</p>
<p>Lo schema di riferimento che viene applicato soprattutto negli SPDC italiani e non, nonostante la legge 180 e tutte le esperienze e le teorie che lo contraddicono, è uno schema che sovrappone la sofferenza mentale a quello di una malattia o sindrome della clinica biologica. In questo schema il riferimento, non potendo riferirsi all&#8217;anatomia patologica, si rivolge alla variazione della neurotrasmissione sinaptica, quasi sempre dedotta in base a sillogismi del tipo:</p>
<p>Premessa maggiore: In tutte le depressioni notiamo un calo di serotonina.</p>
<p>Premessa minore: Tizio è depresso</p>
<p>Conclusione: Tizio ha poca serotonina.</p>
<p>Questo sillogismo porta a somministrare un farmaco inibitore della ricaptazione della serotonina ed a pensare che il sintomo sia da riferirsi ad un deficit biologico.</p>
<p>Questi sillogismi sono divenuti algoritmi e caratterizzano la clinica neo-krepeliniana dominante nella psichiatria contemporanea.</p>
<p>Per questo schema, la psicoterapia, i gruppi terapeutici, le terapie famigliari, gli interventi educativi e sociali e tutte le forme di terapia sociale e comunitaria sono, se va bene, coadiuvanti della via regia della cura che è rappresentata dal trattamento farmacologico. Non è possibile nessun riferimento al vincolo pazienti/equipe curante se non come organizzazione del flusso lavorativo scomposto in protocolli per ottenere un risultato standard, azzerando le differenze soggettive, anzi oggettivizzando tutto, per così dire, in modo che si possa intravvedere la sostituzione dell&#8217;equipe curante con forme di intelligenza artificiale. Ciò  farebbe  scomparire gli effetti emotivi (quelli che, da almeno cento anni, si chiamano transfert e controtransfert) visti come <em>bias</em> dannosi alla corretta terapia.</p>
<p>Come si intuisce, lo Schema di Riferimento del lavoro di Stefano Bonifazi non è questo. Naturalmente, non si nega l’aspetto biologico e la cura farmacologica, ma la si riporta alla funzione che deve avere in un quadro più vasto. Che è rappresentato da un&#8217;istituzione caratterizzata dal vincolo fra l’equipe curante, i gruppi terapeutici dei pazienti e il gruppo multifamigliare.</p>
<p>In particolare, mi voglio soffermare sull&#8217;esperienza del gruppo terapeutico che è stata oggetto di analisi e discussione in un gruppo di ricerca della scuola &#8220;Josè Bleger&#8221;.</p>
<p>Per quanto riguarda il gruppo terapeutico, la ricerca è partita da quel “fatto sorprendente” che Massimo Bonfantini, nei nostri seminari sulla metodologia della ricerca, riferendosi a Charles S. Peirce, ci aveva indicato come il necessario punto di partenza.</p>
<p>La ricerca riguardava gli effetti di un gruppo operativo in un&#8217;istituzione totale come un Servizio Psichiatrico Di Diagnosi e Cura (SPDC).</p>
<p>Dopo una ricognizione negli SPDC delle Marche e della Romagna, ci siamo resi conto che erano pochi i servizi in cui si teneva strutturalmente una qualche forma di gruppo e, là dove si teneva, era considerato, come si è detto, come un coadiuvante della terapia farmacologica.</p>
<p>Ma l’esperienza di Bonifazi nel Servizio di Jesi ci ha sorpreso in primo luogo perchè aveva notato degli atteggiamenti tipici. La sorpresa è stata che nonostante la prossimità, le interazioni fra i degenti erano scarse. Così Bonifazi descrive queste forme stereotipate:</p>
<p>&#8211; Le abbiamo chiamate scherzosamente: le solitarie pecore del presepe, il gioco ai quattro cantoni, i pesci nell’acquario, il gioco del silenzio.</p>
<p>&#8211; Il fenomeno delle “pecore solitarie” perché così è la loro disposizione nei presepi dove, spesso, ognuna sta per conto suo (nei pascoli formano greggi); allo stesso modo, i pazienti se ne andavano sempre da soli quando uscivano, uno ad uno, per recarsi al bar o a prendere una boccata d’aria fuori.</p>
<p>&#8211; Il gioco ai “quattro cantoni” descriveva la prossemica in sala fumo, uno per angolo, come a stabilire la maggior distanza possibile tra loro, quando di posacenere da pavimento ve ne era uno soltanto.</p>
<p>&#8211; I “pesci nell’acquario” perché, nei momenti inattivi delle attività pomeridiane, i degenti passavano il tempo guardando a lungo gli infermieri nella guardiola, come fossero pesci da ammirare, senza comunicare né interagire, senza parlare tra loro; per non confrontarsi né conoscersi, occupavano il tempo ammirando i pesci che si lasciavano osservare indifferenti, infastiditi quando qualcuno bussava sul vetro con una scusa o un’altra. Questo è accaduto per anni e tende a ricorrere oggi, dopo la sospensione delle attività gruppali che ha prodotto l’implosione della socialità tra i ricoverati.</p>
<p>Queste stereotipie erano colte come forme del gruppo dei ricoverati, non come un atteggiamento del singolo. Se non si ha uno schema di riferimento gruppale, non si vedono: si vede il singolo che sta per conto suo e non “le pecore del presepe”; si vede un solitario in un angolo, non “Il gioco dei quattro cantoni”; e, naturalmente, il singolo che guarda il pesce, non &#8220;i pesci nell’acquario”, che già denota l’aspetto che assume il transfert istituzionale in un SPDC.</p>
<p>L’introduzione del gruppo terapeutico sotto varie forme, compresa la realizzazione di un gruppo multifamigliare con i degenti e i loro famigliari, supervisionato dal professor Alfredo Canevaro, ha prodotto la rottura di questi stereotipi, in primo luogo ha favorito e legittimato una comunicazione orizzontale fra i degenti che prima del gruppo si rivolgevano molto agli operatori con vario tipo di richieste e molto poco fra loro. Il gruppo, anche se praticato per pochi incontri, dato che la degenza media è breve, meno di 15 giorni, favorisce l&#8217;identificazione reciproca e diminuisce l’ansia; inoltre, ha reso possibile anche la realizzazione di “gruppi autogestiti” che, come sempre, valorizzano la partecipazione soggettiva al cambiamento. Complessivamente, il compito che è emerso come fondante questo gruppo nel SPDC riguarda un primo terntativo di elaborare il motivo della crisi, il cercare un senso al ricovero fra i degenti e con i loro famigliari. Insomma, come dice bene in questo lavoro Bonifazi, un tentativo di passare dal processo primario ad un processo secondario, un provare a dare un significato a ciò che è successo e a farlo uscire dalla dimensione di evacuazione emozionale o di agiti senza un apparente senso.</p>
<p>Insomm,a si tratterebbe di considerare il SPDC come un dispositivo costituito da vari setting che possa essere percepito come un contenitore, un apparato formato da vincoli multipli fra degenti, operatori, famigliari e mondo esterno che riduca l’angoscia, il senso di persecuzione, la paura dell’abbandono e della dissoluzione nel nulla, e permetta di intravedere una via di uscita da questo labirinto.</p>
<p>Bonifazi ci mostra tutta la difficoltà e le resistenze nel condurre questa importante ricerca-azione che non è ancora conclusa e di cui questo testo non è solo una testimonianza, ma un manuale per la disseminazione in altri luoghi ed in altri tempi di esperienze simili. Le resistenze riguardano i ruoli, sulla differenza fra coordinatore e conduttore, differenza molto discussa nel gruppo di ricerca della scuola &#8220;José Bleger&#8221;. Il mio punto di vista è che all’interno di un&#8217;istituzione, e soprattutto un&#8217;istituzione totale come il SPDC, si è sempre implicati con l’istituzione stessa; si può cercare di ridurre l’implicazione, ma disimplicarsi totalmente significa abbandonare l’istituzione stessa e negare il proprio ruolo. Io sono convinto che si debba avviare una dinamica fra un aspetto istituito, le leggi, i regolamenti, le consuetudini, la mentalità ed il senso comune, comprese le routine quotidiane, e un aspetto istituente: l’esigenza di cambiamento, diversi schemi di riferimento, l’importanza dei vincoli e del mondo fuori dell&#8217;istituito, la capacità  di lasciarsi attraversare da problematiche non strettamente pertinenti il campo di lavoro.</p>
<p>L’istituzione è il risultato della dinamica fra questi aspetti, è un processo in continuo divenire. Solo quando l’istituito pone se stesso come l’ISTITUZIONE e schiaccia ogni pensiero e pratica differente da quella ordinaria marchiandola come antiscientifica, non basata sull&#8217;evidenza, sentimentale o retrograda, e sclerotizza le proprie pratiche trasformandole in procedure tecniche, allora diventa evidente come il processo istituzionale si sia fermato, e il compito sia mutato dalla cura dei pazienti al mantenimento dell&#8217;istituito stesso. In questo caso, non c’è più cura, perchè non c’è più l’altro, ma l’oggetto di varie procedure che mirano tutte all’automantenimento dell&#8217;istituito. Siamo, in questo caso, nell&#8217;istituzionalizzazione che bisogna distruggere se si vuole ripristinare il processo istituzionale che è stato soppresso.</p>
<p>Questo è quello che è stato fatto in in Italia con la distruzione dei manicomi e la ripresa della dinamica istituzionale nel campo della salute mentale.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;istituzionalizzazione della psichiatria è sempre all’orizzonte, è dunque necessario tenere aperta la dinamica istituzionale anche in questo campo tenendo come orizzonte la salute mentale globale.</p>
<p>Il lavoro di Stefano Bonifazi, che sono contento ed onorato di presentare, va in questa direzione. Che possa servire per molteplici esperienze di ricerca e azione.</p>
<p>Leonardo Montecchi</p>
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		<title>Il Limbo dell’Intercettazione Precoce</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2022 19:52:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; di Marella Tarini (Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche) Le riflessioni seguenti prendono corpo in seguito alla esecuzione di un percorso di supervisione effettuato afavore di un gruppo di psicoterapeuti appartenenti ad un’organizzazione &#8230; <a href="https://bleger.org/il-limbo-dellintercettazione-precoce/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Marella Tarini</strong><br />
(Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche)</p>
<p>Le riflessioni seguenti prendono corpo in seguito alla esecuzione di un percorso di supervisione effettuato afavore di un gruppo di psicoterapeuti appartenenti ad un’organizzazione di Privato Sociale, incaricato di svolgere, per conto di un Ambito Territoriale Sociale, azioni di intercettazione precoce del disagio psico-relazionale, specialmente, ma non esclusivamente, a favore della popolazione giovanile.<br />
La creazione di strutture mobili operative alle quali è attribuito il compito di captare i bisogni emergenti nella comunità di un territorio è esperienza abbastanza recente nel panorama delle risorse sanitarie messe in campo per tentare di dare risposte alle complessità che si manifestano e che possono essere interpretate come portatrici di potenziali disfunzioni individuali e collettive.</p>
<p>Tali complessità spesso sono caratterizzate da situazioni di alterazione degli equilibri pregressi presenti nelle relazioni familiari o istituzionali, come per esempio nell’ambito della Scuola, che non si strutturano immediatamente come manifestazioni patologiche già configurate in complessi sintomatologici chiaramente identificabili, ma più spesso si presentano con aspetti sfumati e indefiniti, che ingenerano comunque preoccupazione o difficoltà gestionali a carico degli attori coinvolti.</p>
<p>L’apparato sanitario istituzionale, in maniera particolare quello pubblico, si è mostrato inadatto a farsi carico degli interventi possibili e plausibili a questo riguardo. Questa incapacità o difficoltà si è declinata ed è risultata evidente in special modo negli ultimi anni, per una serie di motivi. Uno di questi motivi è la abdicazione del settore pubblico della Sanità alle politiche attive di promozione di salute sul territorio, se si esclude, in parte, l’ambito di intervento del settore delle dipendenze patologiche, che è incaricato,<br />
con finanziamenti appositamente dedicati, della attuazione di percorsi e progetti preventivi comunitari con il mandato esplicito di ridurre l’ipotetico impatto determinato dalla estensione generalizzata dell’uso di sostanze esogene o di comportamenti definibili come “dipendenti”, come per esempio il gioco d’azzardo patologico o la dipendenza digitale.</p>
<p><span id="more-656"></span></p>
<p>Un altro motivo, complementare al precedente, è la obiettiva moltiplicazione a livello comunitario di situazioni di sofferenza relazionale, caratterizzate da una disfunzione ed un impoverimento della comunicazione intergenerazionale che ricade sul funzionamento di tutte le istituzioni sociali e che si aggancia al processo di profonda crisi nella definizione dei ruoli presenti nelle interazioni. A questa massiccia moltiplicazione di aspetti potenzialmente generatori di disagio, che potrebbe essere colto ed affrontato positivamente per aprire un processo indirizzato ad una produttiva elaborazione evolutiva, le istituzioni sanitarie hanno risposto con tutta la loro inadeguatezza quantitativa, dato l’impoverimento progressivo di risorse determinato dalle scelte politiche e finanziarie che hanno prodotto costanti tagli lineari; ma anche con una inadeguatezza qualitativa, in parte conseguente alla riduzione di investimenti appena citata ed in parte specifica in sé: la enfasi messa in campo a sostenere approcci di carattere fortemente riduzionista, meccanicista e positivista ha fatto scemare la capacità di accogliere le complessità e le forme “indefinite”, che invece si manifestano sempre più frequentemente, con il risultato che quando queste si presentino non sia possibile identificare il Servizio o la Struttura che possa iniziare a farsene carico.</p>
<p>Un esempio eclatante è quello delle problematiche che insorgono in età adolescenziale ed in special modo minorile: se la disfunzione che si comincia ad evidenziare ha delle caratteristiche che potrebbero essere potenzialmente di competenza psichiatrica, almeno per l’espletamento di una fase conoscitiva preliminare, il problema non è accolto dai Servizi preposti, perché normativamente e burocraticamente essi non sarebbero destinati ad accogliere soggetti che non abbiano compiuto la maggiore età; allora viene suggerito l’invio ai Servizi di Pediatria, che però non ritengono di essere competenti a valutare il tipo di tematiche di cui si sta parlando, perché le si ritiene aderenti ad un campo specialistico peculiare che non attiene al loro mandato; non va meglio se si ricorre all’ intervento dei Consultori, che, ridotti all’osso per ciò che riguarda l’attribuzione di personale e di operatori, dichiarano di rispondere, e tra l’altro con estrema obiettiva difficoltà, solo alle situazioni caratterizzate da implicazioni giudiziali e quindi inoltrate dal Tribunale.</p>
<p>E siamo solo al momento della apertura di un eventuale processo di valutazione diagnostica&#8230;<br />
Risultato: ciò che sta emergendo non trova il luogo dove poter essere depositato, entra in un’esperienza di rimbalzo da un campo operativo all’altro, viene lasciato di fatto a se stesso in una dimensione di moltiplicazione della ansia confusionale e la convulsa ed impropria risposta istituzionale, anziché contenere il processo, contribuisce ad acuire il disagio e la paura, favorendo di fatto un incremento degli aspetti sofferenti che sono in campo e lo scivolamento verso sintomi più organizzati e verso la costruzione di patologie.</p>
<p>Dobbiamo aggiungere gli aspetti generati dalle vicende degli ultimi due anni, caratterizzati da restrizioni relazionali e obblighi di distanziamento che hanno implicato anche i Servizi, richiamati ad assolvere solo le funzioni considerate imprescindibili e ai quali è stato impedito, per lo meno per larga parte del 2020, di accogliere di persona presso le Strutture gli utenti che non presentassero caratteristiche di urgenza: quindi, la disponibilità degli assetti sanitari si è mostrata in forma ancora più coartata, mentre le situazioni di disagio comunitario si sono acuite, anche per via della riduzione drastica della fruibilità di articolati spazi fisici di condivisione e per via del confinamento prolungato all’interno delle abitazioni: le relazioni sono state limitate per lungo tempo all’ambito strettamente familiare, con la eliminazione delle esperienze spaziali alternative che potessero permettere momenti di espressione della propria autonomia: pensiamo in questo senso alle scuole a lungo chiuse e alle lezioni svolte in didattica a distanza e ai periodi di quarantena ed isolamento che molti nuclei familiari hanno dovuto osservare anche ripetutamente, per via del contagio di alcuni dei membri, verificatosi anche a rotazione.</p>
<p>In questo contesto pre e post emergenza epidemica, caratterizzato dalla mancata o impossibile o disorganizzata risposta della sanità pubblica e dalla concomitante esacerbazione dei quadri di sofferenza della popolazione, si sono moltiplicate e radicate le esperienze di costruzione di “Sportelli” di Ascolto” in spazi extraistituzionali, presso i quali potesse essere portato e rappresentato il disturbo o il disagio, spesso complesso e sfumato, poliedrico e sfaccettato, difficilmente definibile a priori, chiamando in campo, per la esecuzione delle attività di cosiddetta intercettazione precoce, Strutture del Privato Sociale incaricate all’uopo da istituzioni Pubbliche che potevano contare su finanziamenti dedicati. Tali sportelli si sono configurati in forma telematica durante il periodo in cui l’interazione in presenza era impedita e poi di nuovo con una forma che consentisse l’incontro diretto. Tra le forme di esecuzione di questa tipologia di attività dobbiamo annoverare anche la funzione espletata presso gli Istituti Scolastici, particolarmente, ma non solo, all’interno dei Centri di Informazione e Consulenza.</p>
<p>E’ in questo quadro che, nel 2021, il gruppo di psicoterapeuti descritto in premessa e dedicato alla funzione di “intercettazione precoce del disagio” per conto di un Ambito Territoriale Sociale, ha chiesto di avviare un percorso di supervisione. La richiesta era motivata dal fatto che il gruppo si sentiva dichiaratamente lui stesso “a disagio”, incapace di trovare una serena collocazione rispetto al mandato che aveva ricevuto, stretto tra le imprevedibili richieste di intervento che gli giungevano, l’indefinitezza concreta della estensione e della qualità delle azioni che gli erano state assegnate e la difficoltà a raccordarsi con i Servizi deputati alla eventuale successiva presa in carico delle problematiche emergenti.</p>
<p>Come già detto, il gruppo faceva parte di una associazione di Privato Sociale, e l’incarico di eseguire le azioni di intercettazione precoce del disagio emergente sul territorio di competenza, assegnato dall’Ambito tramite l’espletamento di una gara d’appalto, è stato reso possibile per via dell’investimento di un finanziamento pubblico finalizzato, composto da vari canali di emissione. Nei termini della gara e del contratto conseguente era definito anche il monte ore assegnato.<br />
​</p>
<p>L’équipe era costituita inizialmente da tre partecipanti, tutte di sesso femminile. Durante lo svolgimento del processo, che è durato dal marzo 2021 al marzo 2022, una operatrice ha sospeso la sua attività per qualche mese a causa di alcune complicazioni familiari ed è stata sostituita da una collega. Al rientro in attività della operatrice che aveva dovuto effettuare il periodo di sospensione, anche la collega che l’aveva sostituita è rimasta a lavorare all’interno della équipe, che quindi ha terminato il percorso composta da quattro partecipanti.</p>
<p>Il mandato assegnato riguardava la effettuazione di un servizio di prima accoglienza di situazioni di disfunzione che potevano essere portate o dai singoli direttamente interessati presso la sede della équipe negli orari a disposizione del pubblico, o essere segnalate da attori istituzionali, prevalentemente appartenenti agli Istituti scolastici: in questo caso la richiesta di intervento giungeva da insegnanti o direttori di Istituto, che ritenevano di rilevare in alcuni studenti segnali di deviazione da presunte adeguatezze comportamentali, e riguardava l’esecuzione di azioni a questi rivolte all’interno delle istituzioni medesime, o durante gli orari di funzionamento dei CIC con modalità di incontro individuale o all’interno delle classi, con interventi di incontro collettivo.</p>
<p>La supervisione è stata effettuata utilizzando i criteri della Concezione Operativa di Gruppo, ed è stata strutturata dedicando al processo gruppale un’ora e mezza di ogni incontro, con un lavoro incentrato sulla elaborazione del compito manifesto che l’équipe è stata sollecitata a definire fin dall’inizio, e la successiva ora alla discussione di un concreto caso clinico.<br />
Il compito manifesto che l’équipe ha individuato e rispetto al quale denunciava alcune difficoltà ad aderire, era quello del mandato esplicito che le era stato assegnato, e cioè: ”Intercettare precocemente bisogni emergenti per definire invii idonei.”</p>
<p>Nella prima parte del lavoro con il gruppo – équipe, è emersa una notevole quantità di ansia confusionale che si esprimeva concretamente nella difficoltà ad agire con pertinenza. Non era chiaro, per esempio, quali fossero e se ci fossero i criteri per la definizione di congruità delle richieste di intervento che pervenivano; non era chiaro nemmeno quali fossero e se ci fossero i criteri per definire la congruità della tipologia di risposte da dare. Poco chiaro anche in che tempi l’équipe riteneva giusto dare risposte e se dovesse o meno rispondere con modalità di urgenza, così come veniva a volte richiesto dalle istituzioni che inoltravano le domande di intervento.</p>
<p>L’ansia confusionale era anche alimentata dal fattore obiettivo costituito dal fatto che era molto difficile organizzare gli invii in sicurezza, in quanto non erano state elaborate vie condivise ben definite con i Servizi che sarebbero stati deputati alla eventuale presa in carico delle situazioni che venivano considerate meritevoli di intervento clinico.</p>
<p>Un altro fattore che mostrava l’incertezza rispetto alla pertinenza al compito era rappresentato dal non aver stabilito fino a che punto dovesse estendersi l’azione professionale della équipe a fronte delle situazioni che si presentavano e fino a che punto fosse opportuno consentire la strutturazione del vincolo relazionale con gli utenti, data la prospettiva del loro invio, più o meno prossimo, ad altre Strutture.</p>
<p>Questi elementi di incertezza e di confusione erano interni al gruppo e collusivamente alimentati dall’atteggiamento dei richiedenti e delle istituzioni committenti, che implicitamente si aspettavano da questa équipe che vicariasse i ritardi o i rimandi o l’assenza operativa dei Servizi preposti alla eventuale presa in carico, fattori determinati dagli elementi di disorganizzazione e di disfunzione a carico della Sanità Pubblica che sono stati descritti precedentemente.<br />
Il clima era ansioso e sfiduciato.<br />
Il gruppo si attendeva comunque di conseguire migliori capacità di comunicazione interna ed esterna ed era disposto ad elaborare una miglior organizzazione propria per chiarificare e consolidare i livelli di cooperazione. Si notava comunque un buon livello di appartenenza di ciascun membro alla esperienza della équipe e una manifesta disposizione all’apprendimento.</p>
<p>Durante il processo sono emerse anche paure dell’attacco esterno: la fantasia circolante era che potenzialmente i richiedenti avrebbero potuto esprimere parere negativo sull’operato del gruppo se questo non avesse soddisfatto tutte le modalità con le quali venivano articolate le domande di intervento, anche se queste in diverse occasioni erano apparse francamente per qualche verso incongrue, e che la valutazione negativa sarebbe potenzialmente stata poi assunta anche dai committenti e dai livelli gerarchicamente superiori della cooperativa di appartenenza. Questo tipo di paura faceva sentire il rischio che gli incarichi non sarebbero stati rinnovati. Questa specifica ansia dimostrava come fosse mancato un livello di chiara comunicazione preliminare condivisa rispetto a ciò che l’esterno potesse o dovesse aspettarsi dal lavoro dei professionisti, mancanza che era stata alimentata da un’omissione collusiva, partecipata anche dal gruppo di operatori.</p>
<p>Queste configurazioni portavano le operatrici, come loro stesse facevano consapevolmente emergere in un dato momento, a sentire che non potevano e non sapevano dire di no quando sarebbe stato opportuno, non sapevano e non potevano definire con maggior autorevolezza il confine del proprio operato ed il valore di questo quando segnato da un adeguato limite esecutivo , valore che percepivano costantemente caratterizzato da una mancanza di riconoscimento da parte dei colleghi dei servizi pubblici di riferimento, da parte degli stessi committenti e da parte dei destinatari istituzionali dell’intervento, dai quali si sentivano trattate “ ad uso e consumo”.</p>
<p>In qualche modo il lavoro di questa équipe era quindi caratterizzato da alcune stereotipie, che la facevano permanere nella confusività e che erano perciò sentite come disfunzionali, ma che era difficile risolvere. Gli utenti “intercettati”rimanevano a contatto a lungo con le operatrici, come in attesa prolungata in un limbo, senza che potesse essere fluidamente e serenamente attivata una via di conduzione ai potenziali Servizi di arrivo.</p>
<p>Continuando lo svolgimento del lavoro, è emerso dal latente che il problema centrale del gruppo era la difficoltà ad abbandonare una fantasia sottostante e condivisa silenziosamente, secondo la quale la cooperazione di queste professioniste avrebbe potuto configurare la creazione di una sorta di Servizio Specialistico per strutturare azioni di alto valore professionale a favore delle fasce fragili della popolazione, in special modo quella giovanile, portatrici di aspetti complessi affascinanti sul piano clinico, azioni che avrebbero potuto vicariare l’assenza e la latitanza delle Strutture che sarebbero preposte ufficialmente alla presa in carico, e che avrebbero permesso di scavalcare tutte le difficoltà legate alla partecipazione al complesso lavoro di tessitura ed organizzazione di una Rete composta da tutti gli attori deputati agli interventi.</p>
<p>Ancora, è emersa la fantasia che una presenza continuativa, permanente e professionalizzata presso le Scuole, quale quella che le operatrici erano indubbiamente in grado di esprimere, avrebbe potuto contenere e migliorare le disfunzioni evidenti in quelle Istituzioni didattico-educative, presso le quali a volte si consumano inconsapevoli processi di organizzazione di quadri patologici, più che di sostegno pedagogico– evolutivo.</p>
<p>La permanenza di questa fantasia faceva agire l’équipe in un modo che impediva a se stessa per prima il riconoscimento e la definizione dei limiti del mandato assegnato, con la conseguente tendenza a rispondere a tutte le richieste che pervenivano per evitare ogni insoddisfazione o frustrazione di terzi, a far permanere gli utenti nel vincolo che si strutturava negli incontri, a dilazionare le decisioni e le operazioni relative agli invii ai Servizi preposti, considerati a priori inadeguati e inadempienti, e a pensare potenzialmente risolutivo l’intervento individuale presso le Istituzioni scolastiche.</p>
<p>Quando questa posizione è emersa dal latente è finalmente stato possibile cominciare ad elaborarne il ridimensionamento, certamente con resistenza e con sofferenza, per via dell’inevitabile passaggio verso un sentimento depressivo per la perdita di questa proiezione ideale. A questo punto, le aspirazioni, basate sulla autopercezione di un’obiettiva e fondata preparazione, esperienza e capacità professionale, hanno avuto accesso ad un percorso di adeguamento al campo reale e ai confini determinati dal compito manifesto ed assegnato: il gruppo ha potuto concepire come sia necessario un alto livello di preparazione professionale per svolgere un compito di accoglienza primaria così complesso e delicato; inoltre ha potuto obiettivamente valutare quanta capacità espressa sul campo occorra per essere protagonisti propositivi di un’azione nel contesto, quale quella che organizza la compartecipazione al processo della messa in Rete di Strutture e Servizi che inevitabilmente devono collaborare; ha poi potuto riconoscere a se stesso il possesso di queste qualità, ancorché calibrate ora all’interno dei limiti del compito manifesto e del mandato assegnato.</p>
<p>La rinuncia alla fantasia, la distruzione dell’oggetto ideale, è costata un passaggio per una fase depressiva, ma ha permesso la “ricreazione dell’oggetto per la predisposizione di un progetto&#8221;( cit. da “ Il Processo gruppale”, E. Pichon Rivière).<br />
Infatti, da quel momento, il gruppo ha cominciato a ridefinirsi nei suoi rapporti esterni ed interni.</p>
<p>Rispetto all’esterno:<br />
1) ha deciso di aprire un processo di contrattazione con la committenza e con le gerarchie della cooperativa affinché la quantità di lavoro da svolgere possa essere chiaramente calibrata rispetto alle ore assegnate;<br />
2) ha promosso incontri con la coordinazione dell’Ambito per l’esplicitazione delle complessità rilevate e per sollecitare la costanza dei lavori di un già esistente Tavolo Tecnico Territoriale, che è stato costituito al fine di mettere in rete i Servizi pubblici e di privato sociale presenti sul territorio per ottimizzare la collaborazione e il chiarimento sugli specifici mandati istituzionali, in termini di attribuzione di competenze diagnostiche e terapeutiche;<br />
3) ha partecipato attivamente e propositivamente ai lavori del Tavolo medesimo, potendo esplicitare e chiarire quale è il mandato assegnato al gruppo e quali sono le sue conseguenti necessità di raccordo;<br />
4) ha deciso di presentarsi agli Istituti scolastici per la progettazione della interazione relativa al prossimo anno scolastico con una propria proposta progettuale, che prevede il superamento del semplice sistema delle azioni garantite a chiamata e dà piuttosto l’indicazione di istituire percorsi di supporto cadenzato al gruppo dei docenti: questa idea progettuale è scaturita dalla considerazione che il disagio che può emergere all’interno di una scuola a carico di un individuo e che può essere rilevato da qualche membro del corpo docente, non è mai definitiva e sola espressione di una qualche inadeguatezza del soggetto designato, ma esprime tutta la complessità della Istituzione didattico – educativa, include l’implicazione di chi rileva e segnala il disagio medesimo, e disvela la necessità di elaborare presso il corpo docente e gli uffici direttivi l’importanza della integrazione delle funzioni e delle abilità pedagogiche con quelle didattiche.</p>
<p>Rispetto alle dinamiche interne:<br />
1) è emersa la idea di costruire una scheda di rilevazione degli interventi effettuati, con particolare riguardo a quelli individuali, con indicazione dell’esito di ogni singolo procedimento e con l’evidenziazione dei termini di esecuzione dell’invio finale.</p>
<p>2) il gruppo ha valutato l’opportunità di definire il numero massimo di incontri che possono essere destinati ad ogni utente accolto, al fine di poter avere una definizione diagnostica preliminare che permetta l’eventuale invio congruo al servizio istituzionalmente dedicato e con lo scopo di scongiurare la permanenza ad libitum presso l’équipe di situazioni che presentano evidenti risvolti clinici. E’ difatti apparsa impropria ed inopportuna la creazione di un vincolo troppo strutturato tra i singoli utenti che si avvalgono dell’intervento di intercettazione ed i componenti dell’équipe, data la necessità riconosciuta di ottemperare in tempi brevi alla parte di compito che prevede invii idonei ai Servizi che saranno deputati alla presa in carico.</p>
<p>3) Il gruppo ha inoltre valutato l’opportunità di svolgere alcune azioni di intercettazione precoce, azione che prevede la configurazione di una plausibile ipotesi diagnostica, in collaborazione fra più figure, specialmente quando si consideri utile e/o necessario coinvolgere nel processo i membri della famiglia di appartenenza, in un’ottica di cooperazione e di collaborazione.</p>
<p>4) è emerso il desiderio di approfondire le tematiche inerenti i processi di Analisi Istituzionale, per garantire un maggior apprendimento in una materia che ha suscitato curiosità , soprattutto in relazione all’adeguamento degli interventi da progettare a favore delle istituzioni scolastiche.</p>
<p>Il processo ha quindi consentito di raggiungere migliori livelli di pertinenza, di consolidare l’appartenenza dei membri al sistema della équipe, di riconoscere e di mettere in campo la capacità di collaborazione e di cooperazione. Il clima dell’ultimo incontro era frizzante e propositivo, carico di energia progettuale.<br />
Grazie al superamento delle stereotipie generate dal materiale latente che non era stato elaborato, la comunicazione ha vissuto un processo di chiarificazione e di liberazione. I membri possono dire l’un l’altro se e come se la sentono di intervenire in un determinato contesto, se ritengono di avere o meno bisogno di sostegno da parte dei colleghi e hanno deciso di definire un tempo cadenzato per effettuare periodiche riunioni di équipe al fine di condividere aspetti operativi relativi ad aspetti clinici ed organizzativi.</p>
<p>Ma il chiarimento interno rispetto al compito manifesto e la conseguente maggior sicurezza acquisita ha anche permesso al gruppo di comunicare con presenza, precisione, autorevolezza, adeguatezza e chiarezza le proprie impressioni, valutazioni, proposte e necessità ai committenti, ai livelli gerarchici superiori della cooperativa, al Tavolo Tecnico di Rete Territoriale che vede riuniti e coinvolti gli attori istituzionali demandati a dare risposte diagnostiche e cliniche alle complessità emergenti, dimostrando una più libera e creativa capacità di adattamento attivo alla realtà.</p>
<p>Concludo sottolineando la delicatezza e la complessità della operatività degli Sportelli di Ascolto: sono luoghi dove potenzialmente può essere depositata qualsiasi emergenza situazionale complessa, all’interno dei quali deve essere espletata una dimensione di accoglienza con modalità attentamente calibrate, dove non possono essere emesse risposte subitanee, perché si prevede strutturalmente il coinvolgimento successivo di altri livelli istituzionali di intervento; dove occorre lavorare di fino con le ”insidie” del vincolo con l’utenza che si presenta, dato che il contatto dovrà essere carico di senso ma contemporaneamente a rapido rilascio, dove occorre aver affinato capacità intuitive e competenze professionali significative, adatte a percepire segnali anche sottili che possano instradare i necessari interventi futuri, e dove occorre aver competenza nella costruzione di rapporti interistituzionali fluidi e funzionanti, vista la necessaria interazione con altre Strutture deputate poi alle prese in carico adeguate al problema che si presenta.</p>
<p>Inoltre, come abbiamo visto, occorre avere sufficiente consapevolezza del preciso mandato per non cadere nella trappola collusiva che si genera nel momento in cui le disfunzioni degli altri sistemi tendono a parcheggiare, consegnare o a rimandare lì la risoluzione di problemi complessi.<br />
Credo che sia uno di quei casi in cui bisogna “saper fare” molto, in cui occorrono cioè una particolare competenza ed una consolidata abilità professionale da mettere al servizio del riconoscimento del necessario limite operativo, per di di più nella relazione con situazioni sfumate e complesse: a volte questa operazione risulta più difficile da espletare di quanto non sia l’esecuzione di compiti apparentemente più complicati, che si svolgono all’interno di schemi operativi più definiti e caratterizzati da una maggior estensione temporale.<br />
E presumibilmente, le vicende degli Sportelli di Ascolto saranno situazioni sempre più rappresentate nel panorama futuro degli interventi di Comunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia: </strong><br />
“ Il processo Gruppale”, E. Pichon Rivière, Ed . Pgreco, 2021<br />
“ Psicoigiene e Psicologia Istituzionale”, J. Bleger, Edizioni La Meridiana, Molfetta, 2011<br />
“Prevenzione, Psicoanalisi, Salute Mentale”, A. Bauleo, M. De Brasi ed aa., a cura di F. Benedetti e R. Folin, Casa Editrice Lauretana,  Loreto,1985</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Senigallia, 10 maggio 2022</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La procreatività come paradigma per una proposta politica*</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 07:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Maria Teresa Fenoglio Premessa Le riflessioni che seguono sono il frutto di molti anni di ricerca sulla femminilità, il parto e la sessualità. Il mio impegno nel movimento femminista a partire dai primi anni ’70 ha seguito una parabola &#8230; <a href="https://bleger.org/la-procreativita-come-paradigma-per-una-proposta-politica/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Teresa Fenoglio</strong></p>
<p><strong><span dir="ltr">Premessa</span></strong><br />
<span dir="ltr">Le riflessioni che seguono sono il frutto di molti anni di ricerca sulla femminilità, il parto e la </span><span dir="ltr">sessualità. Il mio impegno nel movimento femminista a partire dai primi anni ’70 ha seguito una</span> <span dir="ltr">parabola che mi ha condotto</span> <span dir="ltr">dalla militanza</span> <span dir="ltr">a sfondo ideolog</span><span dir="ltr">ico</span> <span dir="ltr">alla </span><span dir="ltr">psicoanalisi</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">donna</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">particolare</span><span dir="ltr">)</span> <span dir="ltr">contestualmente agli studi di psicosociologia e delle difese istituzionali</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">tra i quali quello </span><span dir="ltr">condotto</span> <span dir="ltr">in alcuni</span> <span dir="ltr">reparti di maternità torinesi.</span><br />
<span dir="ltr">Mi rendo tuttavia conto di quanto, a fronte dei cambiamenti socia</span><span dir="ltr">li e culturali intercorsi, che ci</span> <span dir="ltr">hanno portato al superamento della sessualità “binaria”, e alle nuove realtà affettive e di</span> <span dir="ltr">riproduzione (coppie omosessuali), il discorso che presento</span> <span dir="ltr">possa apparire</span> <span dir="ltr">molto “tradizionale”.</span><br />
<span dir="ltr">Quindi lo</span> <span dir="ltr">propongo</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">qualche riserva</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Ciono</span><span dir="ltr">no</span><span dir="ltr">stante</span> <span dir="ltr">continuo a credere che il pensiero</span><br />
<span dir="ltr">psicoanalitico femminile, che analizza</span> <span dir="ltr">la femminilità e la virilità in noi</span><span dir="ltr">, mantenga il suo carattere</span> <span dir="ltr">innovativo e che per questo non solo non sia “superato”, ma permanga come risorsa importante p</span><span dir="ltr">e</span><span dir="ltr">r formulare progetti di rinnovamento sociali. Qualcosa tuttavia dovrà essere necessariamente </span><span dir="ltr">riformulato</span> <span dir="ltr">alla luce delle nuove prospettive</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Inoltre, r</span><span dir="ltr">ecentemente, lo scoppio della guerra alle porte di casa e la sconcertante assunzione da</span> <span dir="ltr">parte di molti del</span><span dir="ltr">la “mentalità di guerra”, come al solito</span> <span dir="ltr">voluta e</span> <span dir="ltr">diretta da uomini, può trovare in </span><span dir="ltr">questo saggio</span><span dir="ltr">, forse,</span> <span dir="ltr">un</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fonte</span> <span dir="ltr">utile di riflessione.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Le esperienze portanti</span></strong><br />
<em><span dir="ltr">“Lo sviluppo dell’io consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario e di un lungo </span></em><em><span dir="ltr">ed inten</span></em><span dir="ltr"><em>so sforzo teso a recuperarlo”</em> (Freud,</span> <span dir="ltr">Introduzione al narcisismo</span><span dir="ltr">, 1914)</span><br />
<span dir="ltr">Credo che</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">tensione vitale al recupero di una</span> <span dir="ltr">soddisfacente</span> <span dir="ltr">integrazione</span> <span dir="ltr">interiore</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">questa ricerca </span><span dir="ltr">di una “</span><span dir="ltr">autenticità</span> <span dir="ltr">del proprio</span> <span dir="ltr">essere”</span> <span dir="ltr">a ricomposizione dell</span><span dir="ltr">e frammentazioni</span> <span dir="ltr">del s</span><span dir="ltr">é</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">costituisca</span> <span dir="ltr">la </span><span dir="ltr">nota comune a</span> <span dir="ltr">tutte le esperienze “portanti”: l’attaccamento amoroso, la creazione artistica, </span><span dir="ltr">l’investimento affettivo</span> <span dir="ltr">nei</span> <span dir="ltr">figli, l’esperienza del lavoro non alienato</span><span dir="ltr">. A collegare tra loro</span> <span dir="ltr">le</span> <span dir="ltr">es</span><span dir="ltr">perienze centrali dell’esistere, amore, arte, procreazione, far crescere, lavoro,</span> <span dir="ltr">c</span><span dir="ltr">’è</span> <span dir="ltr">infatti</span> <span dir="ltr">un filo </span><span dir="ltr">ben saldo</span><span dir="ltr">: restaurare l’integrità narcisistica.</span><br />
<span dir="ltr">In queste che sono forme</span> <span dir="ltr">basilari</span> <span dir="ltr">del porsi della persona nel mondo è possibile</span> <span dir="ltr">ritrovare</span> <span dir="ltr">la</span><br />
<span dir="ltr">corrispondenz</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">tra investimento negli oggetti e investimento nel proprio</span> <span dir="ltr">sé</span><span dir="ltr">: una</span> <span dir="ltr">restaurazione</span> <span dir="ltr">dell’amore felice che nella circolarità dialettica intuita da Freud salda il soggetto all’oggetto </span><span dir="ltr">attraverso</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">reciprocità</span> <span dir="ltr">narcisistica</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">L’essere</span> <span dir="ltr">umano</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">resto,</span> <span dir="ltr">procede</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">investiment</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">/</span><span dir="ltr">riconduzione</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">s</span><span dir="ltr">é</span><span dir="ltr">/re</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">investiment</span><span dir="ltr">i, secondo una scansione</span> <span dir="ltr">dentro</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">fuori</span> <span dir="ltr">che costituisce i</span><span dir="ltr">l motore</span> <span dir="ltr">del processo simbolico e creativo dell’essere umano</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">Fort</span><span dir="ltr">&#8212;</span><span dir="ltr">Da!</span><span dir="ltr">”</span></p>
<p><span dir="ltr">Nessuna di tali esperienze dell’essere</span> <span dir="ltr">nel</span> <span dir="ltr">mondo, né l’amore, né l’arte, e ne</span><span dir="ltr">anche le forme meno</span> <span dir="ltr">speciali, la procreazione e il lavoro, sono unicamente “naturali”, cioè innate ed immediate.</span> <span dir="ltr">Si tratta </span><span dir="ltr">invece di</span> <span dir="ltr">formazioni</span> <span dir="ltr">biologico</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">culturali, ad opera di soggetti in grado di operare questa saldatura</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">sintesi tra sé e</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">altro</span> <span dir="ltr">da</span> <span dir="ltr">sé</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">capaci</span> <span dir="ltr">cioè di elaborare simboli</span> <span dir="ltr">ai vari livelli espressivi</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">là dove</span> <span dir="ltr">infatti </span><span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">’</span><span dir="ltr">elaborazione simbolica non verbale</span> <span dir="ltr">trova espressione in immagini mentali</span> <span dir="ltr">(un volto,</span> <span dir="ltr">un luogo,</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">musica</span><span dir="ltr">&#8230;), quella</span> <span dir="ltr">verbale</span> <span dir="ltr">fa sì che</span> <span dir="ltr">l&#8217;individuo comunic</span><span dir="ltr">hi</span> <span dir="ltr">il proprio mondo inter</span><span dir="ltr">no agli altri</span><span dir="ltr">, in questo </span><span dir="ltr">modo trasmettendo</span> <span dir="ltr">conoscenza e cultura</span><span dir="ltr">.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><span id="more-647"></span></p>
<p><span dir="ltr">L’elaborazione simbolica è un processo; si rinnova e si ristabilisce ad ogni nuovo incontro, situazione </span><span dir="ltr">e stimolo. Il simbolo si fa veicolo ed espressione della spinta interiore e</span> <span dir="ltr">allo stess</span><span dir="ltr">o tempo</span> <span dir="ltr">strumento </span><span dir="ltr">di decodificazione della realtà. Esprime adattamento, ma è sempre in qualche modo</span> <span dir="ltr">anche </span><span dir="ltr">soluzione creativa</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">inoltre</span> <span dir="ltr">non si arresta ad una data età, non “invecchia”.</span></p>
<p><span dir="ltr">Noi clinici c</span><span dir="ltr">onosciamo</span> <span dir="ltr">di converso</span> <span dir="ltr">che cosa sia</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">arresto del processo</span> <span dir="ltr">di elaborazione</span> <span dir="ltr">ideativa;</span> <span dir="ltr">lo</span> <span dir="ltr">osserviamo infatti in</span> <span dir="ltr">tutte le forme di alienazione</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">a nevrosi,</span> <span dir="ltr">in quanto</span> <span dir="ltr">blocco delle energie libidiche </span><span dir="ltr">oggettuali; il lavoro</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">espropri</span><span dir="ltr">ato”</span><span dir="ltr">, sia dal lato del profitto che del controllo sul prodotto</span><span dir="ltr">; infine</span> <span dir="ltr">la </span><span dir="ltr">procreazione com</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">evento dovuto, o</span> <span dir="ltr">“catena di</span> <span dir="ltr">figliaggio</span><span dir="ltr">”, ineluttabile destino</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">un corpo</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">natura </span><span dir="ltr">che si è fatto proprietà</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">altri:</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">marito,</span> <span dir="ltr">del</span><span dir="ltr">la stirpe</span><span dir="ltr">, o della consuetudine</span><span dir="ltr">, con lo scopo di colmare </span><span dir="ltr">un vuoto</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Gli studi condotti con Clara Capello fin dagli anni ’90, attraverso i quali abbiamo analizzato le istanze</span> <span dir="ltr">di liberazione/ autorealizzazione delle donne (sfociato nel libro “Perché mi curo di te”) ci hanno </span><span dir="ltr">spinto ad approfondire le teorie del femminile in p</span><span dir="ltr">sicoanalisi e la specifica vocazione delle donne ai </span><span dir="ltr">lavori di cura, che abbiamo visto non come vocazione nevrotica, ma come estensione del narcisismo </span><span dir="ltr">di vita. Questa idea di fondo ci è stata ispirata da diverse autrici, come ad esempio Maria Bonaparte, </span><span dir="ltr">J.C</span><span dir="ltr">hasseguet</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">Smirgel, F.Dolto, ed è stata ripresa con molta efficacia da Silvia Vegetti Finzi in quel bel</span><br />
<span dir="ltr">testo sulla femminilità nascente che è “Il bambino della notte”. Attraverso numerosi casi clinici</span> <span dir="ltr">Vegetti Finzi arriva alla conclusione che la bambina, a</span><span dir="ltr">nziché venir determinata da una supposta </span><span dir="ltr">invidia del pene, coltiva entro di sé l’idea di un bambino (il bambino della notte) di cui la bambola è </span><span dir="ltr">un segno esteriore. Il bambino interno corrisponde al narcisismo di vita della bambina e segnala la </span><span dir="ltr">sua capacit</span><span dir="ltr">à creativa. Anche il maschio così avrebbe la sua dose di “invidia” per la capacità </span><span dir="ltr">generativa della femmina. La cura dell’altro, quindi, si collocherebbe simbolicamente non nella </span><span dir="ltr">riparazione di una mancanza, ma nella estensione ad altri di un profondo, non</span> <span dir="ltr">nevrotico,</span> <span dir="ltr">compiacimento di sé.</span></p>
<p><span dir="ltr">Nel contesto di questi studi</span> <span dir="ltr">abbiamo</span> <span dir="ltr">ri</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">formulato l’idea della generatività della mente, prodotta</span> <span dir="ltr">dall’accoppiamento</span> <span dir="ltr">simbolico</span> <span dir="ltr">di elementi maschili e femminili</span> <span dir="ltr">indipendentemente</span> <span dir="ltr">dal genere di </span><span dir="ltr">appartenenza dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">Sull</span><span dir="ltr">o sfondo di queste riflessioni, quindi, il destino della donna verso la propria liberazione non è</span> <span dir="ltr">visto più unicamente all’insegna della emancipazione dalle determinanti esterne della propria </span><span dir="ltr">emarginazione, ma dai vincoli creatisi dal blocco alla creativit</span><span dir="ltr">à prodotto dalla colpa e dalla </span><span dir="ltr">inibizione.</span><br />
<span dir="ltr">Ogni individuo, uomo o donna che sia, dispone di potenzialità interiori che possono entrare e</span> <span dir="ltr">mettersi in moto in una elaborazione creativa</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">ideativa, come appiattirsi nella ripetizione difensiva.</span><br />
<span dir="ltr">Così avviene p</span><span dir="ltr">er la procreazione. Essa può diventare un terreno di nuova consapevolezza, una</span> <span dir="ltr">esperienza ricca di</span> <span dir="ltr">contenuti</span> <span dir="ltr">che entrer</span><span dir="ltr">anno</span> <span dir="ltr">a far parte di nuove formulazioni simboliche, come </span><span dir="ltr">può venire scissa, negata</span> <span dir="ltr">nelle sue valenze</span><span dir="ltr">, o sovrainvestita con l’idealizzazion</span><span dir="ltr">e.</span></p>
<p><span dir="ltr">La procreazione è stata per molto tempo considerata terreno</span> <span dir="ltr">esclusivo delle donne.</span> <span dir="ltr">Le stesse donne</span> <span dir="ltr">hanno contribuito a farsene padrone. C’è da credere invece</span> <span dir="ltr">che l’uomo l’abbia allontanata da sé, </span><span dir="ltr">rivolgendosi elettivamente ad altre attività.</span> <span dir="ltr">L’azione del fecondare</span><span dir="ltr">, che pure è ricco di significato, è </span><span dir="ltr">stato in qualche modo stornato</span> <span dir="ltr">dal processo della procreazione</span> <span dir="ltr">e dirottato altrove.</span> <span dir="ltr">E’ così che</span> <span dir="ltr">le </span><span dir="ltr">attività cosi</span><span dir="ltr">ddette “maschili”</span> <span dir="ltr">(lavoro, carriera, realizzazione sociale)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">finiscono</span> <span dir="ltr">spesso</span> <span dir="ltr">deprivate del </span><span dir="ltr">valore simbolico connesso con la fecondazione</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">procreazione, cioè dell’idea</span> <span dir="ltr">simbolica</span> <span dir="ltr">del figlio come </span><span dir="ltr">prodotto di una relazione</span> <span dir="ltr">generativa</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">attestandosi invece</span> <span dir="ltr">su si</span><span dir="ltr">mbologie</span> <span dir="ltr">di intrusione possessiva</span> <span dir="ltr">e </span><span dir="ltr">trionfo</span><span dir="ltr">.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><strong><span dir="ltr">La scissione tra sessualità, maternità</span><span dir="ltr">/paternità</span> <span dir="ltr">e procreazione</span></strong><br />
<span dir="ltr">Leggere nella esperienza della procreazione decifr</span><span dir="ltr">andola</span> <span dir="ltr">dall’interno significa avere come referente </span><span dir="ltr">donne e uomini</span> <span dir="ltr">come soggett</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">unitari</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">esenti</span> <span dir="ltr">da scissioni in “</span><span dir="ltr">funzioni</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">. Se la scissione tra sessualità </span><span dir="ltr">e procreazione è diventata nel tempo consustanziale all’idea di virilità,</span> <span dir="ltr">con conseguente</span> <span dir="ltr">tendenza </span><span dir="ltr">alla</span> <span dir="ltr">sacralizzazione della donna</span> <span dir="ltr">sposa e</span> <span dir="ltr">madre e spostamento della libido</span> <span dir="ltr">maschile</span> <span dir="ltr">su amori </span><span dir="ltr">collaterali, l</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">donna entra</span> <span dir="ltr">nella</span> <span dir="ltr">letteratura medica e in parte in quella psicologica</span> <span dir="ltr">essenzialmente in </span><span dir="ltr">quanto portatrice di</span> <span dir="ltr">funzioni femminili e materne</span><span dir="ltr">, nelle quali spesso le donne</span> <span dir="ltr">stesse</span> <span dir="ltr">si identificano</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">A venir negata è la</span> <span dir="ltr">matrice</span> <span dir="ltr">erotica</span> <span dir="ltr">della gravidanza e della procreazione</span> <span dir="ltr">a vantaggio, sia per l’uomo</span> <span dir="ltr">che per la donna,</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">stabilità</span> <span dir="ltr">del vincolo</span> <span dir="ltr">istituzionale.</span><br />
<span dir="ltr">Se</span> <span dir="ltr">eros e</span> <span dir="ltr">sessualità</span> <span dir="ltr">vengono</span> <span dir="ltr">percepit</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">come elemento di destabilizzazione sociale</span> <span dir="ltr">per ent</span><span dir="ltr">rambi i</span> <span dir="ltr">sessi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">l</span><span dir="ltr">a scissione tra</span> <span dir="ltr">questi</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione è particolarmente drammatica nella donna.</span> <span dir="ltr">La </span><span dir="ltr">supposta identificazione regressiva della buona madre con il figlio impone che quella madre, cioè la </span><span dir="ltr">madre socialmente interiorizzata,</span> <span dir="ltr">coincida con</span> <span dir="ltr">la mad</span><span dir="ltr">re dei desideri infantili</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">fonte di donazioni </span><span dir="ltr">perenni,</span> <span dir="ltr">proprietà assoluta del figlio,</span> <span dir="ltr">oggetto idealizzato</span> <span dir="ltr">e non</span> <span dir="ltr">condiviso.</span> <span dir="ltr">Se</span> <span dir="ltr">infatti, secondo le </span><span dir="ltr">fantasie dei molti adulti/bambini,</span> <span dir="ltr">la madre</span> <span dir="ltr">mantenesse</span> <span dir="ltr">una vita sessuale</span> <span dir="ltr">da cui tra</span><span dir="ltr">rr</span><span dir="ltr">e piacere, </span><span dir="ltr">l’adulto/bambi</span><span dir="ltr">no</span> <span dir="ltr">sarebbe esposto</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">un</span> <span dir="ltr">senso di</span> <span dir="ltr">tradimento e perdita irrimediabili,</span> <span dir="ltr">a sentimenti di </span><span dir="ltr">impotenza</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">r</span><span dir="ltr">abbia e desiderio di ritorsione.</span> <span dir="ltr">Solo la madre idealizzata e onnipotente sembra aver </span><span dir="ltr">spazio nell’immaginario sociale.</span></p>
<p><span dir="ltr">Ma</span> <span dir="ltr">in un senso più esteso</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">questa</span> <span dir="ltr">dinamica difensiva</span> <span dir="ltr">nega</span> <span dir="ltr">a donne e uomini</span> <span dir="ltr">un più ampio spettro</span> <span dir="ltr">di potenzialità. Sulla base dell’equivalenza fallicità/</span><span dir="ltr">razionalità</span><span dir="ltr">/</span><span dir="ltr">fare</span><span dir="ltr">, viene negata alla esperienza </span><span dir="ltr">della procreazione il</span> <span dir="ltr">suo</span> <span dir="ltr">ruolo</span> <span dir="ltr">fondamentale</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">crescita</span> <span dir="ltr">integrata dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">La n</span><span dir="ltr">egazione della matrice sessuale della procreazione</span> <span dir="ltr">forclude</span> <span dir="ltr">in realtà l’interdipendenza dei due</span> <span dir="ltr">sessi,</span> <span dir="ltr">quella percezione della</span> <span dir="ltr">mancanza che si fa ricerca dell’altro. Il figlio, reale o simbolico, è infatti </span><span dir="ltr">terzo nel rapporto di scambio tra individui</span><span dir="ltr">, così</span> <span dir="ltr">come l’accoppiamento può avvenire non</span> <span dir="ltr">solo</span> <span dir="ltr">per </span><span dir="ltr">via carnale, ma simbolicamente tra parti femminili e maschili dei soggetti.</span><br />
<span dir="ltr">Più di tutto però Il meccanismo della scissione</span> <span dir="ltr">impedisce</span> <span dir="ltr">che il procreare entri a far parte dei modelli</span> <span dir="ltr">simbolici che decodificano</span> <span dir="ltr">il mondo, lo interpretano e</span> <span dir="ltr">progettano</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span dir="ltr">Procreazione e lavoro non aliena</span><span dir="ltr">t</span><span dir="ltr">o</span></strong><br />
<span dir="ltr">Così</span> <span dir="ltr">come</span> <span dir="ltr">nell’immaginario sociale</span> <span dir="ltr">sesso e maternità vengono tenuti separati,</span> <span dir="ltr">analogamente a </span><span dir="ltr">virilità e</span> <span dir="ltr">genitorialità paterna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">allo stesso modo</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">viene</span> <span dir="ltr">lett</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">come ca</span><span dir="ltr">tegori</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">antinomic</span><span dir="ltr">a, o anche solo estranea</span><span dir="ltr">, a quella del lavoro</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Infatti, man mano che la rappresentazione </span><span dir="ltr">del lavoro si è discostata da quella dall’universo contadino e artigianale, nel quale la simbologia si </span><span dir="ltr">mostra coerente con il generare,</span> <span dir="ltr">il</span> <span dir="ltr">crescere e</span> <span dir="ltr">l’</span><span dir="ltr">avere cura, ed ancor più nei tempi presenti, in cui </span><span dir="ltr">l’oggetto del lavoro è diventato estraneo alle mani</span> <span dir="ltr">(“inafferrabile”)</span> <span dir="ltr">in quanto</span> <span dir="ltr">intangibil</span><span dir="ltr">e, lavoro e </span><span dir="ltr">generatività</span> <span dir="ltr">si sono collocati in universi non compatibili.</span></p>
<p><span dir="ltr">La chiave della formazione di questi universi simbolici che operano in opposizione all’integrazione</span> <span dir="ltr">psichica</span> <span dir="ltr">dell’essere</span> <span dir="ltr">umano</span> <span dir="ltr">favorendone</span> <span dir="ltr">l’alienazione</span> <span dir="ltr">è</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">specifica</span> <span dir="ltr">rappresentazione </span><span dir="ltr">interiorizzata</span> <span dir="ltr">de</span><span dir="ltr">lla</span> <span dir="ltr">donna</span><span dir="ltr">, e specularmente quella dell’uomo</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Essa si basa</span> <span dir="ltr">sulla dicotomia natura</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">cultura,</span> <span dir="ltr">sull’onnipotenza estranea</span> <span dir="ltr">al</span> <span dir="ltr">limite e</span> <span dir="ltr">a</span><span dir="ltr">lla cura,</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">su un codice affettivo di controllo e </span><span dir="ltr">possesso</span> <span dir="ltr">della figura materna da parte di un adulto/bambino.</span></p>
<p><span dir="ltr">A formare tale</span> <span dir="ltr">rappr</span><span dir="ltr">esentazione</span> <span dir="ltr">intervengono:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">l’idea di una gravidanza avulsa dal sesso</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">coinvolta</span> <span dir="ltr">da</span> <span dir="ltr">molteplici forme di rimozione:</span> <span dir="ltr">del</span><br />
<span dir="ltr">rapporto sessuale come motore biologico</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">psichico della gravidanza in atto</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">di una normale</span><br />
<span dir="ltr">vita sessuale della donna in gravidanza</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">gr</span><span dir="ltr">atificazione narcisistica della</span> <span dir="ltr">gravidanza</span><br />
<span dir="ltr">stessa</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Analisi istituzionali condotte nei reparti di maternità hanno messo in evidenza l’esistenza</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">numerose</span> <span dir="ltr">difese</span> <span dir="ltr">istituzionali</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fronte</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">intollerabilità</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">una</span><br />
<span dir="ltr">contaminazione tra sessualità della donna</span> <span dir="ltr">e maternità, così come della coppia madre</span><span dir="ltr">-</span><br />
<span dir="ltr">bambino, oggetto di invidia</span> <span dir="ltr">istituzionale.</span> <span dir="ltr">1</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">L’enfatizzazione</span><span dir="ltr">/idealizzazione</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">diade</span> <span dir="ltr">madre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino,</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">conseguente</span><br />
<span dir="ltr">sottovalutazione di altri importanti elementi e figure che intervengono nella esperienza dell</span><span dir="ltr">a </span><span dir="ltr">gravidanza e del parto:</span> <span dir="ltr">i genitori</span> <span dir="ltr">della coppia</span><span dir="ltr">, il rapporto con il partner, il ruolo delle</span><br />
<span dir="ltr">istituzioni.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione di ogni possibile fruizione narcisistica della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">da parte della donna</span><span dir="ltr">, </span><span dir="ltr">come se l’oblatività e la negazione di sé connotassero</span> <span dir="ltr">la buona madre</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione della drammaticità</span> <span dir="ltr">e conflittualità</span> <span dir="ltr">del vissuto profondo della donna</span> <span dir="ltr">e della</span><br />
<span dir="ltr">coppia</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">conflitti che investono il</span> <span dir="ltr">contenuto</span> <span dir="ltr">del</span> <span dir="ltr">corpo</span> <span dir="ltr">della donna in gravidanza</span> <span dir="ltr">(ansia</span><br />
<span dir="ltr">genetica)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">le mutazioni del suo corpo</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">le</span> <span dir="ltr">aspettative del</span> <span dir="ltr">mondo sociale</span> <span dir="ltr">circostante</span><span dir="ltr">,</span><br />
<span dir="ltr">prossimo o allargato.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La negazione di ogni vissuto che rimandi alla aggressività della donna, al rifiuto</span> <span dir="ltr">o</span><br />
<span dir="ltr">ambivalenza verso l’assunzione del</span> <span dir="ltr">ruolo previsto</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">“buona gravida”</span> <span dir="ltr">e in seguito di “buona</span> <span dir="ltr">madre”</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La for</span><span dir="ltr">mazione della categoria di “tutela”, all’interno della quale il tutelatore (in veste di</span><br />
<span dir="ltr">esperto o di istituzione tutelatrice) si pone al tempo stesso come figlio bambino di una madre</span> <span dir="ltr">oblativa e come difensore del corpo materno dagli attacchi del sé bambino</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Ad ultimo:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">La mancata collocazione della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">all’interno delle esperienze umane “portanti”, </span><span dir="ltr">che riguardano tutti gli esseri umani, sia maschi che femmine.</span></p>
<p><span dir="ltr">A</span> <span dir="ltr">quest</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">fondazione</span> <span dir="ltr">culturale</span> <span dir="ltr">concorrono</span> <span dir="ltr">donne e uomini</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Troppo spesso l</span><span dir="ltr">a donna</span> <span dir="ltr">appare debole</span> <span dir="ltr">nel comprendere la valenza della procreazione, circoscrivendola a evento solo privato e</span> <span dir="ltr">ponendo </span><span dir="ltr">un limite</span> <span dir="ltr">ad</span> <span dir="ltr">integrarla</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">tutte le esperienze della vita e della sessualità.</span> <span dir="ltr">Analogamente l’uomo oscilla </span><span dir="ltr">tra la completa delega</span> <span dir="ltr">alle donne</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">accomp</span><span dir="ltr">agnata da un</span> <span dir="ltr">senso</span> <span dir="ltr">di inadeguatezza</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">difesa </span><span dir="ltr">pervicace del proprio ruolo maschile di “prima”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">eretto a baluardo contro una dimensione </span><span dir="ltr">esistenziale sentita come troppo</span> <span dir="ltr">invischiante e avulsa dalla propria identità.</span></p>
<p><span dir="ltr">Ciò che può fare della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">un</span><span dir="ltr">a esperienza “portante”, cioè in grado di fornire parametri di</span> <span dir="ltr">interpretazione della realtà, è</span><span dir="ltr">, per entrambi</span> <span dir="ltr">i sessi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">riuscire</span> <span dir="ltr">a sentirsi</span> <span dir="ltr">“strument</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">attiv</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">:</span> <span dir="ltr">strument</span><span dir="ltr">i </span><span dir="ltr">di quelle leggi naturali di cui non si avrà mai</span> <span dir="ltr">il completo controllo</span><span dir="ltr">;</span> <span dir="ltr">strumenti dell’im</span><span dir="ltr">pulso erotico </span><span dir="ltr">generativo, orientato alla creatività e al piacere</span> <span dir="ltr">e che ci rende</span> <span dir="ltr">protagonisti consapevoli della propria </span><span dir="ltr">spinta, reale e simbolica, a</span> <span dir="ltr">generare e allevare</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">quanto attività cardine della propria presenza socio-</span><span dir="ltr">politica</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">Farsi</span> <span dir="ltr">strument</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">e al contempo essere attiv</span><span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">pone</span> <span dir="ltr">in relazione</span> <span dir="ltr">due</span> <span dir="ltr">polarità apparentemente</span><br />
<span dir="ltr">contrarie. La gravidanza e il parto compendiano precisamente queste due istanze: la passività, che</span> <span dir="ltr">si traduce nell’accogliere una nuova forma vitale indipendente, che si p</span><span dir="ltr">uò soltanto assecondare con </span><span dir="ltr">premura; l’attività</span><span dir="ltr">, che</span> <span dir="ltr">invece è dimensione</span> <span dir="ltr">segnata dal desiderio e dal progetto, dall’allestire</span> <span dir="ltr">uno </span><span dir="ltr">spazio fisico</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">dal provvedere</span> <span dir="ltr">concretamente</span><span dir="ltr">. Non è difficile individuare in questa</span> <span dir="ltr">ricomposta </span><span dir="ltr">polarità</span> <span dir="ltr">la dinamica della geni</span><span dir="ltr">torialità,</span> <span dir="ltr">così come</span> <span dir="ltr">della</span> <span dir="ltr">cura delle piante e dei coltivi</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">dell’operare</span> <span dir="ltr">in </span><span dir="ltr">squadra,</span> <span dir="ltr">del plasmare la creta e dipingere</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">della buona politica. Tutte queste attività, come nella procreazione, si reggono grazie alla dialettica tra passività/accettazione (dell</span><span dir="ltr">e leggi della natura; </span><span dir="ltr">delle diversità tra individui; dei limiti umani e delle forze; del destino) e</span> <span dir="ltr">dell’energia</span> <span dir="ltr">desiderante</span><span dir="ltr">.</span></p>
<p><span dir="ltr">La</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">è una</span> <span dir="ltr">tra le</span> <span dir="ltr">diverse</span> <span dir="ltr">attività caratterizzate</span> <span dir="ltr">da questa dialettica interna degli</span> <span dir="ltr">opposti</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">sorta di</span> <span dir="ltr">miscuglio</span> <span dir="ltr">vital</span><span dir="ltr">e</span><span dir="ltr">. Certamente è tra quelle più largamente condivise. Ma considerarla una </span><span dir="ltr">esperienza unica, privilegiata ed irripetibile, enfatizzarla cioè, significa in fondo riproporne la </span><span dir="ltr">marginalità, non coglierne gli elementi che la unificano ad altre esperienze,</span> <span dir="ltr">non f</span><span dir="ltr">acendola</span> <span dir="ltr">entrare </span><span dir="ltr">nel grande circolo</span> <span dir="ltr">delle attività umane</span><span dir="ltr">, del sociale</span> <span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">del politico.</span><br />
<span dir="ltr">Gli ostacoli che si</span> <span dir="ltr">frappongono</span> <span dir="ltr">a quest</span><span dir="ltr">o allargamento del significato della</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">non sono</span> <span dir="ltr">solo di ordine esterno</span> <span dir="ltr">all’uomo e alla</span> <span dir="ltr">donna. Tra gli ostacoli di ordin</span><span dir="ltr">e interno, ricordiamo</span> <span dir="ltr">nella </span><span dir="ltr">donna</span> <span dir="ltr">il timore ad avventurarsi fuori dalla tutela, la difficoltà</span> <span dir="ltr">ad affrontare il percorso verso</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">identità</span> <span dir="ltr">complessa</span> <span dir="ltr">e da inventare</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Nell’uomo la difficoltà a emanciparsi dalle aspettative sociali, da </span><span dir="ltr">una identità legata a u</span><span dir="ltr">na virilità esibita, dalla paura a confondersi con la donna.</span></p>
<p><span dir="ltr">L’esperienza della procreazione contiene tuttavia alcune specificità di particolare valore simbolico.</span><br />
<span dir="ltr">Nella donna l</span><span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">gravidanza</span> <span dir="ltr">può essere considerata</span> <span dir="ltr">emblematicamente</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">“esperienza ponte”:</span> <span dir="ltr">a un </span><span dir="ltr">polo</span> <span dir="ltr">sta</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">concentricità della donna</span> <span dir="ltr">col</span> <span dir="ltr">proprio oggetto (se stessa/figlio), densa di compiacimento </span><span dir="ltr">e pienezza dell’essere;</span> <span dir="ltr">all’altro polo, la</span> <span dir="ltr">prefigurazione del figlio come persona separata e come </span><span dir="ltr">“terzo” del rapporto di coppia</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">un</span> <span dir="ltr">distacco</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">mediato dal parto, dal puerperio, dall’allattamento</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">che </span><span dir="ltr">porta alla</span> <span dir="ltr">individuazione di due nuovi esseri, la madre e il bambino</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">e della triade,</span> <span dir="ltr">madre</span><span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">padre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino.</span><br />
<span dir="ltr">Per l</span><span dir="ltr">a donna gravida il corpo è investito narcisisticamente</span><span dir="ltr">. Se</span> <span dir="ltr">nel rapporto s</span><span dir="ltr">essuale l’investimento</span> <span dir="ltr">narcisistico</span> <span dir="ltr">veniva</span> <span dir="ltr">attuato e poi rimandato nel corpo dell’altro (amo il tuo corpo e il corpo che tu </span><span dir="ltr">ami)</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">nella gravidanza l’esperienza di pienezza</span> <span dir="ltr">è in qualche modo “con</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">clusa”, e questo</span><span dir="ltr">, pur </span><span dir="ltr">indispensabile per l’investimento ogget</span><span dir="ltr">tuale nel figlio,</span> <span dir="ltr">può essere</span> <span dir="ltr">guardato</span> <span dir="ltr">con</span> <span dir="ltr">invidia e con </span><span dir="ltr">sospetto, invece che protetto e incentivato.</span> <span dir="ltr">A meno che sia</span> <span dir="ltr">vissuto come perdita ineluttabile,</span> <span dir="ltr">il </span><span dir="ltr">successivo fisiologico distacco madre</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">bambino</span> <span dir="ltr">consent</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">alla donna</span> <span dir="ltr">di integrare</span> <span dir="ltr">la maternità</span> <span dir="ltr">con </span><span dir="ltr">tutte</span> <span dir="ltr">le altre esperienze della vita</span><span dir="ltr">, spostando la ricerca del piacere generativo su altri oggetti.</span></p>
<p><span dir="ltr">E</span><span dir="ltr">sistono</span> <span dir="ltr">analogamente</span> <span dir="ltr">altre “esperienze ponte”, là dove le energie</span> <span dir="ltr">erotiche e narcisistiche</span> <span dir="ltr">si</span> <span dir="ltr">traducono nella creatività e nello scambio dell’incontro. In que</span><span dir="ltr">ste esperienze, tra le quali includo </span><span dir="ltr">quello del lavoro non alienato, l’oggetto d’amore è nel contempo all’interno e al di fuori dell’io, </span><span dir="ltr">parte dell’io e che all’io ritorna per arricchirlo.</span><br />
<span dir="ltr">L</span><span dir="ltr">a soddisfazione</span> <span dir="ltr">erotico/</span><span dir="ltr">narcisistica</span> <span dir="ltr">della donna</span> <span dir="ltr">rimane</span> <span dir="ltr">tuttavia</span> <span dir="ltr">un tabù sociale. E’ quindi</span> <span dir="ltr">socialmente ammesso che la donna lavori, ma non che ne tragga gioia; e che sia gravida, ma non </span><span dir="ltr">per se stessa. Il soddisfacimento è letto come intrusione della sessualità in una immagine materna </span><span dir="ltr">che, come abbiamo visto, si vuole o</span><span dir="ltr">blativa e munifica.</span><br />
<span dir="ltr">Ma ancora più scandaloso</span> <span dir="ltr">può apparire</span> <span dir="ltr">lavorare e procreare con soddisfazione e senza conflitti, ove</span> <span dir="ltr">il lavoro assume l’evidenza della</span> <span dir="ltr">piena</span> <span dir="ltr">autonomia, ed è quindi una sfida.</span> <span dir="ltr">Sempre più donne in realtà </span><span dir="ltr">realizzano questa doppia presenza,</span> <span dir="ltr">ma non è un caso che, come si vede accadere per le figure </span><span dir="ltr">pubbliche, esse vengano attaccate con invidia.</span> <span dir="ltr">Questa immagine di madre autonoma e</span> <span dir="ltr">forte </span><span dir="ltr">perseguita la fantasia degli individui. La donna stessa è spesso convinta che se manterrà desideri, </span><span dir="ltr">aspirazio</span><span dir="ltr">ni, amori “da ragazza”, costituirà una minaccia per i suoi propri figli.</span></p>
<p><span dir="ltr">Il</span> <span dir="ltr">filo che congiunge tra loro sessualità,</span> <span dir="ltr">soddisfazione narcisistica,</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">e lavoro,</span> <span dir="ltr">testimonia </span><span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">unitari</span><span dir="ltr">età felice</span> <span dir="ltr">del soggetto</span> <span dir="ltr">difficile da</span> <span dir="ltr">far</span> <span dir="ltr">accettare</span><span dir="ltr">. Una società fondata sulla divisione del </span><span dir="ltr">lavoro e delle competenze, che relega il corpo tra sublimazione e pornografia, non tollera una </span><span dir="ltr">proposta che, pur andando nella linea della espansione e realizzazione del desiderio, contempla anche l’accettazione de</span><span dir="ltr">l distacco e della sua elaborazione, della realtà della propria morte e non </span><span dir="ltr">univocità di ciò che poniamo come assoluto: il nostro esistere.</span><br />
<span dir="ltr">L’evidenza</span> <span dir="ltr">che porta con sé la donna gravida, infatti, è un messaggio inquietante: che nel farsi</span> <span dir="ltr">dell’altro si pone</span> <span dir="ltr">la propria morte</span> <span dir="ltr">e che</span> <span dir="ltr">quindi il voler</span> <span dir="ltr">s</span><span dir="ltr">eparare la procreazione da tutte le altre </span><span dir="ltr">attività della v</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">ta può significare porre una distanza tra sé e la coscienza della morte. Grazie a questa </span><span dir="ltr">separazione il lavoro produttivo può porsi come termine indiscusso d</span><span dir="ltr">i ogni valore</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">addirittura</span> <span dir="ltr">come </span><span dir="ltr">“eterno” valore.</span></p>
<p><span dir="ltr">Si parla da molti anni, con poco costrutto, del problema del “soffitto di cristallo”, quell’ostacolo</span> <span dir="ltr">invisibile che impedisce alle donne di accedere ai più alti livelli di responsabilità nelle organizzazio</span><span dir="ltr">ni </span><span dir="ltr">e nelle istituzioni. Ma i</span><span dir="ltr">l sentire incompatibili maternità e lavoro non è solo frutto di condizionamenti </span><span dir="ltr">culturali o generici sensi di colpa</span> <span dir="ltr">da parte della donna</span><span dir="ltr">. E’ la risposta inevitabile alla giusta percezione </span><span dir="ltr">inconscia che procreazione e lavoro, cos</span><span dir="ltr">ì come si pongono oggi, sono termini antitetici: da una parte </span><span dir="ltr">la funzione riproduttiva, priva di mete oggettive, che si confronta con il farsi</span> <span dir="ltr">anonimo</span> <span dir="ltr">quotidiano</span><br />
<span dir="ltr">della vita e della morte. Dall’altro il</span> <span dir="ltr">mondo competitivo del</span> <span dir="ltr">sociale, con il suo valore assol</span><span dir="ltr">uto e</span> <span dir="ltr">inconfutabile: qualcosa, è vero, di irraggiungibile per le donne, ma anche qualcosa che le donne </span><span dir="ltr">guardano con un certo senso di superiorità consapevole.</span> <span dir="ltr">Con il tempo le donne si sono rifugiate </span><span dir="ltr">sempre di più in contesti che permettevano loro di manten</span><span dir="ltr">ere la qualità della vita e il senso</span> <span dir="ltr">concreto </span><span dir="ltr">delle cose.</span> <span dir="ltr">Accettare tuttavia questa</span> <span dir="ltr">scissione</span> <span dir="ltr">porta</span> <span dir="ltr">all’autoemarginazione, perché il patrimonio di </span><span dir="ltr">consapevolezza accumulato nell’operare in sintono con la vita non diventa parola, fatto, codice di </span><span dir="ltr">trasmissio</span><span dir="ltr">ne consensuale agli uomini e alle donne. Non si pone come valore, come termine di</span><br />
<span dir="ltr">paragone. Non si fa cultura.</span> <span dir="ltr">Così sta avvenendo per la guerra ucraina: le donne fuggono, per </span><span dir="ltr">proteggere se stesse e i figli. Gli uomini restano per combattere. Sia dal fronte</span> <span dir="ltr">russo che da quello </span><span dir="ltr">ucraino le donne piangono e si prendono cura, ma non hanno la forza per schierarsi contro la guerra, </span><span dir="ltr">imprimere un corso alla politica. Ancora oggi questo “non è dato”.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Il lavoro non alienato</span> <span dir="ltr">è</span> <span dir="ltr">lavoro procreativo</span></strong><br />
<span dir="ltr">Se tutte quelle che ab</span><span dir="ltr">biamo chiamato “esperienze portanti” hanno come caratteristica quella</span> <span dir="ltr">di </span><span dir="ltr">prevedere</span> <span dir="ltr">l’integrazione</span> <span dir="ltr">interna</span> <span dir="ltr">dell’individuo</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span> <span dir="ltr">contiene</span> <span dir="ltr">in</span> <span dir="ltr">sé</span> <span dir="ltr">valori</span> <span dir="ltr">simbolico/affettivi che la rendono paradigmatica per altre esperienze della vita.</span><br />
<span dir="ltr">Essa infatti</span> <span dir="ltr">può considerarsi come</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">esperienza di formazione</span><span dir="ltr">”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">intesa come processo di crescita </span><span dir="ltr">a carattere integrato, contraddistinto dalla capacità di decentrarsi da sé e dagli oggetti</span> <span dir="ltr">per</span> <span dir="ltr">pensare </span><span dir="ltr">e pensarsi</span> <span dir="ltr">in senso evolutivo</span><span dir="ltr">.</span> <span dir="ltr">Ciò può avvenire sia</span> <span dir="ltr">nel caso che l</span><span dir="ltr">’oggetto</span> <span dir="ltr">finale</span> <span dir="ltr">della formazione sia </span><span dir="ltr">il figlio vero e proprio, quanto che sia invece un figlio simbolico,</span> <span dir="ltr">come lo è</span> <span dir="ltr">un prodotto, una idea, </span><span dir="ltr">un contenuto.</span></p>
<p><span dir="ltr">Il lavoro non alienato</span> <span dir="ltr">è quindi lavoro procreativo e</span> <span dir="ltr">prevede che</span> <span dir="ltr">entri a far parte di un</span> <span dir="ltr">percorso</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">formazione:</span><br />
<span dir="ltr">Esso infatti:</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">pone il proprio prodotto come terzo di una relazione tra il soggetto e gli altri.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Nasce dalla capacità del soggetto di prefigurare un prodotto finito, una elaborazione, una</span><br />
<span dir="ltr">idea, che lo rappresenti nel mondo.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta l’interiorizzazione da parte del soggetto della relatività del proprio esistere</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta la coscienza della propria dipendenza da leggi naturali ed obiettive.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Comporta la convinzione della necessità della relazione e della collaborazione per la ri</span><span dir="ltr">uscita</span> <span dir="ltr">della attività.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Affida l’immortalità, o permanenza oltre la morte, ad un progetto largamente condiviso, che </span><span dir="ltr">può essere continuato ed ultimato da altri<br />
•</span> <span dir="ltr">Contempla il soddisfacimento del</span> <span dir="ltr">fa</span><span dir="ltr">re, di natura narcisistica ed</span> <span dir="ltr">erotica</span><span dir="ltr">, ponte per la</span><br />
<span dir="ltr">relazione</span> <span dir="ltr">c</span><span dir="ltr">reativa</span> <span dir="ltr">con gli altri.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Contiene la possibilità di assistere e nutrire il proprio figlio</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">prodotto.</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Contempla la separazione e il distacco.</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">La guerra</span></strong><br />
<span dir="ltr">Lo scenario drammatico da cui siamo confrontati in questi giorni, quello della riproposizione della </span><span dir="ltr">guerra</span> <span dir="ltr">e di tutti i consolidati meccanismi che ad essa conducono (individuazione del nemico, </span><span dir="ltr">desiderio di vendetta, eroismo irresponsabile, sottostanti avidità economiche) hanno come </span><span dir="ltr">contrappasso il pensiero e le azioni generative/procreative: gli appelli di citt</span><span dir="ltr">adini di entrambi le parti </span><span dir="ltr">a fermare il massacro; l’apertura delle case all’accoglienza; l’offerta spontanea di trasporto, </span><span dir="ltr">conforto e amicizia. L’urgenza a fornire cura. Iniziative come quelle intraprese dalla pagina web a </span><span dir="ltr">carattere turistico “</span><span dir="ltr">H</span><span dir="ltr">ost a siste</span><span dir="ltr">r</span><span dir="ltr">”, si è trasformato in una organizzaz</span><span dir="ltr">i</span><span dir="ltr">one di accoglienza.</span> <span dir="ltr">Un’altra</span><br />
<span dir="ltr">pagina web estetico/consolatoria con migliaia di iscritti,</span> <span dir="ltr">Out of my Window</span><span dir="ltr">, è stata invasa da</span> <span dir="ltr">immagini dall’Ucraina.</span> <span dir="ltr">Le femministe e duecento ONG russe, hanno diffuso il loro messaggio co</span><span dir="ltr">ntro </span><span dir="ltr">la guerra</span><span dir="ltr">, e così artisti, intellettuali, e normali cittadini.</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Del resto da tempo, con minore esposizione mediatica, gruppi di volontari di nazionalità diverse si</span> <span dir="ltr">adoperano con ogni mezzo per soccorrere i migranti dei mari e delle rotte balcaniche,</span> <span dir="ltr">rei forse di </span><span dir="ltr">non essere della nostra stessa “razza”.</span><br />
<span dir="ltr">Già nelle guerre passate vi sono stati esempi di militanza coraggiosa ma controcorrente alla logica</span> <span dir="ltr">dominante che vuole la storia segnata solo dal conflitto, una storia esclusivamente “fallica”.</span></p>
<p><span dir="ltr">Andando</span> <span dir="ltr">controcorrente</span> <span dir="ltr">(la storia la fanno solo le guerre)</span> <span dir="ltr">la storica Anna Bravo ha lasciato uno </span><span dir="ltr">scritto di grande bellezza,</span> <span dir="ltr">La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue </span><span dir="ltr">risparmiato</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">Laterza 2013</span><span dir="ltr">), ricostruzione di come individui e nazioni</span> <span dir="ltr">sono riusciti a evitare</span> <span dir="ltr">spargimento di sangue. In modo analogo la nipote di Tito, il medico Svetlana Broz,</span> <span dir="ltr">dando vita a una </span><span dir="ltr">azione simbolica legata alla generatività,</span> <span dir="ltr">ha</span> <span dir="ltr">percorso i territori della ex Yugoslavia in guerra per </span><span dir="ltr">raccogliere testimonianze di q</span><span dir="ltr">uanti delle diverse etnie si erano aiutati vicendevolmente :</span> <span dir="ltr">I giusti nel </span><span dir="ltr">tempo del male. Testimonianze del conflitto bosniaco</span> <span dir="ltr">(</span><span dir="ltr">Erickson, 2008</span><span dir="ltr">).</span></p>
<p><strong><span dir="ltr">Farsi strumenti attivi</span></strong><br />
<span dir="ltr">Dopo aver tracciato un possibile quadro del procreare e produrre in modo non alienato</span> <span dir="ltr">e del </span><span dir="ltr">“generare” un diverso approccio attorno ai conflitti e alla politica, c</span><span dir="ltr">i domandiamo quali potrebbero </span><span dir="ltr">essere le fasi intermedie ad una</span> <span dir="ltr">sua realizzazione</span><span dir="ltr">, che</span> <span dir="ltr">apparentemente</span> <span dir="ltr">ha tutti i limiti di un discorso </span><span dir="ltr">ideale.</span><br />
<span dir="ltr">Non credo che la soluzione sia di ri</span><span dir="ltr">mandare il discorso al momento della disalienazione del lavoro</span> <span dir="ltr">o</span> <span dir="ltr">a trattative diplomatiche risolutive</span><span dir="ltr">, anche perché</span> <span dir="ltr">esse non sono generatrici automatiche</span> <span dir="ltr">di</span> <span dir="ltr">una </span><span dir="ltr">trasformazione politica.</span><br />
<span dir="ltr">Potrebbe essere importante invece ricondurre alcune iniziative politi</span><span dir="ltr">che (manifestazioni per la pace,</span> <span dir="ltr">lotte sindacali, lotte contro la violenza) ad</span> <span dir="ltr">alcun</span><span dir="ltr">i paradigmi che, discostandosi da quelli tradizionali </span><span dir="ltr">dell’eroe militante</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">aggancino</span><span dir="ltr">, espandendola,</span> <span dir="ltr">la dimensione della generatività e della cura.</span></p>
<p><span dir="ltr">P</span><span dir="ltr">iù che</span> <span dir="ltr">a</span> <span dir="ltr">rivolgersi all</span><span dir="ltr">o sc</span><span dir="ltr">o</span><span dir="ltr">ntro</span> <span dir="ltr">“militante”</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">ma anche ahimè simmetrico</span> <span dir="ltr">con i valori dominanti,</span> <span dir="ltr">occorrerebbe</span> <span dir="ltr">in questa nuova fase rendere propositivi i valor</span><span dir="ltr">i e i contenuti</span> <span dir="ltr">simbolici</span> <span dir="ltr">del procreare</span><span dir="ltr">.</span><br />
<span dir="ltr">Le donne hanno utilizzato questa cifra in tutte le guerre: la signora della lampa</span><span dir="ltr">da,</span> <span dir="ltr">i</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">gruppi di difesa </span><span dir="ltr">della donna dei volontari per la libertà</span><span dir="ltr">”</span> <span dir="ltr">sono solo alcuni esempi. Ma questo universo femminile è </span><span dir="ltr">sempre stato la nota materna</span> <span dir="ltr">a copertura delle violenze</span> <span dir="ltr">della storia, non riuscendo a conquistare </span><span dir="ltr">la dignità della proposta culturale</span> <span dir="ltr">e politica.</span><br />
<span dir="ltr">Fare</span> <span dir="ltr">di quella che è sempre stata una</span> <span dir="ltr">sottocultura una cultura</span> <span dir="ltr">consapevole</span> <span dir="ltr">può essere un obiettivo,</span> <span dir="ltr">al fine di</span> <span dir="ltr">contribuire alla creazione di una società disalienata.</span></p>
<div class="canvasWrapper"></div>
<p><span dir="ltr">Continuare a vedere valori maschili e valori femminili come entità contrappos</span><span dir="ltr">te è a mio parere un</span> <span dir="ltr">errore. Una società in cui persistono modelli “attivi” (il maschio, il lavoro, la trasformazione, </span><span dir="ltr">l’intrusione, il sesso</span><span dir="ltr">, la politica</span><span dir="ltr">) e modelli “passivi” (</span><span dir="ltr">la</span> <span dir="ltr">procreazione</span><span dir="ltr">, la cura</span><span dir="ltr">), si fonda sul fatto che </span><span dir="ltr">questa passività</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">necessità è</span> <span dir="ltr">stata ad oggi</span> <span dir="ltr">attivamente</span> <span dir="ltr">assunta</span> <span dir="ltr">propria</span> <span dir="ltr">dalla donna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">cristallizzandosi i</span><span dir="ltr">n</span> <span dir="ltr">precise identità. Si fonda su una scissione</span> <span dir="ltr">data per sc</span><span dir="ltr">o</span><span dir="ltr">ntata</span><span dir="ltr">: da una parte il corpo, il ruolo </span><span dir="ltr">materno</span><span dir="ltr">, con cui la donna si identifica. Dall’altro un</span> <span dir="ltr">soggetto superegoico</span> <span dir="ltr">esterno a</span> <span dir="ltr">lei,</span> <span dir="ltr">“scientifico”, </span><span dir="ltr">risolutorio,</span> <span dir="ltr">severo e castra</span><span dir="ltr">nte</span><span dir="ltr">: la</span> <span dir="ltr">“</span><span dir="ltr">vera</span><span dir="ltr">”</span> <span dir="ltr">politica, le leggi dell’economia e della guerra, il</span> <span dir="ltr">P</span><span dir="ltr">artito.</span><br />
<span dir="ltr">Q</span><span dir="ltr">uesto genere di passività non tocca</span> <span dir="ltr">in realtà</span> <span dir="ltr">solo le donne</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">ma</span> <span dir="ltr">si palesa</span> <span dir="ltr">presso</span> <span dir="ltr">tutte le categorie</span> <span dir="ltr">umane</span> <span dir="ltr">meno forti sul piano del potere e sul</span> <span dir="ltr">quello</span> <span dir="ltr">produttivo.</span></p>
<p><span dir="ltr">Piuttosto quindi che prefigurare le donn</span><span dir="ltr">e</span> <span dir="ltr">come vittime non consenzienti della società,</span> <span dir="ltr">oggi</span><br />
<span dir="ltr">ampiamente citate all’interno di quella categoria chiamato “femminicidio”,</span> <span dir="ltr">occorre</span> <span dir="ltr">iniziare a</span> <span dir="ltr">considerarle</span> <span dir="ltr">come artefici concorrenti alla formazione di</span> <span dir="ltr">un nuovo</span> <span dir="ltr">modello</span> <span dir="ltr">di politica.</span><br />
<span dir="ltr">Nonostante le forti trasformazioni in atto nella identità di genere,</span> <span dir="ltr">nell’animo degli individui </span><span dir="ltr">permangono i modelli di un tempo che</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">pur se fonte di alienazione e sofferenze, cos</span><span dir="ltr">tituiscono codici </span><span dir="ltr">condivisi collaudati dalle leggi della sopravvivenza, strumenti di comunicazione e socializzazione.</span> <span dir="ltr">Se </span><span dir="ltr">vogliamo però prefigurare una società che metta al suo centro la procreazione, nei suoi significati </span><span dir="ltr">affettivi e simbolici, s</span><span dir="ltr">u questi mo</span><span dir="ltr">delli segnati dalle scissioni</span> <span dir="ltr">occorre</span> <span dir="ltr">intervenire attraverso processi </span><span dir="ltr">di presa di coscienza collettiva.</span><br />
<span dir="ltr">Operando sui contenuti e le finalità del lavoro</span> <span dir="ltr">e della convivenza</span> <span dir="ltr">e facendo luce contestualmente </span><span dir="ltr">sulle implicazioni profonde della</span> <span dir="ltr">generatività/procrea</span><span dir="ltr">zione</span> <span dir="ltr">per tutti gli esseri umani, si potranno </span><span dir="ltr">credo trovare parametri nuovi, referenti chiave per</span> <span dir="ltr">una</span> <span dir="ltr">proposta politica.</span></p>
<p><span dir="ltr">*(</span><span dir="ltr">Questo articolo ha tratto spunto</span> <span dir="ltr">d</span><span dir="ltr">a</span><span dir="ltr">lla mia comunicazione</span> <span dir="ltr">dal titolo “Il progetto gestazionale della</span> <span dir="ltr">donna”</span> <span dir="ltr">alla</span> <span dir="ltr">Assemblea</span> <span dir="ltr">nazionale</span> <span dir="ltr">delle donne comuniste,</span> <span dir="ltr">Roma</span> <span dir="ltr">1983)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTE<br />
<span dir="ltr">1</span> <span dir="ltr">Capello C., Vacchino R. (1985)</span> <span dir="ltr">Sessualità femminile e istituzioni sociali. Una prospettiva psicoanalitica,</span> <span dir="ltr">ETS; </span><span dir="ltr">Capello C., Fenoglio MT (2005</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">201</span><span dir="ltr">0</span><span dir="ltr">),</span> <span dir="ltr">Perché mi curo di te?, Il lavoro di cura tra affetti e valori,</span> <span dir="ltr">Rosenberg &amp; Sellier.</span></p>
<p><span dir="ltr">BIBLIOGRAFIA</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Bonaparte</span> <span dir="ltr">M.(1957, 1972)</span> <span dir="ltr">De la sexualité de la femme</span><span dir="ltr">, tr. Paolo Maria Ricci e Valeria </span><span dir="ltr">Giordano,</span> <span dir="ltr">La sessualità della donna</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">Newton Compton</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Capello C., Vacchino R. (1985)</span> <span dir="ltr">Sessualità femminile e istituzioni sociali. Una prospettiva psicoanalitica,</span> <span dir="ltr">ETS</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">C.Capello, M.T.Fenoglio,</span> <span dir="ltr">Perché mi curo di te? Soddisfazioni e fatiche nel lavoro sociale</span><span dir="ltr">,</span> <span dir="ltr">Rosenberg &amp; Sellier, Torino 2010</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Chasseguet Smirgel J.(1988),</span> <span dir="ltr">Les Deux arbres du jardin,</span> <span dir="ltr">ed.</span> <span dir="ltr">Des Femmes</span> <span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Antoinette</span><br />
<span dir="ltr">Fouque</span><span dir="ltr">Dolto F. (1987, 1995)),</span> <span dir="ltr">La</span> <span dir="ltr">libido feminine</span><span dir="ltr">, Carrere,</span> <span dir="ltr">Il desiderio femminile</span><span dir="ltr">, Mondadori</span><br />
<span dir="ltr">•</span> <span dir="ltr">Fenoglio</span> <span dir="ltr">MT</span><br />
<span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">Il progetto gestazionale della donna</span><span dir="ltr">, comunicazione alla Conferenza internazionale</span><br />
<span dir="ltr">&#8220;Donna e</span> <span dir="ltr">lavoro&#8221;, in &#8220;Produrre e riprodurre&#8221;, Torino, 1984</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Donne e parto alternativo</span><span dir="ltr">, in &#8220;I Quaderni dell&#8217;associazione Livia Laverani Donini, anno</span><br />
<span dir="ltr">1 No.1,Gennaio Marzo 1985</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">Donne e psicoterapia</span><span dir="ltr">, in &#8220;L&#8217;Indice&#8221;, Gennaio 1990</span><br />
<span dir="ltr">-</span> <span dir="ltr">La bambina, la sua crescita, la sua educazione</span><span dir="ltr">, Comunicazione al convegno &#8220;Crescere</span><br />
<span dir="ltr">al</span> <span dir="ltr">femminile&#8221;, pubblicazione</span> <span dir="ltr">a cura della circoscrizione VI della città di Torino, 1991<br />
-</span> <span dir="ltr">Le ostetriche al S. Anna:</span> <span dir="ltr">processo di emancipazione, motivazioni alla professione e sistema di</span> <span dir="ltr">valori</span><span dir="ltr">, in &#8220;I Quaderni dell&#8217;associazione culturale Livia Laverani Donini&#8221;,</span><br />
<span dir="ltr">anno V, n.8</span><span dir="ltr">-</span><span dir="ltr">9, 1992<br />
•</span> <span dir="ltr">Vegetti Finzi S. (1996),</span> <span dir="ltr">Il bambino della notte</span><span dir="ltr">, Mondador</span>i</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>Considerazioni di Leonardo Montecchi sull&#8217;articolo di Maria Teresa Fenoglio &#8220;La procreatività come paradigma per una proposta politica&#8221;</strong></h3>
<p>Mi colpisce innanzi tutto il tema della pro/creazione come ripetizione, nel senso che una certa tradizione la concepisce ( e&#8217; proprio il caso di dire così ) come una sorta di clonazione, ripetizione di un originale da cui non è il caso di discostarsi. Quindi il codice della famiglia paterna, &#8220;il nome del padre&#8221; alla Lacan, marcherebbe per sempre l&#8217;ordine simbolico con il significante principale: il fallo. Sono totalmente d&#8217;accordo con te quando individui, citando Silvia Vegetti Finzi nel &#8221; bambino della notte&#8221; anziché l&#8217;invidia del pene, la mancanza del fallo,l&#8217;accesso all&#8217;ordine simbolico della donna. Al contrario e&#8217;la capacità procreatrice a produrre l&#8217;invidia del maschio. Di più con gli studi di Luisa Muraro, come tu sai meglio di me, si definisce l&#8217;esistenza di un diverso ordine simbolico: l&#8217;ordine simbolico della madre che corrisponde ad un simbolismo legato alla lallazione.</p>
<p>Mi interessa molto il tuo studio perché approfondisce il significato della creatività o dell&#8217;inventiva, come la chiamava Massimo Bonfantini. È&#8217; certo, per me, che qualsiasi forma di creatività implica la sessualità, la libido sotto varie forme. Ad esempio l&#8217;esistenza di &#8221; muse ispiratrici, maschili o femminili&#8221;per la realizzazione di opere figlie di quella relazione.</p>
<p>Anche il passaggio da un aggruppamento:(persone che si trovano assieme per un compito comune)ad un gruppo: (persone che si tengono in mente ed usano il pronome &#8220;noi&#8221;) e&#8217; caratterizzato da immagini che si riferiscono alla nascita e quindi alla circolazione della libido.</p>
<p>Del resto c&#8217;e una relazione molto stretta fra Eros e conoscenza.</p>
<p>Per quanto riguarda la guerra ed il ruolo delle donne mi piacerebbe che si aprisse questo spazio al di là della stupidità che caratterizza tutte le guerre ed in maggior misura questa in cui rischiamo l&#8217;estinzione per un errore o peggio per una valutazione stupida.</p>
<p>Certamente nelle donne si manifesta la cura che è l&#8217;essere dell&#8217;esserci. La cura e&#8217;l&#8217;antidoto alla stupidità, infatti la stupidità non ha cura di se ne dell&#8217;altro.</p>
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		<title>Marzo 2020 &#8211; Marzo 2022: vicende di un paradgima concettuale e operativo</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 09:58:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[di Marella Tarini (Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche) Il nostro gruppo di lavoro, un’istituzione pubblica attiva nel settore delle dipendenze patologiche, ha abbracciato da molti anni un’ipotesi che interpreta le disfunzioni di cui &#8230; <a href="https://bleger.org/marzo-2020-marzo-2022-vicende-di-un-paradgima-concettuale-e-operativo/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">di<strong> Marella Tarini<br />
</strong>(Direttore UOC STDP Senigallia &#8211; Responsabile Funzionale DDP AV2 &#8211; Asur Marche<strong>)<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify">Il nostro gruppo di lavoro, un’istituzione pubblica attiva nel settore delle dipendenze patologiche, ha abbracciato da molti anni un’ipotesi che interpreta le disfunzioni di cui si occupa concentrando il suo focus intorno alle dinamiche e ai fenomeni gruppali, istituzionali, comunitari e collettivi.</p>
<p style="text-align: justify">Il sintomo emerge dai movimenti del gruppo (in primis quello familiare) e della collettività a cui appartiene chi lo manifesta ed è in questi ambiti, quindi, che si ritiene opportuno intervenire; e le risorse per affrontare le problematiche che si configurano e per le quali viene portata la richiesta di intervento si strutturano, a loro volta, attraverso il processo operativo del gruppo- équipe, che è multiprofessionale e transdisciplinare.</p>
<p style="text-align: justify">Giusto due anni fa il setting necessario agli utenti e agli operatori per l’applicazione di questo paradigma, costituito da incontri cadenzati di soggetti incarnati, con i loro corpi, con la loro configurazione emotiva, il loro mondo interno ed il loro assetto mentale, che si riuniscono in un luogo fisico ben determinato, viene improvvisamente stravolto. E’ attraversato da una potente interferenza trasversale, che lo trafigge violentemente e lo rende inattuabile: l’impossibilità di realizzare e vivere la presenza per via di un rischio infettivo che attraversa la collettività e che è affrontato dalle macroistituzioni con perentorie misure   restrittive, che impongono la soppressione di esperienze collettive, il distanziamento e la copertura facciale.</p>
<p style="text-align: justify"> Il clima che repentinamente si instaura nel gruppo di lavoro è oscurato da spesse coltri paranoidi che si alternano a   sentimenti depressivi e colpisce la sicurezza ontologica delle relazioni.</p>
<p style="text-align: justify">La diversità dei pensieri e delle opinioni improvvisamente subisce una trasformazione nella percezione dei partecipanti: da ricchezza che alimenta e fa carburare il processo di costruzione e di trasformazione collettiva, così come era sentita, diventa repentinamente una pericolosa funzione destabilizzante, che potrebbe favorire un temuto scostamento dai dettami comportamentali rigidamente imposti dai gestori della situazione epidemica; si instaura un atteggiamento che porta ad aderire a tali disposizioni ancor prima di averle sottoposte a qualsiasi vaglio critico, ormai non più tollerato.</p>
<p style="text-align: justify">Nel gruppo di lavoro la tensione progettuale si sterilizza. I percorsi che hanno qualificato per tanto tempo gli interventi si interrompono. La spinta a ricercare collettivamente si arena. Ogni operatore si chiude nel proprio studio più a lungo che può e la gestione di processi di cura si appiattisce sulla esecuzione di atti stereotipati e ripetitivi, quelli ritenuti imprescindibili, inevitabili e non rinviabili, per lo più coincidenti con interventi esclusivamente medicalizzati e farmacologizzati.</p>
<p style="text-align: justify"><span id="more-641"></span></p>
<p style="text-align: justify">Il colpo è molto duro: l’impedimento, la coercizione, la sottrazione di spazi di incontro espressivi e creativi, la frustrazione generata dalla mutilazione del desiderio in alcuni generano rabbia, una rabbia che vorrebbe trovare varchi costruttivi o vorrebbe configurarsi come forza per resistere, per non rinunciare al disegno operativo così a lungo elaborato ed affinato  : ma per lo più  sono la paura e la proiezione paranoidea a prevalere pervadendo l’aria e il tempo scorre ad evitare il contatto e a  garantire la rassicurazione, prodotta da comportamenti ossessivi di esorcizzazione dei rischi.</p>
<p style="text-align: justify">Un sistema che viene escogitato è quello del collegamento telematico: ogni professionista, che peraltro condivide con gli altri colleghi la fruizione dello stesso edificio, si connette da remoto via computer dalla propria stanza con gli altri, per ritornare a condividere elementi sensibili della relazione di accoglienza e di cura: ma questa modalità introduce un vissuto profondamente diverso, lo si sente  nella pelle e nella percezione interna: finiamo per  parlare di aspetti centrali del rapporto terapeutico, come per esempio del transfert suscitato in una particolare situazione e del controtransfert che si è generato, con una qualità metallica, bidimensionale ed appiattita, in cui la condivisione è inquinata dalla distanza corporea e dall’impoverimento della risonanza reciproca.</p>
<p style="text-align: justify">Il tempo scorre ancora e gli effetti della trasformazione si radicalizzano.</p>
<p style="text-align: justify">Mano a mano, però, almeno alcune situazioni di collegamento e di incontro tornano a rappresentarsi come inevitabili e necessarie per qualificare il lavoro. Di buono c’è che “il richiamo della foresta “si è fatto di nuovo sentire: il bisogno &#8211; desiderio di ritrovare la dimensione operativa collettiva e di recuperare il senso profondo della azione progettuale condivisa ha trovato il suo spazio per riemergere e cerca modalità per riconfigurare concretamente la meta. Seppur ancora con le protezioni facciali e con l’attenzione a non violare la distanza che ognuno reputa rassicurante, il dispositivo si ripristina: le riunioni d’équipe in presenza ricominciano e  riprendono anche gli incontri cadenzati interistituzionali.</p>
<p style="text-align: justify">L’offerta terapeutica invece non riesce a recuperare la sua articolazione storica: i gruppi di utenti, quelli per familiari e l’esperienza di gruppo multifamiliare sono stati sospesi dal momento in cui è stato espresso il divieto a riunire persone; lo strumento telematico, in certi casi proposto, non è stato accattivante ed è stato rifiutato. La resistenza a questo tipo di relazione è stata espressa sia dagli utenti che dagli operatori, che hanno considerato questo mezzo non adatto alla esperienza di condivisione intima, profonda e coinvolgente che si aspettano dalla partecipazione ad un gruppo.</p>
<p style="text-align: justify">Quindi, tutta la riflessione che nel tempo si è sviluppata intorno alle dinamiche del processo gruppale, al loro potenziale trasformativo, alla lettura e alla elaborazione della qualità dei vettori che segnalano l’andamento del percorso,  e tutto il pensiero intorno alla miglior configurazione strutturale del dispositivo, (se sia più utile, per esempio, una dimensione di gruppo aperta o chiusa, o quale sia la risorsa migliorativa di una composizione eterogenea rispetto ad una omogenea nella partecipazione degli integranti), concretamente, per il momento,  sono  annullati.  Ed è questa una grave perdita, è come una sottrazione di storia un tempo condivisa collettivamente, con il pensiero e con i sentimenti. Difficile anche continuare a pensare intorno al concetto, così intrigante, di malattia unica, o riflettere sulle risorse messe in campo dal dispositivo specifico del gruppo multifamiliare, con le sue opportunità di rispecchiamento, di utilizzo della esperienza dei transfert multipli e di sollecitazione potente ad affrontare l’uscita dalle posizioni simbiotiche ed agglutinate, perché non è in corso, di fatto, l’esperienza concreta, quella che restituisce vero apprendimento.</p>
<p style="text-align: justify">E’ in questo contesto climatico che, alcuni giorni fa, mi sono passati fra le mani alcuni scritti prodotti tempo addietro, ben prima che succedesse tutto questo, relativi a come poter pensare l’intervento intorno ad una particolare modalità di presentarsi della dipendenza patologica, ovvero quella da consumo di etile. Ho avuto un accesso di nostalgia, perché ho ritrovato, messo per iscritto, lo sforzo che si faceva insieme per considerare, con un pensiero che teneva conto della complessità, tanti aspetti relativi alla gestione interpretativa e terapeutica della dipendenza quando si configura come posizione disfunzionale, a partire, in quel caso, dall’evento rappresentato dal paziente etilista. Ho ritrovato l’attenzione a considerare la dimensione collettiva e comunitaria, quella istituzionale e macroistituzionale determinata dalla politica sanitaria, la riflessione sul modo di pensare la patologia, le valutazioni emerse dalle esperienze dei processi e dei dispositivi gruppali, e tanto altro ancora che può essere evinto leggendo tra le righe: e ho pensato che forse questo materiale non dovrebbe andare disperso, perché è testimonianza di un percorso  e di una elaborazione che non è diventata ormai un frutto inaridito, sommerso e spazzato via dal cambiamento degli ultimi tempi, ma piuttosto un ricordo che può avere ancora un senso evolutivo, e forse  lo si può considerare come uno dei tanti luoghi esperienziali da cui ripartire.</p>
<p style="text-align: justify">Per cui, ho pensato di dare completamento a queste righe, che hanno tentato di rappresentare il momento attuale, con la riproposizione del materiale datato che segue. Alcuni temi sono ripresentati e ribaditi in entrambi gli scritti.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo prodotto è un contributo elaborato per i lavori di un congresso nazionale sul tema della complessità della tematica Alcologica e contiene un’analisi del contesto macroistituzionale e un accenno sulle ipotesi di trattamento a livello istituzionale; risale al 2009 ed è il seguente:</p>
<p style="text-align: justify"><strong><br />
</strong></p>
<h3 style="text-align: center"><strong>Dipendenza da etile, Istituzioni e Collettività</strong></h3>
<p style="text-align: justify"><em>Negli ultimi anni il tema dell’uso di alcool e della dipendenza da etile si è presentato con forza sempre maggiore, sia per il passaggio all’evidenza di situazioni e comportamenti legati all’abuso che precedentemente abitavano l’ambito del sommerso, sia per l’effettivo aumento di condotte incentrate sul consumo “eccessivo” di alcolici.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Basti pensare al fenomeno rilevabile nei Servizi per il trattamento delle Dipendenze, secondo il quale sempre più frequentemente, accanto all’abuso e alla dipendenza da psicotropi di sintesi, si strutturano comportamenti caratterizzati dall’abuso alcolico, ad accompagnare la dipendenza principale o a sostituirla nelle fasi di remissione; o alle abitudini etiliche che coinvolgono ormai un grande numero di giovani, e sempre più precocemente.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questi elementi farebbero supporre che la comunità nazionale si sia posta il compito di produrre risposte operative a ciò che dovrebbe essere riconosciuto come un disequilibrio, un problema di salute, individuale e generale, e che abbia quindi disposto risorse trattamentali con la stessa attenzione che si rivolge di solito alle manifestazioni patologiche a determinazione multifattoriale che coinvolgono una collettività. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ma vediamo che le cose non stanno proprio così: se analizziamo i fatti, possiamo rilevare che forse anche le idee che circolano relativamente all’abuso e alla dipendenza da etile, comprese quelle di certa comunità scientifica, non considerano questa come una disfunzione a genesi multifattoriale, con tutta la complessità dei dispositivi operativi che ne dovrebbero conseguire: se davvero fosse riconosciuta e validata  l’interpretazione che vede il tema etilico come manifestazione patologica a determinazione complessa, vedremmo un sostegno concreto a percorsi che siano di cura, approfonditi e articolati, strutturati in termini integrati e multidisciplinari, adatti a gestire, appunto, tanta complessità. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Mi riferisco a processi che, oltre a preoccuparsi meramente di limitare o rimuovere alcuni sintomi o segni, attivino e facilitino il cambiamento degli individui e dei loro gruppi di appartenenza, favorendo il loro avvio verso una maggior consapevolezza e gestione di sé, magari in seguito alla formulazione di una richiesta autodeterminata di ingresso in trattamento.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Invece, se approfondiamo l’analisi studiando questo stesso periodo di indagine, e guardiamo al versante delle politiche socio-sanitarie che sono messe in essere in Italia, verifichiamo che non c’è sul territorio nazionale un effettivo incremento di servizi o di personale dedicato a questa problematica in espansione: per esempio, dal bollettino nazionale della rilevazione delle attività in tema di etilismo distribuito due anni fa, si evince che nella maggior parte delle regioni italiane si computano addetti al trattamento del fenomeno che, in proporzioni molto elevate,  lo sono solo a tempo parziale; fanno eccezione solo Friuli e Molise. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nel caso degli addetti esclusivamente dedicati al tema, troviamo che la proporzione più alta spetta agli educatori professionali e agli assistenti sociali. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il dato nazionale ci dice inoltre che il 51,4% del personale totale assegnato parzialmente o esclusivamente al trattamento dell’abuso e dipendenza da alcool è costituito da operatori sociali, i medici rappresentano il 21,5% e gli psicologi il 16,9%; il restante 10% è costituito da personale amministrativo o di altra qualifica.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Emerge una grande disomogeneità nella distribuzione regionale del personale addetto per qualifica professionale, ma comunque gli operatori sociali rappresentano la professionalità più frequente in ogni regione.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>In cambio, come detto, l’utenza ufficiale è in costante crescita, si rileva un incremento di circa il 10% annuo negli ultimi tre anni, con una concentrazione di questo incremento nelle regioni del nord. Il 32% è rappresentato da nuovi utenti, il 68% da soggetti già in carico o rientrati dopo l’interruzione di un piano precedente.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ciò ci porta a pensare che i dispositivi messi in essere per affrontare l’incremento della richiesta di presa in carico risultano non tanto dall’individuazione di nuovi Servizi o di nuove unità di personale addette, ma da una riorganizzazione di ciò che già esiste per il trattamento di altre situazioni problematiche e/o patologiche.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ed un dato che risulta chiaro è che le politiche nazionali e/o locali pensano che per l’alcolismo siano da mettere in campo più che altro figure professionali che lavorano sull’emergenza sociale e nel campo della rieducazione.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ora, è evidente a chi lavora nei Servizi che molto spesso ad una condotta di abuso alcolico si collegano situazioni di difficoltà sociolavorative, ambientali, economiche e comportamentali in senso lato, ma viene da osservare che questo accade con una frequenza che non è né più né meno quella che si registra per altre forme di dipendenza. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Qual è il concetto inespresso dunque che informa in Italia le scelte di politica sanitaria nel caso della dipendenza da etile? (E, verrebbe da estendere, nel caso delle dipendenze e dell’abuso di sostanze esogene?)</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Viene da pensare infatti che queste scelte politico-organizzative vedano  le condotte di abuso etilico per la più parte come forme di emergenza sociale e come organizzazione di comportamenti devianti, da trattare perciò prevalentemente con interventi pedagogico-educativi o socioambientali, e non come situazioni che esprimono sofferenza e disfunzione,  non  come forme di disturbo che potrebbe essere affrontato con percorsi di elaborazione, da affidare quindi all’intervento di  professionisti della cura. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ciò ci rimanda ad una riflessione relativa a come il tema dell’uso-abuso di sostanze, ed in particolare di etile, è stato inquadrato all’interno degli assetti culturali del nostro sistema occidentale: in particolare voglio riferirmi all’ambivalenza con la quale è visto il consumo di alcool; questa sostanza, inutile negarlo, è celebrata come simbolo di benessere sociale, di status, di omologazione significante a codici di gruppo a e valori comunitari, come sostanza centrale, persino, nella esecuzione di alcuni riti. Questa sostanza, potenzialmente così “alterante”, così capace di allentare e sovrastare le capacità di autocontrollo, è, dunque, ad un livello subliminale o implicito, carica di significati positivi, recuperati, promossi e sottolineati anche dai sistemi mediatico e pubblicitario: leggevo proprio ieri su un quotidiano locale che il trend più in auge di alcuni locali modaioli della riviera senigalliese si chiama “ Bevi e Vinci”, e consiste nell’invito a consumare più bevande alcoliche possibili, perché in abbinamento alla singola consumazione c’è la possibilità di vincere materiale informatico di nuovissima generazione o viaggi nei paesi esotici…… naturalmente sembra che l’iniziativa stia avendo un notevole successo, ed è lodata pubblicamente, in quanto in grado di aumentare la partecipazione della gente alle iniziative commerciali che qualificherebbero la città……. .</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nello stesso tempo, però, paradossalmente, questo ordine sociale enfatizza il tema del potere, del controllo, dell’onnipotenza e dell’esercizio della volontà, tematiche narcisistiche diffuse e condivise.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nella nostra cultura, cioè, viene messa molta enfasi sul potere decisionale degli esecutivi, delle piramidi gerarchiche e infine dell’individuo e si assume che tutti gli aspetti della vita si svolgano per via dell’esercizio di questo potere, che diventa il principio organizzatore delle esistenze e degli eventi, anche collettivi.  </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>E per ciò che riguarda l’individuo, il senso comune acritico non accoglie l’idea che questi possa prescindere dal controllo preordinato su una situazione, che si possa fare esperienza di una qualche dipendenza, e che a volte si possa rimanere bloccati in questa posizione, quella dipendente. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>La nostra cultura nega e svaluta sul piano manifesto la dipendenza, nonostante sia un’esperienza che invece dobbiamo incontrare all’interno dei nostri vincoli e nel normale svolgimento della nostra esistenza. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Lo stesso senso comune non può quindi considerare che, a volte, si possano creare situazioni per cui questa posizione si possa cristallizzare e possa bloccare i processi evolutivi, dato che non riesce ad intenderla nemmeno nella sua configurazione “sana”.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Come sappiamo, però, ciò che è negato o rimosso esiste e si manifesta prima o poi con forza maggiore e davvero si situa fuori dalla portata della gestione consapevole; cosicché questa stessa società onnipotente è in realtà profondamente incline a forme molto vaste e profonde di dipendenza individuale e collettiva, che si possono identificare facilmente, attraverso una lettura minimamente attenta di vari fenomeni diffusi e largamente condivisi, tra i quali l’abuso acritico di sostanze. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questa scotomizzazione fa sì che generalmente l’emergenza di problemi sociali e sanitari collegati all’ uso di alcolici venga vista specificamente come il risultato del fallimento del sistema volitivo degli individui: secondo questa ottica, sembra che, nel caso in cui l’uso sfoci nell’abuso ed infine nella dipendenza, ciò che debba essere ricodificato sia il sistema della volizione e del controllo, attraverso interventi che a questo, e non ad altro, siano dedicati. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tra l’altro, questo culto della volizione e del controllo porta inevitabilmente a sancire dall’esterno, con la forza delle norme, i livelli standard dei comportamenti, introducendo i sistemi di codificazione aprioristica di ciò che è appunto “a norma” e di ciò che non lo è, in una sorta di uniformazione dei criteri di accettabilità degli stili dei pensieri e delle azioni: così è anche per l’entità dei consumi di etile, la cui adeguatezza quindi in occidente viene stabilita all’interno di ranges chimico-biologici definiti, che poi possono essere utilizzati anche a scopo legale. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Credo che proprio questa visione, insieme ad altri criteri e motivi di ordine economico e politico, abbia fatto inquadrare il sistema degli interventi secondo la categoria della erogazione di atti rieducativi, che decisamente debbano essere brevi, e il risultato dei quali sia giusto la risoluzione comportamentale del recuperato controllo sugli usi, senza che i motivi dei consumi debbano essere criticati, rielaborati e trasformati, ed abbia escluso le più articolate emissioni di “cure”, quelle che sarebbero da prevedere per una problematica di salute psicofisica individuale e collettiva particolarmente complessa nelle sue determinanti.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Si è affermato cioè un clima professionale, appiattito sulla base di quello economico e politico, che rischia di minare profondamente il potenziale trasformativo di quelle cure incentrate sui percorsi di alleanza terapeutica, di quegli interventi che, per la elaborazione di problematiche complesse come questa che investono la persona ed i suoi gruppi di appartenenza, devono inevitabilmente essere pensati a congruo termine. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Infatti, questo sistema degli interventi “secchi e brevi”, chiamiamoli così, che si è affermato certamente non solo nel campo dell’alcologia, ma che più estesamente ha preso campo in tutto l’ambito, quanto meno, della salute mentale,  ha prodotto un numero inevitabilmente molto elevato di temporanee remissioni dei sintomi più eclatanti, seguite però dalla ripresa a rapida scadenza di tutte le problematiche; e ciò in quanto queste, evidentemente, appoggiano su condizioni di disturbo e sofferenza che non hanno trovato spazio e tempo per essere considerate e trattate. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Inoltre, questa impostazione così efficentista, potremmo dire, fa perdere di vista la complessità legata al fatto che individui o gruppi appartenenti ad altre culture, e mi riferisco ai cosiddetti migranti o immigrati, possono avere configurato un rapporto diverso con l’uso delle sostanze, e dell’etile in  particolare; e questo diverso criterio attraverso il quale questi individui “altri” intendono le sostanze rende gli standard condivisi in questa parte del mondo inadeguati a  leggere il loro comportamento, e a definire quando per questi si possa parlare di sintomo, di deviazione  in atto rispetto ad una condizione di salute , oppure no. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo tema dovrebbe trovarci sensibilizzati e pronti, perché il fenomeno migratorio è in evidente e prevedibile incremento nei nostri luoghi. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Anche in questo caso, l’elaborazione di una situazione forse patologica, di una condotta di abuso o di dipendenza, resa ancora più complessa dalla permanenza in situazioni geografiche e culturali che non sono quelle di origine, è pensabile solo all’interno di un percorso articolato che preveda uno spazio ed un tempo sufficienti  per elaborare gli stili della comunicazione e le modalità di costruzione dei vincoli, visto che questi, nella situazione attuale, sono riformulati in un assetto culturale diverso da quello in cui si sono stabiliti  quelli primari.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Persino nel nostro territorio, che ha una lunga storia di attenzione ai percorsi di integrazione fra servizi e fra istituzioni per la presa in carico ed il trattamento di problematiche ad alta complessità e valenza sociosanitaria, fino a pochi anni fa non era individuato il Servizio che a livello Sanitario Zonale doveva provvedere alla presa in carico degli utenti etilisti. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Quasi a confermare implicitamente ed inconsapevolmente un preconcetto che possiamo a tutt’oggi rilevare in media a livello nazionale, gli etilisti erano anche nella nostra zona trattati frammentariamente, spesso con interventi che non riuscivano a costruire una progettualità o un andamento progressivo per fasi articolate, e spesso entravano in azione presidi differenti che non sapevano l’uno degli interventi dell’altro. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Una delle risposte trattamentali che più frequentemente veniva restituita, al di là del momento del ricovero per l’adeguamento di alcuni indici somatici alterati dal consumo cronico della sostanza etilica, era il passaggio di competenze alla assistente sociale dell’area territoriale di riferimento; questa professionista spesso non poteva far altro che intervenire per rendere più snello il ricorso al ricovero successivo, rimedio da attivare in seguito al riproporsi della problematicità e alla eventuale manifestazione di disturbi comportamentali o di disagi nelle relazioni familiari. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Spesso coinvolte erano le forze dell’ordine, che intervenivano per contenere i problemi di ordine pubblico e/o privato che inevitabilmente andavano a configurarsi.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questa ci è apparsa, ad un’indagine dedicata, un’emergenza sociosanitaria a tutti gli effetti; ci siamo interrogati sul perché fosse presente  questa  carenza e questa disorganizzazione nei dispositivi per il trattamento di questa questione clinica, abbiamo riflettuto ancora una volta su cosa pensiamo che sia una dipendenza da una sostanza, l’alcool, nella fattispecie: abbiamo quindi condiviso un punto di vista secondo il quale l’utilizzo “incontrollabile” di sostanze esogene, tra cui l’etile , è da leggere come sintomo di una perturbazione profonda dell’assetto psichico individuale, ma questa  perturbazione emerge da ciò che si è svolto e si svolge all’interno del gruppo di appartenenza di questo individuo, da qualcosa  che ha impedito l’individuazione libera da sintomi, l’accesso alla soggettività, ed il superamento della posizione dipendente, che, durante la fase simbiotica, fa parte fisiologica del nostro sviluppo evolutivo. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Quindi, i fattori che possono favorire tale perturbazione e tale arresto dello sviluppo sono riscontrabili a vari livelli, quello fisico-biologico, quello psichico, quello relazionale e sociale, in un intreccio di elementi, laddove il piano individuale si interseca con quello familiare, gruppale, istituzionale e comunitario. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>L’intervento che abbiamo ritenuto adeguato è pertanto un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, volto a limitare certamente i problemi di ordine somatico ed a perseguire un superamento del sintomo, per esempio attraverso i trattamenti farmacologici, ma altresì incentrato sull’attivazione di percorsi psicoterapici che possano favorire la rielaborazione degli accadimenti che hanno determinato il blocco evolutivo. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Per questo motivo, accanto allo strumento del ricovero, per esempio per la disuassefazione, o a quello della prescrizione farmacologia, abbiamo predisposto un dispositivo da utilizzare nella fase ambulatoriale del trattamento, che è quello del gruppo psicoterapeutico, con svolgimento all’interno del campo istituzionale </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il gruppo psicoterapeutico è stato pensato sia per gli utenti portatori del sintomo, sia parallelamente per i familiari di questi utenti, consapevoli che il percorso di cambiamento debba coinvolgere i vari ambiti che pensiamo che siano implicati nel determinare il disturbo, e non solo, quindi, quello individuale. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tale strumento ci è sembrato adatto a rappresentare, in integrazione con altri trattamenti, un significato di cura alle problematiche presentate da questi individui e da questi gruppi familiari, in quanto attraverso di esso è possibile rielaborare e trasformare le dinamiche che si sono depositate, relative alle relazioni primarie, e che hanno predisposto gli integranti a restare bloccati in una posizione di dipendenza. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Lo strumento del gruppo si avvale della comunicazione fra gli integranti e fra questi ed il coordinatore, ed è proprio attraverso questo mezzo che il gruppo interno che ciascuno porta depositato dentro di sé, ed i vincoli che lo caratterizzano, può essere trasformato, nell’ambito della esperienza del rapporto con gli altri, nel qui ed ora del gruppo attuale. Questa attenzione a strutturare una situazione terapeutica che possa favorire la comunicazione scaturisce dall’idea che certe configurazioni possano cambiare; che ci si possa quanto meno interrogare “sul cambiamento, sugli ostacoli, sugli strumenti per sconfiggere gli stereotipi, e sul progetto” .   </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Stiamo propugnando un sistema di interventi che, consapevole dei lunghi tempi che occorre dedicare a questo compito per via delle inevitabili resistenze al cambiamento, crede nella possibilità di superare le cristallizzazioni degli assetti. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>E nella possibilità di riconoscere, elaborare e trasformare le stereotipie, che impediscono l’accesso alla soggettività, in modo che si possa imparare a pensare. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Forse sono questi elementi, l’apprendimento a pensare con il proprio pensiero e la capacità di superare le stereotipie, che diventano criteri di salute. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Quanto meno crediamo, e riporto A. Bauleo, nella sua prefazione a “Il processo gruppale” di E. Pichon – Rivière, che “l’obiettivo del gruppo sia segnalare le trappole che la resistenza al cambiamento instaura per impedire di pensarsi diversamente nelle relazioni interpersonali”. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>E’ qualcosa di diverso dagli interventi incentrati sul mero superamento o occultamento di un sintomo, che, inevitabilmente, è destinato a trasformarsi in un altro, forse poco collegabile ad un primo sguardo con quello precedente, ma riconoscibile, invece, ad una analisi più attenta, come emergente dalle stesse problematiche di fondo, se non si è almeno tentata una loro rielaborazione. E’ un modo diverso e forse in controtendenza, rispetto alle derive attuali, di intendere la salute, e quindi di operare in suo favore all’interno delle istituzioni.</em></p>
<p style="text-align: justify">Il secondo è un prodotto scaturito, tra l’altro, da una analisi sugli esiti di un percorso terapeutico gruppale ed è stato utilizzato per una relazione all’interno di un altro Congresso dedicato alla tematica degli interventi in ambito alcologico, che si è tenuto nel 2011. La riflessione è maggiormente orientata intorno allo studio di sviluppo del dispositivo rappresentato dal Gruppo Operativo Psicoterapico promosso all’interno dell’assetto istituzionale, messo in essere in un’epoca in cui non era ancora stata attivata l’esperienza del gruppo multifamigliare:</p>
<p style="text-align: justify"><strong> <em><br />
</em></strong></p>
<h3 style="text-align: center"><strong>Dagli assetti istituzionali al gruppo terapeutico</strong></h3>
<h3 style="text-align: center"><strong>Interventi in ambito alcologico nel Dipartimento Dipendenze Patologiche di Senigallia</strong></h3>
<h3 style="text-align: center"><strong>(Zona 4 ASUR Marche)</strong></h3>
<p style="text-align: justify"><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo intervento vuole perseguire lo scopo di illustrare come il concetto di <strong>integrazione</strong>, nel settore dei trattamenti inerenti le problematiche alcologiche, è stato tradotto in dimensioni operative nel DDP di Senigallia.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo concetto, l’integrazione, richiama un tema, che è quello degli ambiti, che ci sembra importante ridelineare.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Quando parliamo di ambiti, intendiamo orientare la osservazione della realtà configurandola come se fosse strutturata in campi. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questi campi sono definiti da confini che possono essere pensati netti ed impermeabili, oppure flessibili e percorribili, attraversabili, tanto da poter pensare che quello che si svolge all’interno di ciascuno di essi entri in costante dialogo e relazione vicendevoli, fino a produrre un unico ultimo effetto strutturale di dimensioni globali.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nella nostra impostazione concettuale e poi operativa, gli ambiti sono pensati in questo secondo modo, e questo modo di pensarli definisce il nostro lavoro. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>A partire da come inquadriamo il problema della dipendenza, per passare a come definiamo la diagnosi di questa specifica sofferenza, fino alla costruzione delle dimensioni trattamentali, senza dimenticare la dimensione e l’organizzazione del presidio a cui apparteniamo, pensiamo i vari ambiti identificabili in questo processo come in costante dialogo reciproco, interagenti fino a configurare un unico quadro complessivo, una intera figura finale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>L’integrazione di cui parliamo è quindi proprio questo processo, per cui gli appartenenti ad ambiti tra loro inizialmente distinti o distinguibili concorrono a creare un quadro ed un effetto di sintesi, nel quale le differenti provenienze convergono e costruiscono una unica complessa realtà operativa.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo paradigma, nel nostro modo di pensare, è applicato a partire da ciò che pensiamo che sia una   condizione di dipendenza patologica, e nella fattispecie, quindi, anche una dipendenza da etile. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Al di là della specifica sostanza o situazione da cui un soggetto può patologicamente dipendere, noi abbiamo condiviso il concetto che la sofferenza presentata da un individuo con questo tipo di problema è l’effetto di una serie di eventi che riguardano sì il suo ambito individuale, ma anche gli ambiti familiare, gruppale, istituzionale e collettivo o comunitario.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Come dire che una serie di processi che attraversano tutti questi ambiti si sono “integrati” fino a manifestarsi con l’emergenza di una situazione di dipendenza patologica espressa da quel singolo soggetto.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo concetto di integrazione torna anche nel momento in cui definiamo la dipendenza, e quindi anche la dipendenza da etile, come la risultanza multifattoriale dell’intervento di fattori biologici, psichici, relazionali e sociali, che insieme concorrono per la definizione del quadro di sofferenza finale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ci sembra importante richiamare questo pensiero sulla dipendenza, perché si delinea come una modalità di inquadrare la questione in controtendenza rispetto ad alcuni punti di vista molto in auge che descrivono invece questo stato patologico come l’effetto di alterazioni biologiche e neurochimiche determinate geneticamente, e quindi ascrivibili al mero ambito individuale del soggetto; questi  punti di vista sembrerebbero, pertanto, non lasciare molto spazio  a possibilità plausibili di cambiamento, e adombrano l’ipotesi che l’intervento terapeutico debba essere unimodale, ed impostato quindi anch’esso su basi esclusivamente chimico &#8211; biologiche.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Pensando invece la dipendenza in termini integrati, o secondo l’ottica di una epistemologia convergente, il Dipartimento Dipendenze Patologiche di Senigallia si è configurato sulla base di una integrazione, appunto, multiprofessionale, transdiciplinare e interistituzionale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>La normativa prodotta dalla Regione Marche ha definito i Dipartimenti Dipendenze, che devono assumere in carico anche le situazioni di dipendenza da etile, come quei presidi in cui devono operare congiuntamente operatori di professionalità e discipline differenti, in cui devono essere prese in esame le determinanti e le soluzioni sanitarie e sociali, in cui devono convergere per una operatività comune gli operatori  appartenenti sia  ad istituzioni pubbliche che appartenenti al privato sociale, e nei quali si deve  articolare una costante interazione con Istituzioni di ordine diverso da quello Zonale o sanitario, ma che possono essere a vario titolo implicate nella gestione delle problematiche inerenti la dipendenza patologica o le condotte d’abuso.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Stiamo quindi ora parlando del concetto di integrazione applicato questa volta alla dimensione organizzativa ed operativa del Servizio. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>All’interno del DDP la multidisciplinarietà,, la multiprofessionalità e la interistituzionalità  convergono, fin dal momento della formazione che si svolge in  comune, passando per i programmi di prevenzione, per  i momenti poi  della prima accoglienza, della elaborazione degli aspetti diagnostici, e della predisposizione dei protocolli trattamentali individualizzati, convergono, dicevamo, nel punto della effettuazione di progetti di cura che integrano varie possibilità di intervento, di ordine medico – biologico ed infermieristico, psicologico e psicoterapico, e di ordine sociale ed assistenziale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tali progetti di cura assumono l’aspetto di interventi che, come si può evincere da quanto più sopra definito, si rivolgono non solo al soggetto che giunge al Servizio presentando il suo problema franco di dipendenza, ma anche agli ambiti con i quali egli è in relazione, in modo specifico l’ambito familiare e quello gruppale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>I programmi multidisciplinari pensati ed eseguibili per le situazioni di dipendenza patologica da etile possono articolarsi secondo le opportunità rappresentate all’interno di una filiera, che è stata costruita nel tempo attraverso l’opera di collegamento, dialogo ed interazione tra la Zona, con i suoi presidi, ed altre realtà presenti sul territorio zonale e regionale. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tale filiera permette di  spaziare dal protocollo ambulatoriale, al momento del ricovero in clinica o in reparto, al momento dell’invio a strutture semiresidenziali o residenziali ed infine al momento riabilitativo; entrando nel dettaglio, questo ventaglio di opportunità terapeutiche è messo in essere grazie alla esecuzione diretta all’interno della dimensione Dipartimentale, alla quale appartengono, come già detto, anche le realtà del Privato Sociale, attive su questo territorio per l’esecuzione di programmi inerenti le dipendenze patologiche, e anche  per via della interazione con istituzioni sanitarie appartenenti al sistema del Privato convenzionato, tra le quali, in questo specifico settore, svolge un ruolo centrale la Casa di Cura Villa Silvia: gli eventuali momenti del ricovero in regime di degenza per la disintossicazione o per la disuassefazione da etile, laddove ad una valutazione congiunta si considerino necessari, sono svolti infatti, nell’ambito del più vasto programma complessivo elaborato in accordo con il Servizio, o presso il reparto di Neurologia della Zona 4, o presso la Casa di Cura medesima, che predispone questa risorsa in virtù di una specifica convenzione con la stessa Zona.  </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Sempre per restare nell’ambito della discussione intorno al tema della integrazione, ci è sembrato interessante riportare la descrizione ed il resoconto sul funzionamento di un dispositivo che è stato costruito nel  nostro Dipartimento e che  appartiene al  modulo trattamentale ambulatoriale, che fa parte   del  possibile programma terapeutico integrato ed individualizzato rivolto agli utenti affetti da dipendenza o abuso di etile, e che è reso possibile per la interazione di professionisti con competenze psicoterapiche  appartenenti, in questo specifico caso, in parte al Servizio Pubblico ed in parte al settore del Privato Sociale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questo dispositivo è rappresentato da percorsi di psicoterapia gruppale strutturati ed eseguiti secondo i termini ed il modello teorico della Concezione Operativa di Gruppo. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Un percorso è destinato agli utenti in fase di trattamento integrato ambulatoriale, ed un altro, parallelo, è destinato ai loro congiunti; i gruppi sono coordinati ciascuno da una coppia di operatori, e nel caso del gruppo dei congiunti la coppia è composta da un professionista del Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche e da   uno del Centro Diurno Semiresidenziale gestito dal Privato Sociale. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il gruppo degli utenti si svolge presso i locali del STDP, ed il gruppo dei congiunti presso i locali del Centro Semiresidenziale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Le sedute sono settimanali, hanno la durata di un’ora e mezzo, ed i pazienti che possono avvantaggiarsi di questo tipo di presidio, che affianca altri potenziali interventi, se ritenuti necessari, di carattere medico e farmacologico, sono selezionati dall’équipe degli operatori all’interno del procedimento diagnostico integrato già sopra descritto. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>La possibilità terapeutica viene presentata all’utente, che entra effettivamente nel percorso gruppale se aderisce alla proposta che gli viene presentata. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Si prevede, cioè, una libera adesione del paziente al percorso proposto.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il percorso gruppale può rappresentare in se stesso il trattamento prescelto all’interno di un programma ambulatoriale, ma può anche essere preliminare o successivo ad una fase di ricovero in regime di degenza, o ad una fase di inserimento in Strutture terapeutiche o riabilitative.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tali processi di gruppo  si pongono come finalità l’elaborazione di quella posizione psichica e relazionale rappresentata dalla dipendenza, senza che si faccia distinzione o si separino gli utenti sulla base della specifica sostanza di abuso con la quale si è strutturato il loro problema, e neanche separandoli sulla base del fatto che alcuni di loro siano in trattamento farmacologico ed altri no;  piuttosto si è tenuto conto del fatto che per tutti i soggetti con un problema di questo tipo, sia che siano dipendenti da etile, da oppiacei , da stimolanti, da relazioni patologiche con farmaci o con oggetti o situazioni ( internet, gioco d’azzardo), la dimensione del gruppo terapeutico può essere il campo all’interno del quale più che in altri si può catalizzare il processo che può restituire loro un senso di appartenenza coniugato con una maggior percezione della loro individualità, differenziazione ed autonomia, fornendo le basi su cui costruire una maggior capacità di progettare rispetto ai percorsi  della propria esistenza .</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ritenendo, come già detto, che la posizione dipendente si strutturi per via di processi che attraversano anche l’intero ambito familiare, si è attivato, come già riferito, un modulo gruppale con setting analogo anche per i congiunti degli utenti designati, e, anche qui, indipendentemente dalla specifica sostanza che compaia nella manifestazione della situazione patologica. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Sono pertanto raggruppati nel dispositivo i congiunti di utenti dipendenti da qualsivoglia sostanza, compreso l’etile, e anche qui, il compito del gruppo è quello di imparare a pensare quali meccanismi possano avere creato le condizioni per cui un membro del loro sistema familiare abbia manifestato la impossibilità di svincolarsi ed autonomizzarsi nel raggiungimento di una percezione sufficientemente buona della propria individualità, manifestando una posizione che lo fa permanere dipendente nel rapporto con sostanze, nei comportamenti o nelle situazioni.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Questa scelta di configurare dei gruppi “misti” nella composizione dei loro integranti, non separati cioè sulla base della specifica sostanza d’abuso, oltre che trovare i suoi fondamenti nella definizione della dipendenza così come è stata riferita, è stata perseguita tenendo conto di altri due fattori.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Uno è l’evidenza che sempre più frequentemente le condotte caratterizzate  da uso tossico di sostanze   e le situazioni di dipendenza si configurano sulla base di quadri di poliabuso, e che spesso si può registrare una alternanza nella scelta delle sostanze, una loro sostituzione nello svolgimento del tempo,  per cui un soggetto potrà presentare momenti in cui si relaziona maggiormente all’etile, ed altri in cui si dà maggiormente agli stimolanti o agli oppiacei; non solo, ma anche bisogna sottolineare come spesso le condotte di abuso alcolico accompagnino con costanza  l’appetizione verso un’altra  sostanza  prevalente: queste evidenze rendono ormai oltremodo difficile, anche se lo si ritenesse opportuno, selezionare con precisione pazienti con un franco, esclusivo e permanente abuso etilico.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>L’altro è la consapevolezza teorica ed il riscontro operativo relativamente al dato che la eterogeneità degli integranti di un gruppo favorisce all’interno di quel medesimo gruppo la circolazione della comunicazione, ed evita che i contenuti si fossilizzino introno a tematiche monotone e ricorrenti che farebbero altrimenti troppo strettamente identificare tra loro integranti molto omogenei l’uno rispetto all’altro, rallentando così il processo di differenziazione e discriminazione.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em> Questo è vero sia per quanto riguarda i pazienti direttamente colpiti dallo stato di dipendenza, sia per ciò che attiene ai congiunti, ai familiari. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Fa parte della nostra pregressa esperienza aver visto svolgersi intere sedute in gruppi caratterizzati da una elevata omogeneità durante le quali l’unico argomento sul quale costantemente gli integranti ritornavano e si reiteravano era quello relativo all’aspetto che li accomunava, per esempio l’esperienza con la stessa specifica sostanza d’abuso.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>L’eterogeneità fa sì che gli integranti possano riconoscere, mano a mano, per via dello svolgersi del processo gruppale terapeutico, che al di là delle differenze che possono presentare rispetto alla scelta delle sostanze o riguardo ai comportamenti che li hanno bloccati nella condizione dipendente, e che si possono vicendevolmente raccontare, esistono  meccanismi più profondi, non immediatamente visibili, inizialmente latenti, intorno ai quali possono imparare a pensare insieme, e che hanno fatto sì che per ciascuno di loro la separazione e l’individuazione siano state fino a quel momento esperienze insopportabili, o l’attaccamento e il senso di appartenenza siano stati impossibili.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nell’arco dello svolgimento di tali percorsi, abbiamo potuto notare alcuni dati interessanti e che vorremmo condividere per poter effettuare alcune valutazioni.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il primo è che c’è tendenzialmente, in alcune persone, una sorta di resistenza preliminare ad intraprendere questi processi di gruppo.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em> Sembrerebbe questo essere un po’ più vero in linea generale per i congiunti che per gli utenti designati. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ciò comporta che ci debba essere un adeguato percorso di motivazione che li accompagni infine in questa decisione, l’ingresso nel gruppo, percorso che in genere è sostenuto dall’operatore che fino al momento della proposta di invio al modulo gruppale tratta la situazione individualmente o all’interno di un setting familiare. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>A volte tale percorso di motivazione sembra molto problematico, o non sortisce esito positivo, e ci siamo posti il dubbio che forse possa esserci anche una sorta di resistenza latente negli operatori a svincolarsi essi stessi dai pazienti, con i quali avevano stabilito un vincolo individuale.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Un altro dato è che la frequenza dei familiari al gruppo per loro predisposto si è accompagnata ad un maggior indice di ritenzione in trattamento degli utenti “designati” all’interno dei loro specifici dispositivi di cura. E questo aspetto ci è sembrato particolarmente interessante.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Per ciò che riguarda le risultanze relative  al gruppo degli utenti, abbiamo strutturato  una  valutazione  dell’esperienza raccogliendo dati dall’inizio del  2008 fino all’agosto 2010: si è potuto rilevare che su 33 soggetti che hanno beneficiato del presidio 6 sono stati dimessi per programma di cura completato con esito positivo, 4 hanno finalmente elaborato la decisione di fare ingresso in strutture residenziali, 8 sono rimasti ancora in carico, continuando positivamente il programma di cura e manifestando una ferma intenzione di proseguire il trattamento, 13 pazienti hanno effettuato meno di cinque sedute ed hanno interrotto la frequentazione del gruppo, ma sono rimasti in  carico al Servizio e continuando un programma di cura individuale, 1 ha interrotto i rapporti con la Struttura. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>E’ stata rilevata una correlazione positiva tra la maggior frequenza al numero delle sedute e la riduzione del sintomo tossicomanico. Durante il processo infatti 12 pazienti sono risultati costantemente negativi alle sostanze testate tramite analisi di laboratorio e 6 hanno ridotto considerevolmente il ricorso alla sostanza primaria d’abuso.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tutti i pazienti presentavano al momento della selezione per l’avvio della esperienza gruppale un problema di abuso alcolico, per due di questi l’etile era la sostanza di abuso primaria, per gli altri, in vario modo assuntori, era la sostanza d’abuso secondaria.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ma al di là dell’esito relativo alla sospensione o alla riduzione dell’uso delle sostanze, ci sembra interessante poter valutare altri aspetti che ci possano dare conto della realizzazione del processo nella direzione di un miglioramento delle condizioni degli integranti.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>La Concezione Operativa che utilizziamo nello svolgimento del lavoro gruppale prevede che siano individuati dei vettori di valutazione, che ci servono per dare conto ed interpretare il processo realizzato.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Tali vettori sono la comunicazione, l’apprendimento, la appartenenza, la pertinenza, la cooperazione, il clima creato e la acquisizione della possibilità di progettare. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Un altro elemento che valutiamo è il grado di discriminazione raggiunto dagli integranti l’uno rispetto all’altro. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Durante tutto il processo gruppale si manifestano ovviamente delle resistenze al cambiamento, e un altro dei modi che abbiamo per darci conto se il processo gruppale sta funzionando nel senso di promuovere un maggior grado di salute nei suoi integranti è inoltre quello di valutare se le resistenze al cambiamento siano in via di risoluzione o quanto meno di riduzione. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il processo gruppale è iniziato con una fase caratterizzata da una grande ansietà, dalla impossibilità per gli integranti di sentire che si potevano costruire vincoli tra loro, e dalle resistenze a potersi pensare differenti da come i luoghi comuni e loro stessi si dipingono in quanto tossicodipendenti; inoltre, inizialmente, si poteva osservare una importante negazione degli aspetti emotivi ed affettivi, che venivano sperimentati come intollerabili.  </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nel corso del tempo gli integranti sono passati attraverso una fase intermedia, nella quale l’emotività ha potuto cominciare ad avere accesso, grazie anche al fatto che lentamente ha iniziato a rendersi possibile l’esperienza di costruzione di vincoli più fiduciosi tra loro, ma era questa  ancora una fase nella quale, come  in un percorso a spirale, il gruppo tornava sui medesimi punti di resistenza e di ansia; erano però decisamente migliorate la comunicazione, che ha integrato gli aspetti affettivi, la pertinenza al compito che il gruppo si è dato, e cioè pensare sulla situazione dipendente e sui problemi da questa creati, e l’apprendimento: infatti i partecipanti  hanno cominciano a poter mettere in relazione i sintomi che hanno sviluppato con alcuni aspetti del loro mondo interno e con i depositi degli accadimenti della loro storia. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nella fase successiva, l’ultima analizzata, i partecipanti hanno sviluppato una maggior capacità di elaborazione in merito al senso dei vincoli, quelli attuali, nel gruppo, messi a confronto con quelli che hanno caratterizzato la loro storia ed il loro precedente vissuto: hanno potuto cominciare a promuovere per se stessi un senso maggiore e meno ansiogeno di appartenenza. </em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nell’ultima seduta del ciclo, che si è interrotto per la pausa estiva, e  che è poi ripreso in ottobre  con l’ingresso di integranti nuovi, il processo, che ha contribuito a produrre alcune risoluzioni e le conseguenti dimissioni di alcuni membri, era così delineato: gli integranti esprimevano un maggior senso di emancipazione, discriminazione ed apprendimento, pur conservando la paura di perdere un sostegno che per alcuni di loro, quelli che sarebbero poi rimasti ancora a proseguire il programma, sembrava ancora fortemente necessario; il miglioramento delle condizioni ha permesso di dimettere alcuni di loro, mentre altri sono rimasti in attesa di poter riprendere il lavoro terapeutico.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Sembra insomma di poter formulare la seguente considerazione: il dispositivo del gruppo misto, che è una parte dei complessi costrutti scaturiti dalle pratiche di integrazione transdisciplinare ed interistituzionale, si dimostra uno strumento efficace nel poter accompagnare, insieme ed in interazione con altri aspetti della terapia, gli utenti e le rispettive famiglie nella esplorazione e nella elaborazione della dipendenza: sembra che questo specifico processo gruppale permetta loro finalmente di poter tollerare un po’ di più la individuazione e la differenziazione, migliorando pertanto il livello e la qualità della  dipendenza nei loro sistemi.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify">Spero che i contributi che ho avuto desiderio di condividere oggi, riemersi dalla storia del Servizio e della équipe, possano fungere da un lato da testimonianza di cosa facevamo e come pensavamo e, dall’altro, da elemento di esperienza intorno alle tematiche descritte, forse non così datate, sul quale poter calibrare il pensiero di oggi per rinnovare la operatività.</p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Fondamento teorico dell&#8217;intervento nei gruppi multifamiliari, dal vertice  della concezione operativa di gruppo</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2021 06:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Loredana Boscolo  Chioggia &#8211; Venezia &#8211; 23 aprile 2021 V INCONTRO INTERNAZIONALE DEI GRUPPI PLURIFAMILIARI (23, 24 APRILE) RILEVANZA E AGGIORNAMENTI SUL DISPOSITIVO MULTIFAMILIARE: SFIDE ALLA CREATIVITÀ &#160; Fondamento teorico dell&#8217;intervento nei gruppi multifamiliari, dal vertice della concezione operativa di gruppo &#160; &#8230; <a href="https://bleger.org/fondamento-teorico-dellintervento-nei-gruppi-multifamiliari-dal-vertice-della-concezione-operativa-di-gruppo/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left">di <strong>Loredana Boscolo</strong></p>
<p style="text-align: right"> Chioggia &#8211; Venezia &#8211; 23 aprile 2021</p>
<p>V INCONTRO INTERNAZIONALE DEI GRUPPI PLURIFAMILIARI (23, 24 APRILE)</p>
<p>RILEVANZA E AGGIORNAMENTI SUL DISPOSITIVO MULTIFAMILIARE: SFIDE ALLA CREATIVITÀ</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fondamento teorico dell&#8217;intervento nei gruppi multifamiliari, dal vertice della concezione operativa di gruppo</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<address><em>“La familia funciona cuando proporciona<br />
al marco adecuado por la definición y<br />
</em>conservación de las diferencias humanas”.<br />
Pichón Rivière</address>
<address> </address>
<address> </address>
<address> </address>
<p>Oggi parliamo d&#8217;attualità del dispositivo del gruppo multifamiliare in questo momento storico sociale di pandemia planetaria, di malessere generalizzato, sociale, istituzionale e globale. Viviamo in un mondo in qui sta crollando il sistema capitalistico e neoliberale. Aumentano le disuguaglianze, i disoccupati, i lavori precari, emergono nuove povertà.</p>
<p>La nostra vita quotidiana, le relazioni familiari, i vincoli personali, di amicizia e professionali sono contagiati da questo clima di pandemia. Si mettono a nudo i nostri limiti in relazione al conosciuto, alle nostre fragilità e vulnerabilità; viviamo con un sentimento di incertezza. Dobbiamo fluttuare tra paura e le possibilità, nel presente tra passato e futuro.</p>
<p><strong>La domanda principale oggi sarebbe: che idea abbiamo e come ascoltiamo la famiglia? Che tipo di apparato psichico e sociale utilizziamo nella nostra operatività quotidiana?</strong></p>
<p>Inesorabilmente i vincoli all&#8217;interno della famiglia sono cambiati: è aumentata la sofferenza nei vincoli familiari, la violenza domestiche, i femminicidi, gli abusi sessuali sui minori. L&#8217;aumento dei divorzi e le diverse ricomposizioni familiari, dove convivono nella stessa famiglia figli di più matrimoni con nuovi partner, diversi dai genitori biologici.</p>
<p>Bambini che hanno due padri o due madri che si prendono cura di loro.</p>
<p>Stiamo assistendo a un fenomeno globale di diminuzione delle natalità. Se da una parte, la liberazione della donna, la diffusione dell&#8217;uso di contraccettivi, e la introduzione nel mondo del lavoro ha favorito una nuova soggettività sociale di emancipazione.</p>
<p>Però dall’altra parte, e presente la mancanza di lavoro e la possibilità di acquistare o affittare una casa. Questi cambiamenti nella famiglia contemporanea modificano profondamente le condizioni di esistenza delle persone e dei loro vincoli, producendo conseguenze sia nell&#8217;organizzazione psichica e sia nell&#8217;organizzazione sociale.</p>
<p>Inserendo in questo quadro generale, il lavoro con il gruppo multifamiliare, diventa uno dei dispositivi più appropriati, urgenti da applicare e implementare nel campo clinico-terapeutico, educativo, e soprattutto a livello preventivo comunitario.</p>
<p>Questo congresso è un&#8217;occasione per interrogarci sui diversi modelli e metodologie di intervento con il gruppo multifamiliare.</p>
<p><strong><em>Le differenze servono per creare dialogo e per aprire la mente.</em></strong></p>
<p><span id="more-610"></span></p>
<p>Svilupperò due nozioni centrali del concetto operativo di gruppo: <strong>Compito e Emergente</strong>.</p>
<p>Due nozioni teoriche di base per organizzare un&#8217;idea minima intorno al gruppo, nozioni trasversali che ci permettono:<br />
1) La comprensione del funzionamento del gruppo multifamiliare.<br />
2) Il lavoro multifamiliare post-gruppo dell&#8217;incontro di sviluppo dell&#8217;équipe terapeutica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1) La comprensione del funzionamento del gruppo multifamiliare</p>
<p>In relazione al primo punto, articolerò la relazione gruppo multifamiliare e compito. Voglio sottolineare che la nozione di compito non va presa in modo formale, diciamo pure da un punto di vista pedagogico; poiché è il compito che fonda e stabilisce il gruppo.</p>
<p>È l&#8217;elemento che dà significato alle dinamiche e alla struttura gruppale.</p>
<p>Possiamo intenderlo come una <strong>metafora</strong>. Dal punto di vista del nostro schema concettuale di riferimento operativo, partiamo da una triangolazione: <strong>gruppo-compito e coordinazione.</strong></p>
<p><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/tri.jpg"><img class="wp-image-611 alignleft" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/tri-300x244.jpg" alt="tri" width="312" height="254" /></a><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/cono.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-612" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/cono-300x259.jpg" alt="cono" width="300" height="259" /></a></p>
<p>Schema minimo (Figura 1, Figura 2) tra cui collochiamo la nostra comprensione dei disturbi dell&#8217;apprendimento, della comunicazione, della comparsa dei sintomi e delle disfunzioni familiari. All&#8217;interno di questo inquadramento triangolare osserviamo il movimento latente della struttura che produce un certo tipo di emergente.</p>
<p>La concezione operativa di gruppo, si differenzia dalle altre teorie perché per noi tutto inizia dal compito che istituisce il gruppo.</p>
<p>Il passaggio tra aggruppamento e gruppo, è un costante gioco dialettico, sarà il compito che sosterrà e sopporterà il gruppo in questi passaggi. Il gruppo durante tutto il processo oscillerà tra <strong>pre-compito e compito</strong>. In altre parole, nel momento della pre-compito, nel momento del compito si presenteranno gli aspetti più difensivi, le riproduzioni ideologiche e gli aspetti istituzionali. Nell’entrata nel compito, prevarranno gli aspetti di trasformazione: creativi, immaginativi.</p>
<p>La funzione dello psicoterapeuta, del coordinatore o dei coordinatori, sarebbe quella di: segnalare, costruire la interpretazione, di ciò che accade nel vincolo gruppo-compito: gli ostacoli, le resistenze al cambiamento e facilitare le opportunità di sviluppo, e quando è necessario porre i limiti.</p>
<p><strong><em>Il coordinatore non è il leader del gruppo. Il leader è il compito.</em></strong></p>
<p>Questo è un aspetto fondamentale per creare meno dipendenza dal coordinatore o coordinatori.  <strong><em>L’azione terapeutica, sarebbe come restituire al gruppo multifamiliare il deposito che viene assegnato all’equipe dei coordinatori, affinché il gruppo possa elaborare gli aspetti più indiscriminate dei vincoli tra di loro. </em></strong>(Processo gruppale, la teoria delle tre D di Pichón Rivière).</p>
<p>Tra l&#8217;altro, si rompono le complicità. Per esempio: il rischio che il coordinatore o i coordinatori si trasformino in un membro della famiglia.</p>
<p>Nel passaggio di aggruppamento multifamiliare a gruppo multifamiliare emergono le difese più arcaiche, le resistenze e le relazioni sincretiche.</p>
<p>Analizzeremo le costruzioni e decostruzioni dei vincoli che gli individui sviluppano attraverso l&#8217;identificazione proiettiva-introiettiva, rappresentazioni e fantasmi che ciascuno ha di sé stesso in relazione agli altri membri del gruppo multifamiliare. Cioè, costruiranno una rete immaginaria gruppale.</p>
<p>Questi sono gli elementi che creano un&#8217;atmosfera emozionale. Sarebbe la tensione del movimento che si produce tra pre-compito e compito. Un esempio concreto è il momento in cui lavorando con il gruppo multifamiliare c&#8217;è sempre qualcuno che entra senza bussare alla porta per prendere qualche oggetto o cercare qualcuno, un altro esempio è quando un componente del gruppo risponde al telefono o manda dei messaggi. Attraverso questi comportamenti vediamo un certo tipo di aggressione e ci chiediamo perché un gruppo multifamiliare permette un certo tipo di aggressione? La nostra ipotesi è che sempre questo ha che vedere con la dinamica gruppale da esso prodotta. Nel momento del pre-compito, si presentano i ruoli formali istituiti dallo status quo: di mamma, papà e figli. <strong><em>Per questo ci piace ed è essenziale differenziare il ruolo dalla funzione. </em></strong>Perché in questa differenziazione transita dal nostro punto di vista, <strong>la nozione di vincolo</strong>. Una madre o un padre, non sono madre e padre per sempre, lo sono finché svolgeranno questa funzione, ma tale funzione soprattutto nella attualità può essere svolta anche da altri membri della famiglia o dagli amici.</p>
<p>Generalmente, le figure genitoriali o filiali corrispondono al ruolo concreto biologico specifico, al vincolo di sangue. Quando funzionano i ruoli fissi definiti istituzionalmente, prevalgono gli stereotipi del movimento della assunzione e dell’aggiudicazione dei ruoli. Queste sono le situazioni critiche o di criticità perché ci indicano il movimento di come sono stati costruiti i vincoli tra di loro. Siano essi sani o patologici, però soprattutto ci danno l&#8217;idea della struttura e delle dinamiche di gruppo.</p>
<p>Quando parliamo di vincoli e funzioni, non parliamo di persone fisiche, ma di ciò che sta nel “<strong>mezzo</strong>”.</p>
<p>Parliamo del &#8220;<strong>tra</strong>&#8220;, cioè quell&#8217;area di transito che c’è tra il tu e l’io e viceversa. Quell’area di transito che produce e costruisce il noi gruppale.</p>
<p><strong><em>Con il gruppo multifamiliare è necessario favorire uno spostamento tra funzione e biologia. </em></strong>Molte volte non è facile pensare alla funzione separandola dalla biologia.</p>
<p>Il nostro ECRO, ci permette di pensare a partire dalle tre funzioni (Vedere figure 1 e 2), di dare un altro significato a questi vincoli, siano essi: <strong>inter, intra o trans</strong>. Lasciamo il livello biologico per pensare di più sul piano della rappresentazione, del simbolico e di un immaginario diverso. Gli effetti di questi vincoli producono diversi tipi di soggettività sana o patologica, come afferma Bauleo: “Lo sguardo all&#8217;interno dei gruppi è uno dei problemi maggiori (perché il terzo è sempre presente) è necessario fare uno sforzo per separare lo sguardo dal ascolto per osservare come sono i vincoli all&#8217;interno del gruppo”.</p>
<p>Oltre la nozione di compito, utilizzeremo la nozione di emergente, la quale ci offre la possibilità di allargare il campo di osservazione da una prospettiva individuale ad un vertice gruppale.</p>
<p>L&#8217;emergente è quell&#8217;elemento che ci può orientare, ci segnala come un meccanismo difensivo rigido patologico ostacola un processo di salute, prima di rimanere incagliati nelle acque stagnanti della malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2) Il lavoro multifamiliare post-gruppo di elaborazione dell&#8217;équipe terapeutica</p>
<p>In relazione al secondo punto, molto valido è lo spazio di elaborazione del vincolo gruppo multifamiliare e elaborazione post-gruppo dell&#8217;équipe. L’interrogativo sarebbe: come si integrano i diversi schemi di riferimento, il pluralismo dei punti di vista di ognuno, come si aggiustano i canali di comunicazione e i conflitti, per affrontare la complessità o meglio detto l&#8217;ipercomplessità, senza riduzionismi o banalizzazioni, ossia come si costituisce l&#8217;orizzontalità dell’equipe senza che prevalgano gli individualismi o i narcisismi poco funzionali al compito terapeutico o preventivo?</p>
<p>Segnalerei dal mio punto di vista che il processo di integrazione mette sempre in gioco una tensione tra identità e differenti appartenenze personale e istituzionali. Come funzionerebbe la psicoanalisi integrativa? Dice E. Mandelbaum: “lo scopo sarebbe quello di integrare teoria e pratica con gli aspetti affettivi, mentali e cognitivi”.</p>
<p>Credo che per arrivare a questa fondamentale integrazione nel lavoro con il gruppo multifamiliare si debbano affrontare gli elementi collegati alla resistenza del cambiamento. Il processo di integrazione richiede necessariamente l&#8217;apprendimento di una metodologia di lavoro gruppale che risponda a due livelli:</p>
<p><strong>A) All&#8217;ipercomplessità del campo di intervento.</strong><br />
<strong>B) Alla possibilità di riflettere sulla propria implicazione.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo scopo dell&#8217;elaborazione sarebbe quello di costruire un&#8217;idea comune, in relazione al vincolo gruppo multifamiliare e processo terapeutico, poiché ritengo molto prezioso e fertile il momento dello spazio di elaborazione. Per questo credo, affinché, funzioni la comunicazione si dovrebbe avere un <strong>codice comune</strong> tra i membri dell’equipe di comprensione del processo terapeutico.</p>
<p>Nella nostra esperienza di lavoro con il gruppo multifamiliare, noi ricercatori della scuola Bleger di Rimini, usiamo come chiave di lettura la nozione di emergente comprendere il processo gruppale. L&#8217;emergente sarebbe la punta dell&#8217;iceberg che emerge dal magma e che disvela le parti latenti delle situazioni gruppali familiari. Imponendosi come elemento nuovo e imprevisto, producendo una qualità diversa dalla situazione stessa. La successione e il ritmo degli emergenti ci indicano il camino, rendendo possibile l&#8217;osservazione delle vicissitudini, delle fantasie inconsce gruppale, delle identificazioni incrociate o delle coazioni a ripetere.</p>
<p>L&#8217;emergente deriva dal latino participio passato: <em>“emergere, accade come un accidente impensabile e inaspettato”.</em></p>
<p>L’emergente palpa gli aspetti controtransferali e, più in generale <strong>l&#8217;implicazione</strong> di ciascuno dei professionisti: come mi implico e come sono implicato.</p>
<p>D&#8217;altra parte, l&#8217;emergente dipende anche dal controtransfert istituzionale dell&#8217;équipe, dalla propria storia personale articolata con la formazione e con le proprie esperienze vissute.</p>
<p>L&#8217;emergente sarebbe il segnale che indica una traccia, che qualcosa è successo, se ignoriamo questi segnali, gli aspetti fisici e psichici continueranno ad esprimere i loro emergenti. Producendo sintomi o altre ripetizioni gruppali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Loredana Boscolo Buleghin<br />
Psicologo Psicoterapeuta<br />
<strong>Email</strong>: loredana.boscolo@alice.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia:</strong></p>
<p>Armando Bauleo, Psicoanalisi e Gruppalità, 2000.</p>
<p>Armando Bauleo, Ideologia, Gruppo e famiglia, Feltrinelli, Milano 1978.</p>
<p>Armando Bauleo e De Brasi MS, Clinica Gruppale &#8211; Clinica Istituzionale, Il Poligrafo, Padova 1994.</p>
<p>Bion, W. Esperienze nei Gruppi, Armando Editore, Roma 1971.</p>
<p>José Bleger, Simbiosi e Ambiguità, 1992.</p>
<p>Eduardo Mandelbaum, Teoria e pratica dei gruppi multifamiliari, Edizione Nicop Saggi, 2017.</p>
<p>Pichón Rivière, Il processo gruppale, dalla psicoanalisi alla psicologia sociale, Edizione Lauretana Loretto, 1986.</p>
<p>Pichón Rivière, La teoria del Vincolo, Edizioni Nueva Vision, 1979.</p>
<p>Progetto di Lavoro interdisciplinare e interazione sulla salute della persona, del gruppo familiare della comunità, ricerca finalizzata di sanità pubblica. ULSS17 Monselice, Padova. ULSS14 Chioggia, Venezia, e Regione Veneto giunta Regionale. Edizione Cleup, 2009.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I gruppi multifamigliari</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 13:56:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
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		<description><![CDATA[di Massimo De Berardinis Prima parte: da raggruppamento a gruppo Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per &#8230; <a href="https://bleger.org/i-gruppi-multifamigliari/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo De Berardinis</strong></p>
<p><strong>Prima parte: da raggruppamento a gruppo</strong></p>
<p>Nella relazione che mi accingo ad esporre mi servirò di nozioni ben conosciute nella loro applicazione alla psicoanalisi dei gruppi e di altre, forse meno note, ma altrettanto utili per addentrarci nella comprensione della complessa fenomenologia clinica dei gruppi multifamigliari. In premessa voglio ricordare che le trasformazioni dell’ambito istituzionale possono esercitare effetti, sugli ambiti famigliari ed individuali, di gran lunga maggiori di quelli che le trasformazioni di questi ultimi possono esercitare sull’ambito istituzionale.</p>
<p>Voglio anche ricordare come la cultura accademica ci abbia ripetutamente proposto l’idea che i soggetti nascano isolati e che solo successivamente si riuniscano a formare dei gruppi; al contrario la Concezione Operativa ci ha dimostrato che l’essere umano, prima di diventare soggetto, “appartiene” ad un gruppo, anzi, nello stato di indiscriminazione, che precede la distinzione io-non io, così come ce lo ha iconicamente descritto Bleger, egli è il gruppo! Nell’ottica blegeriana, pertanto, l’istituzione famigliare costituisce, all’inizio della vita psichica del soggetto ed in maggiore o minore misura, anche nel seguito, il ricettacolo delle parti più immature e meno discriminate dei suoi membri.</p>
<p>E’ altresì opportuno ricordarein premessa che nei gruppi primari tutti i membri tendono a funzionare da depositari per ciascuno degli altri, assumendo ed attuando, in modo complementare, i ruoli depositati. Può perciò accadere che quando questi gruppi attraversano fasi di instabilità, il membro che si è fatto maggiormente carico delle ansie e dei conflitti famigliari, possa veder crollare le proprie difese e divenire il depositario del ruolo di malato (il cosiddetto capro espiatorio).</p>
<p>I gruppi primari che ci vengono inviati per il trattamento multifamigliare presentano tutti, in misura più o meno pronunciata, questo tipo di problematiche. Ora, prima di addentrarmi in altre considerazioni, vorrei presentare brevemente qualche esempio sulle modalità di comportamento che gli integranti di questi gruppi tendono ad assumere in occasione dei primi incontri multifamigliari. Sebbene le famiglie vengano inviate con l’indicazione al trattamento di tutto il gruppo, pur tuttavia, già dal primo incontro di contrattazione, possiamo osservare come i membri, “cosiddetti sani”, tentino sempre una ridefinizione dell’invio cercando di apparire come accompagnatori dei “cosiddetti malati” e si comportino come certi genitori, con figli un po’ turbolenti, nei primi giorni di inserimento alla scuola materna!</p>
<p><span id="more-602"></span></p>
<p>Essi parlano di fronte ai loro congiunti come se non ci fossero o non capissero&#8230;strizzano l’occhio ai curanti&#8230;ammiccano e tentano, in ogni modo, di far intendere che i malati non sono loro ma “quelli lì”.E’ interessante notare come i pazienti accettino passivamente questo ruolo, lasciandosi trattare, senza reagire, come se fossero dei “bimbi un po’ tonti”.</p>
<p>Quando la situazione si presenta, sin dall’inizio, con aspetti così fortemente resistenziali, può essere opportuno evitare inutili contrapposizioni rimandando le famiglie agli invianti per una ridefinizione delle indicazioni di cura. Ma anche quando la fase contrattuale viene conclusa, almeno sul piano manifesto, con la definizione del compito di lavorare sulle difficoltà che, a vario titolo, tutti i membri delle famiglie si trovano ad affrontare in quella fase della loro vita, la situazione resistenziale tende ugualmente a riproporsi seppur con caratteristiche diverse.</p>
<p>Inizialmente le famiglie si dispongono in cerchio, senza mescolarsi, anche se poi ciascun gruppo tende rapidamente a scindersi in due sottogruppi: quello dei sani e quello dei malati.Solitamente i primi a prendere la parola sono i cosiddetti membri sani attraverso la descrizione delle “mancanze” di cui si renderebbero “colpevoli” i cosiddetti membri malati; essi parlano degli sforzi compiuti, delle terapie inutilmente tentate, del sentimento di impotenza che li attanaglia&#8230; per poi concludere con la richiesta rituale, di “fare qualcosa per guarirli”!</p>
<p>Dopo queste “presentazioni” iniziali, la“geografia”del gruppo va incontro a dei rimaneggiamenti caratterizzati dai movimenti dei membri sani che, spinti da un bisogno di “solidarietà”, si spostano per costituire piccoli sottogruppi, di due, tre persone, molto attivi nel dimostrarsi comprensione affettiva; i malati, invece, tendono arestare ancorati ai loro posti, accanto alle figure famigliari maggiormente protettive.Spesso si assiste anche al fatto che i fratelli e le sorelle dei “pazienti designati”, diano vita ad un ulteriore sottogruppo, spazialmente disperso, ma riconoscibile per la comunanza del tono polemico e rivendicativo verso il Servizio di Salute Mentale, il Servizio Sanitario, il Governo&#8230; il mondo intero&#8230; considerati “responsabili”di non aver fatto e di non fare abbastanza per i loro congiunti.</p>
<p>Per un tempo di durata variabile la dinamica del gruppo si mantiene incentrata sulla scissione tra sani e malati ed ogni momento “è buono”perchè i membri sani tornino a stigmatizzare il comportamento dei malati “&#8230; Il mio fa così Anche il suo?&#8230; Pensi che una volta&#8230; Sapesse&#8230; Ma no!&#8230; Davvero?&#8230; Proprio come il mio!&#8230; Dottore&#8230; Come si può fare?”&#8230; E via di questo passo!!</p>
<p>Il sottogruppo “depositato”, quello dei pazienti, solitamente resta silenzioso, lascia dire,al più, attraverso l’esibizione di marcati sintomi psicopatologici, provvede, paradossalmente, a confermare la divisione tra sani e malati. Quello che ho appena descritto è solo uno dei possibili esempi di come gli integranti del gruppo, del tutto inconsapevolmente, si adoperino per restare in fase di pre-compito, cioè oppongano “resistenza” all’ingresso nella fase di compito&#8230; in questo caso&#8230;. aggrappandosi ognuno ai propri “ruoli storici”!</p>
<p>In queste circostanze la funzione del coordinatore sarà essenzialmente rivolta a rinforzare il setting e a segnalare ed interpretare le ansie di base che si frappongono all’ingresso del gruppo nella fase di compito. La fase di pre-compito tenderà a ripresentarsi tutte le volte che il gruppo si troverà di fronte ad un cambiamento; se la coordinazione riuscirà a non cedere né alle lusinghe collusive dei sani né alle richieste di dipendenza dei malati, il gruppo si avvierà nel difficile percorso di cura che, si auspica, possa favorire la crescita di ciascuno dei suoi membri. Tutti i gruppi, come dice Pichon Rivière, hanno un andamento pendolare, a spirale, che li porta ad oscillare tra le fasi di pre-compito e quelle di compito. Il pre-compito è, per eccellenza, il momento nel quale emergono maggiormente le resistenze al cambiamento; è la fase nella quale il gruppo tenta di affrontare problemi nuovi con modalità vecchie.</p>
<p>L’emergere delle angoscie di base, propriamente paranoidi, depressive e confusionali, mobilitate dai timori di perdita dei vecchi riferimenti e dalla minacciosità del nuovo, determina la comparsa di tecniche di difesa che hanno lo scopo di eludere le ansie e rinviare il compito, come, per esempio, abbiamo potuto vedere nell’esempio citato, quando tutti gli integranti resistono al nuovo, attraverso il mantenimento dei loro vecchi ruoli di sani e di malati. E’ fondamentale che, in questi frangenti, il coordinatore non faccia propria la difficoltà del gruppo ricorrendo alla rassicurazione, cioè non confonda il proprio compito con quello del gruppo, perché se così facesse finirebbe col trasformare il lavoro terapeutico in lavoro di supporto. Ma che differenza c’è tra i gruppi multifamigliari e gli altri tipi di gruppo?</p>
<p>&#8211; Nella terapia, cosiddetta individuale, la relazione terapeutica è caratterizzata dall’incontro tra due corpi fisici ed dall’irrompere, nello spazio terapeutico, di molteplici “personaggi” che popolano il gruppo interno del paziente e il gruppo interno del terapeuta. In questo “particolare tipo di gruppo” l’analisi del transfert e del controtransfert costituisce l’asse portante del lavoro terapeutico.</p>
<p>&#8211; Nei gruppi operativi (gruppi secondari, dove sono i soggetti a costituire il gruppo) i corpi fisici sono numerosi ed ancor di più i personaggi dei gruppi interni che affollano le sedute. Qui l’analisi del transfert individuale è subordinato all’analisi della relazione gruppo –compito. I processi di proiezione-introiezione e di aggiudicazione-accettazione orifiuto dei ruoli costituiscono il “moltiplicatore terapeutico” grazie al quale è possibile addivenire, a livello individuale, alla ridefinizione dei modelli relazionali primari internalizzati.</p>
<p>&#8211; Nella terapia dei gruppi famigliari (cioè dei gruppi primari, dove è il gruppo a costituire i soggetti e non viceversa) occorre innanzitutto tener presente che il paziente è il portavoce, l’emergente della malattia famigliare;pertanto il trattamento sarà primariamente rivolto alla rottura dello stereotipo dell’aggiudicazione e dell’assunzione del “ruolo di malato”; quindi si procederà alla individuazione ed all’elaborazione del nucleo depressivo di base; è da questo, infatti, che discendono tutte le strutturazioni patologiche che rivelano il fallimento dei tentativi messi in atto per elaborarlo.<br />
Infine ci si occuperà della prevenzione del ripetersi dello stato di malattia famigliare, favorendo il riadattamento delle strutture individuali e gruppali.</p>
<p>&#8211; I cosiddetti gruppi multifamigliari, di cui ci occupiamo in questarelazione, sono invece costituiti da un insieme di sottogruppi strutturati (ma non qualsiasi, poiché si tratta di gruppi primari) che da vita ad una realtà molto particolare, che potrebbe essere definita di “oscillazione dinamica”tra la possibilità di trasformarsi in un gruppo di individui, discriminati e differenziati, e quella di restare un “raggruppamento di gruppi primari”.</p>
<p>Già sappiamo che la struttura istituzionale dei gruppi primari svolge la funzione di contenere, accogliere e bloccare le parti indiscriminate della personalità dei suoi membri e che ogni modifica di questa struttura può liberare l’angoscia in essa depositata; sappiamo anche che in assenza di un’idonea elaborazione l’angoscia può prendere la via del sintomo. Eppure la nostra aspettativa di cura è proprio quella di vedere modificata la stereotipia dei vincoli famigliari; che cioè il lavoro terapeutico possa determinare un allentamento della fissità degli “istituiti famigliari”a vantaggio di nuovi possibili “istituenti”.Come possiamo adoperarci, allora, affinchè l’attivazione, non occasionale, della potente macchina istituzionale produca trasformazioni senza determinare dei “terremoti catastrofici” negli integranti del gruppo?</p>
<p>Nella mia esperienza ho potuto constatare che per favorire il conseguimento di questo obiettivo occorre che si produca un “travaso”, al gruppo multifamigliare, della funzione istituzionale inizialmente assolta dai gruppi primari; perché questa operazione si realizzi è necessario che il gruppo multifamigliare assuma “carattere istituzionale”, cosa che può avvenire tramite l’adozione ed il mantenimento di un setting definito.</p>
<p>La dimostrazione dell’avvenuto travaso si renderà evidente, alla coordinazione, attraverso il rilievo di un aumento dei tentativi, operati dai singoli integranti, di prendere distanza dai gruppi primari, alla ricerca di una maggiore autonomia. Per altroverso il favorevole ingresso nella fase di compito, reso possibile dal setting e dal lavoro interpretativo della coordinazione, verrà segnalato dal manifestarsi di una posizione depressiva legata alla percezione della perdita della dipendenza dal gruppofamigliare, ma anche da un’attenuazione della posizione paranoidea di fronte alla minacciosità del nuovo. Da questo momento in avanti il compito del gruppo sarà quello di affrontare ed elaborare le ansie derivanti dalla rottura dello stereotipo, dalla trasformazione dei vincoli con i gruppi primari, dal procedere dall’indiscriminazione verso la discriminazione&#8230; in breve, dal passaggio da “raggruppamento di gruppi” a “gruppo di integranti”.</p>
<p>Nel lavoro di segnalazione e di interpretazione, che entrerà in gioco ogni qualvolta si profilerà un ostacolo sulla strada verso il conseguimento del compito, sarà posta una particolare attenzione a due aspetti fondamentali:</p>
<p>&#8211; al già ricordato va e vieni da raggruppamento a gruppo e viceversa (oscillazioni pre-compito -compito).</p>
<p>&#8211; ai fenomeni transferali che interessano la coordinazione, gli integranti, il compito e l’extragruppo.</p>
<p>Se del primo punto ho già parlato, il secondo merita ancora qualche approfondimento.</p>
<p>Partendo dalla teoria delle relazioni oggettuali vediamo come queste relazioni, una volta interiorizzate, vengano poi organizzate (a seconda delle modalità conle quali le sperimenta emozionalmente l’io del soggetto in via di sviluppo) in forma di rappresentazioni del mondo esterno. Queste rappresentazioni non riproducono mai il mondo dei rapporti reali (non sono cioè una copia fedele del mondo esterno) nonostante che nel corso degli anni, sotto l’effetto dell’evoluzione dell’io e delle successive relazioni oggettuali, esse vengano ripetutamente rimaneggiate nella direzione di una maggiore approssimazione alla realtà.</p>
<p>Diversamente dalla teoria delle relazioni oggettuali che si occupa delle vicissitudini degli oggetti internalizzati, la teoria del vincolo, elaborata da Pichon Rivière (che si fonda sull’idea il soggetto si produce in una prassi relazionale e che non c’è nulla in lui che non sia il risultato dellainterazione tra individuo, gruppo e società), si occupa sia del vincolo interno con l’immagine dell’oggetto che del vincolo esterno con l’oggetto reale.</p>
<p>Il vincolo interno, cioè la forma con la quale l’io si pone in relazione con la rappresentazione dell’oggetto internalizzato, condiziona anche l’espressività esterna; ne discende che, secondo questo modello, la terapia psicoanalitica si configura a partire dal tipo di relazione che il paziente stabilisce con il terapeuta; infatti, la natura transferenziale di questa relazione permette di indagare il vincolo che il paziente ha con i suoi oggetti interni. Pichon Rivière dice che l’esperienza terapeutica implica il “confronto”, cioè che nella misura in cui il paziente, a seconda dei vincoli internalizzati, assegnerà al terapeuta diversi ruoli, si renderà manifesta la sua “distorsione”nella lettura della realtà.</p>
<p>E’ di fondamentale importanza, sul piano terapeutico, che i ruoli assegnati non vengano agiti bensì “ritradotti”(interpretati) in una concettualizzazione o ipotesi sull’accaduto inconscio del paziente, al fine di cooperare, con lui, alla modifica delle sue percezioni del mondo e nella ricerca di nuove forme di adattamento attivo alla realtà. Nel lavoro di gruppo l’azione interpretativa esplicita gli emergenti espressi tramite il portavoce (verticalità), in rapporto con tutti i membri (orizzontalità), nel qui ed ora con il coordinatore, in relazione al compito.</p>
<p>Nei gruppi multifamigliari, come nei gruppi operativi, a seguito dei transfers multipli che comportano processi di aggiudicazione e di accettazione o rifiuto di ruoli, questa funzione interpretativa (di confronto) non viene svolta solamente dal coordinatore, ma anche da tutto il gruppo, con aumento esponenziale delle potenzialità terapeutiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Seconda parte: gruppi terapeutici e gruppi di supporto</strong></p>
<p>Purtroppo, nelle nostre realtà, le psicoterapie multifamigliari sono quasi del tutto sconosciute e pertanto non vi sono richieste spontanee da parte di pazienti o famigliari. Questo significa che i Servizi devono promuovere un’offerta che favorisca l’emergere di una domanda di cura orientata in questa direzione. Per questi motivi, nella mia pratica, ho fatto ricorso all’invito di sei, sette famiglie alla volta, con la finalità manifesta di discutere delle proposte terapeutiche del Servizio e, specificatamente, della proposta di terapia multifamigliare; ovviamente stiamo parlando di famiglie che hanno uno o più membri incura al Servizio di Salute Mentale.</p>
<p>Il percorso consta di tre incontri, a cadenza ravvicinata (solitamente ogni settimana o quindici giorni), della durata di due ore ciascuno. Al primo incontro vengono esposti i temi oggetto di discussione ed il coordinatore, coadiuvato da uno o due osservatori “silenziosi”, presenta la coordinazione e definisce il setting di lavoro. Questo consente di caratterizzare il pur breve percorso sia come momento informativo che come momento esperienziale.</p>
<p>Solitamente, già da questi primi incontri, si può notare che i famigliari tendono a presentarsi come “&#8230;noi siamo i genitori di Tizio,&#8230;io sono la moglie di Caio, &#8230;noi siamo le figlie di Sempronio&#8230;” dove Tizio, Caio e Sempronio, ovviamente, sono i pazienti&#8230; Gli integranti, cioè, non si presentano come se stessi bensì “in funzione”del gruppo famigliare di appartenenza e del rapporto che hanno con il “paziente designato”, lasciando intravvedere, già da subito, quella tramatura vincolare che caratterizza i gruppi primari e che sarà oggetto del lavoro terapeutico multifamigliare. Al termine dei tre incontri le famiglie interessate possono “iscriversi”per la partecipazione ad un percorso psicoterapeutico multifamigliare.</p>
<p>L’altra maniera in cui è possibile costituire gruppi multifamigliari è rappresentata dall’invio di famiglie da parte degli operatori dei Servizi. Ma in questo caso come vengono scelte le famiglie?</p>
<p>Nei Servizi dove io ho lavorato i candidati al trattamento multifamigliare sono rappresentati soprattutto da quei gruppi famigliari i cui congiunti sono pazienti che “non migliorano”, che “deludono” ed “esasperano” i terapeuti&#8230; non di rado inducendo in essi inconsapevoli agiti controtransferali. Così, come spesso accade nelle istituzioni sanitarie, “il nuovo trattamento”non viene riservato ai casi che potrebbero giovarsene maggiormente, bensì ai casi nei quali è già stato provato di tutto&#8230; ma senza alcun risultato!</p>
<p>Sono possibili due tipi di invio: il primo è caratterizzato da una presa in cura “a tutto tondo”, che include anche il trattamento psicofarmacologico; il secondo prevede invece che il paziente mantenga uno spazio terapeutico individuale (quasi sempre di natura psicofarmacologica) parallelo all’iter multifamigliare.</p>
<p>Con queste famiglie (invitate e/o inviate) si costituiscono dei raggruppamenti di venti, venticinque membri che vengono poi convocati per la definizione del contratto terapeutico. La fase di contrattazione può richiedere uno o più incontri e serve a definire il setting di lavoro.</p>
<p>Spazio-tempo: il luogo ove si terranno gli incontri, con quale durata (solitamente due ore), con quale cadenza (settimanale o quindicinale) e per quanto tempo (solitamente un anno e mezzo o due).</p>
<p>Ruoli: presentazione della coordinazione (solitamente due, tre operatori con ruoli definiti di coordinatore, co-coordinatore, osservatore) e degli integranti del gruppo.</p>
<p>Compito: variamente articolato ma sostanzialmente incentrato sul miglioramento dello stato di benessere di tutti i membri del gruppo.</p>
<p>E’ importante sottolineare come il contratto terapeutico venga stipulato in gruppo, con ciascuno degli integranti e non con le “entità” famigliari. I gruppi così costituiti tendono ad assumere rapidamente una configurazione simile a quella di un risuonatore, che riverbera, a volte in maniera quasi “contundente”, transfers, controtransfers, introiezioni e proiezioni multiple. In questo “spazio”, assai particolare, con l’aiuto del coordinatore, il gruppo muove i suoi primi passi partendo dalla situazione presente (perché siete qui?)&#8230; per dirigersi verso il passato (che cosa vi è successo?)&#8230; e da qui verso il futuro (cosa pensate di fare per affrontare le vostre problematiche?)&#8230; poi di nuovo al presente&#8230; di nuovo al passato&#8230; di nuovo al futuro&#8230; In questo andare e venire il gruppo “racconta” le sue storie dove gli integranti “agiscono” ripetitivamente i loro ruoli famigliari&#8230; ruoli stereotipati&#8230;surrogati d’identità&#8230; connaturati alla struttura istituzionale dei gruppi primari.</p>
<p>Con il procedere degli incontri le strutture famigliari, inizialmente rigide e chiuse, iniziano a farsi un po’ più flessibili, permeabili e a rimodellarsi. Come in una grande rappresentazione teatrale, il gruppo mette in scena sé stesso&#8230; gli attori (pazienti, famigliari e terapeuti) inizialmente incarnano il passato&#8230; dopo un pò si accostano al presente e infine&#8230; lentamente&#8230; si aprono al futuro; &#8230; stereotipia dei vincoli e possibilità di cambiamento coesistono ed interagiscono dinamicamente tra loro per tutta la durata del gruppo dando vita, per tutti, ad un processo di possibile trasformazione terapeutica.</p>
<p>Nell’approfondire ora la riflessione sul funzionamento dei gruppi multifamigliari torniamo sulla dimensione istituzionale; questi gruppi sono infatti caratterizzati dalla specificità di essere spazi di coesistenza ed interazione tra diverse strutturazioni istituzionali:</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi primari (le famiglie) che si esprime attraverso una vera e propria “drammatizzazione vivente” dei vincoli istituzionali storicamente determinati.</p>
<p>&#8211; Quella dei gruppi interni (individuali) espressa, da parte di ciascun membro del gruppo famigliare, tramite “l’attualizzazione transferale delmodello primario internalizzato”.</p>
<p>&#8211; Quella del gruppo multifamigliare, “gruppo di gruppi”, nuovo contenitore delle parti immature della personalità di tutti gli integranti; qui chiamato ad esprimere, tramite il setting, la condizione dell’invarianza o non processo,necessaria per consentire lo svolgersi del processo terapeutico.</p>
<p>A questi tre livelli ne andrebbe aggiunto almeno un quarto, costituito dalla istituzione sanitaria, che però, in questa occasione, lasceremo da parte per non appesantire troppo la trattazione. Dalla interazione tra le strutture che abbiamo descritto prenderanno avvio delle linee processuali che potranno convergere in maniera terapeuticamente sinergica oppure no. Nella mia esperienza ho potuto verificare che all’andamento di questi processi non risulta per nulla estraneo il tipo di approccio metodologico e tecnico tenuto dalla coordinazione.</p>
<p>Fornisco alcune brevi esemplificazioni in merito. Se il sig. Tizio, padre del paziente Caio, si relaziona, all’interno del gruppo multifamigliare, in maniera prevalente od esclusiva, in funzione di questo suo ruolo paterno che noi accettiamo ed avalliamo lavorando con questo “status”, di fatto stiamo lavorando con la struttura dei gruppi primari (vincolo esterno) e non con il gruppo multifamigliare. Diversamente, se la nostra attenzione sarà rivolta, in modo prevalente o esclusivo, all’analisi delle manifestazioni di transfer espresse da ciascun integrante, questo ci porterà a lavorare essenzialmente con la struttura dei gruppi interni (vincolo interno) dei singoli integranti (come se si trattasse di una specie di “terapia rotatoria individuale” in gruppo) e non con il gruppo multifamigliare.</p>
<p>Se invece ci approcceremo al gruppo multifamigliare ponendo come “tra parentesi” la struttura dei gruppi famigliari e quella dei gruppi interni individuali, ma focalizzando la nostra attenzione soprattutto sulla relazione gruppo-compito (cioè nell’aiutare gli integranti ad affrontare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento del compito), il nostro lavoro favorirà, da subito, il processo di trasformazione da raggruppamento a gruppo, cioè il passaggio dalla fase di pre-compito a quella di compito; questo eserciterà un effetto trasformativo contemporaneo e sinergico anche sulle strutture dei gruppi famigliari e dei gruppi interni individuali. Poiché però queste considerazioni si fondano direttamente sulle mie esperienze cliniche, occorre che vi faccia un breve riferimento.</p>
<p>Devo ritornare a molti anni addietro, più di trenta, aquando iniziai a riportare a livello ambulatoriale le mie esperienze sui gruppi multifamigliari; esperienze maturate soprattutto in situazioni di acuzie, cioè con le famiglie di pazienti ricoverati nella Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena. In quella fase il mio stile di coordinazione, si direbbe meglio di conduzione, era, per così dire, molto “sperimentale”; ciò non di meno le cose procedevano, almeno inizialmente, in modo assai positivo e tutti gli integranti sembravano trarre significativi giovamenti dall’esperienza&#8230; cosa che ritardò non poco la mia comprensione dei fenomeni che avvenivano all’interno dei gruppi multifamigliari&#8230;</p>
<p>I problemi cominciarono ad evidenziarsi solo più tardi&#8230; all’avvicinarsi del momento della chiusura dei gruppi. Accadeva infatti che, con l’approssimarsi della fine dei contratti terapeutici, le strutturazioni istituzionali originarie (interne ed esterne) riprendessero il sopravvento. I pazienti regredivano in maniera esageratamente vistosa, riassumendo le modalità relazionali e sintomatiche precedenti all’ingresso nel gruppo&#8230;. Sembrava di assistere al riavvolgimento del nastro di una pellicola! La situazione era paradossale&#8230; il lavoro con i gruppi multifamigliari produceva miglioramenti rapidi ed evidenti&#8230; ma, per mantenerli, sembrava che i gruppi non dovessero terminare mai&#8230;</p>
<p>Feci altri tentativi con esiti incerti&#8230; finchè la riflessione clinica e soprattutto la formazione nella Concezione Operativa di Gruppo non mi fornirono gli strumenti per superare quella situazione di “gruppo-protesi”, che, tra l’altro, per la sua sussistenza, si avvaleva proprio del mio “supporto” involontario. Al fine di fornire una migliore comprensione dei fenomeni sopra riportati, descriverò di seguito alcuni degli errori cheavevano maggiormente contribuito a determinarli:</p>
<p>&#8211; Concentravo la mia attenzione quasi esclusivamente sul funzionamento dei singoli integranti e dei gruppi famigliari.</p>
<p>&#8211; Pensavo i componenti del gruppo soprattutto a partire dal ruolo che rivestivano all’interno di ciascuna famiglia.</p>
<p>&#8211; Sottovalutavo l’importanza della definizione del setting.</p>
<p>&#8211; Tendevo a sovrapporre il ruolo di coordinatore con quello di leader.</p>
<p>&#8211; Ricorrevo, nei momenti di difficoltà del gruppo, ad interventi di natura prevalentemente rassicuratoria.</p>
<p>&#8211; Non differenziavo a sufficienza il compito della coordinazione da quello del gruppo.</p>
<p>Preso nel ruolo di “leader buono, potente, e salvifico”, incentivavo la dipendenza sulla mia persona e sul gruppo, senza però riuscire poi a favorirne l’elaborazione. Il clima così generato facilitava l’emergere di fenomeni catartici che sembravano soddisfare, nell’immediato, le esigenze dei partecipanti, ma poi non evolvevano in cambiamenti duraturi. In questo modo il gruppo diveniva un luogo di attenuazione delle ansie, ma, contemporaneamente, anche di rinforzo delle stereotipie di funzionamento famigliare ed individuale. Di fatto, favorendo la stabilizzazione dei gruppi in “fase di pre-compito”, mi ero inconsapevolmente trasformato, come dice Pichon-Rivière, nel “leader della resistenza invece che del cambiamento”.</p>
<p>Questa condizione di “certo benessere”, conseguita dal gruppo, per potersi mantenere nel tempo necessitava, però, della persistenza di una gruppalità di tipo supportivo; naturale quindi che l’approssimarsi della chiusura del gruppo mettesse in discussione quell’equilibrio facendo “retrocedere” gli integranti allo “statu quo ante”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>&#8211; Bauleo A.: “Ideologia, gruppo e famiglia &#8211; Contro-istituzioni e gruppi”. Ed. Feltrinelli, Milano, 1978.</p>
<p>&#8211; Bauleo A.: “Psicoanalisi e Gruppalità”. Ed. Borla, Roma, 2000.</p>
<p>&#8211; Bion W.R.: “Esperienzenei gruppi”. Ed. Armando, Roma, 1983.</p>
<p>&#8211; Bleger J.:”Psicoigiene e Psicologia istituzionale”. Ed.Lauretana, Loreto(AN), 1989.</p>
<p>&#8211; Canevaro A., Bonifazi S.: “Il gruppo multifamiliare –un approccio esperienziale”. Ed. Armando, Roma, 2011.</p>
<p>&#8211; Curci P., De Berardinis M., Pedrazzi F., Secchi C.: ”Il lavoro di gruppo in un reparto psichiatrico di breve degenza”, in Gruppo e Psicosi, Atti del Convegno di Villa Poma. Amministrazione Provinciale di Mantova, 1988.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “La relazione gruppo –compito in psicoanalisi operativa”. Sito della Scuola J. Bleger –Rimini. www.bleger.org, 2008.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “La funzione interpretativa nel gruppo multifamigliare”, in INTERPRETAZIONE, Ed. Sensibili alle foglie, Roma, 2017.</p>
<p>&#8211; De Berardinis M.: “Dispositivi gruppali e trasformazioni istituzionali all’interno di un reparto psichiatrico ospedaliero”. Sito della Scuola J. Bleger -Rimini; www.bleger.org, 2019.</p>
<p>&#8211; Garcia Badaracco J.: “Comunidad Terapeutica Psicoanalitica de Estructura Multifamiliar”. Ed. Tecnipublicaciones, Madrid, 1989.</p>
<p>&#8211; Jaques E.:“Sistemi sociali come difesa contro l&#8217;ansia persecutoria e depressiva. Contributo allo studio psicoanalitico dei processi sociali”. In M. Klein, P. Heimann, R. Money-Kyrle, Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore, Milano, 1966.</p>
<p>&#8211; Kaes R., Bleger J., Enriquez E., Fornari F., Fustier P., Roussillon R., Vidal J. P.: “La institucion y las instituciones. Estudios psicoanaliticos”. Ed.Paidos, Buenos Aires,1996.</p>
<p>&#8211; Klein M.: “Scritti, 1921 –1958”.Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2006.</p>
<p>&#8211; Mandelbaum E.: “Teoria e pratica dei Gruppi Multifamigliari”. Ed. Nicomp, Firenze, 2017.</p>
<p>&#8211; Pavlovsky E., Bouquet C.M., Moccio F.: “Psicodrama &#8211; Cuando y por qué dramatizar”. Ed. Busqueda, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>&#8211; Pichon-Rivière E.: “Il processo gruppale”. Ed. Lauretana, Loreto (AN), 1985.</p>
<p>&#8211; Pichon-Rivière E.:“Teoria del Vinculo”. Ed. Nueva Vision, Buenos Aires, 1985.</p>
<p>&#8211; Segal H.: “Introduzione all’opera di Melanie Klein”. Ed. Martinelli, Firenze, 1975</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Alla ricerca di una formazione per l’impresa sociale: il contributo dell’analisi istituzionale e dell&#8217;interazionismo simbolico</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 14:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Interventi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianni De Giuli Il 22 settembre 2020 ho partecipato all&#8217;incontro “Istituzioni e pandemia: elementi di analisi istituzionale e gruppo operativo”, a cura del Gruppo internazionale di ricerca su Pandemia ed Istituzioni. In quella sede c&#8217;è stata, da parte di &#8230; <a href="https://bleger.org/alla-ricerca-di-una-formazione-per-limpresa-sociale-il-contributo-dellanalisi-istituzionale-e-dellinterazionismo-simbolico/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni De Giuli</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>Il 22 settembre 2020 ho partecipato all&#8217;incontro “Istituzioni e pandemia: elementi di analisi istituzionale e gruppo operativo”, a cura del Gruppo internazionale di ricerca su Pandemia ed Istituzioni. In quella sede c&#8217;è stata, da parte di alcuni partecipanti &#8211; istituzionalisti francesi e svizzeri – un ricordo molto sentito di Georges Lapassade e dei temi concernenti l&#8217;Analisi istituzionale.  Si tratta di contenuti e pratiche che nel corso degli anni 90 avevo appreso e sviluppato direttamente con Lapassade nel corso dei suoi lunghi soggiorni in Italia.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nelle giornate successive all&#8217;incontro, discutendone con Leonardo Montecchi e Luciana Bianchera, ho ripensato al resoconto di un&#8217;esperienza formativa che avevo realizzato con Lapassade nel ‘96. Ne era nato un articolo che era stato pubblicato su Pratiques de Formation, la rivista degli istituzionalisti francesi presso l&#8217;Università di Parigi 8 e successivamente in Italia su Psicologia e Lavoro. Leonardo e Luciana non lo conoscevano e dopo averlo letto mi hanno chiesto di ripubblicarlo, trovandolo evidentemente ancora stimolante.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Nel farlo ho pensato di levare la parte introduttiva, ormai datata, centrata sul dibattito, in quegli anni molto vivo, sul ruolo del terzo settore nella ridefinizione di welfare e protagonismo delle organizzazioni sociali, mantenendo invece il resto dell&#8217;articolo che presenta direttamente l&#8217;analisi istituzionale in azione: un incontro di formazione condotto con il metodo dell&#8217;intervento socioanalitico.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Lapassade all&#8217;epoca non praticava quasi più la socioanalisi, raccontava che nel declino storico che il “movimento dei gruppi” stava attraversando anche la socioanalisi aveva perso la sua spinta propulsiva. Inoltre, come viene evidenziato sin dal titolo dell&#8217;articolo, altre correnti teoriche e metodologiche &#8211; in primis etnometodologia e interazionismo simbolico – dovevano affiancarsi alla tradizionale AI, non solo nello spiegare i processi sociali a livello microsociologico ma direttamente nella pratica della formazione. Ed era stata proprio la curiosità di sperimentare nuovi dispositivi formativi che avevano spinto Georges ad affiancarmi nella conduzione dei due seminari di cui tratta l&#8217;articolo.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Lapassade, che ne era stato il fondatore, era allora interessato a vedere come superare l&#8217;analisi istituzionale, integrandola con nuove conoscenze e metodologie.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Rileggendo oggi l&#8217;articolo è bello riconoscere come i concetti e il metodo dell&#8217;AI mantengono tutta loro capacità di indicare possibili alternative in primo luogo nella formazione di gruppi, organizzazioni e istituzioni.</em></p>
<p><span id="more-595"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Alla ricerca di una formazione per l’impresa sociale:<br />
il contributo dell’analisi istituzionale e dell&#8217;interazionismo simbolico</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Modelli formativi e organizzazioni<br />
</strong><br />
Nella formazione degli adulti che operano, a vari livelli, nelle organizzazioni del lavoro, i metodi prevalenti provengono dalla psicosociologia dei gruppi. Essi traggono le proprie origini teoriche dalla dinamica di gruppo lewiniana e, per ciò che riguarda le tecniche, dal dispositivo del T group, che possiamo sinteticamente descrivere come un seminario di sensibilizzazione alle relazioni di gruppo che si sviluppa attraverso l’autoanalisi permanente nel “qui e ora” (hic et nunc) del vissuto dei partecipanti e in cui il compito del conduttore è quello di facilitare l’autoanalisi utilizzando uno stile non direttivo. Il conduttore quindi non “fa lezione” sulla dinamica di gruppo, ma anima il seminario con brevi interventi che descrivono i processi in corso nella costruzione progressiva della situazione di gruppo.<br />
Su queste basi è stato elaborato un quadro teorico e pratico per la formazione, che si è sviluppato soprattutto nell’ambito aziendale e manageriale a partire dagli anni ‘60 e che è stato progressivamente esteso anche ad altri contesti organizzativi.<br />
Così anche nel cosiddetto terzo settore i metodi della formazione fanno spesso riferimento a quel modello consolidato.</p>
<p style="text-align: justify"><em><br />
</em>Ci si chiede allora se si debba trasferire un metodo di formazione utilizzato con successo per il management aziendale sul terreno della formazione di dirigenti di cooperative sociali. Si deve definire una cooperativa come un’azienda? Si deve analizzare come tale nel suo funzionamento? Altrimenti quale formazione potrebbe convenire alle cooperative? E’ possibile proporre un modello alternativo?<br />
Queste domande, che mi pongo da tempo, sono state al centro di un’ esperienza formativa realizzata con Georges Lapassade, che in questo articolo voglio descrivere e commentare. Alla descrizione si aggiungono le riflessioni che abbiamo sviluppato successivamente, ripensando all’intervento formativo, e che ci consentono di individuare alcune prospettive di ricerca per una diversa pratica della formazione.</p>
<p style="text-align: justify">Nei due seminari da noi animati, l’impostazione socioanalitica e i temi della pedagogia istituzionale che Lapassade ha cominciato ad elaborare fin dagli anni ‘60, proprio a partire da una critica del T group, sono stati ulteriormente rielaborati e contaminati con concetti e categorie analitiche che provengono dalla corrente sociologica dell’interazionismo simbolico. I seminari hanno dunque rappresentato un momento di ricerca e sperimentazione e alcuni elementi teorici possono essere estrapolati dalla descrizione delle due esperienze, pur essendo lontani da una formulazione teorica definitiva e limitandoci a riconoscere i possibili sviluppi per la formazione a partire dalla connessione di due approcci che hanno un comune taglio microsociologico.</p>
<p><strong>L’analisi istituzionale in un gruppo in formazione</strong></p>
<p style="text-align: justify">I seminari erano rivolti a dirigenti di cooperative sociali ed erano centrati sui temi del lavoro di gruppo e sul rapporto tra organizzazione e partecipazione nelle cooperative.<br />
Il committente era un consorzio nazionale (CN) di cooperative che raccoglie al proprio interno numerosi consorzi locali  (CL) costituiti a loro volta dalle coop cui appartenevano, appunto in qualità di dirigenti, i partecipanti ai nostri seminari.<br />
Era la prima volta che il CN organizzava un’ attività formativa specifica per i dirigenti del Sud: un percorso articolato in dieci seminari con l’obiettivo di sviluppare le competenze individuali e collettive per lo sviluppo delle organizzazioni.</p>
<p style="text-align: justify">Durante il primo seminario da noi condotto, il tema del gruppo è stato trattato secondo il dispositivo socioanalitico:<br />
&#8211; Un dispositivo formativo che si sviluppa a partire dall’analisi permanente di ciò che il gruppo produce ma dove, a differenza del T group da cui proviene, non c’è la chiusura del gruppo nell’interazione interna, separato dalle condizioni e dall’organizzazione che ne hanno reso possibile la costituzione e ne hanno predefinito alcune regole di funzionamento.</p>
<p style="text-align: justify">Ciò significa che il gruppo non è un qualsiasi gruppo che diviene il laboratorio privilegiato per imparare il funzionamento dei gruppi, essendo attraversato dai classici fenomeni e processi (coesione, comunicazione, leadership, decisione etc.) che il T group permette di vivere e autoanalizzare permanentemente nell’hic et nunc. E’ invece un gruppo (“istituito”) di dirigenti di cooperative che fa parte di un’organizzazione nazionale (“istituente”) che ha promosso e realizzato quel corso di formazione. Questo approccio permette pertanto di riconoscere la base invisibile ma presente (“istituzione”) su cui poggia il gruppo in formazione, base che ne regola il funzionamento attraverso un quadro di norme, interazioni, gerarchia e status dei diversi attori che insieme concorrono a realizzare l’intervento formativo.</p>
<p style="text-align: justify">All’inizio questo orientamento “istituzionalista” ha trovato la sua prima formulazione già nel 1962 nella proposta di gestione collettiva dell’orario di formazione di un T Group. L’eterogestione dell’orario della formazione (orario deciso altrove e mandato ai partecipanti) era in contraddizione con la pretesa di non direttività dei formatori all’interno del gruppo, per superare questa contraddizione si proponeva di gestire l’orario.<br />
Si chiamava allora Analisi Istituzionale:<br />
&#8211; l’analisi dell’orario come istituzione interna<br />
&#8211; e anche l’analisi della manifestazione di un’istituzione esterna (l’organismo di formazione presente / assente nella situazione, che aveva previsto l’orario di cui il conduttore mandato dall’organizzazione si faceva garante)<br />
Ma nell’ hic et nunc del nostro seminario, ciò che ha rivelato il manifestarsi dell’istituzione esterna è apparso in tutta evidenza con il problema della sede del seminario.<br />
E’ successo infatti, ad un certo punto dei lavori, che una partecipante ha affermato di non gradire la sede dell’incontro successivo, già prevista dall’organizzazione, ed ha proposto che il gruppo la cambiasse.</p>
<p style="text-align: justify">Trattando questo tema, volendo decidere, loro, la sede della loro formazione, i partecipanti hanno prodotto ciò che nel linguaggio socioanalitico è chiamato un effetto analizzatore.<br />
&#8211; L’analizzatore è un evento o un fenomeno che rivela ciò che l’organizzazione determina, che permette ai partecipanti di riflettere e analizzare il significato dell’organizzazione, il suo funzionamento, i rapporti di potere che vi si sviluppano.<br />
E’ stata la discussione sulla sede del seminario successivo, che ha consentito di spostare e sviluppare l’analisi sul rapporto tra organizzazione della formazione (CN e CL) e partecipanti all’evento formativo, tra istituente ed istituiti.<br />
Paradossalmente il corsista che più si opponeva all’idea che fossero i corsisti stessi a decidere la sede del seminario successivo, considerandola una scelta non di loro competenza &#8211; perchè da sempre e inequivocabilmente competenza dell’organizzazione &#8211; era colui che in veste di dirigente del CL aveva scelto la sede del seminario che stavamo svolgendo.</p>
<p style="text-align: justify">E’ accaduto qui qualcosa che ha avuto un forte effetto sui i partecipanti: l’organizzazione istituente del percorso formativo (CN in accordo con i diversi CL), che inizialmente veniva percepita come “intoccabile”, totalmente distante, burocrazia plenipotenziaria e non influenzabile dalle richieste dei corsisti, assumeva progressivamente, nel lavoro di analisi, i tratti di un organismo costituito da persone che in alcuni casi erano le stesse che, lì in quel momento, stavano discutendo.<br />
L’analizzatore ha permesso di rivelare il valore di feticcio che viene attribuito alle organizzazioni anche in un settore come quello delle cooperative sociali dove le stesse sono create e controllate dai soci lavoratori, i quali vorrebbero, in questo modo, esprimere forme di autogestione e di superamento della burocrazia.</p>
<p style="text-align: justify">Ciò che l’analisi mostrava era che in realtà i partecipanti del corso &#8211; dirigenti di cooperative e in alcuni casi anche dei consorzi locali che organizzavano quel corso &#8211; non si sentivano in potere di decidere nemmeno rispetto al luogo e alla struttura residenziale del corso, che pure pagavano personalmente o attraverso le proprie cooperative.<br />
Il seminario si era chiuso con l’istituzione di un comitato di corsisti a base regionale il cui unico compito era di negoziare con il proprio consorzio locale lo spostamento della sede prevista per l’incontro del mese successivo.<br />
Questa contestazione della sede e la ricerca di una soluzione alternativa deve essere vista come un’espressione di un desiderio collettivo tra i corsisti di gestire almeno un aspetto della loro formazione: non necessariamente i contenuti e i metodi ma almeno la sua base materiale. In questo senso un orientamento di tipo “autogestionario” è stato scelto in quel momento dall’Assemblea dei corsisti.</p>
<p style="text-align: justify">D’altra parte con questa messa in crisi della sede prevista per il successivo seminario, la formazione acquistava il carattere di un intervento sulla struttura e si passava ad un livello di analisi istituzionale nel senso di analisi dell’istituzione che dall’esterno organizza il dispositivo della formazione. Si produceva, in questo modo ed in anticipo, del materiale per il successivo seminario il cui tema era “Organizzazione e Partecipazione nel sistema cooperativo”.<br />
Il dispositivo costruito nel seminario non ha però funzionato, il comitato si è più o meno autodissolto dopo un tentativo fallito di cambiare la sede.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’organizzazione dell&#8217;autoformazione<br />
</strong><br />
A distanza di tre settimane, nel secondo seminario, il primo problema esaminato è quello del comitato e del suo fallimento: il Consorzio locale aveva infatti dichiarato che la richiesta di cambiamento non era di competenza del comitato dei corsisti. Pertanto ci eravamo tutti ritrovati nella città e nell’albergo previsti in origine dal CL e tanto contestata nel seminario precedente.</p>
<p style="text-align: justify">L’analisi collettiva di questa sconfitta ha evidenziato che:<br />
a) la coordinatrice del comitato per motivi personali ha rinunciato al suo ruolo tentando di trasmettere la sua responsabilità ad un altro membro dello dello stesso comitato che però ha rifiutato affermando di non essere interessato.<br />
b) i membri del comitato non sapevano che il giusto interlocutore per la loro richiesta era il responsabile della formazione (RF) del Consorzio nazionale, credevano che la decisione dipendesse solo dal Consorzio locale e non conoscevano il funzionamento reale della loro organizzazione nazionale. Questa mancanza di conoscenza costituiva un’eccellente materia per aprire un seminario il cui tema era la partecipazione nell’organizzazione.<br />
c) il presidente del Consorzio locale non aveva nemmeno lui tentato di chiarire la situazione organizzativa, comportandosi come il giusto interlocutore a due livelli:<br />
&#8211; la sua risposta al comitato:- Non è vostra competenza cambiare sede &#8211; poteva significare &#8211; E’ mia competenza e non sono disposto a negoziare con voi -.<br />
&#8211; ricevendo un fax da un membro del comitato, contenente una proposta di sede alternativa, lo aveva “sequestrato” senza trasmetterlo al responsabile nazionale.<br />
L’analisi ha inoltre indicato che questo pasticcio a livello organizzativo aveva avuto ripercussioni ad altri livelli istituzionali: la direzione del Consorzio nazionale aveva nel frattempo ricevuto un fax del Consorzio locale, poco chiaro, in cui si alludeva ad una “riprogettazione delle modalità organizzative” da parte dei partecipanti, e ciò aveva  provocato una preoccupazione di tipo organizzativo ai vertici del CN.</p>
<p style="text-align: justify">Questo breve riassunto della prima attività del seminario è un’ ulteriore illustrazione del metodo di lavoro utilizzato: in questo dispositivo non si fa lezione sull’organizzazione, nemmeno simulazioni o altri esercitazioni formative. La formazione si sviluppa a partire dal vissuto del gruppo in relazione con le istituzioni interne ed esterne al seminario (analisi istituzionale e dispositivo socioanalitico).</p>
<p style="text-align: justify">Un altro aspetto del dispositivo di formazione è che continuamente il gruppo gestisce l’orario del suo lavoro, dopo che l’orario prestabilito del seminario é stato abbandonato perchè poco rispondente ai bisogni dei partecipanti.<br />
Esiste invece un consenso sull’elaborazione progressiva e permanente delle attività e dell’orario, con la sola eccezione delle ore di pranzo e cena, regolate dal personale dell’albergo in cui siamo ospitati.<br />
Durante la seconda giornata Lapassade propone la formazione di un nuovo comitato per gestire con l’Assemblea dei partecipanti i prosssimi seminari nei contenuti e negli aspetti logistici.<br />
Ciò significa che la pratica formativa sull’organizzazione può consistere nella attività organizzativa: sono i corsisti riuniti in Assemblea ad organizzare la propria formazione, utilizzando i formatori come risorse a loro disposizione.<br />
Questo modo di fare, derivato dal T. group si oppone ad un’altra concezione della formazione nella quale i contenuti sono trasmessi dagli insegnanti senza negoziazione del corso con i corsisti.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto è forse necessario sottolineare che il corso proposto agli stessi corsisti si articola in 10 sessioni già predefinite.<br />
Lapassade precisa che la sua è una proposta pedagogica di un dispositivo di autoformazione per i corsisti che implica la gestione da parte loro anche dei contenuti o almeno la loro negoziazione con il responsabile del corso.<br />
L’ Assemblea comincia discutere la proposta, ma quando dopo una pausa lo staff ritorna in Assemblea scopre che la stessa sta già funzionando senza la presenza dei formatori nel ruolo di animatori. Gli stessi decidono allora di restare fuori e di ritornare solo su invito esplicito dell’Assemblea generale.<br />
Così inizia una fase autogestita del seminario: i lavori proseguono in piccoli gruppi costituiti dall’Assemblea generale senza l’intervento dello staff.<br />
Le proposte che più tardi vengono presentate in Assemblea con lo staff dei formatori sono:</p>
<p style="text-align: justify">-1°gruppo: ritiene molto utile il metodo dei due seminari basati sull’esperienza vissuta, ma propone di proseguire con il metodo che era stato utilizzato nel seminario di apertura del corso con il responsabile della formazione e che prevedeva il coinvolgimento dei partecipanti attraverso esercitazioni e discussioni di gruppo. Tale metodo (che chiameremo “metodo RF”) è considerato innovativo e coerente con i contenuti dei futuri seminari. Viene accettata l’idea di un comitato che si occupi dei bisogni del gruppo e dei singoli e sia propositivo per la logistica mentre sui contenuti si limiti a possibili integrazioni. Un membro del comitato si dissocia ritenendo il “metodo RF” troppo vicino ad una formazione aziendale.</p>
<p style="text-align: justify">- 2°gruppo: è favorevole all’autogestione ma senza rottura con chi ha proposto il programma del corso. Si ritiene importante privilegiare le specificità del Sud e trovare un accordo con l’organizzazione anche in merito ai formatori. Considera positiva l’idea di un comitato composto da persone competenti sulla cooperazione sociale al Sud. Viene anche proposta la creazione di un bollettino autofinanziato dalle cooperative per far circolare ed elaborare materiale relativo alle esigenze formative e scambiare più informazioni con il consorzio nazionale. L’idea è quella di un comitato “molto operativo”, a rappresentanza regionale.</p>
<p style="text-align: justify">- 3°gruppo: D’accordo con il comitato eletto con il criterio della rappresentanza regionale. D’accordo sull’autogestione per discutere su tutto ma non viene ritenuto necessario un cambiamento dei contenuti.</p>
<p style="text-align: justify">- 4° gruppo: si presenta spaccato: tre corsisti preferiscono il metodo dell’autogestione, gli altri tre il “metodo RF”, per cui propongono un’integrazione dei due metodi, sono anche per un comitato a rotazione e su base regionale</p>
<p style="text-align: justify">- 5° gruppo: Intende l’autogestione come possibilità di introdurre dei cambiamenti nel percorso formativo. Il comitato deve essere una sorta di CdA dell’Assemblea dei corsisti.</p>
<p style="text-align: justify">Dai resoconti dei lavori dei gruppi possiamo rilevare nei corsisti una sorta di disorientamento, una dissonanza cognitiva che si risolve nel tentativo di tenere insieme due modelli alternativi di formazione<br />
L’autogestione proposta dai gruppi non appare come un prendere direttamente nelle proprie mani il futuro del percorso formativo, ma ciò deriverebbe, secondo gli stessi corsisti, dall’impossibilità di autogestire contenuti che non si conoscono.<br />
In sostanza la proposta dell’autogestione, così come emerge dalla successiva discussione, non sembra ancora realizzabile.</p>
<p style="text-align: justify">Praticare un percorso autogestito significa, innanzitutto, passare da una definizione della formazione come prodotto già realizzato e offerto da un’esperto, alla formazione come attività istituente di un gruppo di persone che, facendo lo stesso lavoro, con le medesime funzioni (dirigenti di cooperativa), può individuare i propri bisogni, definire degli obiettivi e organizzare un percorso di formazione utilizzando i docenti nelle modalità e con le funzioni ritenute più appropriate.<br />
Ma nel seminario emerge tutta la difficoltà dei corsisti nel passare da una posizione di “istituiti” ad una di “istituenti”. La formazione è percepita come un’attività a loro esterna i cui contenuti sono sconosciuti, decisi altrove, da formatori che hanno già predefinito i bisogni formativi di quei dirigenti.</p>
<p style="text-align: justify">Le resistenze alla proposta dell’autogestione portano lo staff a precisare, in modo meno ambizioso, l’idea dell’autoformazione: essa si limiterebbe, in una prima fase, ad una negoziazione dei contenuti del seminario successivo.<br />
Il lavoro è facilitato dal fatto che sono presenti, come membri dello staff, gli interlocutori necessari: il responsabile nazionale della formazione e un altro formatore, previsto come conduttore principale del futuro stage.<br />
Essi potrebbero presentare il programma per poi negoziarne i contenuti, come già proposto la sera prima, ma ancora si riscontra la mancanza di interesse dell’Assemblea.</p>
<p><strong>Le definizioni della situazione</strong></p>
<p style="text-align: justify">Viene allora riformulata e restituita nell’Assemblea un’ipotesi avanzata dallo staff durante una riunione: l’autogestione potrebbe essere solo un desiderio dello staff, mentre i corsisti partecipano al percorso formativo forse più per incontrare i colleghi e per poter dire di aver fatto il corso, per la propria carriera ed il proprio status (ricordiamo che si tratta del primo percorso formativo per dirigenti di cooperative sociali fatto al sud) indipendentemente dall’interesse per i metodi ed i contenuti.<br />
Saremmo dunque di fronte a obiettivi diversi, che, utilizzando un concetto dell’interazionismo simbolico, portano a diverse “definizioni della situazione”. Ciò significa che i vari partecipanti alla situazione formativa attribuiscono ad essa sensi diversi, la valutano diversamente e si predispongono di conseguenza ad agire diversamente.</p>
<p style="text-align: justify">Se su tali definizioni non avviene un continuo processo di negoziazione, è reso impossibile non solo un accordo sull’autogestione, ma anche sul modo stesso di procedere nel seminario.<br />
Esempi di ciò ci provengono da due eventi che si succedono nell’ultima parte del seminario.</p>
<p style="text-align: justify">Il primo caso si riferisce a ciò che accade quando lo staff propone di preparare il primo numero del bollettino proposto da uno dei gruppi la sera precedente, come primo strumento dell’autoformazione. Questa proposta viene accettata, si formano piccoli gruppi che dopo aver lavorato attivamente, ritornano in Assemblea con i loro prodotti scritti.<br />
I risultati sono però poco convincenti, non si avverte un interesse reale attorno al progetto di un bollettino interno al percorso formativo.<br />
Una corsista sostiene che “siamo stati tutti d’accordo sul giornale ma visto come un’esercitazione del seminario e non come bollettino reale”.</p>
<p style="text-align: justify">Il secondo esempio ci viene dall’ultima seduta dell’Assemblea.<br />
All’inizio due membri dello staff fanno due lunghi interventi di rilettura e analisi del seminario che si propongono come conclusione dello stage, non lasciando spazio alla possibile valutazione dei corsisti che invece ascoltano in un silenzio quasi religioso.<br />
Un altro formatore interpreta questi interventi rifacendosi al concetto goffmaniano del sè, inteso non come originato dalla persona del soggetto ma come prodotto di una messa in scena sociale le cui regole e caratteristiche strutturali determinano le diverse parti recitate dal soggetto stesso. Questo modo di parlare, potrebbe esprimere il bisogno dello staff di presentare sè stesso nei ruoli e nella dignità dello psicosociologo e del sociologo formatore che esibiscono la loro competenza sviluppando un discorso intelligente ed articolato e non solo un’agitazione e un ipeattivismo permanente chiamato formazione.<br />
Questa occupazione del tempo alla conclusione del seminario significherebbe che taluni membri dello staff non accorderebbero molta serietà al progetto di istituire un nuovo comitato rappresentativo dell’Assemblea, compito che invece viene ritenuto importante da questo membro dello staff.</p>
<p style="text-align: justify">Si decide allora di verificare quanti corsisti sono favorevoli al comitato:<br />
&#8211; 10 sono contrari e formulano i motivi della loro opposizione<br />
&#8211; 15 sono a favore ma non dicono perché<br />
&#8211; mancano 9 partecipanti, non presenti all’ultimo giornata.<br />
I quindici escono dalla sala della riunione e costituiscono il comitato.<br />
Dopo aver eletto un coordinatore, il comitato si è assunto da subito il compito di formulare delle proposte per la continuazione del corso, i contenuti da trattare e le modalità organizzative.<br />
Così si è chiuso il seminario, sciogliendo l’Assemblea Generale.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un dispositivo per l’autogestione della formazione<br />
</strong><br />
Nelle giornate successive al seminario abbiamo lavorato ad un’analisi dell’esperienza. Sono emerse alcune indicazioni che ci consentono di guardare da altri punti di vista al problema della formazione in generale e alle questioni poste dai seminari.</p>
<p style="text-align: justify">La mia domanda principale era relativa alla difficoltà dei corsisti di accettare la proposta dell’autoformazione che veniva dallo staff dei formatori. Perchè tante resistenze all’ipotesi dell’ autogestione del percorso formativo da parte di persone che nelle loro cooperative si autogesticono quotidianamente il proprio lavoro?</p>
<p style="text-align: justify">Una risposta la possiamo ricavare ricorrendo nuovamente al concetto di definizione della situazione, partendo da un’osservazione formulata nel 1932 da Willard Waller, il primo a proporre una descrizione della relazione pedagogica nel linguaggio dell’interazionismo simbolico.<br />
Waller, al contrario di Durkheim, sosteneva che la situazione pedagogica era inevitabilmente conflittuale in conseguenza del fatto che i maestri e gli studenti non hanno la stessa definizione della situazione:<br />
&#8211; i maestri definiscono la situazione come la vuole la società che rappresentano, considerando che loro sono nella scuola per insegnare, trasmettere delle conoscenze e che gli studenti sono lì per imparare;<br />
&#8211; gli studenti invece possono avere altri obiettivi come quello di incontrare amici, divertirsi, fare del baccano, giocare e forse anche apprendere qualcosa.<br />
Durante il seminario era stata formulata l’ipotesi che i corsisti forse partecipavano al corso con altri obiettivi, diversi da quelli dell’apprendimento: ritrovarsi insieme, fare un po’ di vacanza, poter dire di aver preso parte a questo corso, etc..<br />
Questo tipo di osservazione non è stata però sufficientemente tematizzata con i corsisti, anche se i formatori ne hanno parlato tra di loro.</p>
<p style="text-align: justify">Un’altra referenza è quella di Goffman sulle istituzioni totali quando dice che se nel carcere i prigionieri frequentano regolarmente la biblioteca il direttore sarà portato a considerare che questo significa un progresso. Ma il vero motivo del recluso può essere un altro, per esempio farsi notare positivamente per avere una riduzione della pena e non per arricchire la sua conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify">Ritornando alla nostra situazione di formazione possiamo dire che ci sono diverse definizioni della situazione che si confrontano e che sono formulate in termini di obiettivi divergenti:<br />
a) gli obiettivi del Consorzio nazionale, che ha sempre promosso e organizzato corsi per i dirigenti delle coop, ma mai si è interessato all’autogestione<br />
b) gli obiettivi dei Consorzi locali più legati alla gestione e al controllo della base materiale della formazione, su cui si giocano i rapporti di potere interni ed esterni.<br />
c) gli obiettivi della direzione della formazione dove prevale il bisogno di mantenere gli equilibri esistenti che l’autogestione potrebbe invece mettere in pericolo<br />
d) gli obiettivi dei formatori, interessati a produrre nuovi modelli e nuove sintesi<br />
e) i vari obiettivi dei corsisti</p>
<p style="text-align: justify">E’ nella relazione tra le diverse definizioni della situazione che avviene il massimo conflitto istituzionale ed è lì che va sviluppata l’analisi.<br />
Su questo piano credo sia possibile progettare un dispositivo di formazione che si ponga sin dall’inizio l’obiettivo di costruire collettivamente una comune definizione della situazione formativa. L’autogestione diviene allora la pratica istituente che si sviluppa a partire da questo lavoro di negoziazione, costruzione e condivisione degli obiettivi, dei metodi, dei contenuti e delle finalità generali della formazione.</p>
<p style="text-align: justify">Possiamo così riprendere il discorso iniziale e riformulare le domande relative ad un modello formativo alternativo a quello psicosociologico tradizionale: in che modo è possibile fare una formazione utile per organizzazioni che vogliono praticare una visione autogestionaria e solidaristica dei rapporti sociali, se non praticando anche nella formazione modelli autogestiti che superino la tradizionale opposizione tra istituenti e istituiti, tra conduttori e condotti, tra chi detiene un sapere e chi è convinto che solo gli esperti possano conoscere i suoi bisogni formativi ?</p>
<p style="text-align: justify">Per un modello alternativo di formazione proponiamo un dispositivo di formazione che può contenere al proprio interno due obiettivi opposti:<br />
&#8211; quello tradizionale della trasmissione di conoscenze<br />
&#8211; quello di un apprendimento fondato sull’esperienza dell’hic et nunc.<br />
La scelta tra i due può essere legata ai contenuti:<br />
&#8211; alcuni contenuti, ad esempio quelli legati ai saperi tecnici possono essere trattati attraverso la trasmissione di conoscenze;<br />
&#8211; altri posono essere accquisiti sulla base dell’hic et nunc, per esempio, rifacendoci all’esperienza descritta, le competenze nel chiarimento dei rapporti con la gerarchia, la capacità di identificare i giusti interlocutori per problemi specifici, l’animazione di una riunione o di un’assemblea alla ricerca di una maggior partecipazione alle decisioni.</p>
<p style="text-align: justify">E’ nella gestione dei contenuti che si verifica il ribaltamento del modello tradizionale: i corsisti si possono organizzare per ricercare e decidere quali sono i loro bisogni formativi, anche ricorrendo agli esperti, ma utilizzandoli come consulenti e gestendoli di volta in volta.</p>
<p style="text-align: justify">La formazione si avvicina così al modello della nuova ricerca-azione di Carr e Kemmis in cui sono gli stessi praticanti (i corsisti) a condurre la ricerca a partire dalla loro pratica formativa, a differenza della ricerca-azione classica, lewiniana, dove sono gli esperti esterni che gestiscono e pianificano la ricerca.<br />
In questo dispositivo il ruolo della direzione della formazione è legato alla proposta delle risorse, al materiale di formazione da negoziare con i corsisti, che devono anche negoziare le basi materiali della formazione, il suo progresso, date, orari.<br />
Tutto ciò consente a dirigenti di cooperative sociali di autopromuoversi come soggetti dell’apprendimento, sperimentando anche nel campo dell’organizzazione del sapere modelli autogestionari coerentemente con la visione autogestionaria dei rapporti sociali di cui le imprese sociali possono farsi portatrici.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p style="text-align: justify"> &#8211; W. Carr, S. Kemmis,  <em>Becoming Critical: Education Knowledge and Action Research</em>, Falmer Press, 1986<strong><br />
&#8211; </strong>O. Cotinaud,<em> Dinamica di gruppo e analisi delle istituzioni</em>, Roma, Borla, 1976<br />
&#8211; E. Goffman, <em>La vita quotidiana come rappresentazione</em>, Bologna, Il Mulino, 1969<br />
&#8211; E. Goffman, <em>Asylums</em>, Torino, Einaudi, 2003<br />
&#8211; G. Lapassade, <em>L&#8217;analisi istituzionale</em>, Milano, Isedi 1974<br />
&#8211; G. Lapassade, <em>L’autogestione pedagogica</em>, Milano, F. Angeli, 1973<br />
&#8211; G. Lapassade, <em>In campo</em>, Lecce, Pensa Multimedia, 1996<br />
&#8211; G. Lapassade, <em>Baccano</em>, Lecce, Pensa Multimedia, 1996<br />
&#8211; G. Lapassade, <em>L’istituente ordinario</em>, Lecce, Pensa Multimedia, 1997</p>
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		<title>Creare moltiplicare luoghi di respiro collettivo</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2020 08:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricerche - azioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Per l&#8217;Assemblea Internazionale del 25 ottobre:  CREARE MOLTIPLICARE LUOGHI DI RESPIRO COLLETTIVO La pandemia agisce come disvelamento: mettendoci in condizione di comprendere che da tempo viviamo entro la carcassa del capitalismo neoliberale, che non smette, per quanto defunto, di imporre &#8230; <a href="https://bleger.org/creare-moltiplicare-luoghi-di-respiro-collettivo/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="paragraph" style="text-align: center"><span style="font-size: medium">Per l&#8217;Assemblea Internazionale del 25 ottobre:</span></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: left"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"> <span style="color: #d8d517"><strong><span style="font-size: x-large">CREARE MOLTIPLICARE</span></strong></span></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"><span style="color: #d8d517"><strong><span style="font-size: x-large">LUOGHI DI RESPIRO COLLETTIVO</span></strong></span></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<div class="paragraph" style="text-align: center"></div>
<h3 class="paragraph" style="text-align: justify"><span style="font-size: medium"><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/Pandemia.jpg"><img class="aligncenter wp-image-583" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/Pandemia-300x300.jpg" alt="Pandemia" width="270" height="270" /></a></span></h3>
<p style="text-align: justify">La pandemia agisce come disvelamento: mettendoci in condizione di comprendere che da tempo viviamo entro la carcassa del capitalismo neoliberale, che non smette, per quanto defunto, di imporre le sue regole: privatizzazione, competizione, primato del profitto sull’interesse sociale, devastazione dell’ambiente, iper-sfruttamento delle energie mentali, burnout.</p>
<p style="text-align: justify">Ma non basta comprendere che siamo in una trappola per uscirne. Uscire dalla trappola tecno-finanziaria richiede infatti una strategia politica e soprattutto una solidarietà sociale fondata su un processo di soggettivazione che al momento, nella tempesta pandemica, appare esitante e depresso. L’apocalisse pandemica ha reso evidente che la società non può sopravvivere senza liberarsi dalla regola neoliberale, ma ha indebolito, e forse paralizzato le energie psichiche necessarie per attivare un processo di soggettivazione solidale.</p>
<p style="text-align: justify">Entro questo contesto un gruppo di ricercatori che operano prevalentemente nel campo della psicoterapia mette all’ordine del giorno la necessità di creare e moltiplicare luoghi di riflessione psicoterapeutica comune, luoghi di respiro che si sottraggano al soffocamento sistemico, per cercare al tempo stesso la via per l’emancipazione dal dominio tecno-finanziario.</p>
<p style="text-align: justify">Il 25 ottobre in Cile si tiene il referendum che deve decidere se rimanere per sempre dentro la gabbia della costituzione fascista e ultra-liberale promulgata negli anni di Pinochet e di Kissinger, o se usare la forza costituente della lotta e del voto per uscirne, aprendo la strada a un modello sociale egualitario, e frugale, cioè fondato sull’utile collettivo e non sull’astrazione finanziaria e il consumismo indotto dalla pubblicità.</p>
<p><span id="more-582"></span></p>
<div>
<p style="text-align: justify">Il Cile è il luogo in cui la dittatura liberista cominciò con un colpo di stato fascista e con un massacro. Il Cile può essere il luogo da cui inizia il processo di smantellamento della dittatura liberista. Ma il voto sarà solo la condizione formale cui deve seguire un processo di soggettivazione solidale e autonoma.<br />
Della lotta politica in corso in diversi paesi latino-americani, Bolivia, Colombia, Argentina, oltre al Cile, possiamo essere soltanto spettatori. Ma possiamo e dobbiamo essere attori dell’opera di ricomposizione della soggettività sociale che precarietà e accelerazione competizione hanno aggredito e infettato profondamente, e che ora, per effetto della pandemia, dell’isolamento, della paura, del distanziamento sembra sprofondare in una sorta di depressione di lungo periodo.</p>
<p style="text-align: justify">La pandemia agisce come un catalizzatore di processi catastrofici da lungo tempo in corso: la stagnazione economica, la precarietà dilagante del lavoro, la devastazione ambientale, il burnout da super-lavoro dell’attenzione, la depressione, il panico. Poiché questi processi precipitano tutti insieme, l’orizzonte che si intravvede oltre l’apocalisse pandemica, è quella dell’estinzione del genere umano, mentre la disgregazione della civiltà è ormai ad un punto piuttosto avanzato, e la guerra, la fame, la violenza razzista si diffondono.</p>
<p style="text-align: justify">Ma non è possibile ragionare proficuamente delle possibilità di sventare la prospettiva estrema dell’estinzione se la mente collettiva è invasa dai fantasmi della paura, dell’angoscia, se il corpo dell’altro è percepito come un pericolo e l’erotismo è bandito dalla vita sociale.<br />
Nuovi profili di sofferenza psichica vanno emergendo: l’erotismo entra in una zona oscura di sensibilizzazione fobica al corpo dell’altro, a causa del trauma del distanziamento e dell’invasione di flussi di perturbante entro lo spazio della vita quotidiana.<br />
Il nostro specifico compito e la nostra intenzione è cartografare il continente emergente dell’inconscio in oscillante ambigua mutazione, per creare moltiplicare luoghi di respiro e collettivi di enunciazione (auto)terapeutica.</p>
<p style="text-align: justify">E’ possibile vita felice nell’orizzonte dell’estinzione?<br />
Può parere una domanda paradossale, ma è invece cruciale, perché solo se riusciamo a rispondere sì a questa domanda, solo se riusciamo a creare spazi di respiro tranquillo e di relazione felice nel corso della tempesta epidemica e sociale, possiamo trovare la via di fuga da quello stesso orizzonte.<br />
Solo affrontando in modo collettivo la coscienza dell’impermanenza di ogni essere, del nostro esistere singolare e del genere umano come insieme bio-storico, possiamo dissipare il panico, e attivare le dinamiche della creatività e dell’invenzione.<br />
Per questo riteniamo che sia urgente la formazione e proliferazione di luoghi di respiro collettivo, di meditazione sull’impermanenza e di sperimentazione di nuove forme di vita sociale.</p>
<p style="text-align: justify">Per il gruppo di ricerca<br />
Franco Berardi</p>
<p style="text-align: justify">16 ottobre 2020</p>
<p style="text-align: justify">Per aderire, mandare una mail a Leonardo Montecchi: lmontecc@me.com</p>
<p style="text-align: justify">L&#8217;Assemblea Internazionale è aperta a tutti e ci colleghiamo attraverso la piattaforma Zoom<br />
il 25 ottobre dalle 16 alle 19 ( ora di Roma)</p>
<p style="text-align: justify">Per collegarsi su Zoom:<br />
id 86989033390<br />
password 004481</p>
<p style="text-align: justify">A presto</p>
<p style="text-align: justify">
</div>
<p><!--more--></p>
<p><!--more--></p>
<p><!--more--></p>
]]></content:encoded>
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		<title>E.C.R.O. (Schema concettuale di riferimento operativo): strumento che definisce il colloquio gruppale</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 09:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Lezioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Annalisa Valeri (La lezione si tiene all’interno di un corso di formazione sulla Concezione Operativa di Gruppo ed è la seconda di un ciclo. Dopo l’informazione gli ascoltatori si riuniscono in un gruppo, coordinato e osservato da docenti della &#8230; <a href="https://bleger.org/e-c-r-o-schema-concettuale-di-riferimento-operativo-strumento-che-definisce-il-colloquio-gruppale/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Annalisa Valeri</strong></p>
<p style="text-align: justify"><em>(La lezione si tiene all’interno di un corso di formazione sulla Concezione Operativa di Gruppo ed è la seconda di un ciclo. Dopo l’informazione gli ascoltatori si riuniscono in un gruppo, coordinato e osservato da docenti della Scuola Bleger)</em></p>
<p style="text-align: justify">Partiamo da alcuni concetti che definiscono che cos’è un gruppo.<br />
Pichon Rivière definisce un gruppo operativo come quell’insieme di persone riunite dentro una cornice di variabili costanti, che si integrano fra di loro attraverso una mutua rappresentazione interna e che si prefiggono un compito. Il compito è l’elemento di urgenza, di necessità che convoca le persone a raggrupparsi e ad iniziare un lavoro comune.<br />
Per farlo il gruppo ha bisogno di una cornice stabile, all’interno della quale sviluppare il proprio processo gruppale. Alcuni elementi costituiscono un contenitore solido e stabile nel quale le persone possono trovarsi, vale a dire uno spazio, un tempo, dei ruoli e un compito.</p>
<p style="text-align: justify">Questo è il setting, condizione necessaria perché possa avvenire il lavoro del gruppo.Ha la stessa importanza dell’allestimento di una sala operatoria, con la sterilizzazione degli strumenti, la preparazione di un posto protetto, all’interno del quale possa avvenire, in condizioni di sicurezza, l’intervento. La cornice di variabili costanti è proprio questo. All’interno dell’esperienza on line che stiamo vivendo è già avvenuta un’importante modifica rispetto allo spazio. Non siamo più in un luogo fisico tutti insieme. Ognuno accede a questo spazio da un ingresso differente e personale. Che spazio è questo in cui ci stiamo riunendo? Dove siamo? Che caratteristiche ha questo cyber spazio in cui siamo? Qualcuno di voi può avere un gatto sulle ginocchia, un bimbo che si intrufola per curiosità e viene a vedere lo schermo, un campanello che suona. Sono tutti elementi che rendono differente lo spazio, lo hanno trasformato. Il nostro insieme di variabili costanti ha subito un cambiamento che non abbiamo scelto, ma di cui dobbiamo tenere conto. Nel senso che influenzerà il processo gruppale, entrerà a farne parte. Anche il tempo subisce un cambiamento. Il tempo cronologico dell’orologio assume un significato diverso quando lo si sperimenta on line. Potrebbe sembrare più lungo o più intenso. Il ruolo che avranno i coordinatori subirà delle modifiche: come si interpreta, cosa si osserva in una modalità on line? Come passano le informazioni e le emozioni con questo strumento? Stiamo sperimentando e siamo tutti, voi inclusi, ricercatori.<br />
<span id="more-569"></span></p>
<p style="text-align: justify">Ma veniamo al tema dell’informazione di oggi. Nella definizione di gruppo oltre che del setting si parla di mutua rappresentazione interna. Questo sarà il tema su cui ci soffermeremo, che costituisce uno strumento di lavoro per il gruppo. E’ un prodotto del gruppo e lo strumento attraverso cui il gruppo può affrontare la realtà, occuparsi del suo compito concreto, comunicare.</p>
<p style="text-align: justify">L’ECRO o mutua rappresentazione interna, è uno strumento che serve all’apprendimento.<br />
Torniamo per un attimo al racconto dell’avvio della Concezione Operativa, che è avvenuta all’interno di un’esperienza concreta all’Ospedale Las Mercedes di Buenos Aires. Questa situazione di necessità, che ha spinto Pichon Rivière a formare i primi gruppi, ci serve per chiarire l’idea dell’apprendimento e della conoscenza all’interno della Concezione Operativa. Il tipo di apprendimento che vuole sviluppare la Concezione Operativa nasce dalla prassi, dall’esperienza concreta.</p>
<p style="text-align: justify">L’esperienza dei gruppi all’interno dell’Ospedale Las Mercedes, ad esempio, ha permesso una prima elaborazione teorica di che cosa sono i gruppi, qual è il loro compito, elaborazione che deve trovare riscontri nella pratica, per poi poter essere ulteriormente modificata e arricchita a livello teorico.<br />
L’idea dell’apprendimento e della conoscenza è quindi un percorso a spirale, che nasce dalla pratica, diventa teoria e ritorna nella pratica, in un processo senza fine. Questo è il modello di apprendimento che vi proponiamo sia teoricamente che praticamente, attraverso l’esperienza che farete.<br />
L’idea dell’apprendimento da cui prende le distanze la Concezione Operativa è quella relativa ad una trasmissione di contenuti che dovrebbero semplicemente passare dall’insegnante, nella figura di supposto sapere, all’allievo che dovrebbe incamerare abilità, informazioni, valori ed adattarsi passivamente alla struttura sociale di cui<br />
fa parte.</p>
<p style="text-align: justify">Pichon Riviere definisce la salute mentale e la malattia in termini relativi e situazionali ed in relazione ad un adattamento passivo o attivo della realtà. Il soggetto sano è colui che prende l’informazione, la destruttura, aggiunge, la trasforma e la usa poi nella realtà per modificarla. Se la persona apprende dovrebbe essere in grado di applicare le proprie<br />
conoscenze alla realtà concreta, di cambiarla e allo stesso modo di poter cambiare internamente. L’insegnamento deve quindi permettere che si elaborino contraddizioni e conflitti presenti durante il processo di apprendimento per poter applicare le conoscenze alla pratica.</p>
<p style="text-align: justify">La conoscenza non avviene con un’idea cumulativa delle informazioni.<br />
Questo significa che per esempio l’informazione che state sentendo non può essere pensata come un “libro” da aggiungere alla vostra biblioteca di informazioni, se per biblioteca intendiamo l’insieme di conoscenze che ci caratterizzano. Non possiamo semplicemente aggiungere un elemento e tenere tutti gli altri elementi di conoscenza immobili. Perché avvenga un reale apprendimento dobbiamo rifarci ad un’idea geometrica. Perché un’informazione venga realmente appresa occorre farle spazio,<br />
modificare tutto l’insieme di informazioni che abbiamo, buttare alcune cose, tenerne delle altre, modificare i rapporti fra l’una e l’altra, come un mobile che vogliamo disporre in modo armonico all’interno di uno spazio già pieno. Questo ci porta alla consapevolezza che questo processo non è semplice, non è neutro, suscita difficoltà, emozioni, resistenze.</p>
<p style="text-align: justify">Nella Concezione Operativa l’idea è che la conoscenza avviene attraverso un’interdisciplinarietà, un’Epistemologia Convergente. Alcuni concetti di una scienza possono servire all’apprendimento di un’altra scienza, con un’idea di travaso fra una disciplina ed un’altra. Ogni disciplina cioè ha dei nuclei di base che possono essere utili anche nelle altre scienze. Ecco perché le scienze così riunite, possono apportare elementi per la creazione di uno strumento unico concettuale e operativo con cui affrontare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify">Il gruppo che andrete a fare ed in generale i gruppi di apprendimento si situano intorno all’informazione, lo affrontano da vari punti di vista.<br />
L’informazione che vi sto portando costituisce una situazione intorno alla quale ognuno di voi potrà contribuire da una visuale differente. La Concezione Operativa prevede che il lavoro gruppale sarà tanto più ricco quanto più, rispetto all’omogeneità del compito, ci sia un’eterogeneità dei partecipanti. Ognuno potrà portare visuali differenti che arricchiscono<br />
il lavoro sul compito. L’apprendimento in gruppo è qualcosa di diverso rispetto all’apprendimento individuale. Teniamo presente questo concetto rispetto all’Ecro, di cui andiamo a parlare ora.</p>
<p style="text-align: justify">La parola E.C.R.O significa Esquema Conceptual Referencial y Operativo, in italiano Schema Concettuale di Riferimento operativo, ed è l’insieme di tutte le conoscenze, esperienze, sentimenti con cui guardiamo il mondo, pensiamo ed agiamo. E’ cioè una griglia con cui interpretiamo la realtà che si crea nel corso del tempo. E’ uno schema cognitivo ed affettivo, contiene informazioni ma anche emozioni e sentimenti. Ha a che fare con la nostra identità.</p>
<p>Ognuno di noi struttura nel tempo un proprio schema di riferimento che nasce dalle esperienze all’interno della famiglia, del proprio tessuto sociale, dalle informazioni che si apprendono nel corso del tempo e che vanno a strutturare una griglia, un filtro con cui si interpreta la realtà e si comunica con gli altri. L’humus da cui nasce è la famiglia, il primo ambito di esperienza della persona. Nel corso del tempo questo schema cambia, attraverso altre esperienze, conoscenze apprese, situazioni vissute. Dalla famiglia per esempio, lo schema può modificarsi con la partecipazione ad un gruppo di amici, da cui si apprendono cose diverse, parole che si condividono solo all’interno del gruppo e che rappresentano aneddoti, valori, ricordi. Tutte queste cose vanno ad arricchire e modificare il nostro<br />
schema di riferimento, l’ECRO.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro concetto utilizzato dalla Concezione Operativa è quella di gruppo interno. Un gruppo è composto da personaggi, ma anche da oggetti parziali, situazioni ed emozioni. La persona dall’infanzia internalizza personaggi della sua vita, emozioni, vincoli e inizia a dialogare con il proprio gruppo interno, che nel corso del tempo può ampliarsi, modificarsi. Alcune voci saranno molto forti e influenzeranno prepotentemente i nostri pensieri e comportamenti, altre entreranno nel corso del tempo, mitigheranno alcuni dialoghi, li trasformeranno. In una terapia familiare che ho seguito si parlava di un nonno che si era innamorato di una ragazza benestante del paese e del fatto che il padre della ragazza aveva espresso il proprio rifiuto dicendo che il nonno non era abbastanza ricco e abbastanza colto. Per tutta la vita il nonno aveva continuato a cercare di affermarsi economicamente, aveva spinto fortemente perché le figlie andassero a scuola. Nel gruppo interno di quest’uomo la voce del padre della ragazza era stata estremamente influente e l’uomo si era trovato a dialogare con questa voce un po’ persecutoria per tutta la vita.<br />
Un individuo è sano se mantiene un intergioco costante fra la realtà che vive ed il proprio schema di riferimento, il quale deve modificarsi, in modo complessivo, in base all’esperienza pratica e fornire la possibilità di interpretare la realtà ad un livello più elevato, in un processo a spirale.</p>
<p style="text-align: justify">Per capire questo vi riporto l’esempio di Keplero (1600), il quale trova dei dati che non confermano la teoria delle orbite circolari dei pianeti del sistema solare. Questa informazione, proveniente dalla realtà, è in contrasto con lo schema di riferimento. Allora, avviene un apprendimento se la persona è in grado di modificare in modo complessivo il proprio schema di riferimento (come per far entrare il mobile di cui parlavamo prima nella stanza ammobiliata). Se questo non succede l’informazione può anche essere incamerata, ma verrà trattata come una bizzarria, una stranezza all’interno di uno schema di riferimento rigido.</p>
<p style="text-align: justify">Un altro esempio può essere rappresentato dalla dott.ssa Malara che scopre il paziente 1 ammalato di Covid a Cremona. Lo schema di riferimento medico non prevedeva la presenza del Covid in Italia. Ma i dati davano un quadro del paziente che non si spiegava con le conoscenze ed i protocolli istituiti. Allora, la presenza di un elemento nella realtà che non corrispondeva allo schema di riferimento, ha prodotto una pressione che poi ha portato la dott.ssa a forzare il protocollo e scoprire il paziente 1. Non è stato un processo semplice, la dott.ssa ha incontrato resistenze e critiche, ha dovuto assumersi la responsabilità di fare il tampone e permettere la modifica dello schema di riferimento (e anche di salvare la vita del paziente 1).</p>
<p style="text-align: justify">Se lo schema si sclerotizza la persona si “ammala”, non è più in grado di apprendere dall’esperienza e proietta sul mondo reale il proprio mondo interno in maniera rigida e ripetitiva. Si potrebbe anche dire che se il gruppo interno non riesce più a modificarsi, aggiungere voci e cambiare, la persona non apprenderà più dall’esperienza e riprodurrà in modo stereotipato il proprio mondo interno.<br />
Pichon Riviere dice che per esempio i disturbi di personalità sono tutti disturbi dell’apprendimento.</p>
<p>Anche in questo caso facciamo un esempio. Se nella vita in famiglia una persona vive un vincolo di sfiducia nei confronti delle figure genitoriali questo entra a far parte del suo schema di riferimento. Se nel corso della vita questo schema si irrigidisce, le persone che incontra e che potrebbero modificare l’esperienza vissuta vengono vissute in maniera<br />
distorta, la comunicazione male interpretata e alla fine si riconferma continuamente lo schema di riferimento iniziale. Questo produce un non apprendimento e, a seconda del grado di rigidità, problematiche alla persona in questione che potrebbe continuare a creare relazioni caratterizzate da sfiducia, delusione e allontanamento, appena l’altro commette degli errori.</p>
<p style="text-align: justify">L’ECRO ha aspetti manifesti, di cui il soggetto è consapevole ed aspetti latenti che agiscono, ma di cui la persona non è consapevole.<br />
Quando entriamo in un gruppo ognuno di noi porta il proprio Ecro, una personale modalità di interpretare il mondo, che nasce dalle esperienze vissute, dalla partecipazione ad altri gruppi a cui abbiamo aderito.<br />
Potremmo dire anche che entriamo con il nostro gruppo interno. La nostra aspettativa è che si sperimenti una situazione più o meno simile a quelle che conosciamo. Ma, se un gruppo inizia a funzionare, le aspettative iniziali non vengono soddisfatte. Il gruppo, nel qui e ora, inizia a funzionare in una direzione differente rispetto a quella pensata da<br />
ognuno dei membri.</p>
<p style="text-align: justify">Il proprio schema di riferimento, nell’interazione con gli altri integranti che hanno un altro schema di riferimento e nel lavoro sul compito subisce una pressione, una tensione a modificarsi. Il gruppo interno inizia a incontrarsi, scontrarsi con il gruppo esterno.<br />
Potremmo fare l’esempio della persona che ha interiorizzato figure genitoriali di cui non ci si può fidare, che fanno parte del suo Ecro. Nel corso della discussione di gruppo la persona può trovarsi davanti ad un altro membro che le ricorda la madre ed iniziare a provare sentimenti che prova per la madre (rabbia, desiderio di essere ascoltato). Proietta nel proprio comportamento il vincolo che ha con la madre, ma dall’altra parte l’integrante risponde in maniera diversa. Se per esempio la madre si allontana tutte le volte che c’è una discussione, potrebbe succedere invece che l’integrante risponda, stia nella discussione. Questo evento sorprendente produce una pressione nel proprio Ecro, una tensione al<br />
cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify">Questo processo, come dicevamo, non è affatto semplice, non è neutro.<br />
Sviluppa ansie che vengono vissute concretamente all’interno del gruppo.<br />
Se ne parlava già nella informazione precedente, quello che accade è che l’informazione e l’esperienza di gruppo entrano nello schema di riferimento e premono perché alcune idee, concetti si modifichino.<br />
Si può allora sentire un’ansia legata alla confusione (la sensazione di non capire cosa si sta facendo, cosa c’entra l’informazione con quello che si è e che si deve fare, la difficoltà a comprendere che suscita fastidio) oppure più avanti un’ansietà persecutoria (cioè la sensazione di essere sprovvisti di strumenti per affrontare la situazione, la sensazione che non si riuscirà ad affrontarla bene, la diffidenza, la rabbia) e un’ansia depressiva (la difficoltà, il fastidio al pensiero di dover abbandonare delle certezze, strumenti, conoscenze). Queste sensazioni fanno parte dello svilupparsi del processo gruppale, sono necessarie se si vuole produrre apprendimento, cambiamento. La quota di ansia deve essere tenuta dal coordinatore ad un livello ottimale, nel senso che non deve arrivare a<br />
livelli troppo alti disorganizzando il gruppo o attivando blocchi e stereotipie massicce ma non deve essere neanche nulla, segno di un mancato coinvolgimento affettivo, perché non si produrrebbe nessuna variazione, nessun apprendimento.</p>
<p style="text-align: justify">Ecco allora che una conoscenza, un’esperienza perché produca apprendimento deve mobilizzare, cambiare in modo più globale lo schema con cui interpretiamo il mondo. La difficoltà a mobilizzare il proprio schema di riferimento è spesso legato alla connotazione affettiva, legate all’identità, che hanno per noi alcune informazioni, conoscenze, esperienze: ci teniamo ancorati a certe idee senza permettere che ne entrino di nuove perché le precedenti sono estremamente significative.<br />
Allo stesso tempo però nel gruppo si sperimentano anche altre emozioni, relative ad un vissuto di appartenenza, di affiliazione con gli altri, di collaborazione, di piacere per la condivisione delle conoscenze e delle esperienze degli integranti che può facilitare la strutturazione di un tessuto comune di cui ci si riconosce parte.</p>
<p style="text-align: justify">Il gruppo lavora se riesce a superare le situazioni dilemmatiche e procedere oltre, con una modalità dialettica. Per farlo è necessario che ognuno perda pezzi di certezza, che sperimenti contraddizioni che creano varchi. In questo modo il gruppo inizia a costruire il proprio schema di riferimento comune, la mutua rappresentazione interna. All’interno di<br />
questo nuovo ECRO ci saranno esperienze vissute nel gruppo, conoscenze, emozioni, sentimenti, di vissuti, di vincoli. E’ ciò che definisce, come è stato detto nella lezione precedente, un noi che ogni persona si porta dentro e con cui affronta la realtà. Possiamo anche dire che l’ECRO corrisponde al gruppo interno, con il quale dialoghiamo<br />
continuamente nel corso della vita.</p>
<p style="text-align: justify">E’ chiaro allora che maggiore è l’eterogeneità del gruppo, la ricchezza delle conoscenze portate, maggiore sarà, se si riesce a lavorare in modo coeso sul compito, l’articolazione e la varietà dello schema di riferimento gruppale.<br />
Tutto ciò è necessario perché il gruppo possa comunicare con un linguaggio comune. Le persone potranno comunicare se danno lo stesso significato alle parole, ai concetti di cui hanno appreso il senso durante il processo gruppale, riuscendo a non sviluppare malintesi, distorsioni nella comunicazione.</p>
<p>Il gruppo è un altrove. Perché si crei un altrove è necessario uno straniamento, uno spaesamento che per esempio si crea costruendo uno spazio ad hoc per il gruppo, come dicevamo all’inizio relativamente al setting. Lo spazio deve essere qualcosa di un po’ diverso da quella che è la quotidianità, un altrove dove arriva l’informazione ed il gruppo la può “mangiare”, “digerirsela”. Questo altrove è uno spazio reale ma anche uno spazio interno, una zona intermedia libera e protetta (dal setting) in cui il gruppo può giocare con l’informazione, associare, portare liberamente idee, lasciarsi andare e contribuire ad un processo che nessuno, nemmeno il coordinatore, sa dove arriverà.</p>
<p style="text-align: justify">A mobilizzare gli schemi di riferimento del gruppo saranno le problematiche affrontate che mettono in discussione, creano conflitti, dubbi, apportano conoscenze. Ogni individuo, come abbiamo detto sopra, entra nel gruppo con la propria storia, il proprio schema. A livello grafico potremmo parlare di una dimensione verticale. La dimensione verticale di ciascun integrante si interseca con la realtà del gruppo, quello che avviene nel presente e che viene definita la dimensione orizzontale del gruppo. Oltre a queste due dimensioni c’è quella trasversale, rappresentata dagli avvenimenti istituzionali, storici, politici che accadono e che influenzano in modo significativo le altre due dimensioni e lo schema di riferimento del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify">Possiamo per esempio dire che gli avvenimenti che abbiamo vissuto in questi tre mesi costituiscono parte della dimensione trasversale che influenzano il processo gruppale, lo schema di riferimento comune sia a livello cosciente che latente. La dimensione trasversale è importante, influenza profondamente le altre due, a volte consapevolmente, a volte in modo inconsapevole. Tenere conto degli aspetti istituzionali, sociali, globali è fondamentale per comprendere il processo gruppale e le influenze sullo schema di riferimento. Questo gruppo ad esempio non è quello di prima del Covid, le esperienze, conoscenze che ci hanno attraversato in questi mesi cambiano necessariamente l’ECRO.</p>
<p style="text-align: justify">Pensate, per esempio, che ansie avete provato rispetto all’utilizzo della modalità on line. Alcuni di voi magari erano già abituati, per altri sarà stato una novità assoluta che può aver prodotto rabbia, diffidenza, tristezza per le parti perse relativamente alle modalità dal vivo, confusione. Possiamo rifiutare completamente queste conoscenze che derivano dalla realtà odierna ed sperare di tornare a prima del Covid, oppure si può provare a integrare alcuni aspetti nuovi con le conoscenze che già avevamo, cercando di creare un nuovo schema che comprenda i nuovi concetti emersi.</p>
<p style="text-align: justify">Nel lavoro di gruppo emergono STEREOTIPI che sono delle modalità rigide di pensiero, modalità apprese che però sono diventate impermeabili all’esperienza e si riproducono sempre uguali. Possiamo dire che esistono stereotipi individuali, vali a dire quelli che ci portiamo dalla nostra esperienza di vita e con i quali entriamo in gruppo e stereotipi gruppali che devono essere superati se vogliamo produrre pensiero nuovo.</p>
<p style="text-align: justify">Vi faccio un esempio, per chiarire. In un lavoro fatto anni fa insieme al Dott. Montecchi all’interno di una comunità terapeutica per tossicodipendenti, abbiamo analizzato il materiale del gruppo per un periodo di un anno ed abbiamo ipotizzato che il lavoro sulla cura della propria tossicodipendenza si scontrava con la presenza di ostacoli importanti, in parte consapevoli ed in parte inconsapevoli. Un primo stereotipo era l’idea che ci fosse un destino per cui erano caduti nella tossicodipendenza, che ci fosse una forza più grande di loro che aveva prodotto la situazione in cui erano. Questo ostacolo era particolarmente ostico, perché allora riunirsi in gruppo, lavorare all’interno della comunità, sforzarsi di cambiare non aveva senso e lo stereotipo poteva costituire un alibi perfetto per lasciarsi andare e non produrre cambiamento. Un altro stereotipo era che sarebbero guariti se avessero incontrato l’amore. Essendo una comunità mista c’era la possibilità di innamorarsi, costituendo delle coppie. Questa modalità di pensiero, per cui la tossicodipendenza era dovuta ad una mancanza di affetto e che si sarebbe risolta incontrando la persona giusta, produceva in alcuni casi una resistenza al lavoro gruppale prima o una volta fidanzati, una chiusura in una dimensione a due che non permetteva apprendimento gruppale.</p>
<p style="text-align: justify">Il processo gruppale funziona se gli stereotipi possono diventare consapevoli e possono essere messi in discussione, schiudersi come uova e lasciare libero il pensiero. La forza del lavoro gruppale può permettere questa rottura. Lo descriviamo facendo riferimento a forze, pressioni, tensioni per ribadire l’idea che non è un processo innocuo, ma che, quando funziona produce un pensiero nuovo. Parliamo di un pensiero creativo, perturbante. Il concetto di perturbante, che viene da Freud, indica la possibilità di vedere qualcosa di non familiare, di estraneo nel conosciuto. Quello che può succedere nel processo gruppale è di rivedere con occhi nuovi concetti, conoscenze, esperienze conosciute. Il lavoro del gruppo produce un nuovo ordine simbolico, che può prendere le distanze dall’ordine simbolico dominante che ci attraversa culturalmente. Ci si riesce a distaccare dalle ripetizioni, quando le ripetizioni del fare si possono distanziare e ci appaiono perturbanti. Questo accade perché ci vediamo come da fuori ed assumiamo in questo la tematica del doppio. Proprio ieri in un gruppo un integrante diceva : <em>“nel lockdown mi sono fermata, ho guardato quello che facevo e l’ho trovato assurdo”</em>. Anche il lockdown è un altrove e allo stesso modo l’altrove del gruppo può portare alla presa di coscienza di certe routines, ripetizioni per poter produrre un immaginario gruppale nuovo.</p>
<p style="text-align: justify">Lo schema di riferimento deve essere uno strumento di lavoro, che si può applicare nel pratico e nell’operativo dal gruppo, che puè permettere alle persone di comunicare ed evitare malintesi. Vi porto un altro esempio, che proviene sempre dalla clinica. Un paziente psicotico che avevamo nel gruppo spesso parlava “del fenomeno” come la causa dei suoi mali. Nel lavoro gruppale il gruppo ha compreso quello che prima era un concetto<br />
bizzarro e per certi versi incomprensibile: il “fenomeno” rappresentava una sorta di Dio, ma un Dio minore che invece di sostenere ed aiutare aveva prodotto una serie di sciagure, fra cui la morte del padre del paziente. A poco a poco il concetto di “fenomeno” ha iniziato a far parte dello schema di riferimento del gruppo, che lo utilizzava all’interno delle discussioni, appropriandosene. La modalità di comunicazione incomprensibile aveva lasciato il passo alla socializzazione del concetto che ha aperto il pensiero e che per il gruppo, e solo per quel gruppo con quello specifico processo gruppale, costituiva una parola di senso dell’ECRO gruppale.</p>
<p style="text-align: justify">Se il gruppo si apre al pensiero anche i ruoli si modificano nel senso che si mobilizzano, si arricchiscono le possibilità personali e producono comportamenti differenti. Nella lezione precedente vi era stato detto che spesso si entra in un gruppo di apprendimento con i propri ruoli istituzionali. Nel corso del lavoro di gruppo però le cose cambiano, emergono aspetti differenti, che connettono il cognitivo con l’affettivo, che dischiudono a modalità diverse di essere. Vi porto un’esperienza in un gruppo di apprendimento della non riuscita di questo processo. Un medico con molti anni di esperienza ha preso parte ad un corso di<br />
formazione. Arrivava al corso sempre in giacca e portava la sua parte istituzionale, i casi clinici, la sua professionalità. Nel corso del tempo non è cambiato questo modo di porsi, non sono emerse altre parti della personalità, altri modi di essere. A livello simbolico notavamo che, mentre gli altri integranti si lasciavano andare, si rilassavano, mettevano a nudo alcune parti di sé, il medico teneva sempre la giacca, anche in estate. Questa ci è sembrata una forte resistenza alla possibilità di sperimentare parti differenti e di arricchire il proprio pensiero. La possibilità di passare da medico ad alunno, che avrebbe permesso il riaffiorare di ricordi del passato, di rivisitare il ruolo di alunno, di pensare ad altri aspetti non è potuto avvenire.</p>
<p style="text-align: justify">Un’altra situazione è rappresentata da gruppi di genitori e figli, nei quali per esempio all’inizio del processo un genitore si presenta come “sono il padre di Giulia”. Queste appartenenze generazionali danno il via all’emergere di stereotipi su noi-genitori e voi-figli, che è un momento naturale del gruppo ma che deve essere superato se vogliamo dar vita a qualcosa di nuovo. Quando un genitore inizia a pensare di essere stato anche figlio, come il ragazzo di fronte che sta parlando o fratello o amico, può mobilizzare alcune parti del suo Ecro e produrre pensiero nuovo, uscendo da una situazione stereotipata.</p>
<p style="text-align: justify">Per concludere, l’Ecro è uno strumento che il gruppo ha per poter lavorare poi nella pratica e produrre cambiamento. Questo è l’adattamento attivo alla realtà, la possibilità di intervenire sul reale, di non doverlo riprodurre tale e quale, di apportare qualcosa di nuovo. In questo senso il gruppo è una creatura viva, un soggetto e non un oggetto.<br />
Nell’esperienza che stiamo facendo ora insieme per esempio la situazione di apprendimento è reciproca. Mentre voi ascoltate l’informazione e la elaborate nel corso del gruppo, noi apprendiamo dal vostro lavoro e ciò che producete può riversarsi sul dispositivo e produrre delle modifiche. E’ un processo circolare, o per meglio dire a spirale. Il gruppo in alcuni casi può costituire un aspetto istituente dell’istituzione, un motore di<br />
cambiamento dell’istituzione stessa. Può essere una forza istituente che modifica l’istituito. Il gruppo apprende ed insegna, opera concreti cambiamenti nel reale.</p>
<p><strong>Bibliografia</strong><br />
Bauleo, <em>“Ideologia, gruppo e famiglia”</em><br />
Bauleo e De Brasi, <em>“Clinica gruppale, clinica istituzionale”</em>, Il poligrafo<br />
Marzotto, <em>“I fondamenti della Concezione Operativa di Gruppo”</em>, CLUEB Bologna<br />
Montecchi, <em>“Trasmissione e formazione”,</em> on line<br />
Montecchi, <em>“Il gruppo operativo come produttore di ordine simbolico”</em>, on line<br />
Montecchi e Valeri, <em>“Gruppi e istituzioni”</em>, Areas 3 on line<br />
Pichon Riviere, <em>&#8220;Il processo gruppale&#8221;</em>, Lauretana</p>
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		<title>Istituzioni e pandemia: elementi di analisi istituzionale e gruppo operativo</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2020 15:25:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Sartini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Seminari e convegni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Consorzio Sol.Co Mantova e la Scuola di Prevenzione “José Bleger” sono lieti di invitarvi all&#8217;incontro: Istituzioni e pandemia: elementi di analisi istituzionale e gruppo operativo martedì 22 settembre 2020, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 L’incontro, organizzato con modalità assembleare, &#8230; <a href="https://bleger.org/istituzioni-e-pandemia-elementi-di-analisi-istituzionale-e-gruppo-operativo/">Continua la lettura <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">Il <strong>Consorzio Sol.Co Mantova</strong> e la <span style="color: #2a2a2a"><strong>Scuola di Prevenzione “José Bleger”</strong></span> sono lieti di invitarvi all&#8217;incontro:</p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #fd0303;font-size: xx-large"><strong>Istituzioni e pandemia: elementi</strong></span><span style="color: #fd0303;font-size: xx-large"><strong> di</strong></span></p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #fd0303;font-size: xx-large"><strong>analisi istituzionale e gruppo </strong></span></p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #fd0303;font-size: xx-large"><strong>operativo</strong></span></p>
<p style="text-align: center"><a href="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/IMG_0422-2.jpg"><img class="aligncenter wp-image-558 size-medium" src="http://www.bleger.org/wp-content/uploads/IMG_0422-2-217x300.jpg" alt="IMG_0422 (2)" width="217" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: center"><strong>martedì 22 settembre 2020</strong>, dalle ore <strong>16.00</strong> alle ore <strong>19.00</strong></p>
<p>L’incontro, organizzato con modalità assembleare, intende affrontare gli elementi di base dell’analisi istituzionale e, attraverso alcuni cenni storici, riportarci all’attualità di questo dispositivo per leggere gli emergenti sociali nel tempo delicato e complesso che stiamo vivendo.</p>
<p>Durante l&#8217;assemblea interverranno esperti internazionali:</p>
<p><strong>Patrick Boumard</strong>, docente di Antropologia dell’Educazione all’Université de la Bretagne Occidentale e presidente dell’Associazione Società Europea di Etnografia dell’Educazione (Francia)<br />
<strong>Remi Hess</strong>, scrittore e sociologo francese, docente di Scienze dell&#8217;Educazione all&#8217;Università Paris 8 (Francia)<br />
<strong>Salvatore Inglese</strong>, etnopsichiatra e ricercatore in ambito antropologico (Italia)<br />
<strong>Leonardo Montecchi</strong>, psichiatra, psicoanalista e direttore della Scuola “José Bleger” (Italia)<br />
<strong>Osvaldo Saidon</strong>, psichiatra, psicoanalista, istituzionalista (Argentina)<br />
<strong>Thomas Von Salis</strong>, neuropsichiatra e psicoanalista, studioso di analisi istituzionale (Svizzera)<br />
<strong>Gladys Adamson</strong>, psicologa sociale, direttrice della &#8220;<span style="font-size: large"><span style="font-size: medium">Escuela de Psicologia Social del Sur&#8221; di Buenos Aires </span></span>(Argentina)<br />
<strong>Franco &#8220;Bifo&#8221; Berardi</strong>, filosofo e saggista, autore di un diario sul periodo della pandemia dal titolo &#8220;Cronaca della psicodeflazione&#8221;  (Italia)<br />
<strong>Paolo Pagliai</strong>, <span class="st">rettore della &#8220;Alta Escuela para la Justicia&#8221; di Città del Messico (Messico)</span></p>
<p>Con loro dialogheranno <strong>Luciana Bianchera</strong> (psicopedagogista, formatrice, docente universitario di Psicologia del lavoro e metodi e tecniche dell’intervento educativo, responsabile scientifica di Solco Mantova), <strong>Lorenzo Sartini</strong> (psicologo, psicoterapeuta, formatore, supervisore e traduttore per l’Italia del testo “Psicologia de la conducta” di José Bleger), <strong>Giorgio Cavicchioli</strong> (psicologo, psicoterapeuta, formatore e supervisore) e <strong>Simona Di Marco</strong> (psichiatra, esperta in etnopsichiatria).</p>
<p>L’evento è gratuito ed è da considerarsi parte delle attività di ricerca sulle tematiche della cura delle istituzioni, dei compiti sociali e comunitari.</p>
<p>E’ possibile iscriversi sul sito di Sol.Co. Mantova al seguente link: <a href="https://www.solcomantova.it/iscrizione-webinaristituzioni-e-pandemia-elementi-di-analisi-istituzionale-e-gruppo-operativo/" target="_blank">https://www.solcomantova.it/iscrizione-webinaristituzioni-e-pandemia-elementi-di-analisi-istituzionale-e-gruppo-operativo/</a></p>
<p>L’incontro si svolgerà a distanza, in modalità sincrona, su piattaforma ZOOM.<br />
Ad avvenuta iscrizione, riceverete automaticamente il link e i codici identificativi per accedere all’incontro.</p>
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